Chi siamo | Newsletter | Aderire | Dicono di noi | Negozio | Contatti

IL SOLE 24 ORE – domenica 28 ottobre 2001

LA VENDETTA DEL SULTANO

di Sergio Romano

Dopo la sconfitta dei turchi a Vienna nel 1683 e la pace di Karlowitz nel 1699, l’Impero Ottomano perdette gran parte delle sue province europee. Sino a quel momento vi era stata nella storia del mondo una grande potenza islamica, rispettata e temuta dagli Stati europei. Da allora, l’impero sprofondò in una lunga agonia che si concluse con la sua morte alla fine della Grande Guerra. «Abbiamo nelle nostre mani», disse un ambasciatore britannico allo zar di Russia nel 1853, «un uomo gravemente malato. Sarebbe una vera sfortuna se uno di questi giorni dovesse andarsene, in particolare se ciò dovesse avvenire prima che ogni cosa sia stata debitamente predisposta». I maggiori Stati europei temevano che l’improvviso collasso dell’impero avrebbe scatenato una gigantesca guerra di spartizione nella quale ciascuno di essi sarebbe stato costretto a intervenire per impedire che gli altri divenissero troppo potenti. Cercarono di curare l’impero malato, quindi, ma non senza approfittare della sua debolezza. Tra la guerra di Crimea e la Grande Guerra la Turchia ottomana perdette il controllo di Creta, della Bosnia e della Erzegovina, dei principati di Moldavia e Valachia, della Bulgaria della Tripolitania e della Cirenaica, dell’Albania. E dovette permettere che una sorta di Fondo monetario internazionale – il «Consiglio per l’amministrazione del debito pubblico» – divenisse di fatto il tesoriere dell’impero. Bernard Lewis ricorda che nel 1911 «il personale alle dipendenze del Consiglio ammontava a 8.931 unità, più di quante non ne avesse lo stesso ministero delle Finanze ottomano». Il declino politico ebbe per naturale conseguenza il declino economico. Nei due secoli della sua lunga agonia la maggiore potenza musulmana rimase ai margini delle grandi rivoluzioni agricole e industriali che trasformarono allora l’economia europea.

Ma una parte della classe dirigente turca cercò di frenare il declino e sperò di salvare l’impero prendendo a prestito dall’Occidente tutto ciò che lo aveva reso dinamico e potente: le istituzioni politiche, le forze armate, le scuole, le imprese, le banche. In un piccolo libro intitolato Il mondo e l’Occidente, Arnold Toynbee scrisse che il primo modernizzatore dell’Impero Ottomano fu Mohammed Alì Pascià, governatore dell’Egitto dal 1805 al 1848 e capostipite di una dinastia che si estinse con la detronizzazione di Faruk nel 1952. Per molti aspetti Mohammed Alì fu il prototipo di una lingua sequenza di modernizzatori, spesso militari, che cercarono di curare il grande malato dell’Islam con una massiccia terapia occidentale. Tali furono certamente i “giovani turchi” del Comitato Unione e Progresso che insorsero contro il sultano Abdul Hamid nel luglio del 1908 e lo costrinsero a restaurare la costituzione che egli stesso aveva proclamato all’inizio del suo regno. Da quel piccolo gruppo di ufficiali laici e massoni, spesso educati nelle accademie militari europee, emerse alla fine della Grande Guerra Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna, e da lui discendono tutti i “colonnelli” che hanno governato i Paesi islamici dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale: Reza Khan in Iran, Nasser e Sadat in Egitto, Kassem e Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, Amin el-Hafez e Hafez al Assad in Siria.

Dall’Occidente ciascuno di essi prende a prestito ciò che maggiormente gli conviene: istituzioni autoritarie, addestramento militare, organizzazione delle masse e, per meglio asservire le energie popolari al disegno modernizzatore del leader, l’ideologia dello Stato nazionale. L’Europa favorisce questo processo. Quando si spartiscono le spoglie dell’Impero Ottomano, le potenze occidentali creano entità territoriali che acquisteranno col passare del tempo una crescente identità nazionale. Anche in Medio Oriente, coem in Europa, la nazione non è una realtà naturale. E’ un edificio costruito con materiali diversi: le ambizioni di un leader, la lunga convivenza delle popolazioni all’interno di una stessa cornice amministrativa, le guerre civili, le esperienze comuni, le grandi crisi, i conflitti territoriali con i Paesi vicini, il patriottismo insegnato nelle scuole, l’uso del passato per meglio “retrodatare” la nascita della nazione. L’Aida che Giuseppe Verdi compone per il khedivé Ismail in occasione delle grandi celebrazioni per l’apertura del canale di Suez, è, per l’Egitto moderno, una sorta di chanson des gestes. Reza Pahlevi celebra con feste sfarzose, verso la fine del suo regno, le antiche glorie dell’impero persiano. Saddam Hussein rivendica l’eredità dei due grandi imperi, assiro e babilonese, che hanno dominato la Mesopotamia prima dell’era cristiana. Alla fine della Grande Guerra, quindi, i Paesi musulmani del Medio Oriente si accingevano a diventare nazioni percorrendo la strada che era stata percorsa nei secoli precedenti dagli Stati europei.

