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AL MERCATO DELLA RESPONSABILITA’

di Ralf Dahrendorf

Chi nel 2009 parla "della crisi" non ha bisogno di spiegare ai suoi lettori o ascoltatori di che cosa si tratti.
E le spiegazioni del crollo socio-economico sono così varie quanto le reazioni alla crisi stessa.
Vanno dal troppo specifico al troppo generale e confondono più di quanto non spieghino.
All'estremità ultraspecifica di queste spiegazioni vi è la tesi che tutto quanto è successo nell'economia mondiale dallo scorso settembre è riconducibile alla decisione del Governo americano di non proteggere la banca Lehman Brothers dall'insolvenza.
Una singola decisione avrebbe così scatenato un effetto domino che ha scosso prima la finanza e poi l'economia reale.
All'altra estremità vi è invece chi parla di un crollo del "sistema".
D'altronde forse già Carl Marx non aveva profetizzato una brutta fine per il capitalismo? Tra questi due estremi viene offerta ogni sorta di spiegazioni politico-economiche possibili.
Ma quando le spiegazioni di un fenomeno diventano così varie, è bene mantenere la calma.
Evidentemente non sappiamo ancora dove porti la crisi.
Non sappiamo quanto durerà e abbiamo solo una vaga idea di come sarà il mondo quando sarà finita.
La tesi qui sostenuta è che abbiamo vissuto un profondo cambio di mentalità e che adesso, in reazione alla crisi, siamo di fronte a un nuovo mutamento.
Al cambio che abbiamo alle spalle si può dare un nome semplice: è il passaggio dal capitalismo di risparmio a quello di debito.
Il brillante scritto di Max Weber su L'etica protestante e lo spirito del capitalismo ha i suoi punti deboli, ma rimane plausibile la tesi weberiana che l'origine dell'economia capitalista richieda una diffusa predisposizione a rimandare la soddisfazione immediata dei bisogni.
L'economia capitalista si mette in moto solo quando gli uomini non si aspettano di godere subito i frutti del loro lavoro.
Nel protestantesimo calvinista l'aldilà era il luogo della ricompensa per il sudore versato lavorando nell'aldiqua.
Da allora tuttavia si è verificato quel cambio di mentalità di cui scrive Daniel Bell in vari saggi del suo libro Cultural Contradictions of Capitalism.
Egli parla dello <<sviluppo di nuove abitudini d'acquisto in una società fortemente consumistica e della risultante erosione dell'etica protestante e del comportamento puritano>>.
In altre parole, il capitalismo sviluppato esige dagli uomini elementi dell'etica protestante quando sono sul luogo di lavoro, ma al di fuori di esso, nel mondo del consumo, richiede proprio il contrario.
Il sistema economico in un certo senso distrugge le proprie premesse mentali.
Quando Bell scrive questo, non si era ancora compiuto il nuovo cambio di mentalità economica, ovvero il passaggio dalla mania consumistica alla gioiosa abitudine di fare debiti.
Quando è cominciato questo percorso? Di sicuro negli anni 80 c'erano già persone che per un centinaio di marchi facevano un giro del mondo di sei settimane pagando le ultime rate dei costi effettivi quando già più nessuno dei loro amici e conoscenti voleva vedere le diapositive scattate a Rio o Bangkok.
Giustamente Daniel Bell parla dei pagamenti a rate come del peccato originale.
Allora il capitalismo, che era già mutato dal capitalismo di risparmio a quello di consumo, si avviò finalmente verso il capitalismo di debito.
Ed è proprio qui il passaggio dal reale al virtuale, dalla creazione di valore al commercio dei derivati.
Si diffuse un comportamento che permetteva il godimento non solo prima del risparmio, bensì addirittura prima del pagamento.
<<Enjoy now, pay later!>> divenne una massima d'azione.
Ma il cambiamento di mentalità qui tratteggiato è instabile.
Non si possono fare debiti all'infinito. Questa è proprio l'esperienza della crisi, nella quale cresce anche la tentazione di sostituire i debiti privati con quelli pubblici.
Ci si pone così la domanda sull'aspetto che assumerà il mondo dopo la crisi.
Parlare seriamente di ciò nella primavera del 2009 è un'impresa temeraria. E tuttavia una serie di sviluppi appare quantomeno molto probabile.
Quanto durerà la crisi? Due anni? Tre anni? Le condizioni generali dell'economia e della società in molti luoghi, come appunto in Europa, non sono particolarmente piacevoli.
Esse potrebbero però diventare la causa di un nuovo cambiamento di mentalità, il cui nucleo risiede in un rapporto nuovo col tempo.
Una caratteristica del capitalismo avanzato di debito era l'agire con il fiato incredibilmente corto.
