Liberalismo e liberismo:
Carlo Antoni tra Croce e “gli amici della Mont Pélerin Society”
di Raimondo Cubeddu
1. Premessa.
Carlo Antoni fu il primo membro italiano della Mont Pèlerin Society e
partecipò alla vita della Società fin dalla sua fondazione nel 1947.[1]
La frequentazione della medesima lo mise in contatto con gli altri autorevoli
esponenti della rinascita della tradizione liberale. Riveste quindi un certo
interesse vedere se, e in che misura, tale frequentazione abbia influito sul
modo in cui egli intese quella polemica tipicamente italiana quale fu il
dibattito originato da Croce e da Einaudi sulla natura del liberalismo e del
liberismo.
Come è noto, la polemica ebbe
inizio nel 1927[2] e
caratterizzò per decenni la vita della tradizione liberale italiana logorandola
in una disputa interminabile. Almeno una generazione di liberali fu così
assorbita dalla ricerca di giustificazioni teoriche e storiche a favore
dell’una o dell’altra posizione; circostanza che, molto spesso, le impedì di
volgere lo sguardo a ciò che nel frattempo la tradizione liberale stava
elaborando. Tale dibattito ha così lasciato in eredità quel termine ‘liberismo’
(talora associato a ‘selvaggio’) che, oltre ad essere intraducibile nelle altre
lingue (neanche con market liberalism), è diventato nel linguaggio
comune sinonimo di gretto utilitarismo, di egoismo a-morale e di una concezione
del mercato come ‘legge della giungla’: una condizione di vita senza regole in
cui vince il più forte o il più furbo. Il campo d’azione degli a-morali free
riders. In altre parole, qualcosa di ben diverso da ciò che il mercato è
anche per i suoi teorici più radicali: gli anarco-capitalisti giusnaturalisti.
Prima di allora per ‘liberismo’
(termine che forse ha origine dalla traduzione di free-trade e di laissez-faire
e libre-échange, e probabile fusione di ‘libero-scambista’[3])
si intende la lotta contro i protezionismi di ogni tipo e quindi la
valorizzazione (se non l’esaltazione) dei vantaggi anche politici della libera
concorrenza. Tutti gli esponenti della tradizione liberale italiana –da Cavour
e Francesco Ferrara allo stesso Einaudi, passando per Pareto, de Viti de Marco,
e Pantaleoni– furono quindi ‘liberisti’. E quel che è doveroso notare, con
Schumpeter,
è che tale tradizione non fu certo marginale nella storia del liberalismo
europeo. Ma se è opportuno ricordare questo, lo è anche ricordare che il
particolare liberalismo di Croce è tale proprio perché egli vi immise una
spuria componente hegeliana, che porterà i suoi seguaci (non lui) a esaltare lo
stato inteso come il momento etico dello ‘spirito oggettivo’, e che pochi altri
pensatori liberali (non italiani) dei suoi tempi (e di quelli precedenti e
successivi) avevano pensato appartenente alla tradizione della filosofia
politica liberale.
Che tale inserimento potesse
rinvigorire la tradizione liberale è però dubbio, e gli esiti a cui esso portò
sono stati sterili e perniciosi. Se non si tenesse conto della situazione della
cultura italiana durante il fascismo, si potrebbe semmai notare che l’aver
dibattuto così a lungo su una distinzione che oggi appare incomprensibile ed
insostenibile, era anche l’esito del poco saggio abbandono della tradizione
liberale italiana. Infatti, sul finire degli anni Venti quei grandi liberali
italiani non solo erano scomparsi, ma quasi non se ne conservava memoria.
D’altra parte, erano anche gli anni in cui, e non soltanto in Italia, si
riteneva che il liberalismo (quello che oggi chiamiamo Liberalismo Classico)
avesse esaurito la sua funzione storica e la sua vitalità teorica
contemporaneamente all’affermarsi dei movimenti democratici, socialisti e
totalitari di massa, ed al connesso nascere ed imporsi del mito di una
pianificazione economica che avrebbe superato, non solo ‘eticamente’, ma anche
in efficienza, quell’economia di mercato che stentava non poco a riprendersi
dopo la crisi del 1929.
Se guardassimo la questione da
questo punto di vista, a Croce va indubbiamente riconosciuto d’essere riuscito
a tener in vita (anche a costo di un gravosissimo compromesso) il barlume di
una tradizione, mostrando come il germe della libertà potesse, se non altro
nello spirito e nella coscienza individuale, sopravvivere a qualsiasi avversità
storica. Ma se tale compromesso ‘può’ essere visto come strumentale e
temporaneo: destinato a consentire il superamento dell’emergenza, ciò che
appare ingiustificabile è il tentativo di difenderlo strenuamente anche quando
quelle contingenze erano ormai, e fortunatamente, alle spalle. Non a caso,
inseguendolo, il liberalismo italiano diventò politicamente insignificante.
Comunque, quali che fossero le
motivazioni di Croce: sinceramente sentite o strumentali, resta il fatto che il
focalizzarsi su tale distinzione impedì di cogliere ciò che nel frattempo il
liberalismo era diventato e di fare i conti con tale evoluzione. Più o meno a
partire da quegli stessi anni in cui iniziava il dibattito con Einaudi. Dal
punto di vista storico-teorico quest’atto di rinascita è rappresentato dalla
pubblicazione, nel 1922, del volume di Ludwig von Mises Die Gemeinwirtschaft: Untersuchungen über den
Sozialismus. È vero che pochi se
ne resero conto, ma ciò che è incomprensibile è l’insistere sulla distinzione
tra liberalismo e liberismo anche dopo il 1960, allorché i suoi
protagonisti principali erano scomparsi, e la pubblicazione dei volumi di Hayek,
The Constitution of Liberty, nel 1960, di Bruno Leoni, Freedom
and the Law, nel 1961, di James M. Buchanan e Gordon Tullock, The
Calculus of Consent, nel 1962, e di Milton Friedman, Capitalism and Freedom, nel 1962, aveva indirettamente messo in luce che quella disputa
era diventata anacronistica.
Finiva per fare il gioco soltanto delle ideologie e dei partiti politici
avversi al liberalismo.
Ma in che cosa consiste esattamente la differenza se Croce e i suoi
seguaci criticano l’ottimismo del laissez faire per contrapporgli, in
definitiva, nient’altro che una ‘religione della libertà’ ugualmente
fideistica?
Col
termine liberismo si intende abitualmente designare il momento del
soddisfacimento dei bisogni individuali, fondati sui diritti naturali della
tradizione lockeana, tramite la normale attività di scambio che avviene nel
mercato, e distinguerlo da un presunto momento diverso: il liberalismo,
inteso come più alto e nobile, che sarebbe quello della ricomposizione degli
interessi individuali entro la cornice dello stato inteso come il momento
etico-politico dell'attività umana. A distinguere i ‘liberali classici’ dai
‘liberisti’ potrebbe essere il fatto che mentre i primi ritengono che l'ordine
politico sia il risultato di un processo tendente a conciliare politicamente la
libertà individuale con l'esigenza di un insieme di norme di condotta
universalizzabili, i secondi credono invece che, non ponendo limiti
all'attività individuale, l'ordine e l’armonia possano emergere come esito di
un processo naturale. Si trattava, comunque, di un ottimismo che affondava le sue
radici in una visione provvidenzialistica della vicenda umana,[5]
che il liberalismo classico ha da tempo ridimensionato.
A ciò si aggiunga che mentre i
teorici della liberalizzazione dei traffici si rifacevano alla teoria economica
classica inglese, ai cosiddetti ‘cobdeani’, ‘manchesteriani’, e all'economista
francese Bastiat, i teorici del protezionismo, oltre che alle teorie di List,
si ispiravano alle teorie economiche della Scuola storica dell'economia tedesca.
In Italia si realizzò ben presto
una spaccatura tra economisti e uomini politici favorevoli alla libertà di
commercio, ed economisti e uomini politici favorevoli ad un interventismo
statale finalizzato a promuovere e a garantire lo sviluppo di un sistema
economico nazionale.[6]
Come è noto, in quegli stessi anni l'hegelismo ebbe una larga diffusione nella
cultura filosofica e politica italiana, e lo stato venne concepito non tanto
come il garante dei diritti individuali, ma come il portatore di specifici
valori etico-politici e come il promotore dello sviluppo sociale ed economico.[7]
Nella lotta contro questa
tendenza i cosiddetti ‘liberisti’ risultarono sconfitti. Non riuscirono ad
impedire che la prassi economico-politica dell'Italia unita si ispirasse al
modello tedesco, e che gran parte degli economisti italiani si ispirasse alle
idee del ‘germanismo economico’[8].
In
questo modo, quindi, coloro i quali erano più vicini e fedeli alla tradizione
del liberalismo anglosassone si trovarono addosso l'etichetta di ‘liberisti’,
mentre l'aggettivo ‘liberale’ ed il sostantivo ‘liberalismo’ iniziarono ad
essere appannaggio di coloro i quali credevano che l'economia dovesse essere
finalizzata al conseguimento di obiettivi etico-politici. Una credenza che
aveva poco a che vedere con la tradizione liberale. Liberismo divenne
così sinonimo di tecnica economica individuale, di homo œconomicus, di
momento dell'utile inteso come ‘edonismo’ (e ciò valeva non soltanto per la
scuola marginalistica inglese, ma, erroneamente, anche per la Scuola Austriaca)
e come momento del soddisfacimento dei bisogni e degli interessi individuali,
che doveva essere distinto e superato – un po' come avveniva nel passaggio
hegeliano dalla società civile allo stato[9]
– in un qualcosa di diverso come, appunto, lo stato. Il liberalismo, a
sua volta, divenne il momento della politica nella quale i ‘particolari’
interessi individuali (liberismo) venivano composti in una superiore unità
etica.
