Chi siamo | Newsletter | Aderire | Dicono di noi | Negozio | Contatti
Site search  Web search

HOME PAGE

Le Iniziative

Biblioteca Liberale

Liberali di ieri e oggi

Il Documento di...

Le nostre interviste

Le nostre letture

Album delle immagini

I testi On Line

Editoria

 
Relazione al Convegno "Croce e il liberalismo", tenutosi al Dipartimento di Filosofia dell'Università "La Sapienza", Roma, il 26 maggio 2003, ed in pubblicazione sul numero 6/2003 di "MondOperaio" e negli atti del Convegno.
L'Autore ringrazia il Direttore della Rivista, prof. Luciano Pellicani, gli organizzatori del Convegno, proff: Mario Reale e Stefano Petrucciani, e il curatore del volume degli atti, dr. Corrado Ocone, per aver consentito la presente diffusione.

CROCE, gli AUSTRIACI ed il LIBERALISMO

di Raimondo Cubeddu - Università di Pisa -

1. Premessa. 

Si potrebbe iniziare trasformando in una domanda un'affermazione di un illustre crociano, Carlo Antoni, il quale ha sostenuto che il controverso rapporto tra liberalismo e liberismo

ha attratto l'appassionato interesse del mondo intellettuale e specialmente dei giovani di allora [… ed è] è stata determinante nella formazione dottrinale del nuovo partito liberale italiano, ma ha anche influito sugli atteggiamenti di molti intellettuali, che sono passati a costituire o a rafforzare i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra .

