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'La religione nel mercato' e il 'mercato nella religione'.

di Raimondo Cubeddu

Una delle critiche più frequenti e condivise al mercato è che manca di 'eticità'. Di qui il rigoglioso ed apparentemente incontenibile sorgere e diffondersi con apparente successo di espressioni, come 'etica degli affari', 'finanza etica', 'etica economica', 'banca etica', etc. Coloro i quali gliela rivolgono sostengono anche che se il 'processo di mercato' e la concorrenza fossero sottoposte a 'valori etici' o li recepissero in misura maggiore di quanto comunemente si ritiene avvenga, molti dei suoi inconvenienti, o dei suoi 'esiti indesiderati' non si registrerebbero o diminuirebbero. 
I fautori del mercato, ed in specie gli 'Austriaci', sostengono, al contrario, che, come nel caso di ogni altro tipo di attività umana (comprese quelle aventi finalità 'etiche') tali esiti 'indesiderati' sono comunque inevitabili perché connessi alla situazione di conoscenza limitata, dispersa, e di tempo scarso, che contraddistingue ogni tipo di azione e quindi anche di coloro i quali, consumatori o produttori di beni e di servizi, agiscono nel mercato. Ed è tale circostanza, che non può essere superata ispirandosi a codici etici, a produrre, altrettanto involontariamente ed inevitabilmente, risultati che non potranno mai essere valutati nello stesso modo da tutti gli individui che partecipano (attivamente o passivamente) al processo della 'catallassi' (vale a dire al sistema dei reciproci scambi in condizione di non coercizione). Per costoro, il 'processo di mercato' non è che 'un sistema di trasmissione di informazioni tramite prezzi' che indicano quale sia, in un dato momento, il gradimento, o il bisogno, di beni e di servizi. Di queste informazioni gli individui possono fare l'uso che ritengono soggettivamente più opportuno per risolvere problemi individuali o sociali. Tuttavia, è anche possibile considerare tali informazioni, e le regole che vigono nel sistema della catallassi, come strumenti per avanzare previsioni sulla realizzabilità delle aspettative soggettive e sui loro costi. 
Quali siano, o debbano essere, tali aspettative non viene specificato dai fautori del mercato. Ma non si tratta di una dimenticanza o di un limite. Per costoro, anzi, questa circostanza costituisce la riprova della superiorità del mercato rispetto a tutte le altre istituzioni sociali che si propongono di soddisfare le aspettative individuali o sociali. La loro preferenza per la catallassi è infatti dovuta al fatto che essa consente di fare questo 'calcolo' indipendentemente dalla 'natura' e dal 'fine' delle aspettative e dal fatto che essa, tra quelli che escludono l'uso della coercizione, è il sistema migliore di 'composizione' delle aspettative che nascono in una situazione di scarsità. 
In realtà, i teorici della 'catallassi' si spingono anche oltre e sostengono che tutte le istituzioni sociali (linguaggio, diritto, cultura, stato, mercato, religione, etc.) non sono altro che degli insiemi di regole, o dei tentativi di 'produrre certezza', in merito alla realizzabilità e ai costi delle aspettative individuali e sociali. Tali teorici, per di più, sostengono anche che un altro dei pregi del mercato è rappresentato dal fatto che esso è decisamente lasco in merito alle aspettative, che non tende a selezionarle sulla base di un insieme di valori che sta sopra il mercato, e che riesce a produrre 'ordine e prevedibilità' pure in una simile situazione e, per di più, senza presupporre che tutti gli individui che vi partecipano siano intelligenti, onesti, razionali o virtuosi. Esso, in realtà, presupporrebbe soltanto che coloro i quali si accingono a partecipare ad uno dei tanti segmenti entro i quali avviene lo scambio agiscano sulla base di un interesse individuale (anche se malamente inteso) e abbiano consapevolezza del fatto che gli obiettivi che si propongono possono essere raggiunti soltanto scambiando con altri individui. Gli obiettivi per il cui raggiungimento non è necessario scambiare con altri, o che non hanno conseguenze su altri individui (ammesso che ne esistano), non rientrano nella pur vasta area che si indica come 'mercato'. Altra condizione, della quale ognuno può rendersi conto fin dalla più tenera età, è rappresentata dal fatto che nel mercato non conviene dire sempre bugie, disattendere le promesse, o appropriarsi di beni (o ottenere comportamenti) tramite la frode o la violenza. Beninteso nessuno si spinge fino a sostenere che questo, qualche volta, non possa essere fatto, e che non abbia anche dei vantaggi immediati (più o meno cospicui). Ma tutti sanno che quando si ha a che fare con individui conosciuti per tali caratteristiche (e il sistema di informazioni consente facilmente di farlo) ci si deve cautelare in modo tale da rendere loro assai costoso il perpetuare tali comportamenti. Questa possibilità di cautelarsi meglio se si possiede di una maggiore quantità e di una migliore qualità di informazioni vale tuttavia in ogni campo dell'attività umana. Tali cautele, dette anche 'costi di transazione negativi', possono, ad esempio, consistere in un richiesta di caparre più alte di quelle consuetudinarie, nel rifiuto di intrattenere rapporti di scambio, in una disapprovazione sociale che limita i rapporti di tali individui. Se l'individuo o il gruppo di individui che agiscono abitualmente in questo modo non riescono a disporre di una forza tale da costringere gli altri individui ad aver relazioni (nel senso più ampio) con loro, e quindi a scambi in condizione di non reciproca libertà, tali comportamenti si rivelano assai controproducenti. 