Da un altro punto di vista,
forse il principale, l'errore fu di non aver tenuto conto del fatto che il
mercato non è soltanto una tecnica di produzione dei beni che può essere
utilizzata ed applicata in contesti politico-istituzionali disparati, ma
un'istituzione sociale che si sviluppa in stretta connessione ad altre, e
che pertanto non può essere ritenuta indipendente dal contesto. Per fare un
esempio, la stessa definizione di ‘economico’ attribuita ad un ‘bisogno’ o ad
un ‘bene’ non è che una delle possibili ‘attribuzioni di valore’ connessa alla
conoscenza posseduta in quel momento dall’agente. Il problema, più in generale,
è quindi di teoria dell’informazione e della conoscenza: come dai bisogni
naturali, e comuni a tutti gli individui, sia possibile che
si sviluppino, senza una specifica volontà, ‘istituzioni culturali’ sempre più
complesse come il linguaggio, il diritto, lo stato, la religione, il denaro, il
mercato[10].
Croce è infatti il principale
responsabile di tale funesta distinzione alla quale i cosiddetti ‘liberisti’ si
sono purtroppo piegati, accettando di essere definiti tali.[11]
Ciò ha avuto come conseguenza quella di lasciare che il liberalismo diventasse
un’espressione a disposizione di quanti sostenevano dottrine economiche,
politiche e costituzionali che con la tradizione liberale classica avevano poco
o nulla in comune.
Nella polemica con
Pareto,
Croce, come è noto, lo invita a “calcolare” e a lasciare ad altri il compito di
occuparsi di politica. L'economia, anche la cosiddetta “economia pura”, viene
così ridotta a tecnica economica suscettibile di diverse applicazioni nel campo
politico. Non si comprende che la scoperta delle leggi economiche era in realtà
la scoperta di norme generali del comportamento umano, perché questo
fatto era visto entro l'altrettanto fuorviante prospettiva milliana
dell'utilitarista homo œconomicus, ovvero della distinzione tra la
razionalità del comportamento economico ed altri distinti tipi di razionalità.
Diventa così
possibile distinguere il momento della produzione dei beni e del
soddisfacimento dei bisogni, da quello della cornice politico-istituzionale.
Ciò che tuttavia, dal punto di vista liberale classico – dato che non esistono
azioni individuali che non hanno ripercussioni sociali – è quantomeno
opinabile. Inoltre, come non si può immaginare che la mente umana sia
caratterizzata da diversi tipi di razionalità tra di loro prive di connessione
o disposte gerarchicamente, così non si può neanche immaginare che il momento
della politica possa essere distinto da quello dell'economia; ovvero che le
istituzioni economiche e quelle politico-giuridiche siano il prodotto di
logiche diverse e non comunicanti.
Neanche
Einaudi si rese conto del fatto che la distinzione crociana tra liberismo e
liberalismo[12] era la
necessaria conseguenza della struttura hegeliana della sua filosofia e che era
pertanto estranea alla tradizione liberale. Inoltre, egli non riuscì a mettere
in evidenza –forse perché neanche lui ne aveva compreso appieno le implicazioni
per una teoria generale dell'azione umana– che, in seguito alla teoria
austriaca dei valori soggettivi, il problema che aveva indotto Mill a sostenere
un intervento dello stato nel campo della ridistribuzione della ricchezza
andava impostato per lo meno in maniera diversa.
Tuttavia, è anche vero che
nell'impostazione dell'economia classica (che era poi quella che i disputanti
avevano in mente) l'intervento statale finalizzato ad una più equa ripartizione
della ricchezza prodotta dal mercato, non soltanto non riusciva ad impedire che
tale ricchezza si distribuisse in maniera diseguale, ma finiva anche per
trasformarsi in un incremento del potere politico e per attribuire a
quest'ultimo il compito di dirigere lo sviluppo sociale. Nulla, in definitiva,
di più diverso da quanto aveva sempre sostenuto il liberalismo classico
intendendo lo stato come il garante del diritto, degli scambi di ‘diritti di
proprietà’, e sollecitandone la riduzione del potere anche tramite la teoria
dei checks and balances.
Nell'indifferenza crociana verso
le istituzioni politiche entro le quali si sarebbe realizzata la libertà, e
nell'affidarla ad un processo storico – la “religione della libertà” –, si
assiste così ad un'altra singolare estraneazione dalla tradizione liberale la
quale, al contrario, ha da sempre posto l'attenzione sulle istituzioni intese
come garanzie delle libertà individuali. A maggior ragione ciò appare
importante se si considerano gli effetti che ebbe la credenza crociana che la
libertà politica potesse fare a meno della libertà economica nell'indurre una
generazione a credere che i diritti civili della tradizione liberale avrebbero
potuto coesistere con un'economia pianificata o con un’economia di stampo
dirigistico.
Se guardiamo alla storia
italiana del dopoguerra da questa visuale, non è difficile rendersi conto che
la tradizione culturale e politica dell’azionismo e del liberal-socialismo (o socialismo liberale), nonostante il suo distaccarsi da Croce (e
le critiche di quest’ultimo), e nonostante la parziale critica della sua
eredità culturale, si imperniava sull'idea che istituzioni liberali potessero
convivere con un’economia dirigistica. Cadendo, ancora una volta, nell'errore
di considerare la sfera economica prevalentemente dal punto di vista della
teoria della produzione e della distribuzione dei beni, ovvero come una tecnica
adoperabile in condizioni politico-istituzionali diverse, e come uno strumento
(politica economica) per conseguire dei fini politici ed etici.
Già negli scritti che danno
inizio alla querelle, Croce, infatti, pur riconoscendo la comune origine
dei concetti di liberismo e di liberalismo, ribadisce più volte il legame del
“liberismo con l'utilitarismo etico” e la necessità di assoggettare e di
subordinare la sfera dell'economica (utilitaristica ed edonistica) alla sfera
etico-politica tramite il riconoscimento del “primato non all’economico
liberismo ma all’etico liberalismo”.[13]
Tutto questo lo spinge anche ad affermare che “ben si potrà, con la più sincera
e vivida coscienza liberale, sostenere provvedimenti e ordinamenti che i
teorici della astratta economia classificano socialisti, e, con paradosso di
espressione, parlare finanche [...] di un ‘socialismo liberale’” alla
Hobhouse.[14]
In tal modo, tuttavia, viene ad essere negato e respinto il nesso tra libertà
economica e libertà politica senza il quale il liberalismo si vanifica e
diventa indistinguibile dalla teoria politica democratica.
Il fatto è che Croce, forse per
influenza della sua formazione filosofica, resta vicino ad una concezione dello
stato inteso non come il garante dei diritti individuali (compresa la
proprietà), ma come momento etico-politico che assorbe quelle libertà in una
filosofia della storia intesa come ‘religione della libertà’. In altre parole,
sembra sfuggirgli la possibilità che lo stato come apparato di potere
finalistico possa rappresentare un ostacolo per lo sviluppo della libertà, e il
fatto che essa può essere garantita solo da precisi istituti giuridici, da
difendere volta per volta, e non realizzata da un disegno storico che trascende
le individualità.
In questo modo, comunque, si
rigetta l’assunto, proprio del liberalismo, della reciproca connessione tra
l’azione umana individuale e lo sviluppo delle istituzioni sociali, per
giungere ad immaginare due sfere caratterizzate da natura e finalità diverse se
non opposte, come nella distinzione tra una sfera economica ed una sfera
etico-politica nella quale, comunque, la prima è subordinata alla seconda. Lo
sviluppo del liberalismo italiano appare quindi segnato dal non essersi
svincolato dagli aspetti della tradizione dell'economia classica, che non gli
consentivano di reggere la sfida con le teorie politiche che nel frattempo si
erano imposte e con le ideologie politiche dominanti.
2. La
‘conciliazione’ di Antoni.
La posizione di Antoni è emblematica del fatto che la tesi di Croce
non era un escamotage per tenere in vita una tradizione in frangenti
tragici. Nonostante la sua conoscenza di parte delle opere dei suoi “amici
liberali della Mont-Pèlerin Society”[15]
che ne mostravano indirettamente l’inconsistenza teorica, e che, come nel caso
di Röpke, la criticavano esplicitamente, Antoni cercò, anche se talora con
visibile imbarazzo, di salvare l’essenza della tesi crociana.
Tre premesse sono comunque opportune. La prima è che nel suo
ritornare sul tema del rapporto tra liberalismo e liberismo
Antoni appare più vicino alla posizione teorica e politica di Röpke che a
quella di Hayek e di Mises. Per fare un esempio, l’insistenza di Röpke sulla
ricerca di una ‘terza via’, che poi consisteva nell’’economia sociale di
mercato’ dell’Ordo-Liberalismus, pur non essendo mai esplicitamente
criticata da Mises e da Hayek, risulta comunque ben lontana dalle loro idee. La
seconda è che nella letteratura su Antoni della sua posizione nel dibattito
‘liberalismo-liberismo’ vi sono poche tracce, e quasi tutte a favore della tesi
che nel dibattito egli sia stato più vicino ad Einaudi che a Croce.[16]
Nella monografia sulla filosofia di Antoni, L’illusione della dialettica.
