Condividi |

LE LIBERTA’ CHE VOGLIAMO

Marco Romano


Ai tempi di Carlomagno l’immagine sociale del mondo era semplice: gli esseri umani erano stati messi al mondo da Dio perché potessero guadagnarsi il paradiso, evitando di commettere peccati e adempiendo ai doveri del proprio stato, quello nel quale Dio li aveva fatti nascere.

Chi era nato da stirpe guerriera sarebbe stato guerriero, con il dovere di difendere tutti gli altri, i lavoratori manuali – quei contadini e quegli artigiani anch’essi tali per nascita e dunque per volere di Dio – dalle minacce dei saraceni o degli ungari o da altri prepotenti locali assicurando la giustizia sul posto, ché il sovrano non dimorava stabilmente ad Aquisgrana ma passava da un castello all’altro, confortati tutti, guerrieri e umili lavoratori, dalla guida morale degli ecclesiastici, chiamati al loro compito da una vocazione morale e per questo in una condizione sociale non trasmissibile ai propri discendenti: anzi, a rigore non avrebbero neanche dovuto averne.

La nozione della sovranità consisteva nel possesso del territorio e dunque in una giurisdizione su tutti i suoi aspetti virtualmente produttivi, un possesso che apparteneva a tutto il popolo, ma che veniva gestito dal sovrano – o dai suoi delegati – assegnandolo, a titolo variamente oneroso, a chi ne avesse avuta necessità, fermo restando il suo ritorno al dominio collettivo quando il suo assegnatario non ne avesse più avuto bisogno, per essere nel caso riassegnato a qualcun altro.

Nei primi anni del Mille fiorisce in Europa una società diversa, una società dove le persone non sono più legati alla loro condizione di nascita e se non potranno entrare nella schiera dei guerrieri – la sfera dell’aristocrazia di nascita – potranno conseguire uno status migliore nell’ambito delle civitas con il proprio lavoro, lavoro misurato quotidianamente dal mercato, dal mercato non soltanto come istituzione ma soprattutto come luogo materiale, un recinto ai margini dell’abitato dove vige lo jus mercatorum e non le consuetudini del mondo franco.

Ma, ecco il punto, l’attività dei cittadini contrasta, in se stessa, con il modello dominante della società, perché ora ciascuno è – almeno in linea di principio – libero di scegliere e costruire il proprio destino nei percorsi che ritiene più consoni alle sue capacità, che non sono necessariamente precostituite dalla nascita.

Senonché quasi tutti i percorsi possibili appartengono alla giurisdizione del sovrano, dal quale debbono venire riscattati per sempre, senza clausola di ritorno, costituendo quella nozione nuova di proprietà assoluta e trasmissibile in eredità, condizione necessaria perché possa nascere una società di soggetti liberi con il legittimo e irrevocabile possesso della propria casa e dei propri strumenti di lavoro.

Dai tempi della rivoluzione francese la società europea è alla ricerca di una soddisfacente definizione della libertà concepita come un diritto assoluto inerente alla persona in quanto tale, un diritto tra gli altri diritti umani, ma fino ad allora il paesaggio era differente, era quello delle singole libertà strappate volta per volta dalle diverse città, con il più diverso titolo, al sovrano.

A volte erano i diritti di pesca su un fiume, a volte i diritti di caccia in un bosco, a volte il diritto di pascolo e di legnatico, volte il diritto di riscuotere un pedaggio, ma soprattutto quello del possesso irrevocabile della propria casa: e i sovrani cedevano alle città volta a volta alcuni di questi diritti, vuoi per gratitudine nei confronti di una città che li aveva sostenuti in qualche controversia, a volte perché la città stessa li aveva riscattati con un contributo una tantum.

Sta il fatto che prima della rivoluzione francese, quando Sieyès farà passare il principio che l’assemblea nazionale esprima una volontà nazionale per sua natura sovrastante la volontà delle singole città, una politica unitaria dello Stato era praticamente impraticabile, ogni provvedimento di carattere generale sottoposto al vaglio di prerogative locali ormai consolidate e confermate da ogni nuovo sovrano.

Ma intanto le città avevano costruito una salda immagine delle diverse libertà delle quali una città avrebbe dovuto essere titolare, ed il notissimo affresco di Ambrogio Lorenzetti nel palazzo dei Priori di Siena – quello detto del Buongoverno – ne rappresenta il catalogo illustrato: ogni dettaglio di questo affresco, vogliamo qui ricordarlo, non costituisce il capriccio del pittore per soddisfare le curiosità dei visitatori di oggi ma il suo significato è stato discusso dal governo dei Nove, una sorta di governo dei ”tecnici” ante litteram.

Cominciamo a riconoscere le libertà della città all’interno delle mura, in quella che è la raffigurazione ideale della sua piazza, del suo cuore civico, e vedremo poi le libertà nel contado.

Al centro della città, in un edificio dimesso, la scuola dove tutti i giovani – Giovanni Villani sosterrà che tutti i giovani fiorentini sono alfabetizzati - dovranno studiare le nozioni elementari dello scrivere e del fare di conto, ma soprattutto le leggi della propria città e della sua libertà: perché non mancavano tentativi di controllare un insegnamento troppo libertario sia da parte dei sovrani o dei loro duchi sia da parte, come si sa, del clero.

I cittadini sono credenti – in alto a sinistra intravediamo il campanile e la cupola del duomo – ma la civitas è laica: in una città che doveva pullulare di religiosi, di canonici delle chiese e di monaci dei conventi, nella piazza civica non vediamo una sola tonaca, i cittadini sono liberi dall’invadenza ecclesiastica, che vuol dire per esempio la libertà economica nel dibattito feneratizio.