Ma questo, come si suole dire, è un altro discorso. Anche se riguarda l'abituale comportamento dello 'stato': ovvero di quell'istituzione che si dovrebbe giustificare solo in quanto fornisce garanzie circa la salvaguardia dei diritti individuali (vita, libertà e proprietà).
Ciò che è invece più interessante mettere in luce è se è vero che la 'logica comportamentale', ovvero la 'teoria dell'azione umana' che fa da base alla teoria del mercato, sia universalizzabile. In altre parole, se è vero che in tutte le sfere nelle quali si articola il comportamento umano, vige la regola che le istituzioni sociali che servono a 'produrre certezza'. 
Lo scettico e disincantato fautore del mercato (e molti, ad iniziare dall''empio' Mandeville autore della Favola delle api, lo erano) non avrebbe dubbi a rispondere positivamente. E siccome i suoi moderni teorici hanno recepito anche l'epistemologia di Popper, secondo la quale per criticare una tesi sarebbe meglio sottoporla a critiche ispirate alla teoria concorrente che viene ritenuta la più forte e la più distante, proviamo a vedere se questa congettura funziona anche nel campo della religione, ed in particolare di quella cristiana dalla quale sono venute, e provengono, le critiche più aspre nei confronti del mercato. Naturalmente con la consapevolezza del fatto che, se anche dovesse resistere ai tentativi di falsificazione, ciò non significherebbe che è una congettura vera, ma soltanto che, per il momento, non è possibile affermare che ce ne sono migliori.
In questo caso, la tesi dei fautori del mercato potrebbe essere così sintetizzata: la religione è un insieme di verità rivelate e di regole che indicano a coloro che non sanno cosa sia il 'bene', o che vogliono raggiungere il paradiso o la vita eterna, come comportarsi per raggiungere il fine. Pure in questa circostanza, come è risaputo, non è necessario che gli individui siano onniscienti, virtuosi, o buoni; anzi, è proprio la loro consapevolezza di una situazione ritenuta 'indesiderabile' che li induce a tentare di migliorarsi e a vivere osservando regole che, se messe in pratica, possono consentire di avanzare previsioni in merito al raggiungimento di un fine che, anche in questo caso, può essere individuale o sociale. Premesso che, analogamente a quanto avviene nel mercato, anche in questo caso il fine non può essere raggiunto con la violenza, o togliendo dalla circolazione (e non è importante soffermarsi con quali modalità) coloro i quali ne ostacolano (per ragioni sulle quali non vale la pena di indagare) il raggiungimento (ad esempio inducendo in tentazione, allettando con vizi, etc.), è abbastanza evidente che anche in questo caso per raggiungere il fine occorre seguire delle regole. In altre parole, l'istituzione sociale detta 'religione' è un complesso gerarchicamente organizzato di regole di comportamento che, se osservate, sono in grado di fornire indicazioni attendibili in merito al raggiungimento di un fine (conoscenza del 'bene', vita eterna, paradiso), e ai relativi costi (vivere secondo le regole di una religione può infatti imporre, o suggerire, la rinuncia a certi comportamenti, beni, soddisfacimento di certi bisogni). Se si sa che l'osservanza di tali regole fornisce sufficienti garanzie in merito al raggiungimento del fine, anche i costi (vita secondo le regole) potranno essere sopportati più facilmente. 