Profilo di Carlo Antoni, del 1982,[17]
Gennaro Sasso non ne parla neanche. Tra i pochi riferimenti consistenti ed
interessanti si segnalano soltanto l’Introduzione di Eugenio Capozzi
alla raccolta di scritti di Antoni intitolata L’avanguardia della libertà,
del 2000,[18] e le poche
ma illuminanti pagine che al problema dedica Roberto Pertici in Varie
presenze di Élie Halévy nella cultura italiana del novecento.[19]
La terza è che non sempre Antoni definisce ‘liberisti’ Smith, Hayek, Mises e
Röpke; talvolta, piccola spia della sua incertezza, li definisce anche
‘liberali’.[20]
Eppure il problema, anche perché si collega strettamente alla
relazione tra economia di mercato ed economia collettivistica (o socialismo),
ha una certa importanza nel pensiero di Antoni, ed è parte significativa della
sua riflessione filosofica e del suo rilevante impegno civile e politico.
Inoltre, per dire di come sia parte importante della nostra storia politica del
dopoguerra, bastino le sue stesse parole allorché, con una certa enfasi, scrive
che il dibattito sul rapporto tra liberalismo e liberismo è una
questione di natura universale ed
è una di quelle che travagliano la civiltà del nostro tempo, [che] è stata
dibattuta da noi nei modi e nei termini propri della nostra tradizione. Ancora
una volta, cioè, il pensiero italiano ha mostrato il suo peculiare interesse
per la distinzione delle attività dello spirito umano.[21]
O
quando osserva che essa
ha attratto l’appassionato
interesse del mondo intellettuale e specialmente dei giovani di allora [… e
che] è stata determinante nella formazione dottrinale del nuovo partito
liberale italiano, ma ha anche influito sugli atteggiamenti di molti
intellettuali, che sono passati a costituire o a rafforzare i gruppi dirigenti
dei partiti di sinistra.[22]
Poiché le questioni teoriche sono sovente inseparabili dalla loro
genesi sarà meglio procedere cronologicamente, e notare anzitutto che i
riferimenti di Antoni alla Scuola Austriaca sono piuttosto scarsi e poco
significanti, riguardando essenzialmente il suo rapporto con la Scuola Storica
dell’Economia.[23]
La tesi che intendo sostenere è quindi che dopo le acquisizioni
teoriche degli Austriaci: in particolare la teoria dei valori soggettivi e
della nascita delle istituzioni, l’antitesi liberalismo-liberismo è
diventata irrilevante perché, come lo stesso Antoni scrive, in realtà connessa
ad un particolare rapporto tra liberalismo – teoria economica – teoria del
valore-lavoro.[24] In altre
parole, l’aspetto utilitaristico del ‘liberismo’ è connesso alla teoria
classica del valore-lavoro, ed è irrilevante per il ‘soggettivismo’ austriaco.
Inoltre, ma senza avere intenzione di sfiorare la concezione che
Antoni ebbe dello storicismo e del diritto di natura, non è
irrilevante osservare che, recensendo l’edizione tedesca del libro di Hayek, Individualism
and Economic Order, e soffermandosi sul saggio Individualism: True and
False (su cui si avrà occasione di tornare), Antoni, riferendosi alle
tipologie di individualismo ed ai loro esponenti elaborate da Hayek (ed in cui
quest’ultimo finisce per stabilire relazioni troppo strette, e quindi, come in
questo caso, fuorvianti, tra quello ‘austriaco’ e gli altri),[25]
e riprendendo implicitamente la genesi meineckeana,[26]
scrive che “lo Hayek colloca le origini dell’economia classica nelle più vaste
origini dello storicismo”.[27]
Un’affermazione non immotivata (anche se per motivi diversi da quelli), che
tuttavia lascia pensare che Antoni avesse scarsa dimestichezza con gli scritti
di Hayek sullo Historicism poi raccolti, nello stesso 1952 in cui
apparve tale recensione, in The Counter-Revolution of Science, dove è anche
un’esplicita contestazione del significato positivo con cui Meinecke usa il
termine Historismus, termine che prima di lui, ed a partire da Menger,
era stato usato in senso negativo (come lo stesso Antoni aveva osservato) e,
per di più, per designare una corrente di pensiero diversa da quella alla quale
si riferisce positivamente Meinecke.[28]
Nel complesso, piccoli segnali della conoscenza che Antoni aveva
della posizione degli esponenti della Scuola Austriaca nel Methodenstreit.
Ma è ora di seguire la sua riflessione sul
liberalismo nella sua genesi, e di indagare se, ed in quale misura, la
conoscenza di Hayek, Mises, Röpke, Robbins, Lippmann ed Walter Eucken – gli
autori, e membri della Mont Pélerin, i quali, insieme a Croce ed Einaudi,
costituiscono i suoi punti di riferimento – l’abbia influenzata.
Cosa avesse in mente Antoni per
liberalismo lo si evince dal
saggio L’avanguardia della libertà, del 1944; e la sua importanza è ben
colta da Capozzi quando scrive che di tale prima formulazione dell’idea
liberale “le riflessioni successive saranno sviluppi e conseguenze, ma non
altereranno l’impianto originario”.[29]
Si trattava di un’ideologia politica che doveva rinnovarsi e
adeguarsi alla civiltà di massa ma che, di fronte all’“enorme aumento delle
funzioni dello Stato”, non doveva limitarsi a ridurle, “ma a far sì che esse si
svolgano in difesa e a vantaggio della libertà degli individui”.[30]
Di conseguenza, il “liberalismo […] deve combattere la grossolanità degli
interventi massicci del Potere”, ma anche evitare d’“essere un inerte
storicismo, disposto ad attendere che le situazioni spontaneamente si
evolvano”. Per questo, e
contro tutte le dottrine e
scuole, che attribuiscono una realtà e quindi dei diritti assoluti ad enti
collettivi sopraindividuali – lo Stato, la Nazione, la Società, la Classe, la
Razza ecc.–, esso afferma che sorgente di ogni opera e d’ogni valore, soggetto
di ogni diritto, forma unica del realizzarsi della vita è l’individuo.
Il
liberalismo deve quindi “difendere questa individualità [e,] promuovendo le
condizioni per il suo libero tradursi in opere […] avvicinare la politica
all’etica fino a farle coincidere”. Esso, perciò, “non è
anti-statalistico, non
promette una finale idilliaca abolizione dello Stato o delle sue leggi; ma
contesta allo Stato il diritto di reprimere l’iniziativa degli individui”. È
“individualismo”, ma non riduce l’individualismo “ad una teoria dell’egoismo”.
Dunque, l’individualismo liberale non è “l’esaltazione romantica
dell’individualismo anarchico, ribelle alle leggi e alle convenzioni della
società”, ma è “un individualismo etico e non vitalistico” che “postula un
sistema di chiare leggi, che costituisca la garanzia certa e costante delle
attività dei singoli”, e che rifiuta il concetto di individuo come “un atomo
isolato ed isolabile”.[31]
Ma quale è per Antoni il compito dello stato? Per quanto il liberalismo
non si sia “mai limitato a garantire il godimento soltanto formale dei diritti
civili e politici”, è innegabile che “l’intervento, che non può esser oggi che
statale, non ha il compito di sostituirsi all’iniziativa dei singoli, ma di
creare le condizioni affinché essa possa svilupparsi e dare nuovi frutti”.
Una sensibilità sociale, quindi, che muove dalla consapevolezza che “il
progresso […] non è rettilineo ed automatico, non è cioè una legge naturale
della storia”, e che porta il liberalismo a farsi ‘democratico’ (poiché
“ritiene che tutti gli individui possano contribuire efficacemente
all’avanzamento e all’arricchimento della società umana […] a condizione che vi
sia un clima generale di libertà”), e ‘storicistico’, “in quanto vede
l’etica non all’inizio e alla fine, ma entro la storia”.[33]
Esso è perciò “decisamente avverso al socialismo”. Non soltanto per
le diverse origini – nella Classicità, nel Cristianesimo, nell’Umanesimo, nella
Riforma, il liberalismo; in Saint-Simon e nella “mentalità
meccanicistica”, il socialismo –, e per le diverse opinioni
sull’organizzazione dello stato, ma soprattutto perché il socialismo ed il
comunismo, disconoscendo “quell’insopprimibile e vitale momento economico, che
per definizione è individuale”, ed elevando “sul piano etico l’attività
economica”, tentano di spegnere tale momento, per essere poi costretti a
riaccenderlo “con stimoli artificiali” e, ricorrendo “a spietati mezzi
disciplinari, colpendo lo scarso rendimento come colpa morale, come un
tradimento e come un delitto politico”.[34]
Il liberalismo, così come Antoni lo intende,
riconosce il valore positivo, l’utilità dell’attività “interessata”.
Non si identifica senz’altro col liberismo, cioè non riduce la propria etica
alla mera esaltazione del momento economico individuale, ma non considera la
polemica tra economia individuale ed economia collettiva come una semplice
questione di tecnica della produzione.
