Il Mattino - 19 giugno 2008
Sopaka: “Birmania, sogno di giustizia”
di Donatella Trotta
«La mia vita è per la pace e per la giustizia, e nient'altro».
Ashiri Sopaka scandisce con un sorriso aperto, luminoso e disarmante
il motto che guida il suo impegno civile che gli è valso, l'anno
scorso, il premio Ambasciatore di Pace, conferitogli dalla Universal
Peace Federation e, quest'anno, il Premio Internazionale alla
Libertà 2008: promosso con l'Alto patronato del Presidente della
Repubblica da Società Libera. Sopaka, giovane monaco buddhista
birmano esule in Europa, riceverà il riconoscimento questa sera a
Napoli (ore 21, a Castel Sant'Elmo), con una motivazione che
sottolinea «la perseveranza e il coraggio» delle sue iniziative a
favore dei diritti umani e della cooperazione internazionale. «Sono
molto felice di questa accoglienza calorosa in una città che mi
sorprende per la sua incredibile bellezza, e che sembra dare ragione
alla massima di Goethe: vedi Napoli e poi muori», scherza Sopaka
alla vigilia della cerimonia di premiazione, che annovera tra i
vincitori delle altre sezioni anche Luc Montagner (ricerca
scientifica), Enzo Bettiza (giornalismo), Adrian Cadbury (governance)
e, per la cultura, Oriana Fallaci (alla memoria).
Per il venerabile Sopaka, come per George Bernard Shaw, «libertà»
significa «responsabilità»: parola di cui molti potenti hanno paura.
La globalizzazione, spiega, significa interdipendenza, perciò non si
può non condividere la nostra responsabilità individuale verso
tutti; per me, libertà è infatti un concetto spirituale, che
significa innanzi tutto libertà da me stesso, dall'attaccamento,
dalla rabbia, dall'ignoranza, dall'odio e dall'avidità: cause
della violenza, delle ingiustizie e delle guerre, simili a virus che
infettano la nostra società». Per lui non è stato facile. approdare
a questa consapevolezza: nato 31 anni fa a Thapyeaye, un piccolo
irraggiungibile villaggio agricolo (dove soltanto quando aveva
nove anni, ricorda, ha visto per la prima volta un camion) è figlio
di contadini, e ha perso prestissimo il padre. «Devo tutto a mia
madre - confida-, una donna senza istruzione ma saggia, che capì che
doveva spezzare il cerchio dell'ignoranza facendomi studiare».
Fu così che il piccolo Ashin, in un periodo di insurrezioni
studentesche in Birmania che causarono la chiusura delle scuole da
parte del regime militare, fu portato da uno zio monaco buddhista a
studiare presso un monastero: «Una chance di riscatto che si è
trasformata in scelta di vita, dalla quale ho capito che gli
ostacoli sono opportunità da superare per fare sempre di più, perché
ogni giorno ha un valore inestimabile in cui il nostro passato
costituisce una lezione, e il futuro un progetto da vivere con
pienezza, a partire dall'attimo presente, ma senza preoccuparsi
troppo nè lamentarsi delle difficoltà», sorride Ashin Sopaka. Lui, i
problemi ha imparato a fronteggiarli presto, come ricorda
raccontandoti con semplicità la storia della sua esistenza
avventurosa che l'ha portato, dopo la prima «rivoluzione interiore»
a 18 anni e molte peregrinazioni nel Sud-Est asiatico e in estremo
Oriente, tra scuole, centri buddhisti. e campi rifugiati di tutto il
mondo, a trovare asilo dal 2003 in Germania, a Colonia. Dove
attualmente vive e ha fondato il Kolner Buddhismus Center, dal quale
coordina molte iniziative umanitarie tra le quali imponenti marce
per la pace, corsi di Media Training per la sensibilizzazione dell'
opinione pubblica e progetti socio-sanitari ed educativi in vari
Paesi in via di sviluppo, dall' Africa all' Asia.
Perché pur avendo la tragedia della Birmania nel cuore, Sopaka si
sente responsabile anche «contro la fame di molti nel mondo e la
mancanza di istruzione, veri cancri sociali», dice. A indirizzarlo
all'impegno civile fu l'incontro con un amico attivista
all'università di Rangoon, con l'avvio, nel 1999, del gruppo The
Best Friend (www.thebestfriend.org), per la libertà e la giustizia
in Birmania e non solo, perseguitato dal regime militare. In questo
solco Sopaka ha conosciuto anche Daw Aung San Suu Kyi, la leader
del movimento di opposizione, premio Nobel per la pace nel 1991, da
lui supportata con i suoi amici. E il Dalai Lama? «Non l'ho ancora
incontrato, ma sostengo la sua leadership spirituale. E ritengo che
boicottare i Giochi Olimpici a Pechino sia l'unico modo per fare
pressioni sulla Cina perché la smetta di calpestare i diritti umani
in Tibet e in Birmania». |
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