Da questo punto di vista, in definitiva, anche la religione (o l'etica) è un insieme di regole (che derivano da una mente sicuramente superiore a quell'insieme di conoscenze disperse e limitate che caratterizza il comportamento del mercato) che tuttavia, come le regole che caratterizzano il mercato, ha il fine di fornire indicazioni su come realizzare delle aspettative individuali e sociali, e sui loro costi. Benché nel caso della religione la possibilità di sapere se il comportamento individuale sia stato 'adeguato allo scopo' sia più aleatorio e giunga comunque 'fuori tempo massimo', l'analogia col 'processo di mercato' è sorprendente. Anche qui individui che vogliono passare da una situazione ritenuta insoddisfacente ad una che si immaginano più soddisfacente, preferiscono un bene futuro ad uno presente, conoscenza limitata, vizi, virtù, finalità individuali o sociali, regole, incertezza sul raggiungimento del fine. In questo caso, anzi, come si è detto, l'eventuale certezza si avrebbe in un momento in cui non sarebbe neanche possibile ritentarci facendo tesoro delle esperienze cumulate; e dunque è maggiore.
Per affrontare seriamente il problema è però bene partire dalla constatazione che la ricerca della regole migliori è data dalla circostanza che tanto per il soddisfacimento di bisogni e per la realizzazione di finalità mondane, quanto per 'salvare l'anima', si ha a disposizione un tempo limitato e imprecisato che, se si vuole conseguire il fine, non è il caso di sprecare seguendo vie che sono note come sbagliate o dagli esiti incerti. I legittimi tentativi di migliorarle, o di seguire vie parzialmente o radicalmente nuove, sono legati al tempo che si crede di avere a disposizione e comunque al desiderio di ottenere un risultato che sia migliore di quello che già si conosce. Le regole del mercato, come la virtù, i Dieci comandamenti, le vite dei 'santi', etc. (sia pure come fonti normative collocate in diverse posizioni della gerarchia), possono essere considerate come esempi affidabili: che hanno dato prova di funzionare per il conseguimento delle finalità individuali (soddisfacimento di bisogni, raggiungimento della vita eterna, salvezza dell'anima, paradiso, conoscenza del 'bene', etc.).
Per raggiungere il fine (conoscenza del 'bene', vita eterna, paradiso, etc.), in definitiva, la religione e l'etica non sono altro che sistemi di regole che hanno la funzione di tentare di 'produrre certezza'. Anche qui, pertanto, si ha un''incertezza iniziale', un fine, e delle regole che vengono ritenute tanto più valide quanto più forniscono garanzie in merito alla soluzione del problema di partenza (incertezza su qualcosa). Ma si hanno anche religioni, o sistemi di valori, in concorrenza tra di loro al fine di accreditarsi come la migliore soluzione dell'incertezza iniziale, e, in questo caso, 'esistenziale'. Inoltre, come esiste una 'concorrenza' tra le religioni, così pure, all'interno di una singola religione, esiste una concorrenza tra tradizioni religiose. Ad esempio, alcuni possono pensare che la via indicata da San Francesco sia preferibile a quella indicata da Sant'Ignazio; che la via della mistica o dell'isolarsi dal mondo, sia preferibile a quella di mischiarsi al mondo per portarvi, o per testimoniarvi, la parola di Dio, etc. Anche in questo caso, come nel mercato, ognuno, senza far violenza ad altri, potrà scegliere la via migliore. 
Tuttavia, è anche possibile immaginare una concorrenza tra tradizioni che si fonda sull'uso di 'testimonials' come avviene nel campo della pubblicità. In tal caso, per quanto il paragone possa apparire blasfemo, la logica è, purtroppo, analoga a quella del mercato. 