In
questa direzione, l’individualismo liberale non coincide restrittivamente con
l’homo œconomicus, ma deve “riconosce nel liberismo economico quella
concezione della vita, che gli è propria, come attività, iniziativa,
invenzione, liberazione di energie”. Per questo motivo, Antoni – ed il tema,
come si avrà occasione di notare, ritornerà più volte negli anni successivi –
riconosce che
l’”amor di sé” [degli] economisti
classici, non è infatti sterile egoismo, ma è il senso, operoso e
intraprendente, della propria personalità […] Intaccare questa forza vitale,
che è il momento economico nel suo slancio individualistico, non è soltanto
tagliare alla radice la vita economica, ma è anche compiere un’immoralità, ché
la moralità è appunto rispetto e promovimento della vita in tutti i suoi
aspetti positivi, in tutti i suoi valori.[35]
Appare già qui l’ambivalenza della posizione di Antoni nella
polemica, e quel tema dei danni che produrrebbe l’eliminazione o la contrazione
della libertà economica che tornerà più volte nei suoi scritti configurandosi
come la sua critica più forte all’impostazione di Croce. Antoni ritiene che al
“momento dell’utilità si sovrappone quello della coscienza morale, ed il
rapporto tra i due momenti è di unità e insieme di lotta. Il conflitto tra
economia ed etica è appunto l’eterno dramma della nostra esistenza […] sempre
divisa tra i vitali bisogni ed interessi della nostra individualità ed i doveri
che la trascendono”. La soluzione che egli propone per questo scontro
metafisico è però inadeguata. Infatti, per quanto tale “conflitto non può
essere risolto mercé una schematica formula generale”, “deve essere affrontato
di volta in volta nella sua concretezza come un problema sempre nuovo che la
vita ci impone”. Il compito del liberalismo consiste allora nella “ricerca d’un
equilibrio tra gli interessi della robusta iniziativa economica e gli interessi
che si dicono sociali, ma che in realtà sono etici”.[36]
In altre parole, il conflitto tra
liberalismo (etica) e liberismo
(economia): “l’eterno dramma della nostra esistenza”, è irrisolvibile. La
possibilità d’aver scambiato i limiti di una tradizione (in questo caso
crociana e weberiana) coi problemi perenni della tradizione filosofica, non lo sfiora.
Antoni appare incapace di andare oltre il sentiero tracciato dal maestro.
Per quanto in maniera non certo sistematica, la trattazione del
rapporto ‘liberalismo-liberismo’, oltre che nella raccolta degli scritti che
Antoni pubblicò su “Il Mondo”, curata da Michele Biscione col titolo Il
tempo e le idee, ed apparsa nel 1967, è contenuta nel saggio Liberalismo
e liberismo, rielaborazione della conferenza Die unteilbare Freiheit,
del 1955,[37] ora in La
restaurazione del diritto di natura, del 1959.
Nel 1949, in Un’analisi del socialismo, muovendo dal rapporto
tra socialismo e libertà, e dalla conciliabilità tra la realizzazione “del
programma economico del socialismo e la salvaguardia di quelle istituzioni
politiche, che l’idea morale di libertà ha ispirato e promosso”, Antoni ricorda
la critica di Croce alla “pretesa di azionisti e liberali socialisti di porre
sullo stesso piano, per conciliarle, l’idea di libertà e l’idea di giustizia”.
La distinzione di Croce “tra istanza etico-politica della libertà e tecnica
economica dell’impresa privata”, è così esposta:
preoccupato
di tener ben alto e incontaminato l’ideale morale della libertà al di sopra del
piano dei contingenti e mutevoli ordinamenti della proprietà, della produzione
e della distribuzione, egli ha affermato che il metodo liberale è conciliabile
con qualsiasi sistema economico, sia esso anche collettivistico. Qualsiasi
riforma in questo senso non incide sulla libertà, purché sia liberamente
accolta dai cittadini.
A tale tesi Antoni vede
contrapporsi quella di “vari economisti liberali”[sic]: Röpke, Hayek, Lippmann
i quali, pur senza riprendere esplicitamente la posizione di Einaudi, hanno
invece sostenuto che “il socialismo, anche come mero sistema economico, recherebbe
in sé inevitabilmente il totalitarismo politico”. La loro argomentazione è così
riassunta:
poiché
la produzione non sarebbe più regolata dalle richieste di un libero mercato,
cioè dai consumatori, ma dall’altro e d’imperio dal potere politico, che
determinerebbe la quantità ed i modi della produzione, e fisserebbe i compiti,
i compensi, i consumi ed i prezzi, la necessità stessa del funzionamento
dell’enorme macchina renderebbe inevitabile il ricorso alla dittatura.
Si tratta di una questione
che Antoni definisce “di importanza capitale” poiché, se Croce avesse ragione,
la polemica si ridurrebbe ad una questione di tecnica economica circa
l’efficienza del sistema socialista. Svuotata di questo contenuto resterebbe
“soltanto la polemica contro la dittatura politica”.[38]
Così
enunciato, il problema fa riferimento alle tesi che Mises espone in Die
Wirtschaftsrechnung im sozialistischen Gemeinwesen, del 1921, ed Hayek nei suoi due
saggi contenuti in Collectivist Economic Planning, del 1936,[39]
e in The Road to Serfdom, del 1944.[40]
Si tratta effettivamente di una questione cruciale e molto discussa,
tecnicamente non ardua, riguardo alla quale Mises ed Hayek mostrano come
l’impossibilità (o l’estrema difficoltà) di quel calcolo porti al
totalitarismo, alla scomparsa della libertà individuale e politica, e alla
completa inefficienza del sistema. L’errore di fondo – connesso
all’impossibilità logica di concentrare in un’unica mente il totale della
diseguale distribuzione della conoscenza teorica e pratica nella società e di dirigerla
in maniera efficiente (sempre che da quella distribuzione possa essere derivato
un unico fine) – porterebbe inevitabilmente al fallimento teorico e pratico di
ogni tipo di socialismo, o altro sistema politico, fondato sulla pianificazione
economica. Tuttavia, pur conoscendo il problema, Antoni non si chiede che cosa,
se l’impostazione di Röpke, Hayek, e Lippmann è vera, resti della tesi di
Croce. Se lo avesse fatto si sarebbe reso conto nessuna conciliazione tra
liberalismo e collettivismo è possibile. Egli si diffonde invece della tesi che
Elie Halévy espone in L'ère des Tyrannies,
del 1938, in merito ad un’astratta “possibilità di un socialismo democratico
che, autoritario nell’ordine economico, restasse liberale nell’ordine politico
ed intellettuale”.[41]
Non prende posizione sulla questione che aveva definito “di importanza
capitale”. Definito il liberismo come “la teoria ottimistica dello
spontaneo comporsi degli interessi individuali e dei benefici della libera
concorrenza”; e fattolo risalire alla scoperta settecentesca del “momento
economico come momento di valore positivo e quindi come bene” e come “pubblico
beneficio”, Antoni nota come da esso si sviluppi anche l’etica utilitaristica
ed individualistica inglese di Smith e Bentham e quindi il liberalismo inglese.[42]
Argomentazione in linea con la tesi crociana, alla
quale, tuttavia, concludendo, Antoni aggiunge un osservazione importante:
il
momento economico infatti, per quanto lo si scacci e perseguiti, ritorna,
essendo un insopprimibile elemento vitale. È fatale che la sua compressione sia
affidata ai metodi della forza. Esso si vendica costringendo l’ideale etico a
farsi forza ed oppressione, cioè a cessare di essere tale.
Ciò che spiegherebbe
“l’opposizione degli economisti alla tesi del Croce. La tesi è formalmente
ineccepibile: nessuna tecnica può intaccare la libertà” anche se ogni piccolo
passo nella direzione della statalizzazione apre “quella che Hayek ha chiamato
la “via della schiavitù””.[43]
Solo che non si tratta di questioni formali o tecniche, ma della questione,
politicamente cruciale, se sia saggio correre il rischio.
È qui racchiusa tutta l’ambivalenza
della posizione di Antoni, che si ritrova, con varie accentuazioni, negli altri
scritti in cui affronta il problema. Una posizione che potrebbe trivialmente
compendiarsi nella tecnica di ‘dare un colpo al cerchio ed uno alla botte’.[44]
Ma la questione, messa in questi termini, sarebbe fin troppo triviale.
Infatti, se è vero che, in
Le
mistiche economiche, appoggiandosi a Kant, Antoni critica il Welfare
State, o Wohlfahrtstaat, come un “errore utilitaristico che vede nel
benessere il fine dell’azione morale” e che porta “alla tutela paternalistica”,[45]
è anche vero che egli aderisce a quella concezione di un liberalismo
interventistico tipica del giornale su cui scriveva e al quale voleva far
collaborare anche Hayek.[46]
Recensendo il volume di Louis Rougier, Les mystiques économiques, del
1950, e individuata nella sua “esperienza del metodo delle scienze” ciò che
distingue la sua critica dell’economia pianificata e del socialismo da quella
di Mises, Halévy, Röpke, Hayek e Robbins (giudizio assai curioso), Antoni si
mostra simpatetico con la tesi di Rougier secondo la quale la dottrina economica
liberale è anch’essa una “mistica” che affonda le sue radici nella “credenza
settecentesca del “codice della natura”, in un presunto ordine naturale delle
società umane”, e nel “postulato del primato dell’economia sulla politica”, che
lo indurrebbe a credere “che l’attività economica possa essere sottratta ad
ogni regolamentazione giuridica, quasi che la proprietà, l’eredità, la moneta,
i contratti, le società, l’organizzazione bancaria non sussistessero per
effetto di garanzie e sanzioni dello Stato”.[47]
Quest’accenno al “presunto
ordine naturale delle società umane” è però ciò che consente di focalizzare la
vera ed inespressa riserva di Antoni nei confronti di Mises, Röpke, Hayek,
Robbins e Lippmann (i nomi sono quasi sempre gli stessi). E questo lo si nota
nella commemorazione di Walter Eucken, Fine di un mito scientifico.