Un'analisi delle vicende biografiche e culturali di molti e significativi esponenti della sinistra italiana può se non altro confortare tale affermazione; altra cosa, tuttavia, è capire come mai ciò sia avvenuto. Quella che non è morta è sicuramente la convinzione, presente anche in molti liberals, che l'anarchica vivacità del mercato debba essere corretta dall'etica e dalla politica. In questo, essi, come del resto Croce, non si differenziano (se non per il modo di intendere i contenuti dell'etica e della politica) dalla dottrina sociale cattolica la quale anche accetta il mercato, ma lo vuole correggere e finalizzare sulla base di princìpi che ne trascendono politicamente, e soprattutto eticamente, la mutevolezza dovuta alla sua natura di soddisfare bisogni senza andar tanto per il sottile riguardo alla loro naturalità o artificialità .
Negli scritti della seconda metà degli anni venti che danno inizio alla querelle, Croce, nel saggio Liberismo e liberalismo, del 1927, pur riconoscendo la comune origine dei concetti di liberismo e di liberalismo, ribadisce più volte il legame del "liberismo con l'utilitarismo etico" e la necessità di assoggettare e di subordinare la sfera dell'economica (utilitaristica ed edonistica) alla sfera etico-politica tramite il riconoscimento del "primato non all'economico liberismo ma all'etico liberalismo" . Tutto questo lo spinge anche ad affermare che "ben si potrà, con la più sincera e vivida coscienza liberale, sostenere provvedimenti e ordinamenti che i teorici della astratta economia classificano socialisti, e, con paradosso di espressione, parlare finanche [...] di un 'socialismo liberale'" alla Hobhouse ; più tardi, a sostenere l'"indifferenza del principio della libertà verso la particolarità degli oridinamenti economici" ; ed anche a scrivere che se "il corso storico delle cose portasse al bivio o di danneggiare scemare la produzione della ricchezza, conservando l'ordinamento capitalistico, cioè della proprietà privata, o di garantire e aumentare la produzione, abolendo la proprietà privata […] il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto quella abolizione" . In altre parole, che "sarebbe opera vana cercare di fissare, nel moto incessante e vario e diverso della storia, gli ordinamenti economico-politici che la libertà ammette e quelli che essa rifiuta; perché, di volta in volta, li ammette tutti e tutti li rifiuta" . In tal modo, tuttavia, viene ad essere negato e respinto il nesso tra libertà economica e libertà politica che caratterizza la filosofia politica della tradizione liberale, e senza il quale il liberalismo diventa indistinguibile dalla teoria politica democratica.
Ma in che cosa consiste esattamente la differenza tra liberalismo e liberismo se Croce e i suoi seguaci criticano l'ottimismo del laissez faire per contrapporgli, in definitiva, nient'altro che una 'religione della libertà' anche più fideistica dato che lo sviluppo storico non ha qui neanche quel termine di paragone rappresentato dall'universalità e perennità del diritto naturale?
Col termine liberismo finì così per essere designato il momento -si badi bene: naturale- del soddisfacimento dei bisogni individuali tramite la normale attività di scambio che avviene nel mercato, e distinguerlo da un presunto e diverso momento: il liberalismo, inteso come più alto e nobile, che sarebbe quello della ricomposizione degli interessi individuali entro la cornice dello stato inteso come il momento etico-politico dell'attività umana. La tesi di fondo, quindi, anch'essa diversa da quella (se si vuole sbagliata) del Classical Liberalism, era che tale ricomposizione non avveniva e non poteva avvenire spontaneamente: era prodotta dalla politica e dall'etica. Se adottassimo questa prospettiva, a distinguere i 'liberali classici' dai 'liberisti' potrebbe essere il fatto che mentre i primi ritengono che l'ordine politico sia il risultato di un processo tendente a conciliare politicamente la libertà individuale con l'esigenza di un insieme di norme di condotta universalizzabili, i secondi credono invece che, non ponendo limiti all'attività individuale, l'ordine e l'armonia possano emergere come esito di un processo naturale. Si trattava, comunque, di un ottimismo che affondava le sue radici in una visione provvidenzialistica della vicenda umana, propria però soprattutto di un liberalismo religioso (se Dio esiste perché mai non deve interessarsi della vicenda umana?) diverso da quello 'austriaco'.
A ciò si aggiunga che i teorici della liberalizzazione dei traffici si rifacevano alla teoria economica classica inglese, ai cosiddetti 'cobdeani', 'manchesteriani', all'economista francese Bastiat, ed al direttore del molto influente, in quell'epoca, "Journal des Economistes": Gustave de Molinari . I teorici del protezionismo, oltre che alla teoria economica di Friedrich List e della Scuola storica dell'economia tedesca, si ispiravano invece a Mill e, più in particolare, alla sua concezione della politica come attività ridistributiva (e perciò 'etica') delle diseguaglianze prodotte dal mercato. I 'problemi irrisolti' della teoria del valore-lavoro finivano così per trasmettersi alla politica assegnandole il compito di correggere -come si dice ancor oggi- le 'assimmetrie del mercato'. Un compito che richiede sia una teoria etica ridistributiva di riferimento (o una 'teoria della giustizia sociale'), sia una teoria che dimostri che la conoscenza posseduta dall'etica e dalla politica sia maggiore e superiore a quella prodotta e disegualmente distribuita dal mercato, sia infine una 'teoria oggettiva' dei beni e del valore. Tutte cose che, singolarmente e nell'insieme, non hanno a che fare con la teoria dell'azione umana 'austriaca'.
Indubbiamente ci si può chiedere se il liberismo inteso come anti-protezionismo sia una tecnica economica o un aspetto in cui si manifesta una più generale teoria dell'azione umana. Trasformando il problema in una domanda ci si può chiedere se sia più 'utilitaristico' il protezionismo (che mira al raggiungimento di obiettivi particolari ed immediati di benessere), o il laissez faire (che mira invece a produrre una situazione di libertà degli scambi da cui tutti, anche se in un periodo temporale più esteso, possono trarre vantaggi astratti ma universalizzabili).
Il Classical Liberalism, inoltre, pur nella varietà dei suoi contenuti, orientamenti ed esponenti, sopra l'economia poneva non la politica e l'etica ma i Natural Rights e/o il Rule of Law.
E' tuttavia importante ricordare che tanto quei pensatori liberali che intendevano la politica come un'attività volta a conciliare la libertà individuale con un insieme di norme di condotta universalizzabili, quanto quelli che ritenevano invece che ordine e armonia nascessero spontaneamente dal 'corretto' esercizio della libertà individuale, sottoponevano la libertà individuale, l'economia e la politica ai Natural Rights o alla Rule of Law. Non è qui il caso di indagare sulle differenze tra le due tradizioni e quale sia stata la loro relazione, ma non si creda che il primo gruppo fosse interamente costituito da fautori dei Natural Rights ed il secondo da fautori del Rule of Law. Ciò che è importante è semmai:
1) che per il Classical Liberalism 'sopra' l'economia e la politica non c'è l'etica (o la religione) quanto una particolare concezione del diritto inteso come antecedente alla politica e all'etica, ed innato, o prodottosi per 'evoluzione culturale spontanea';
2) che Croce all'esistenza di quei diritti non credeva.
Infatti, "le leggi" sono per lui "atti volitivi, concernenti classi di azioni" e pertanto "per la mancanza dell'elemento volitivo non sono leggi le così dette leggi della natura" . Di conseguenza Croce critica sia quelle "leggi permissive" che secondo alcuni studiosi recenti costituiscono il legame tra la Legge naturale ed i Diritti naturale , sia

il concetto di un codice eterno, di una legislazione limite modello, di un diritto universale, razionale o naturale […] Il diritto naturale, la legislazione universale, il codice eterno, che pretende di fissare il transeunte, urta contro il principio della mutevolezza delle leggi, che è conseguenza necessaria del carattere contingente e storico del loro contenuto […] Quelle leggi "naturali" sono storiche, quelle leggi "eterne", transitorie, come tutte le altre. Leggi naturali ed eterne sono state proclamate in certi tempi e luoghi la tolleranza religiosa, la libertà di commercio, la proprietà privata, la monarchia costituzionale; e in altri tempi e luoghi, l'estirpazione degli infedeli, il protezionismo commerciale, il comunismo, la repubblica e l'anarchia […] i cosiddetti trattati di Diritto naturale sono […] nient'altro che trattazioni (talvolta anche pregevoli) di Etica […] i cataloghi dei diritti naturali o si dimostrano tautologie, con le quali si ripete vanamente che l'uomo in quanto spirito ha il diritto (e insieme il dovere) di svolgersi come tale […]; ovvero sono razionalizzamenti arbitrari di contingenze storiche" .