Prendiamo il caso dei 'santi' e dei 'beati'. Anche qui abbiamo degli esempi che si ritiene abbiano funzionato (ovviamente al fine di raggiungere la vita eterna), che sono additati come modelli, e che sono imitati da coloro che si propongono di raggiungere il medesimo obiettivo. Alcuni riscuotono o ispirano (per motivi che non è il caso di indagare, ma che non sono diversi da quelli del mercato) maggiore fiducia di altri: o perché sono sul mercato da tanto tempo (ed in tal caso si potrebbe fare il paragone con quelle regole di comportamento che vengono seguite perché se esistono da tanto tempo vorrà pur dire che sono delle 'buone regole'), o perché il seguirle si ritiene fornisca sufficienti garanzie di raggiungere il fine. Si tratterebbe in definitiva, di un caso non molto diverso da quelle regole che vengono seguite, o da quei marchi che vengono acquistati perché sulla base dell'informazione posseduta, o dell'esperienza, funzionano e 'ci siamo trovati bene'. Inoltre, come avviene nel campo delle regole o del commercio, anche i 'santi' e i 'beati' vengono abbandonati perché, per quanto l'incertezza sia rimasta costante ed inalterata, non vengono più ritenuti in grado di soddisfare aspettative che nel frattempo sono cambiate. Ed ecco che, come nel mercato appaiono nuovi prodotti, così tramonta il prestigio di vecchi 'santi' e 'beati' e se ne impongono di nuovi che sono ritenuti (magari erroneamente) più idonei a soddisfare esigenze mutate o nuove. La storia della chiesa, senza pensare al caso di santi dei quali (in generale) non si ricorda altro che il nome, è piena di santi -ad esempio, San Domenico- che, pur importantissimi, non hanno più la popolarità di una volta. Anche in questo caso, abbiamo delle mode che sono del tutto indipendenti dalla validità del prodotto. San Domenico, ad esempio, rimane un 'grande' santo anche se oggi è meno popolare di una volta. E abbiamo anche santi che, come alcune specialità merceologiche, sono universali, ed altri che sono locali o 'di nicchia'.
Per di più, come avviene quando seguiamo una regola per risolvere un problema specifico, o quando ci si rivolge allo specialista di un servizio (artigiano, avvocato, dentista, etc.), anche in questo caso per risolvere problemi specifici, o per soddisfare 'aspettative' particolari, ci si rivolge ad un santo specifico anziché ad uno generico. Alcuni santi, infatti, sono specializzati nel risolvere problemi particolari ed altri sono generici. Del tutto analogamente, alcune regole sono universali ed altre sono migliori per risolvere casi specifici. Tutti e tutte, comunque, sono degli esempi, o delle regole, che, sulla base della nostra fallibile esperienza, cerchiamo di imitare e di seguire se vogliamo risolvere problemi particolari. 
Inoltre, come cambia la sensibilità dei tempi, così cambia il prestigio dei santi al fine di soddisfare aspettative o di produrre certezza (l'imitazione della vita di uno di essi, ed esempio, ci può fornire indicazioni che riteniamo attendibili per raggiungere la vita eterna). Tali processi imitativi, a loro volta, sono legati non solo alla fiducia che viene riposta in loro al fine di soddisfare un'aspettativa soggettiva: miracoli, grazie, etc., ma anche al fatto che li conosciamo e che per svariati motivi riponiamo fiducia in essi. Una persona che non riesce a risolvere un problema (ed esempio ottenere una grazia da un santo o da un beato) se viene a conoscenza dell'esistenza di un altro santo o beato che ha dato prove migliori, o che prima non conosceva, può cambiare santo e rivolgersi ad esso. Oppure ci si può rivolgere a più santi contemporaneamente per lo stesso problema. E' noto che individui che non riescono ad ottenere una grazia, o a risolvere un problema, si rivolgono ad un santo o si recano in pellegrinaggio in diversi luoghi di culto, e rimangono affezionati, cambiando talora la preferenza iniziale, a quello che maggiormente li soddisfa (anche se non risolve il loro problema specifico). Alcuni santi o beati, inoltre, scompaiono dall'immaginario collettivo perché si erano 'specializzati' nella soluzione di problemi che non vengono più sentiti, come avviene nel caso di santi protettori di categorie di lavoratori che non esistono più.
In maniera del tutto analoga, produttori di beni e di servizi scompaiono dal mercato perché i loro prodotti o servizi non sono più richiesti o perché si ritiene che nuovi prodotti soddisfino le aspettative meglio di quanto non le soddisfacessero i vecchi.