Ricordatone il fondamentale contributo alla “scuola neoliberale” radunatasi
intorno alla rivista “Ordo”, Antoni sottolinea come il merito di Eucken sia
stato di aver distrutto il mito dell’“interpretazione dialettica della storia
economica”, e mostrato l’“inconsistenza ed artificiosità della teoria che
assegna allo svolgimento storico una linea obbligata e prestabilita”. Ne
riporta anche le critiche al laissez faire per aggiungere che “dal tempo
dei classici si è anche scoperto che alcuni degli elementi più importanti della
spontanea armonia del mercato non erano economici, ma giuridici ed
istituzionali, che insomma l’armonia non dipende dalla “natura”, ma dalla
costituzione politica e dal diritto privato”.[48]
Antoni, inoltre, coglie e sottolinea l’importanza e l’originalità dei suoi
studi sulle economie amministrate e centralizzate, tanto socialistiche, quanto
nazistiche, notando che “mentre l’economia di mercato è un sistema di
coordinazione, l’economia centralizzata è un sistema di subordinazione”. Una
definizione che “distrugge l’illusione della possibilità di una loro
combinazione: in ogni situazione mista ciascuno dei due sistemi tende ad
eliminare totalmente l’altro. L’aurea via di mezzo, da tanti vagheggiata, è la
via sicura della rovina”. E se ci si può chiedere cosa resti allora della tesi
di Croce della possibile sopravvivenza della libertà in un regime collettivistico,
la risposta, per Antoni, la fornisce sempre Eucken dimostrando
che una economia centralizzata ha
bisogno, per funzionare, di un’autorità centrale assoluta, dotata di brutale
risolutezza, e deve poter contare su un grado fantastico di disciplina e di
abnegazione nella popolazione. Ma egli riteneva anche che siffatte condizioni
non potessero mantenersi a lungo, anzi la crescente rigidità del sistema
dovesse inevitabilmente provocare un crescente bisogno di libertà individuale.
Una
congiuntura che può essere capovolta soltanto trasformando l’enorme potere
politico in una formidabile forza militare in grado di soggiogare il mondo,
mentre, se “la pace fosse stata conservata […,] la catastrofe del sistema
economico sovietico sarebbe stata questione di tempo”.[49]
Ma se questo è vero, se la libertà sempre risorge, perché individuare
il limite del liberismo nella sua ‘mistica dell’armonia naturale’? Anche Antoni
mostra di credere nel mito di una libertà che rinasce e si riafferma da
qualsiasi circostanza. Purtroppo, senza chiedersi per chi. Vale la pena di
correre dei rischi oggi per un risultato che, nella migliore delle ipotesi,
resta pur sempre una vaga “questione di tempo”? In questo modo appare
chiaramente come, di quello che chiama liberismo e delle sue origini,
Antoni abbia un’idea molto parziale, quasi che coloro che pone alle sue
origini, ed i loro continuatori, non si fossero occupati anche di diritto, di
etica e di politica. O che tra queste ultime e la loro concezione dell’economia
– e non è mai eccessivo ricordare che il laissez faire e l’homo œconomicus
non appartengono a quella cultura inglese nella quale Antoni
vede iniziare la tradizione – vi sia una qual sorta di contraddizione o di
iato. Più in generale, come ha osservato Capozzi,[50]
ciò che sembra sfuggirgli è la complessità della cultura politica anglosassone
(e del fondatore della Scuola Austriaca, Menger), ed il fatto che in essa
quella distinzione tra economia, politica, etica e diritto, ha un carattere
diverso da quello della tradizione crociana.
Quel che in Antoni appare difficile da capire è quindi perché, pur
riconoscendo che “l'efficacia del metodo della libertà economica è stata
prodigiosa” non ne tragga le dovute conseguenze politiche abbandonando le
riserve sul liberismo e riducendo la “lotta tra collettivismo e liberalismo
economico [ad] una lotta tecnica, una concorrenza a quasi una gara di velocità”
in cui “il liberalismo economico [...] deve dimostrare d'essere in grado di
soddisfare meglio, più liberamente e più rapidamente i crescenti bisogni e le ambizioni
delle masse popolari”. Un obiettivo che Antoni, ben diversamente dai suoi
‘amici liberali’, ritiene ancora incerto e comunque conseguibile tramite un
“intervento conforme” che superi il laissez faire, perché “anche
l'economia liberale richiede […] autorità politiche”.[51]
Temi analoghi ritornano nella recensione,
Individualismo,
della traduzione tedesca, del 1952, del libro di Hayek Individualism and
Economic Order. Solita apertura con il richiamo alla “questione tuttora
aperta [del] rapporto tra liberalismo politico e liberismo economico”; richiamo
alla posizione di Croce con parole quasi uguali a quelle di Un'analisi del
socialismo, e poi esposizione della tesi di Hayek “contro questa tesi della
conciliabilità”, avanzata in La via della schiavitù e tesa a mostrare
“come la progressiva centralizzazione dell'economia porti irresistibilmente
anche al totalitarismo politico”.[52]
Il fatto che di Individualismus
und wirtschaftliche Welt Antoni, in Individualismo, si soffermi sul
primo ed inedito capitolo, Individualism: True and False, non è
irrilevante. Non solo perché gli consente di non cimentarsi con quelli che sono
i maggiori contributi teorici di Hayek alla teoria della conoscenza: i saggi Economics
and Knowledge; The Facts of the Social Sciences e The Use of Knowledge
in Society, ma anche perché, muovendo dall'interpretazione hayekiana delle
origini della tradizione individualistica, Antoni ha modo di precisare ciò che
veramente gli preme. Hayek avrebbe “ora voluto mostrare come il liberismo,
quale è nato con l'economia classica di Adamo Smith, non sia una mera pratica
economica, che si possa impunemente violare a seconda dei casi, ma una
concezione dell'uomo e della società, che egli definisce “individualismo
autentico”.[53] Enumerati i
vari tipi di individualismo così come descritti da Hayek, Antoni si sofferma
ovviamente sulla linea che da Locke, attraverso Hume e Mandeville, giunge allo
stesso Hayek. Accennato alla tesi hayekiana secondo la quale “le istituzioni
sono il risultato di azioni umane, ma non di intenzioni umane”, e osservato –
ma si vedrà quale conto poi ne terrà – che “solamente in via subordinata questa
concezione si fa secondo lo Hayek, una massima di politica economica”, Antoni
nota che la stessa ‘mano invisibile’ smithiana sarebbe quindi da interpretare
“entro questa generale concezione dell'ordine umano come risultato imprevisto
di una cooperazione spontanea”, e che per Hayek sarebbe un “errore [...]
credere che questo individualismo legittimi e raccomandi l'egoismo”.[54]
Tuttavia egli non sembra rendersi conto del fatto che se la tesi hayekiana
fosse vera, i termini del problema (ovvero del rapporto tra individualismo e
liberismo) risulterebbero completamente diversi.
Questa premessa serve ad Antoni per sostenere che “Hayek colloca
le origini dell'economia classica nelle più vaste origini dello storicismo” (ne
sarebbero quindi una parte !), per fare delle giuste distinzioni tra l’”amor di
sé” di Smith ed il “gretto egoismo”; per affermare che “l’individualismo
moderno [...] è poi il liberalismo”; ma anche – e sorprendentemente se si
considera ciò che aveva appena scritto – che “questo individualismo, che lo
Hayek chiama “autentico” e cui evidentemente vuole richiamarsi, ha un orizzonte
limitato alla sfera economica” e, trasformandosi in quell’“etica
utilitaristica”, può essere superato soltanto kantianamente: “sovrapponendo al
momento dell'utilità quello della coscienza morale” e dando cosi vita a quello
che ad Antoni “sembra l'autentico individualismo”. Per cui, se Hayek ha
“indubbiamente ragione nel sostenere che il liberismo non è una mera tecnica,
ma una concezione dell'uomo [... tuttavia esso] resta distinto dal liberalismo,
come una verità parziale rispetto ad una verità più ampia”. Un rapporto
conflittuale che riflette quello tra economia ed etica, il quale “va risolto di
volta in volta, con l'ardua ricerca di un vitale equilibrio: esso è infatti il
dramma della nostra vita [...]”.[55]
Che Hayek avesse fatto un errore a diluire la tradizione
‘austriaca’ in quella individualistica anglosassone è tesi che si può anche
sostenere. Meno giustificabile che se ne faccia un tale abuso. Soprattutto
perché, se Antoni avesse preso in considerazione ciò che (nel medesimo saggio)
Hayek scrive, riprendendo Menger, sull'origine delle istituzioni sociali come
il linguaggio, il diritto, lo stato, la religione, il denaro, il mercato, etc.,
e dato uno sguardo ai richiamati saggi sulla distribuzione della conoscenza
nella società, si sarebbe reso conto che la tesi di un conflitto weberianamente
‘mortale’ è, appunto, ‘roba da Weber’. E che comunque, ammesso che si possa
accettare che un problema di tale rilievo teorico debba essere risolto
ricorrendo alla tecnica del “di volta in volta”, ciò non significa che si debba
fare a meno dell’esperienza (o almeno fornire buone ragioni per non farlo), e
che, con quei tanto poveri strumenti concettuali, sia anche impossibile farlo.