Nel caso estremo dei commercianti di derivati significa che essi avevano già passato di mano il denaro fittizio prima ancora di porsi il quesito su quanto esso realmente valesse.
Ma un simile comportamento era solo parte di una frenesia più generalizzata.
Degli sviluppi imprenditoriali si dava notizia non più con cadenza annuale, bensì trimestrale e spesso a intervalli ancora più brevi.
I top manager non presentavano più prospettive di lungo periodo; molti venivano congedati dopo pochissimo tempo con una stretta di mano milionaria.
I politici si lamentavano di questo agire dal fiato corto, ma ne condividevano sempre più le debolezze. Per questo motivo è dall'alto che deve iniziare un nuovo rapporto con il tempo.
La questione dei compensi ai manager - uno dei motivi di rabbia popolare - diventa risolvibile solo nel momento in cui i redditi vengono agganciati a conquiste di lungo periodo.
In questo modo si può riportare al centro delle decisioni anche un concetto che negli ultimi anni del capitalismo di debito è stato dimenticato, ovvero quello degli "stakeholder".
Con questa parola s'intendono tutti quelli che magari non hanno delle partecipazioni in un'impresa, ovvero che non sono "stakeholder", ma che hanno un interesse esistenziale alla sopravvivenza e al successo dell'azienda: i fornitori e i clienti, ma soprattutto gli abitanti delle comunità in cui sono attive le imprese.
Per essi non è tanto importante la cogestione quanto il riconoscimento dei loro interessi da parte del management, e ciò a sua volta presuppone che i dirigenti sappiano guardare oltre il loro naso anziché tenere sott'occhio solo i profitti e i bonus del prossimo trimestre.
Anche il superamento delle questioni strettamente globali dipende da una nuova prospettiva temporale.
Che l'agire venga determinato da un pensare a breve o, invece, a medio periodo lo si capisce anche da come viene attuata la politica di lotta ai cambiamenti climatici o, meglio, alla mancanza di una tale politica.
Forse sono necessari avvenimenti radicali per favorire un'agire orientato al futuro.
Probabilmente il Bangladesh o l'Olanda dovranno affondare nelle onde marine prima che s'imponga il messaggio di Al Gore o Nicholas Stern.
Il cambio centrale di mentalità che potrebbe nascere da questa crisi è quindi un nuovo rapporto col tempo nell'economia e nella società.
Ultimamente, d'altro canto, si fa un gran parlare di fiducia e responsabilità.
Sono necessarie entrambe, ma entrambe presuppongono che cessi il modo di pensare estremamente miope di chi ha in mano il potere.
Perché ciò avvenga, il management deve scendere dai piani alti affinché chi prende le decisioni si rapporti nuovamente in modo responsabile verso le persone di cui ha in mano il destino.
Per favorire questo cambio di mentalità sono necessarie misure in parte reali e in parte simboliche.
Si dovrebbe quindi verificare un ritorno all'etica protestante di beata memoria? E' possibile un tale ritorno? La risposta all'ultima domanda non può che essere: probabilmente no.
In questo modo anche la prima domanda perde di valore. Ciò che non può essere , allora non sia. Le nostre economie moderne non potranno tornare indietro a Keynes e dopo di lui il pensare all'eternità con la speranza di una ricompensa nell'aldilà ha perso la sua forza e la sua attrattiva.
Non ci sarà quindi nessun ritorno all'etica protestante.
E tuttavia un ravvivamento delle antiche virtù è possibile e auspicabile.
Il paradosso del capitalismo di cui parla Daniel Bell non potrà sparire del tutto: il motore del capitalismo moderno fonda su preferenze che i metodi del capitalismo moderno non contribuiscono a rafforzare.
Per formularla in maniera meno astratta: lavoro, ordine, servizio, dovere rimangono i prerequisiti del benessere; ma lo stesso benessere significa piacere, divertimento, desiderio e distensione.
Gli uomini lavorano duro per creare beni che in senso stretto sono superflui.
Non torneremo al capitalismo di risparmio, ma a un ordine in cui il soddisfacimento dei bisogni è coperto dal necessario valore aggiunto.
Il capitalismo di debito deve essere ricondotto a una misura sopportabile.
E' necessario qualcosa come un "capitalismo responsabile", sebbene nel concetto di responsabilità è necessario che risuoni soprattutto la prospettiva di medio periodo, ovvero quella di un nuovo rapporto col tempo.
E' importante che tra pacchetti congiunturali e schemi di salvataggio non si perda di vista il dopo crisi, perché in questi anni si decide in quale tempo vivrà la prossima generazione di cittadini delle società libere.

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