Si può quindi considerare la religione come un'istituzione sociale che ha la funzione di soddisfare aspettative (e se non riesce a soddisfarle viene abbandonata e sostituita da un'altra reputata, magari erroneamente, più soddisfacente) e di 'produrre certezza' e, pur restando immutata nei suoi principi generali, offre dei 'prodotti' che sono soggette al cambiamento del gusto del consumatore in maniera analoga a quanto avviene nel mercato. Pure in questo caso, inoltre, valgono le condizioni di informazione, e chi non riesce a soddisfare le aspettative o chi si specializza in prodotti che non vengono più ritenuti adeguati alle esigenze, esce dal mercato, perché anche quello della 'produzione della certezza' è un mercato concorrenziale che risente del mutare dei gusti e delle esigenze dei 'consumatori di certezza': ovvero di quel particolare tipo di 'certezza' che ha per oggetto la vita eterna, il paradiso, la conoscenza del 'bene', etc. Inoltre, anche in questo caso, la fiducia nel prodotto o nel servizio come mezzo per soddisfare un''aspettativa' o per 'produrre certezza', non sempre dipende dal fatto che il consumatore o il produttore siano individui 'virtuosi'. Ci sono infatti santi che godono di un grande prestigio per quanto non si conosce se abbiano sempre avuto una condotta di vita definibile come virtuosa, etica o santa. Il loro prestigio in quello che si potrebbe chiamare il 'mercato della salvezza', infatti, non dipende dai loro 'trascorsi di vita', ma dalla circostanza che, per svariati motivi, sono ritenuti in grado di soddisfare 'aspettative soggettive' ad esempio, 'grazie'). E, se questo avviene, a nessuno verrebbe in mente di pensare che, poiché hanno avuto non imitabili 'trascorsi', non ci si possa rivolgere a loro con fiducia per risolvere un problema particolare nel quale sappiamo, o crediamo di sapere, sono specializzati e bravi.
Viene dunque da concludere che la differenza tra il mercato e la religione non è poi tanta, e che è anche vero che entrambi si occupano di 'produrre certezza' essendo, in questa attività, soggetti alla concorrenza, a regole analoghe e agli stessi rischi connessi al mutare del gusto del consumatore o delle aspettative individuali e sociali. Ambedue, inoltre, sono soggetti a degli errori e, come tutte le istituzioni sociali, non sono perfetti: nel senso che la certezza non sempre riescono a produrla. 
Nel caso della religione, anche se si seguono senza sbagliare le regole o gli esempi migliori, la 'certezza' si raggiungerà in una situazione priva di tempo; nel caso del mercato è invece possibile tanto fare tesoro (come nella religione) delle esperienze altrui che hanno funzionato, quanto non raggiungere i nostri fini. Comunque, nell'un caso e nell'altro, gli individui agiscono per migliorare la loro situazione (di sostanziale scarsità ed ignoranza) attribuendo maggiore credito a quelle regole (tra loro sovente in concorrenza) che hanno dato prova di funzionare meglio: vale a dire a quelle regole seguendo le quali, per la nostra fallibile esperienza e cultura, speriamo di incorrere nel minor numero di conseguenze indesiderate. Conseguenze indesiderate che, si badi bene, non è che manchino qualora una persona decida di abbracciare una delle possibili vie per 'salvare l'anima'. Anche in questo caso, possiamo registrare, in maniera del tutto analoga a quanto avviene nel mercato, che talune aspettative individuali, per quanto legittime, giuste ed anche etiche, possono non realizzarsi. Basti pensare, tanto per fare degli esempi, alle aspettative frustrate dei figli o dei parenti di una persona che è convinto che per avere maggiori possibilità di salvare l'anima sia opportuno devolvere il proprio patrimonio ai poveri; il tempo che si dedica a Dio o alle preghiere può essere tolto ai figli che potrebbero risentirsene; e un fidanzato che scegliesse la via del sacerdozio non consentirebbe alla sua fidanzata di realizzare una legittima aspettativa matrimoniale. In questi casi si può forse dire che la 'bonta' del fine non è bastata ad eliminare le conseguenze indesiderate, oppure che connettere i fini a valori etico-religiosi farà diminuire le delusioni delle aspettative legittime?