La centralità del pensiero morale ed economico di Smith, ovvero
dell'interpretazione che ne ha Antoni, è confermata in Leggendo Einaudi,
recensione del 1954 a Il Buongoverno. Anche in questa occasione Antoni
ricorda l’origine e natura di quella scienza economica, il suo trasformarsi
nella teoria dell’homo œconomicus, e giustamente scrive che “Smith fece
allora una delle più grandi scoperte che la mente umana abbia mai fatto, e cioè
che condizione della prosperità di un paese era la prosperità degli altri, con
i quali potessero scambiare i prodotti”. Detto di come Einaudi non neghi
“un’utilità agli schemi e calcoli astratti degli economisti “puri””, Antoni
passa ad occuparsi del fatto che ogni critica “è un giudizio di valore e quindi
presuppone un valore universale, oggettivo”. Ma se da questo punto di vista
l’“attività economica non presenta nulla che la renda diversa dalle altre forme
di attività spirituale per ciò che riguarda l'universalità del suo valore”,
quest'ultima è “realtà e forza dello spirito, che si impone come un dato
oggettivo al nostro riconoscimento. L'utile [quindi] è un valore universale
quanto il Bello, il Vero, il Bene”. Prigioniero e vittima di “un celebre saggio
[in cui] Croce ha mostrato come le due scienze “mondane” o “diaboliche” sorte
nel Settecento, l'Economia e l'Estetica, fossero affini” (la fonte di tutta la
sua argomentazione in questo come negli altri saggi in cui si occupa del
problema), Antoni ritiene che “il liberalismo economico di Adamo Smith”,
“ponendo l'origine del valore economico nel lavoro”, oltre a creare l’“immagine
mitica della provvidenziale “mano invisibile” e la teoria della “spontanea
armonia generale”, abbia scoperto anche “la produttività dello spirito, che,
attraverso le sue opere, anche economiche, arricchisce il mondo”.[56]
Ciò che è
interessante è la sua volontà di conciliare la tesi di Croce con quella di
Hayek. Ma da cui appare anche come egli condividesse quella crociana sulle sue
origini e sul fondamento e limite del liberismo nell’ingenuo laissez
faire, nella teoria dell’inevitabile armonia degli interessi e
nell'utilitarismo.
Altre note
importanti – come s’è detto – sono quelle che apparvero nel febbraio del 1955 e
nell’agosto 1956 su “Il Mondo” col titolo Una polemica illustre e L’ascetismo
socialista, e poi fuse (ma con parole ed espressioni identiche), nei saggi Die
unteilbare Freiheit e Liberalismo e
liberismo.
In
Una
polemica illustre, Antoni ribadisce ancora una volta che il dibattito
‘liberalismo-liberismo’ è in realtà una “questione di natura universale”, che
tuttavia Croce, “perché aveva sollevato tanto in alto l’idea della libertà[…,]
è stato portato a distaccarla dal piano economico”. Ma
poiché la libertà era
principio di natura diversa dai sistemi economici, essa poteva servirsi di
questo o di quel sistema senza che la sua natura ne soffrisse. Stella polare
alta nel cielo, la libertà era norma assoluta, laddove l’ordine liberistico
dell’economia era contingente. Non era detto quindi che la libertà, in certe
situazioni storiche, non potesse esigere anche un ordinamento socialistico o di
altro tipo.
Alla tesi di Croce, secondo Antoni, Einaudi ha risposto affermando
che
L’aspirazione ad una
più ampia giustizia sociale era comune tanto ai socialisti quanto ai liberali,
ma che vi era un “punto critico”, in cui un provvedimento utile ed equo
diventava nocivo e immorale. Liberale era il provvedimento che sapientemente
restava al di sopra di quel punto […] L’intervento dello Stato, da lui ammesso,
non era del tipo propugnato dai soliti interventisti [… ma] era soltanto
formale, consisteva nello stabilire i limiti entro i quali gli individui
potevano muoversi e intraprendere. Ammetteva però anche lui che l’esperienza
offrisse casi di società comunistiche, nelle quali la libertà umana non era
offesa, ma esaltata, e cioè quelle monastiche […] Escludeva, invece, che dei
dirigenti politici, diventati anche dirigenti economici, e quindi padroni dei
beni strumentali e organizzatori esclusivi della produzione, potessero indursi
di impegnare questo loro enorme potere per promuovere la libertà dei cittadini.[57]
Questa era la
situazione del dibattito e le rispettive posizioni – e a dire il vero, dato che
a nessuno viene in mente che nei sistemi economici di mercato si scambia
liberamente e che tanto meglio funzionano quanto più vi è libertà, e che
Einaudi distingueva tra organizzazioni (monastiche o di impresa) in cui si
aderisce liberamente, da altri tipi di associazione politica in cui l’adesione
non è libera, non si comprende perché discutere (ed anche perché tornarci
sopra) – allorché, “nel 1942, arrivò tra noi la “Crisi della società” di Röpke,
con la sua proposta di una “terza via” tra socialismo e capitalismo storico,
cioè d’un intervento “conforme” dello Stato a difesa della libertà del mercato
contro cartelli e monopolî”. Libro che Einaudi “recensì con molta lode, ma
Croce si affrettò anche nei suoi confronti a “porre con esattezza e mantenere
nella loro purezza i principî”. La “terza via” […] non andava cercata in un
terzo metodo economico […] ma in un principio superiore a tutti, nel principio
della libertà, che era quello della coscienza morale medesima. Nessun metodo di
natura economica aveva il diritto di dominare la vita e la società umana, che
era di natura morale”. Per illustrare la tesi che “liberismo e socialismo
appartenevano al piano inferiore dell’economia”, Croce ricorse all’“esempio
dello stato di guerra, in cui l’economia di mercato è sospesa senza che la
coscienza liberale resti offesa”. Ma ad Antoni non sembra interessare tanto
questo, quanto ricordare che se in origine liberismo e comunismo erano due
concezioni diverse di vita, ora non sarebbero altro che “due metodi economici”.
Qui Antoni cautamente si ribella e osserva che nel “liberismo c’è qualcosa di
più vero del mito settecentesco della bontà della natura”. Nato come s’è visto,
esso dovette anche “emanciparsi dalla soggezione della morale e della religione
[… fino a diventare ] filosofia della libertà in quanto riguarda l’attività
economica dell’uomo”, tanto che si può parlare di “due etiche opposte, che
ispirano quei due opposti indirizzi etico-politici, che sono il liberismo e il
socialismo”. Il fatto che il liberismo non appartenga al piano dell’economia
non significa però per Antoni “cancellare la distinzione crociana di
liberalismo e liberismo” giacché, se il primo concerne l’“uomo in tutti i suoi
aspetti […] il liberismo è una sua sezione che riguarda l’attività economica”.
Si tratta però, sempre per Antoni, di un’elevazione “alla dignità del piano
etico-politico” che, come nel caso della “terza via” di Röpke, è anche “ritorno
alla via maestra”. Non soltanto quella della lotta ai privilegi, vincoli e regolamenti
del dirigismo e del mercantilismo, ma anche, e soprattutto, quella
dell’“imperativo morale [che] prescrive non soltanto la salvaguardia della
libertà esistente, ma anche l’attiva promozione di essa”. Dunque, una difesa
dell’economia di mercato che promuove anche le “condizioni più favorevoli a
tutti” e viene incontro a quelle “richieste sociali del nostro tempo, che non
esito a considerare liberali. Ed era questo, probabilmente, il senso profondo
della tesi crociana, come, penso, anche di quella di Einaudi. Certamente era
questo lo spirito del liberalismo attivo, liberatore, di Cavour”.[58]
Ciò che ad Antoni sfugge è quindi che, messa la questione
in questi termini, se il mercato è il luogo in cui si realizza la massima
libertà di scambio, esso è anche il luogo più etico. Anche perché, per
comprimerne la naturale ed insopprimibile vitalità, politica ed etica (ma senza
chiedersi nella prospettiva di che cosa) sono costrette a limitarne la vitalità
con la forza.
Pochi mesi dopo, in
L’ascetismo socialista, Antoni
ritorna sul problema (talora con identiche espressioni) illustrandone, secondo
lo stesso schema, l’importanza, le posizioni di Croce e di Einaudi e quelle dei
soliti Mises, Hayek, Robbins, Lippmann, Röpke. In questa circostanza si
sofferma sulla risposta di Croce a Röpke, ovvero sulla recensione a Die
Gesellschaftskrisis der Gegenwart. Secondo il Croce esposto da Antoni,
infatti, il problema non era tanto quello di trovare una ‘terza via’ tra
socialismo e capitalismo: l’’economia sociale di mercato’ di Röpke, ma era
rappresentato dal fatto che “la ‘terza via’ non andava cercata in un terzo
metodo economico, che fosse sullo stesso piano degli altri due, ma in un
principio superiore a tutti, quel principio della libertà, che era quello della
coscienza morale medesima”. Una ricerca che fondava la sua necessità sul fatto
che “il sistema etico-politico liberale non era legato all’economia di
mercato”. Ma, se la “sorpresa” di Röpke e degli altri su tale posizione non ha
prodotto una presa di posizione sui principî e nessuna discussione, Antoni qui,
ed esplicitamente, si propone di iniziarla.[59]
La sua tesi è che Croce, in definitiva, sarebbe “partito
da una premessa che, non essendo stata contestata a fondo dagli economisti, li
ha posti in svantaggio. La premessa è che il liberismo e il socialismo
appartengono al piano dell’economia”. Ma il fatto sarebbe, per Antoni, che
anche ciò che è economico, politico, etico, etc., “dipenderà dal concetto che
lo Stato avrà [come nel caso] dell’arte o dello sport, e del loro valore nella
vita dell’uomo e della società. Cosìil
liberismo e il socialismo, anche se si occupano dell’economia, non sono di
natura economica, ma etico-politica e partono da due opposte filosofie”.