Ma le condizioni erano alquanto diverse. Mentre gli europei litigavano fra di loro senza subire interferenze esterne, gli Stati mediorientali furono continuamente soggetti alle interferenze delle potenze occidentali. Il loro regime politico fu modellato su quello dei loro protettori europei: monarchie nei Paesi controllati dalla Gran Bretagna, repubbliche nei Paesi controllati dalla Francia. Il Libano ebbe una costituzione scritta a Parigi che garantiva un certo equilibrio fra le popolazioni cristiane e musulmane. La Transgiordania (così si chiamò sino al giugno 1949 il regno hascemita di Amman) ebbe un esercito inquadrato da ufficiali inglesi e, in particolare, una Legione Araba comandata da Sir John Glubb, più noto nella regione come Glubb Pascià. Non basta. Anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale le vecchie potenze protettrici non permisero agli Stati arabi ciò che in altri tempi avevano permesso a se stesse. Mentre l’Italia confiscò i beni ecclesiastici dopo la costituzione del Regno senza correre il rischio di essere invasa dalle potenze cattoliche, Nasser non poté nazionalizzare il canale di Suez senza esporre l’Egitto all’invasione di una spedizione anglo-francese. Mentre la Prussia poté impadronirsi dell’Alsazia, nel 1870, senza suscitare le reazioni della Gran Bretagna, Saddam hussein non poté conquistare il Kuwait senza suscitare quelle dell’America e dei suoi alleati.

Molte di queste interferenze erano motivate da interessi materiali (il petrolio), politici e strategici (il canale, il controllo del Golfo Persico, la necessità di contrastare l’influenza dell’Unione Sovietica nella regione) e da una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica occidentale, dopo la fine della guerra fredda, per brutali manifestazioni di potere come l’occupazione irachena del Kuwait. In un caso, tuttavia, l’interferenza fu il frutto delle circostanze piuttosto che della deliberata politica delle potenze europee. Lo stato di Israele non fu voluto dai vincitori della Seconda guerra mondiale. Divenne inevitabile quando le persecuzioni naziste convinsero una parte dell’ebraismo europeo a ingrossare le colonie sioniste che si erano installate in Palestina tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Ma la nascita di uno Stato europeo nel mezzo del mondo musulmano in un momento storico in cui tutti proclamavano le virtù della decolonizzazione fu percepita come un’intollerabile forma di doppiezza occidentale. Ed ebbe, con altre interferenze, l’effetto di screditare i governi locali moderati, offrire buoni argomenti alle fazioni più nazionaliste e soprattutto rafforzare l’opposizione religiosa ai movimenti modernizzatori.

I primi movimenti religiosi radicali appaiono verso la fine del Settecento e si moltiplicano nel corso dell’Ottocento: i wahhabbiti nella penisola araba, i senussiti in Cirenaica, i dervisci progressivamente in tutti i territori dell’Impero. Wahhabbiti e dervisci, osserva Bernard Lewis, «costituivano una forma di protesta contro quello che era considerato come un processo di decadenza dell’Islam – l’allontanarsi dalla originaria purezza della fede – , ma entrambi finirono inevitabilmente per rivolgersi contro la presenza straniera nel Medio Oriente». Modernizzazione e fondamentalismo religioso, quindi, sono fenomeni complementari. Quanto più la società musulmana adotta, per meglio rinnovarsi, i modelli dell’Occidente, tanto più si allontana dalla “purezza della fede”.

Quanto più diventa moderna e laica, tanto più suscita l’opposizione delle fazioni religiose radicali. Il primo movimento politico ispirato a questi principi è l’Associazione dei fratelli musulmani, fondata in Egitto nel 1928 e divenuta da allora modello di altri gruppi sorti nel secondo dopoguerra. I bersagli dell’integralismo religioso sono anzitutto i leader di quella parte dell’Islam che ha buoni rapporti con l’Occidente e ne accetta i modelli: Abdullah, re di Giordania e nonno di Hussein, pugnalato di fronte alla moschea di Gerusalemme nel luglio 1951; Sadat, presidente egiziano, ucciso durante una parata nell’ottobre 1981; Mohammed Boudiaf, presidente dell’Algeria, assassinato nel giugno 1992. Vale forse la pena di ricordare che “assassino” fu nel Medioevo il nome dei membri di una setta islamica che colpiva le sue vittime – sovrani leader religiosi, funzionari pubblici, militari – con un colpo di pugnale.

Le grandi crisi del mondo arabo musulmano – i conflitti con Israele e le guerre civili in Libano, Sudan, Yemen – ingrossano le file del movimento religioso. Ma l’evento che maggiormente contribuisce alla sua diffusione in Medio Oriente è la rivoluzione iraniana del 1979. Quando lo Scià fugge da Teheran nel gennaio di quell’anno e il potere cade nelle mani di un leader spirituale, l’ayatollah Khomeini, nasce nella regione una teocrazia a cui l’Islam radicale può guardare con gli stessi occhi con cui il socialismo rivoluzionario guardò alla Russia sovietica dopo la Rivoluzione d’ottobre. Dal 1979 il fondamentalismo ha una patria che conferisce concretezza alle sue speranze e finanzia, in alcuni casi, le sue operazioni. Con la rivoluzione iraniana la protesta politica, soprattutto in Palestina, assume un carattere religioso. Prima del 1979 il terrorista era un guerrigliero, audace ma deciso, per quanto possibile, a non morire. Dopo il 1979 è un martire che, come gli “assassini” del Medioevo, si serve, per meglio uccidere, della propria vita. Il terrorismo di Al Fatah, l’organizzazione di Arafat, era “laico”; il terrorismo degli hezbollah e di Hamas (le due organizzazioni che operano fra Libano e Palestina) è religioso.

Elenco documenti