L’edificio della scuola è ostentatamente privo di decorazioni perché l’istruzione, fondamento della libertà, è un diritto dei suoi cittadini, e la nudità dell’edifico rappresenta bene l’imperativo e il rigore morale che la reggono: e questa è la condizione stessa della libertà, quella di un insegnamento laico.

L’aula della scuola

Per essere cittadini di Siena occorre possedere una casa, e nel dominio franco il diritto di costruire – lo jus aedificandi -era una delle tante concessioni onerose e revocabili del sovrano, ma a Siena è ormai il possesso della casa è la condizione stessa per essere cittadino, una proprietà perpetua e irrevocabile se non in seguito a una condanna, com’è del resto nella nostra Costituzione: e se la casa è la condizione stessa della cittadinanza deve venire riconosciuta l’essenziale libertà di costruirla - rispettando beninteso i regolamenti edilizi che la città stessa si è data - evocata dunque dalla piccola scena di un cantiere.

E poiché nella libertà del mercato ciascuno può conseguire un suo proprio status sarà nella facciata casa della quale ha il possesso per essere cittadino che lo mostrerà, nella sua decorazione più o meno ricca e nel suo stile architettonico. La libertà è anche libertà espressiva, perché mostrare la propria personalità nella facciata della casa è un diritto proprio come quello di esprimersi liberamente in un libro o in un discorso, e la bellezza delle facciate costituisce un essenziale contributo alla bellezza della città nel suo insieme cui tutti debbono contribuire: e i vasi di fiori sui davanzali delle case più ricche, quelle con le bifore più costose, vogliono suggerire che i vasi di fiori sono una decorazione comunque dignitosa e costituiscono l’apprezzato contributo anche dei meno abbienti alla bellezza della città: ché la libertà di ogni cittadino e la democrazia della civitas comportano anche un principio di eguaglianza.


I ricchi palazzi dei maggiorenti e il diritto all’eccentricità decorativa

Tra i fiori c’è anche un gatto

E non soltanto le case più modeste possono mostrare la felicità della loro cittadinanza in un vaso di fiori o in una gabbia con un cardellino, ma ancora meglio le donne possono affacciarsi alla finestra di casa in piena libertà e non dietro a una grata: e cosa sta guardando con tanta curiosità? un’altra donna in apparenza ancora più esposta allo sguardo pubblico, perché la libertà dell’amore – come lo descrive Boccaccio – è a Siena legittima seppure, si sa, pericolosa.

La libertà di cittadini – degli uomini e delle donne - che è radicata nella libertà della scuola e nella libertà della casa, è poi la condizione per la libertà del mercato, e a Siena la piazza principale della città, quel cuore civico aperto quarant’anni prima e che noi chiamiamo piazza del Campo, gli statuti senesi la chiamano piazza del mercato, perché appunto è il mercato a costituire il cuore della democrazia e della libertà: e il mercato è fatto di botteghe, di acquirenti delle merci e dei fornitori delle materie prime. lo scarparo, il tessitore, lo spaccio, ma anche il notaio e forse il venditore di suppellettili preziose.

Questa società è fondata sul lavoro, vediamo bene, ma nessuno nega la libertà di non lavorare, forse di misurarsi a un gioco appassionante e competitivo – è lì che vediamo i soli bambini di tutto l’affresco, a guardare i grandi giocare e a sottolineare così che la passione del gioco è una faccenda infantile - o forse di attendere quel sostegno ai cittadini bisognosi che la civitas non nega a nessuno, come non nega a nessuno la tutela della salute nel grande ospedale della Scala là in alto, nella Siena reale, davanti al duomo: quello che adesso chiamano welfare.


I giocatori e il povero mendicante

La città e la campagna, separate da un muro tenue, sono pervase dal medesimo sentimento della libertà – il passaggio sul ponte è appunto libero, libero ai traffici con altre città – ma ciascuno è poi intento al lavoro, i cui prodotti saranno portati nella piazza del mercato cittadino.


I mietitori e il grano battuto sull’aia della fattoria, con sullo sfondo il quadrato del suo vigneto

Ma la condizione essenziale di questa osmosi tra la città e il suo contado è – proprio come oggi – la sicurezza, e la sicurezza viene proclamata da una signorina di faccetta angelica e di tette al vento ma lì anche a sostenere nell’aria l’ammonitrice sagoma della forca e dell’impiccato.

Così protetti i contadini hanno la libertà di vendere sul mercato, non soltanto quelli che abbiamo visto con i loro asini carichi di legna e di lana, non soltanto il pastore che porta le sue capre a qualche beccaio, ma anche singole personcine con sul capo una cesta forse di formaggio e con tra le braccia forse un’oca, senza che troppo oppressive regole annonarie impediscano la loro modesta libertà: e quell’elegante bionda dal portamento altero potrebbe forse trovare subito un amante cittadino

Ma il centro della scena è poi occupato da un cerchio di fanciulle danzatrici che rappresentano le virtù civiche, le virtù che davano un senso alla pratica delle diverse libertà fin qui minuziosamente illustrate, esili fanciulle cui ancora non sono cresciute le tette ma i cui abiti non sono per questo meno accollati: la virtù è anche quella disciplina del lusso che gli statuti comunali controllano con rigore.

Brave ragazze, le virtù civiche: ma a questo punto vorrei ricordare il quasi coevo affresco dei mesi nel castello del Buon Consiglio a Trento – un equivalente di quello del Lorenzetti – dove viene esaltata quella libertà ludica che i rigorosi principi dei Nove avrebbero giudicato fatua, indegna del loro Buongoverno, ma che dai tempi dell’Homo ludens di Huizinga dovremmo considerare essenziali


Nel mese di gennaio giocare a palle di neve con ammirevoli scollature

Chi siamo

Direttivo

Comitato scientifico

Statuto

Contatti
Come sostenere Scietà Libera