Purtroppo, “la distinzione di etica e politica è stata qui male applicata,
dando origine ad una distinzione tra sistemi politici e sistemi economici,
quasi che si trattasse di una diversità di natura”. Dunque, per Antoni, e
diversamente da Croce – il quale riteneva che alle origini liberismo e
socialismo non fossero “soltanto due diversi e opposti ordinamenti economici,
ma due concezioni della vita e due etiche opposte” le quali, tramontate come
“religioni filosofiche”, sussistevano ora come “diversi metodi economici” – le
due concezioni originarie non sono quelle indicate da Croce, “ma due diversi
modi di giudicare il momento economico” ancora ben vivi nelle coscienze. Antoni
passa quindi a ricostruire la genesi del liberismo nell’Inghilterra del
Settecento rifacendosi nuovamente al saggio in cui Croce sostiene che le due
scienze ‘mondane’ dell’Economia e dell’Estetica erano “affini in quanto
entrambe erano una giustificazione del senso”, e ripetendo che tale concetto è
all’origine della scienza economica e del liberismo inglese. Infatti, “ponendo
l’origine del valore nel lavoro, essa ha celebrato il carattere creativo
dell’attività economica”, liberato le forze creatrici della produzione e dato
vita al
mito della “mano
invisibile” della Provvidenza, che, secondo quegli economisti, guidava
tacitamente le intraprese dei singoli, miranti al loro tornaconto, verso una
spontanea armonia generale [e nel quale si ] esprimeva, in forma ingenuamente
ottimistica, questo concetto della produttività dello spirito, che, attraverso
le sue opere, arricchisce il mondo e lo fa progredire.
Nasce così il “concetto moderno della libertà […] come produttrice
di valori [ed il ] liberismo è questa filosofia della libertà in quanto
riguarda l’attività economica dell’uomo”.[60]
Dunque, scrive Antoni, “negando che il liberismo sia un
fatto economico, non intendo cancellare la distinzione crociana di liberalismo
e liberismo” poiché se il primo “è totale, riguarda l’uomo in tutti i
suoi aspetti, mira ad una società, in cui siano rispettate tutte le sue
attività positive: arte, scienza, vita morale e religiosa, vita familiare e
politica”, il secondo “è la sezione che riguarda l’attività economica”.
Di conseguenza,
non si tratta quindi della distinzione tra un superiore
principio etico e un inferiore strumento economico, come pensava Croce, né
della distinzione tra due sistemi diversi, l’uno politico e l’altro economico,
come ammettevano gli economisti, ma della distinzione tra parte e tutto. Röpke
ha intuito questo quando ha sostenuto che vi era un’unità della società in
tutte le sue parti, ma Croce ha potuto rimproverargli di non aver fornito la
dimostrazione di questa unità.
Merito di Röpke è allora di aver intuito il problema e di
aver inteso la ‘terza via’ come“il ritorno alla via originaria […] invocando
l’”intervento conforme” dello Stato per la restaurazione di una “economia di
mercato” più vicina all’ideale della libera concorrenza, Röpke è ritornato ai principii”.
Una posizione, quella di Röpke, in cui lo
Stato non si limita a
salvaguardare [… ma] difende [… e] la difesa dell’economia di mercato implica
la creazione delle condizioni più favorevoli là dove gli ostacoli sono
costituiti dall’ignoranza e dalle limitazioni fisiche […] Ma era questo,
probabilmente, anche il senso profondo della tesi crociana. Certamente questo
era lo spirito del liberalismo del Risorgimento, del liberalismo attivo,
liberatore, di Cavour, e d in questo spirito mi sembra di poter conciliare le
aspirazioni dei due maestri, di Benedetto Croce e di Luigi Einaudi. [61]
Nella
versione contenuta in La restaurazione del diritto di natura, questo
testo si amplia ed arricchisce di altre (ma non nuove) osservazioni. Antoni
inserisce la frase sull’influenza della tesi crociana nella formazione del
partito liberale e dei giovani intellettuali del dopoguerra;[62]
nota come, pur senza aver abbandonato la sua posizione Croce, in relazione all’esperienza
fascista, abbia “modificato il rapporto tra i due termini in maniera tale che
“la storia gli è apparsa come storia etica, dove il principio della libertà
produce, sovverte, trasforma le istituzioni politiche e giuridiche e manda
avanti il mondo”, e, chiarito “che non voleva sostenere che in un determinato
momento storico fosse indifferente ricorrere ad un ordinamento economico
piuttosto che ad un altro”, quanto “stabilire che la libertà, stella polare
alta nel cielo, era norma assoluta, mentre l’ordine liberale dell’economia era
storicamente relativo”,[63]
nomina coloro i quali (Mises, Hayek, Robbins e Lippmann) avevano, con Röpke,
negato la tesi della “sostanziale incompatibilità tra libertà politica ed
economica”;[64] riporta la
loro “sorpresa” a proposito della tesi crociana ed il fatto che abbiano evitato
di “affrontarla sul terreno dei “principî””.[65]
Prosegue così nella solita esposizione della posizione di
Croce e del suo “vantaggio”, e nei medesimi esempi sulla nascita del liberismo
il suo rapporto con la ‘mano invisibile’ della Provvidenza, l’armonia generale,
la libertà e l’impresa, il controllo delle forze economiche come “dominio
razionale delle oscure forze della natura”. Ricorda anche le tesi di Mises
sull’impossibilità di un calcolo economico in un’economia collettivistica; “la
scoperta del momento economico come valore positivo”; l’esempio della libertà delle
comunità monastiche.[66]
Ma non spiega perché gli economisti avrebbero dovuto contestarla per trarsi
dallo ‘svantaggio’ quando è chiaro che si tratta o di banalità, o di
affermazione empiricamente falsa, o di un problema teorico irrilevante in un
altro contesto culturale e filosofico.
3. Conclusioni.
In realtà, Antoni, pur convinto che in pratica non possa
esistere un sistema politico liberale che faccia a meno del mercato, non
abbandona l’interpretazione crociana della nascita del liberismo nella scienza
economica che l’utilitarista homo œconomicus fonda sulla teoria del
‘valore-lavoro’. La fa propria, e ne chiede anche un giudizio ad Hayek,[67] ma senza rendersi conto che si trattava proprio
dell’interpretazione che quest’ultimo contestava ed intendeva come ‘il falso
individualismo’: atomistico, utilitaristico, costruttivistico (pure nel campo
giuridico). Niente di diverso, in definitiva, dalla teoria
delle istituzioni umane ‘pragmatistica’ che già Menger (il quale vi includeva
anche Smith; affermazione che mai – e se ne capisce bene il motivo –
Hayek menziona) aveva criticato perché riteneva che il “liberalismo
unilateralmente razionalistico” di Smith e dei suoi seguaci avrebbe portato
“inevitabilmente al socialismo”.[68] Il ‘liberismo’, ovvero il liberalismo inglese, era per
Antoni qualcosa che da Mandeville, Hume e Smith portava a Bentham e Mill, ed i
cui tratti comuni erano appunto l’utilitarismo (è da notare che Bastiat, il
teorico del laissez faire, della ‘spontanea e provvidenziale armonia
degli interessi onesti’, forse perché non utilitarista, non viene menzionato) e
la teoria del valore-lavoro.[69]
Hayek, invece – a torto o a ragione non importa – voleva togliere l’etichetta
‘utilitarista’ da Mandeville, Hume e Smith, attenuare l’importanza della loro
adesione alla teoria del ‘valore-lavoro’, e contestava l’appartenenza di
Bentham e Mill alla ‘vera tradizione individualistica’. È quindi comprensibile
che, di fronte alle richieste di Antoni, eviti di rispondere.
Non a caso Leoni (altro esponente della Mont Pèlerin Society il
quale, sia pure marginalmente, si occupò del dibattito) che con tale modello
aveva una maggiore dimestichezza,[70]
nel tracciare le caratteristiche salienti del modello nomocratico e ciò
che lo distingue da quello teleocratico, scrive che mentre il primo si
fonda sul binomio ‘Rule of Law-mercato’, il secondo su quello
‘legislazione-pianificazione’.[71]
Ma che mercato e sistema giuridico-politico abbiano la medesima
origine, in quanto forme diverse di scambio di ‘pretese’, ad Antoni resta pur
sempre estraneo. Nella sua descrizione dell’origine dell’economica
l’abbinamento non è con il diritto, bensì, crocianamente, con l’estetica;
e l’antagonista è l’etica.
In questo modo, la ‘conciliazione’ da lui tentata si
riduce ad una presa d’atto del fatto che la conclusione di Croce è
insostenibile, ma soltanto per quanto riguarda le condizioni istituzionali
della libertà e che la scienza economica non può essere ridotta a tecnica.
Non a caso, e più volte, Röpke, il solo che di tale
tentativo si sia occupato, lamentando l’“uso più o meno spregiativo, di
“liberismo”” fatto da Croce,[72]
resta “dolorosamente” colpito
dalla
risposta crociana alle sue tesi,[73]
sostiene che colui che “poteva certo rivendicare a buon diritto il titolo di
erede spirituale di Croce”, il suo “compianto amico Carlo Antoni”, “in una
conferenza tenuta a Zurigo nel 1955, e ristampata poi in Die frei Welt im
kalten Krieg, “si schierò con Einuadi e con me, dando torto al suo venerato
maestro”.[74] Per quanto
non tradotta integralmente in italiano, detta conferenza, il cui contenuto complessivo
corrisponde a quello degli articoli Una polemica
illustre, L’ascetismo socialista e Liberalismo
e liberismo, non mostra affatto che la posizione di Antoni fosse così
nettamente a favore di Einaudi e Röpke. Nell’intenderla in questo modo è pure
possibile che Röpke abbia confuso le lodi alla sua soluzione con una sua piena
condivisione.
Ma la questione vera non è tanto questa, che appartiene
alla filologia e alla polemica politica, quanto se le posizioni di Croce e di
Antoni sulla natura e le origini della scienza economica e dell’individualismo
siano fondate e sostenibili. Diversamente resta il sospetto che si sia trattato
di una diatriba inutile perché fondata su punti di partenza per lo meno
controversi e dalla quale dovevano scaturire posizioni teoriche e politiche
confusionarie.
