IL MATTINO - 16 giugno 2008
Se la città non valorizza gli eventi
di Vincenzo Olita
Società Libera, associazione di cultura liberale, costituita da
esponenti del mondo accademico ed imprenditoriale, sorta con
l’intento di contribuire al processo di modernizzazione in senso
liberale della società italiana, lo scorso anno decise di portare la
sede del Premio Internazionale alla Libertà da Milano a Napoli e non
fu certamente una scelta casuale. Considerando da sempre il Premio
come un appuntamento culturale e un servizio alla comunità, il
trasferimento sembrò significativo per noi e interessante per chi ci
avrebbe ospitato.
Ritenemmo, infatti, che valorizzare il binomio libertà e
responsabilità in un contesto, quale quello partenopeo, fosse
un’occasione da non tralasciare per supportare una città che,
proprio su questo versante, necessita di non avvertire alcun
isolamento. Al Paese, e con esso a Napoli, occorrono significativi
esempi e buone pratiche. E l’evento di Società Libera, in effetti,
esprime un valore culturale proponendo i premiati come figure guida,
un valore sociale invitando alla riflessione su comportamenti
eccellenti, un valore educativo sensibilizzando sulla necessità
della responsabilità individuale.
Un Premio, quindi, come inno alla libertà; le componenti ci sono
tutte per esaltare la “libertà da…” e la “libertà di…” o, per dirla
con Isaiah Berlin, la libertà negativa e quella positiva.
Inoltre, la premiazione trasmessa da RAI 1 avrebbe favorito e
amplificato un’immagine della città diversa rispetto al recente
passato.
Archiviata l’esperienza dello scorso anno e alla vigilia della VI
edizione – Castel Sant’Elmo, 19 giugno – corre l’obbligo di
ragionare su risultati e aspettative. Diciamo subito che al di là
della personale disponibilità del sindaco Iervolino, classe
politica, imprenditoria, intellettualità e mezzi di comunicazione
non hanno colto le ragioni e le opportunità offerte da una scelta di
una disinteressata lobby culturale qual è Società Libera.
Dalle prime tre nessun tipo di interesse, né un segnale
d’incoraggiamento, in qualche caso la percezione di una fastidiosa
invadenza; dall’informazione una blanda curiosità, più per i
personaggi-premiati di passaggio a Napoli che per l’iniziativa in
sé. Un’intervista a Lech Walesa o a Rubbia, lo scorso anno; a Luc
Montagnier, Enzo Bettiza, Adrian Cadbury o al monaco birmano Ashin
Sopaka, tra i premiati di quest’anno, è giornalisticamente
appetibile, ma che questi personaggi stiano contemporaneamente
proprio a Napoli risulta del tutto irrilevante.
Questo, però, è un ragionamento che riconduce al modesto ruolo ormai
assunto dall’informazione nel Paese e non è certo una specificità
napoletana. E qui la riflessione ritorna sul ruolo e la funzione di
quella stratificazione sociale che, con una espressione abusata e
ormai priva di significato, chiamiamo Società Civile. Ha ragione
Angelo Panebianco, non a caso componente del nostro Comitato
Scientifico, quando sostiene che Napoli avrebbe bisogno di “un
sussulto d’orgoglio capace di sconfiggere apatia e rassegnazione”,
di una reazione morale capace di sovvertire lo stato di lucida
anomia che sembra pervadere la città. Propedeutica e indispensabile
per una rinascita intesa in tal senso è la consapevolezza, da parte
di sostanziali strati della popolazione, del valore della
responsabilità individuale. Non vi saranno misure coercitive, né
neostatalismi emergenziali capaci di smuovere le coscienze e
modificare sostanzialmente i comportamenti.
Società Libera, portatrice di questa impostazione - un articolo del
suo statuto recita: “ ..si propone la promozione del liberalismo,
inteso come teoria morale della libertà e della responsabilità della
persona …” - coerentemente con la sua vocazione ha portato il Premio
a Napoli, convinta di essere di una qualche utilità. Ed allora,
rispetto alle aspettative, quale il consuntivo? Certamente una
grande fatica, a Napoli non difettano vincoli formali e lacci
burocratici, e una profonda sensazione di solitudine o meglio di
estraneità. |
|