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Introduzione

Un Paese paralizzato da un numero spropositato di leggi e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione, pletorica, costosa e inefficiente e, non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga; prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù, della criminalità organizzata.
Un Paese in inarrestabile declino culturale, politico, economico, che non è ancora precipitato agli ultimi gradini tra i Paesi industrializzati dell’Occidente solo grazie allo spirito di iniziativa e alla proiezione internazionale della media e piccola imprenditoria. Questa è l’Italia oggi.
C’è l’Italia degli italiani e c’è lo Stato italiano. Per intenderci: ci sono gli italiani, come singoli individui; c’è lo Stato italiano, come «soggetto collettivo». La definizione può sembrare paradossale e persino contraddittoria. E, in realtà, lo è. Chi ritiene che la fenomenologia sociale sia empiricamente descrivibile solo riconducendone le dinamiche agli individui ne sarà scandalizzato. Per l’individualismo metodologico, i soggetti collettivi – le istituzioni, il mercato, il capitalismo eccetera – non hanno, infatti, vita propria, non pensano, non agiscono, bensì altro non sono che l’interazione, in una società aperta e liberale, fra individui che perseguono autonomamente il proprio ideale di vita e i propri interessi, producendo con ciò inconsapevolmente un beneficio collettivo. Il bene comune, l’utilità sociale, l’interesse generale eccetera sono, al contrario, una invenzione della politica, la quale altro non è, in una società chiusa e illiberale, che il nome che si dà alla volontà di dominio di uomini su altri uomini.
Rassicuro subito chi si sia scandalizzato. Ritengo anch’io che l’individualismo metodologico sia la sola metodologia della conoscenza corretta, in quanto, per dirla con Popper, empiricamente verificabile alla prova della realtà effettuale. La divisione dell’Italia in due – l’Italia (al plurale) dei singoli individui, ciascuno dei quali pensa e agisce sulla base delle proprie personali convinzioni; e l’Italia (al singolare), come soggetto collettivo, autoreferenziale, che li (mal)governa sulla base di principi e leggi che essa stessa si è data – è, dunque, solamente un artificio retorico per spiegare il senso di questo libro.
Gli italiani, anarcoidi e conservatori, privi di senso civico e di senso dello Stato, e perciò sudditi invece di cittadini; gli italiani che non si mettono in fila alla fermata dell’autobus, ma neppure si ribellano alla propria condizione di sudditanza; ingegnosi, flessibili, pragmatici, camaleontici sono l’Italia al plurale. Che «si arrangia», che – barcamenandosi di volta in volta fra le macerie dell’Italia come soggetto collettivo – se la cava. Questi italiani sono il paradigma schizofrenico – che essi hanno ritagliato su se stessi, a volte vergognandosene, altre facendosene vanto, come un abito mentale e sociale su misura, unico nel suo genere al mondo – di ciò che la cultura liberale anglosassone chiama, con ben altra dignità storica e politica, «società civile» rispetto alla «società politica» dalla quale rivendica la propria autonomia. Che da noi l’ordinamento giuridico non garantisce e nessuno rivendica; tutti si prendono, quando possono.
Sottobanco.
La nazione, lo Stato, la collettività, giù, giù lungo i loro indotti pubblici – ieri, il (vergognoso) primato della razza; oggi, l’(indefinibile) utilità sociale, e tutte le altre sovrastrutture ideologiche che hanno segnato la storia del Paese – sono l’Italia soggetto collettivo. La camicia di forza che il potere politico del momento e la cultura dominante, l’ideologia come falsa coscienza – fascista e/o comunista, corporativa e/o collettivista, comunitaria e/o statalista che fosse, sempre e comunque antindividualista – hanno imposto agli italiani.
Incolta, retorica, dogmatica, bigotta, burocratica, poco o punto flessibile, legalista e imbrogliona, questa Italia trasformista e gattopardesca – che cambia qualcosa per restare sempre la stessa – è una sorta di «8 settembre permanente». Istituzionalizzato. Da un lato, ci sono la costante imposizione di un controllo pubblico, illegittimo e contraddittorio, sulle libertà dei singoli, e l’ambigua pretesa che sia rispettato; dall’altro, c’è la tacita esenzione da ogni vincolo d’obbedienza sottintesa nella frase liberatoria «tutti a casa» che l’8 settembre 1943 percorse la linea di comando delle nostre Forze armate, abbandonate a se stesse dopo l’armistizio.
È di questa Italia incasinata e un po’ cialtrona, intimamente illiberale, che il libro parla. Non per fare l’elogio degli italiani come singoli individui – che non sono migliori dell’Italia come soggetto collettivo, bensì ne rappresentano, al tempo stesso, l’antitesi privata e la manifestazione pubblica – ma per spiegare l’incapacità del Paese di entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell’Occidente capitalista.
Intendiamoci. Il libro non è l’elogio dell’antipolitica, oggi tanto di moda. Anzi. Ci mancherebbe, soprattutto da parte di un liberale. È, piuttosto, la denuncia dell’invasività della sfera pubblica nella sfera privata. La descrizione di come la nostra politica non sia più, e da tempo, ammesso lo sia mai stata, al servizio dei cittadini, ma li abbia posti al proprio servizio. Dello «Stato canaglia».
L’eccessiva estensione della sfera pubblica – che la cultura statalista e dirigista tende a spacciare come veicolo di equità sociale – è, infatti, più accrescimento del potere degli uomini a essa preposti sulle libertà e sulle risorse dell’individuo, che criterio di governo. La leva fiscale, per alimentare una spesa pubblica riserva di caccia di interessi estranei a quelli generali, ne è lo strumento, anche se non il solo, di oppressione.
Non occorre essere marxisti per sapere che lo Stato non è neutrale, ma è il braccio armato degli interessi di chi ne detiene il controllo, se non è controbilanciato da principi e interessi alternativi, fra loro in libera competizione. È sufficiente essere liberali. Del resto, in questo continuo confronto fra differenti concezioni del mondo, senza che nessuna abbia la pretesa di essere la Verità e di imporla agli altri, è dalla pluralità di interessi in conflitto – mitigato solo da regole del gioco che non consentano a nessuno di impedirne la libera manifestazione e la corretta realizzazione – che si sostanzia la società aperta.
Il liberalismo non è una dottrina chiusa – che dice agli individui quale è il loro interesse e ne prescrive i comportamenti – ma la dottrina dei limiti del potere e della società aperta, all’interno della quale ciascuno si presume sappia quale è il proprio interesse e, di conseguenza, lo persegue in autonomia, alla sola condizione di non impedire ad altri di fare altrettanto. Il guaio è che di liberalismo, nella vita pubblica degli italiani, non c’è traccia. E ci vorranno, forse, generazioni perché vi si affacci.