Se si può riconoscere la posizione di Antoni come affine
a quella di Röpke, il quale anche pensava “che l’economia dei mercati abbisogni
di un forte inquadramento morale-politico-istutuzionale”[75],
non si può dimenticare che se la si confronta con quella di Hayek e di Leoni
(ed in generale ‘austriaca’) sulla coeva nascita delle istituzioni sociali
(economiche, politiche e giuridiche), è anch’essa fragile. Per citare, con
Hayek, una frase di Hume: “the rules of morality […] are not conclusions of
our reason”, la morale non ha una nascita indipendente e precedente alle
altre istituzioni sociali e, se “il problema fondamentale [è] come nasce la
nostra moralità, e quali implicazioni può avere il modo in cui essa viene in
essere per la nostra vita politica ed economica”, entro una teoria
dell’’evoluzionismo culturale spontaneo’ come quello di Hayek – il quale
ritiene che “le nostre tradizioni morali, come molti altri aspetti della nostra
cultura, si sono sviluppate contemporaneamente alla nostra ragione, e non come
suo prodotto” –,[76] non può
porsi in una posizione privilegiata, superiore, più alta, e da tali vette dare
giudizi comparativi sulle istituzioni entro le quali meglio si realizzi la
libertà. Il mercato è esso stesso il luogo in cui la libertà si può esprimere
nella sua forma più compiuta proprio perché lo esige il suo funzionamento. È un
sistema di trasmissione di informazioni tramite prezzi entro il quale gli individui
massimizzano la loro possibilità di scegliere liberamente, quindi ‘eticamente’.
Che poi il momento economico sia nella sua vitalità insopprimibile e tale che
se negato dalla politica e dall’etica esse devono, come Antoni giustamente
scrive, snaturarsi, è la prova che esso non è una tecnica, ma una teoria
complessiva dell’azione umana dalla quale, come scrive Hayek in quel passo di Individualism
a cui Antoni allude:
Quali sono, dunque,
le caratteristiche essenziali del vero individualismo? La prima cosa da dire è
che esso è, innanzitutto, una teoria della società, un tentativo di
capire le forze che determinano la vita sociale dell’uomo, e che solo in
seconda istanza si configura come una serie di massime politiche derivate da
quella concezione della società.[77]
Un saggio, quello hayekiano, che contiene anche
un’interpretazione della nascita e delle caratteristiche della tradizione
individualistica che può essere respinta, ma che, per continuare a sostenere la
validità della tesi crociana, Antoni avrebbe dovuto contestare. Soprattutto,
prima di sostenere che il ‘liberismo’, in quanto ‘individualismo’, è una delle
possibili tecniche economiche, nella parte riguardante la tesi sulla nascita,
natura ed evoluzione delle istituzioni.[78]
Ciò che anche l’’austriaco-utilitarista’ Mises avrebbe negato per il fatto che
la sua ‘economia soggettivistica’ non è che una parte coerente della prasseologia:
di una teoria generale della conoscenza e dell’azione umana.[79]
Per
concludere, e se non fosse che, per usare le parole di Antoni, “ha anche
influito sugli atteggiamenti di molti intellettuali, che sono passati a
costituire o a rafforzare i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra”, una
polemica inutile ed infelice.
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Si veda Hartwell (1995), pp. 20, 45, 47-48, 51,
82-83, 91. Non si hanno, al momento, indicazioni su come Hayek e/o Röpke
presero contatto con lui. Probabilmente, dato che dovevano essere in contatto
già dal 1942, il suo nome venne proposto da Röpke. Nella prima delle lettere
che costituiscono la sua corrispondenza con Hayek, del 6 gennaio 1947, Antoni
lo ringrazia per l’invito. Cfr. Hayek-Antoni, Correspondence.
A questa data, infatti, risale l’articolo di
Croce (1927).
Emblematico, in tal senso, è il volume curato da
Orlando (1976), in cui numerosi ed autorevoli esponenti della tradizione liberal-democratica
italiana individuano argomenti per opporsi alla deriva marxista di quegli anni
ma senza mai citare gli autori (né Popper) prima menzionati anche se essi, per
lo meno ad alcuni dei collaboratori al volume, erano ben noti.
Cfr. Cubeddu-Masala (2001), pp. 311-36.
Non è un caso che, anche nella celebrata opera di
De Ruggiero (1925), la concezione dello stato hegeliano venga collocata
nell'alveo della tradizione liberale. Per un quadro sintettico della cultura
costituzionale dei primi decenni dell’Unità si veda Rebuffa (1995), pp. 7-66.
Scrive l’A.: “fin dall’inizio della nostra storia costituzionale l’assunzione
da parte di soggetti pubblici di competenze d’intervento negli equilibri
economici, non avvenne all’interno di un quadro di tutela generale dei diritti
e delle posizioni individuali, ma in un quadro di discrezionalità
amministrativa” (p. 23).
L’espressione è di Ferrara, sul quale rinvio a
Faucci (1995).
Nella quale, tuttavia, la società civile non è
soltanto il momento del soddisfacimento dei bisogni.
Cfr. Menger (1883), pp. 162ss.; trad. it. pp.
151ss. Il che significa, ad esempio, che un’economia di mercato non può
sopravvivere con un sistema giuridico collettivistico.
Tale etichetta, ad esempio, è ancora rivendicata
positivamente da Ricossa (1989), il quale, tuttavia, fa coincidere il liberismo
col Classical Liberalism, ma non più in Ricossa (1999).
Einaudi, tuttavia, in (1974), pp. 301-02,
intervenendo su un dibattito che aveva per oggetto il pensiero di Ludwig
Erhard, obietta, a quanti sostengono che “il liberalismo di Erhard non è il
liberalismo tradizionale”, che “il liberalismo tradizionale, classico,
liberista è innanzi tutto una invenzione poco spiritosa dei dirigisti e dei
socialisti, che nessuno dei grandi classici è stato mai “liberista” nel
significato caricatturale dei denigratori […] a farla breve, il liberalismo di
Erhard è il liberalismo classico”. Oltre che ministro dell’economia nel
dopoguerra e poi Cancelliere, Erhard fu anche un esponente di spicco dell’Ordo-Liberalismus.
Ora in Croce-Einaudi (1988), p. 12.
Croce-Einaudi (1988), p. 14.
Così, infatti, vengono definiti da Antoni in una
lettera del 22 settembre 1950 indirizzata a Croce (si veda Croce-Antoni (1996),
p. 113). Gli “amici Hayek, Röpke ed altri” sono ricordati da Antoni anche in
un’altra lettera del 26 agosto 1948, p. 93. Non è di secondaria importanza
notare che in questa corrispondenza, Antoni non è per nulla prodigo di
informazioni sull’attività della Mont Pèlerin. Questi sono i soli due accenni
ad Hayek. Di Röpke si parla invece anche alle pp. 93-94, n. 98, 139, 146. Una
ricerca condotta da Musté, che qui ringrazio anche per gli altri suggerimenti
che mi ha fornito, non ha dato, per ora, risultati positivi sulla
localizzazione di una corrispondenza, che certamente esiste, di Antoni con
Röpke.
Cfr. Quaglio (1986), pp. 53ss.; Bedeschi (1992),
pp. 290-92; Marelli (1992), pp. 36ss., 48ss., 90ss.; Brescia (1995), pp.
86-100; Mattei (1999), pp. 163ss.; Matera (2000), pp. 40ss.
Cfr. Pertici (2000), pp. 363-66. Colgo
l’occasione per ringraziare Pertici per i preziosi suggerimenti che mi ha
fornito nella preparazione del presente scritto.
Cfr. ad esempio Antoni (1953), p. 107, dove Röpke
e Hayek sono definiti “economisti liberali”, e Antoni (1959), p. 219:
“un liberale della scuola di Hayek e di Röpke”.
Cfr. Antoni (1967), p. 225.
Cfr. Antoni (1967), pp. 243-44.
Un riferimento a Menger si trova in Antoni
(1940), p. 172, dove Antoni scrive che “Weber si trovò a prendere posizione
nella polemica tra lo Schmoller ed il Menger, tra la giovane Scuola storica
dell’economia, che pretendeva di ridurre la scienza economica a scienza dei
fatti storici, e gli eredi della Scuola classica, che continuavano a scorgere
in essa una scienza di leggi naturali”. Un fugace accenno è anche in Antoni
(1946), p. 273. In Antoni (1957), si scrive che “il capo della Scuola
Austriaca, il Menger, in un suo scritto del 1884, intitolato Errori dello
storicismo nell’economia politica, attaccò le tesi del capo della Scuola
avversa, lo Schmoller. Qualche tempo dopo un altro economista della stessa
Scuola austriaca, il Wagner[sic], denunciava a sua volta come “storicismo” la
pretesa degli avversari di cancellare ogni differenza tra teoria economica e
storia economica, di ridurre, cioè, le leggi economiche a fenomeni storicamente
rilevanti, validi nell’ambito di singoli ordinamenti e di particolari tecniche
economiche”. E ancora, in uno dei saggi compresi in Antoni (1967), p.
224, egli osserva che Einaudi, nel 1921, “è probabilmente il primo che abbia
impiegato in Italia il termine “storicismo”, e non in senso deteriore, come lo
avevano usato gli economisti della Scuola austriaca nella loro polemica contro
l’indirizzo di Schmoller”. Sul Methodenstreit rinvio al Cubeddu (1993).
Cfr. Antoni (1967), pp. 246-48.
Argomento su cui si vedano Shearmur (1986); e
Hamowy (1987).
Cfr. Antoni (1967), p. 208. I riferimenti sono a
Mandeville, Ferguson, Smith, Vico e Burke.
Cfr. Hayek (1952), pp. 112 e n. e 383 e n.
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