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Il Sole 24 Ore - 15 maggio 2008

La barriera delle corporazioni

di Franco Locatelli

Se non si cambiano le istituzioni e se non si cambia la qualità della politi­ca in Italia le liberalizzazioni reste­ranno sempre una chimera. Non lascia proprio nessun dubbio in proposito il se­sto Rapporto di Società Libera (benemerita associazione promossa da accademic­i e imprenditori che aspirano a una società autenticamente liberale) che è dedi­cato al processo di liberalizzazione della società italiana.
Se il bilancio riformatore dell'ultimo anno «appare estremamente insoddisfa­cente» e i risultati sono al di sotto delle attese, bisogna avere il coraggio di anda­re al cuore dei problemi e di fare final­mente chiarezza sulle origini degli osta­coli delle liberalizzazioni che sono prin­cipalmente due: le cattive istituzioni, che rappresentano «la linea Maginot del­la società corporativa» perché «frenano le spinte alla concorrenza e ingabbiano gli sforzi innovativi in una ragnatela di barriere, adempimenti, vincoli normati­vi e procedurali»; la casta politica, che è la migliore alleata delle corporazioni perché «continua a essere un'oligarchia inamovibile e autoreferenziale» ed è al tempo stesso beneficiaria e prigioniera delle rendite di posizione garantite dall’attuale assetto istituzionale. Secondo il Rapporto anche l’esito «in chiaroscuro» delle lenzuolate di Bersa­ni va interpretato in questa chiave e se monopoli, banche, notai, tassisti, benzi­nai, società di assicurazione, case auto­mobilistiche, farmacisti, carrozzoni pubblici come il Pra sono in varia misu­ra riusciti a depotenziare i tentativi di ri­forma, la ragione sta nel «potere d'inter­dizione delle corporazioni che tengono in pugno il Paese» e che trovano la loro base costitutiva nel retroterra istituzion­ale. Un retroterra che genera la cattiva allocazione dei talenti e alimenta infini­te abilità parassitarie.
Ci sono molti criteri per misurare il cattivo stato delle nostre istituzioni e la istanza che ci separa dalle best practice dei Paesi più avanzati. La Società Libera esamina in particolare il modo in cui il si­stema amministrativo e giudiziario tute­la o meno i diritti individuali di proprietà e le libertà civili ed economiche, nonché le regole che interessano i processi di circolazione delle informazioni e il grado di concorrenza nei mercati. In tutt'e tre le dimensioni il sistema Italia esce a pezzi.
La vischiosità, la complessità, la durata ­e i costi delle procedure sono un handi­cap insostenibile per le libertà personali e i diritti di proprietà degli italiani. Preoccupante è soprattutto la vischiosità
procedurale che colloca l'Italia all'ul­timo posto tra i Paesi più sviluppati e che comporta tempi infiniti per prati­che burocratiche che in altri Paesi sono estremamente semplici, mentre da noi richiedono in media 13 giorni per avviare­ un'impresa, 257 per ottenere una li­cenza e quasi 5 anni per concludere un procedimento giudiziario.
Un esempio illuminante viene dal tem­po necessario agli adempimenti fiscali che colloca il nostro in coda ai Paesi del1'Ocse: in Italia servono 360 ore all'an­no per ottemperare agli obblighi verso il fisco contro le 63 ore della Svizzera, le 70 della Nuova Zelanda, le 76 dell'Irlanda, le 87 della Norvegia e le 105 del Regno Unito. Non migliore sono le nostre per­formance relative agli adempimenti ne­cessari per le esportazioni (20 giorni per l’ Italia contro i 5 della Danimarca e i 6 dell’Olanda e degli Usa) e per le importazioni (18 giorni per l’Italia contro i 5 della Danimarca e degli Usa).
Inquietante è il risultato della cosiddetta densità procedurale (cioè la somma delle procedure previste per avviare un'impresa, ottenere una licenza, regist­rare una proprietà, risolvere una con­troversa su un contratto) per la quale l’Italia, secondo le ultime rilevazioni del­la Banca Mondiale, si colloca al sest'ulti­mo posto. Posizioni di coda il nostro Pae­se si assicura anche sotto il profilo dell'effi­cienza (il tempo medio per ogni proce­dura pubblica è di 21 giorni e cioè quattro volte superiore a quello degli Usa) e dei costi delle procedure (che da noi sono 10 volte superiori a quelli americani).
Desolanti sono inoltre i confronti sugl­i effetti delle cattive istituzioni sui flussi e sulla qualità delle informazioni e sui meccanismi competitivi. Da qualunque angolo visuale si osservino le nostre isti­tuzioni, emerge con chiarezza che la complessità del sistema di regolazione, gli alti costi delle relazioni con l'organiz­zazione pubblica, la vischiosità delle in­formazioni, le perduranti barriere alla concorrenza nei mercati politici ed eco­nomici frenano le potenzialità di cresci­ta dell' economia e della società italiana.
Non resta, allora, che rassegnarsi? Tutt'altro. Il Rapporto consiglia di ricor­rere al cosiddetto «giardinaggio istituzi­onale», cioè alla politica dei piccoli pas­si e all'introduzione di correttivi fisiolo­gicamente sostenibili agli assetti regolati­vi e normativi esistenti, per creare le condizioni più favorevoli al cambiamen­to. E raccomanda di concentrare gli sforzi soprattutto su tre punti: lo snellimento procedurale e l'abbreviamento dei tem­pi, «anche attraverso una generalizzazio­ne di buone pratiche già introdotte, co­me il decreto "impresa in un giorno" del 2007 e le misure per la digitalizzazione dei procedimenti burocratici»; un pro­gressivo abbattimento dei vincoli alla competizione di mercato derivanti dalla regolazione pubblica (dalle professioni ai servizi pubblici locali); un'apertura concorrenziale del sistema dell'informa­zione, «attraverso investimenti nelle reti infrastrutturali necessarie per la diffu­sione delle nuove tecnologie e allentan­do la presa del potere politico sui mezzi di comunicazione».
Tutte condizioni che da sole non ba­steranno a creare una società più libera­le, ma che potranno almeno favorire l’evoluzione verso le «buone istituzioni­» che sono considerate la base di ogni rinnovamento.

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