Si potrebbe in verità osservare che le 'finalità' e la 'natura' delle due istituzioni sono diverse. Ma si potrebbe anche rispondere che non si è voluto far altro che confrontare due istituzioni sociali allo scopo di vedere se, qualora esso sia quello di 'produrre certezza', le 'regole' atte a conseguire tale scopo consentano di raggiungerlo secondo modalità diverse e, in caso affermativo, quale di esse sia la migliore. In realtà, se è vero che il 'processo di mercato' non è la via per raggiungere la vita eterna, è anche vero che non tutti possono intendere quest'ultima come il fine più alto. Il mercato, in definitiva, e come le altre istituzioni sociali, non è altro che un insieme di regole le quali, se osservate, consentono di raggiungere fini e di fare previsioni (le quali, ovviamente, non potranno mai essere complete e certe) sulle conseguenze che ciò potrà avere. Il fatto che alcune di queste istituzioni non siano state coscientemente progettate da qualcuno, e che altre invece lo siano state, non significa di per se stesso che le seconde siano superiori alle prime. E questo per il fatto che, entrambe sono dei tentativi per risolvere un'originaria ed ineludibile condizione di incertezza tramite varie modalità di 'scambio di informazioni'. Le conseguenze indesiderate, da questo punto di vista, non sono altro che l'indice del loro grado di imperfezione, un'imperfezione che, comunque, abbraccia tutto ciò che, sia esso prodotto di un 'disegno', sia di una 'evoluzione culturale spontanea', è umano. 
Nei due casi del mercato e della religione, inoltre, si registra un'altra singolare analogia. Le regole nascono spontaneamente dai processi di scambio e dalla selezione tra quelle che hanno dato prova di funzionare meglio (ridurre le conseguenze indesiderate) e di essere applicabili al maggior numero di casi. Naturalmente il processo per giungere a tali regole, e per far si che esse siano conosciute ed applicate, è un processo lungo e talora costoso (gli 'Austriaci' ritengono comunque che sia quello più rapido e meno coercitivo). Il bello è che se anche noi disponessimo di una fonte certa e perfetta di norme per raggiungere un fine di qualsiasi tipo, sarebbero comunque necessari del tempo e dei costi, per interpretare e trasmettere l'insieme di informazioni ad esso relative. E si porrebbe anche il problema di rendere accessibile il messaggio: dunque tutta una serie di problemi per nulla dissimili da quelli che avvengono nel processo di mercato dove non sempre, e talora soltanto in relazione alla conoscenza posseduta, gli agenti sono in grado di distinguere le informazioni vere da quelle false. Una difficoltà che produce, come è noto, un gran numero di conseguenze indesiderate.


Tuttavia, e per concludere, si potrebbe anche osservare che nel caso delle suppliche rivolte ai santi esse sono essenzialmente di due tipi diversi. Uno consiste nella preghiera di accelerare un processo naturale o il realizzarsi di un'aspettativa legittima. L'altro consiste nell'invocazione di un 'miracolo', vale a dire di qualcosa che non rientra strettamente in quello che, per la conoscenza posseduta dal supplicante, è l'ordine naturale e consueto di svolgimento dei fenomeni. Da questo punto di vista, più che alla dinamica del mercato, il rivolgersi ad un santo per implorare una grazia o un miracolo, sembra avere molta più affinità con il cattivo costume di rivolgersi ad un 'politico' per ottenere l'accelerazione di un provvedimento amministrativo, o per aggirare le leggi (o le norme) che regolano lo svolgimento delle dinamiche sociali o amministrative. Per quanto l'affinità non possa certamente considerarsi più lusinghiera, anche in questo caso si tratta comunque di un rapporto tra individui dotati di conoscenze limitate e fallibili i quali si rivolgono a istituzioni per cercare di soddisfare aspettative soggettive più o meno legittime. L''eticità' delle medesime è, anche in questa circostanza, irrilevante rispetto al fatto che gli individui ritengono che la persona a cui si rivolgono sia capace di soddisfarle, e la fiducia che in tale persona viene riposta non dipende dal fatto che ciò che si chiede sia conforme alle regole, ma dal fatto che le aspettative vengano soddisfatte. Ciò che apre un altro tipo di problemi circa il rapporto tra individui e istituzioni, e che induce a ritenere che la fiducia che viene riposta in esse non sempre dipenda dal fatto che esse agiscono conformemente alle regole.

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