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Ma di quale Popper e di quale democrazia stiamo parlando?

Per il filosofo contava solo la libertà di sostituire un governo

 di Giancarlo Bosetti

Isolato e senza giornali nei giorni cruciali dei fatti, quando ho saputo che Pera, al meeting di CL, si era scagliato con Popper contro il «tic di Platone», per un momento, in mancanza di più precise informazioni, ho immaginato che fosse andato a mettere in guardia quei ragazzi contro una loro debolezza. I giovani di Comunione e Liberazione, se li conosco un po' , Platone lo adorano (di per sé e poi attraverso Origene, Agostino, Anselmo) come si capiva anche dal titolo che avevano dato alla loro festa: "Senso del bello e senso dello Stato". I ciellini, checché si pensi di loro, sono dei forti consumatori di filosofia e teologia, leggono molto, hanno sicuramente imparato dai libri di Giovanni Reale, che sono anche tra le letture preferite del Pontefice, che il Bello è una manifestazione del Bene, e che il Bene coincide con l' Essere e con il Vero, e poi ancora che la conoscenza della Verità, secondo il grande ateniese, dovrebbe guidare la mano ai timonieri della politica. Anche l' ultima enciclica, la Fides et Ratio, che pure rivela le predilezioni aristoteliche del Papa, tributa il doveroso omaggio all' eredità platonica, che è stata ampiamente messa a frutto contra haereticos. Invece niente di tutto questo. Visti tutti i testi del dossier, ho constatato che il discorso del presidente del Senato non era una sottile messa a punto, da parte di un laico che si ispiri a un ultra-laico come Popper (che considera per altro le religioni una iattura), nei confronti di una platea confessionale, di credenti, di persone animate dalle certezze della fede, di una fede che si riverbera nella vita politica, dalla civitas Dei alla civitas terrena. No, ce l' aveva con Cofferati, con l' Ulivo, con la piazza, per via degli attacchi riservati dall' opposizione a lui, e non, mettiamo, al presidente della Camera, Casini, a proposito della sua condotta partigiana in difesa di Berlusconi e della legge Cirami. La discussione che ne è seguita ha risentito del mix tra politica e metafisica, con qualche conseguenza rischiosa, che spero si possa evitare, in sede di bilancio ideologico di questo agosto 2002. La prima e peggiore sarebbe quella che a causa dell' uso propagandistico fattone da Pera, gli oppositori di Pera si sentissero stimolati a gettare via la società aperta insieme ai processi di Berlusconi, il razionalismo critico insieme a Previti e Dell' Utri, la critica dello storicismo insieme agli arbitrii della maggioranza sul "legittimo sospetto", l' epistemologia del falsificazionismo insieme a Bossi: in altri termini, il bambino con l' acqua sporca. Che le due cose restino distinte, per amore di veritatis claritas. Se la compromissione assodata con il nazismo di Martin Heidegger non impedisce a Gianni Vattimo, e a tanti altri meno sottili di lui, di attingere alla sapienza del filosofo di Messkirch, non si vede come la professata affiliazione popperiana di Marcello Pera possa avere, retroattivamente, un effetto distruttivo sulla credibilità del maestro. Se è vera la prima affermazione (del che alcuni continuano a dubitare, dal momento che non fu, ehm ehm, retroazione) la seconda "fia picciol peso". E Vattimo non cerchi di approfittarne a favore del suo casato filosofico: "Voi popperiani, adepti di Pera~". Il secondo gran rischio da scongiurare è che passi per sufficiente e appagante la presentazione della filosofia politica di Popper fatta da Pera a Rimini. Eh no. Il filo rosso della critica del totalitarismo che l' autore della Società aperta fa cominciare con Platone è indiscutibilmente un tratto caratteristico del pensiero popperiano. Che poi Platone abbia tutte le colpe indicate da Popper è materia di discussione; Russell e Kelsen erano d' accordo come ha ricordato Dario Antiseri commentando l' intera faccenda sul Sole 24Ore; tanti altri non lo sono, come Gadamer, il quale pensava che Platone «faceva il comunista» e faceva uso di utopie solo per provocare, criticare, satireggiare il potere. Ma questo è un altro discorso, che ha l' aria di dover proseguire. Dove un punto fermo si può mettere rapidamente è sul no alla amputazione periana della società aperta e alla sua riduzione a povero moncherino antitotalitario. C' è dell' "altro", ed è un "altro" che Pera non dice, anche se ben lo conosce: accanto al "tic" di Platone Popper denunciava anche il "tic" populista, il "tic" monopolista, il "tic" della prepotenza, della dominanza, dei poteri invasivi e incontrollati. Ma quale "patto con gli elettori"? quale "mandato popolare"? Guai a parlare di quello che "il popolo vuole" in presenza di Popper. Tutte bugie, invenzioni, astuzie del potere per gabbare, controllare, manipolare. Quel che conta della democrazia è, per lui, solo la facoltà, la libertà concessa con le elezioni di cacciare, togliere, sostituire un governo. Questa facoltà è per lui il bene più prezioso e va tutelata attraverso un sistema di controlli di equilibri, di poteri e contropoteri. La libertà si misura, come sa chiunque avvicini i fondamenti dell' idea liberale, con la forza dell' opposizione non con la bontà del governo. Popper diffidava di ogni potere esorbitante, di ogni accumulo di potere di natura politica o economica, e metteva una particolare attenzione, a essere proprio precisi, alla pericolosità del potere mediatico dei tycoon, mettiamo, come Maxwell. Dahrendorf ha scritto sul pensiero di Popper pagine illuminanti, che Pera sicuramente conosce. La società aperta, per rimanere tale, deve essere un sistema di check and balance. La quintessenza della democrazia si poteva rappresentare secondo Popper non attraverso una qualche descrizione del contenuto del mandato elettorale, ma attraverso la descrizione del funzionamento dell' ostracismo dell' antica Atene, un metodo con il quale una minoranza qualificata - una minoranza, si badi bene - poteva liberarsi di chiunque le apparisse troppo potente, e senza alcuna specifica imputazione. Popper considerava la legislazione antitrust importante tanto quanto la libertà di stampa. A dimenticarsi di questo quando si fa una presentazione anche sommaria del pensiero politico del filosofo viennese, come ha fatto Pera a Rimini, si perde di vista la originalità e specificità della sua filosofia politica. Se poi la discussione viene rimessa sui suoi binari, non dispero di convincere Eugenio Scalfari che Karl Popper un posto nella storia del pensiero del Novecento se l' è guadagnato meritoriamente. E che il suo non è un caso di sopravvalutazione dovuta a mode.

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