Ora, si può essere anche d'accordo con Croce, ma certo al costo di dover definire in altro modo quello che prima si era definito 'liberalismo'. In sostanza egli rigetta la funzione che esso aveva attribuito al diritto naturale come anello di congiunzione tra etica e politica, e soprattutto si appropria di un contenitore con tanto di etichetta, ne attribuisce l'intero contenuto al 'liberismo', ed immette nel primo ed ormai vuoto contenitore un evoluzionismo storicistico ancor più ingenuo e fideistico di quello del pur criticato Bastiat dato che per quest'ultimo l'armonia degli "interessi onesti" era il prodotto del riconoscimento e del rispetto della legge naturale e dei diritti naturali i quali, essendo dati all'uomo da Dio, sono eterni, universali ed immutabili e rappresentano una guida per l'azione e per la scelta .
Non è quindi paradossale se, non ponendosi dei limiti legati al concetto di legge e di diritto naturale, il liberalismo di Croce sia finito per diventare un'ideologia di supporto al socialismo liberale, al liberal-socialismo e soprattutto alla tradizione liberal. Ripropone, in sostanza, lo stesso schema ridistributivo di Mill e del Kathedersozialismus.
E questo induce a chiedersi:
d) come mai Croce potesse dar lezioni di liberalismo quando, in realtà, di questa tradizione rigettava la 'stella polare': quella teoria del Diritto naturale (uso questa espressione come comprensiva di Legge naturale e di Diritti naturali) e/o del Rule of Law che consente di tenere insieme non soltanto i suoi vari esponenti, ma di superare anche la successiva distinzione hayekiana tra 'vero' e 'falso' liberalismo. Senza poi dire del di Croca scarso interesse per le istituzioni politiche le quali, per i liberali classici, da sempre costituiscono il baluardo delle libertà individuali dall'invadenza e dai soprusi dei governi e delle maggioranze;
e) che cosa il 'liberalismo' di Croce abbia in comune con la tradizione liberale 'classica';
f) cosa resti della distinzione crociana se dovesse mostrarsi che non tutta la scienza economica è 'utilitaristica' ed 'edonistica', e che quella che non lo è ha elaborato una teoria della nascita delle istituzioni la quale non soltanto non è scalfibile dalle possibili critiche di tipo crociano, ma che, proprio in virtù di quella teoria delle istituzioni, rende inutile la distinzione tra liberalismo e liberismo;
g) regge ancora la tesi crociana esposta nel saggio Le due scienze mondane: l'Estetica e l'Economica, del 1931, vera e richiamata fonte di Antoni, in cui si ha un'identificazione tra economia ed utile, se la si confronta con quella mengeriana?
Cercherò quindi di dare una risposta a quell'affermazione iniziale trasformata in domanda e al perché tale controversia abbia paralizzato la cultura italiana per decenni. Ossia fino a quando quella parte della mia generazione che pur aveva letto ed apprezzato Croce negli anni giovanili si è resa conto che la via tracciata da Croce era diventata impraticabile . Che bisognava cercare altre vie, magari ricorrendo all'aiuto di quei pensatori stranieri continuatori del 'liberalismo classico', o cercando di rivalutare altri pensatori italiani i quali, per molti versi, avevano continuato quella tradizione. Mi riferisco soprattutto a Bruno Leoni il quale, a mio avviso, è il più importante pensatore liberale italiano del dopoguerra e l'unico che abbia esercitato un'influenza sull'evoluzione del Classical Liberalism. Un altro discorso che meriterebbe di essere fatto è quello che concerne la rivisitazione della tradizione 'liberista' italiana.
Personalmente -oltre che occupandomi degli Austriaci e di Leoni, ed incoraggiando indagini sul suo pensiero come quella recentissima di Antonio Masala, Il liberalismo di Bruno Leoni- ho anche cercato di estendere lo sguardo al tentativo compiuto da Antoni di conciliare il 'liberalismo' crociano con il 'liberismo' dei suoi "amici della Mont Pelerin Society" . Si trattò, indubbiamente, di un tentativo importante ma tutto sommato sfortunato e sterile. Inoltre quello che ha messo in luce Masala esaminando la corrispondenza Hayek-Antoni, se da un lato mette allo scoperto rapporti personali non certo facili che richiedono comunque di essere ulteriormente indagati, dall'altro lato è estremamente indicativo del modo in cui le incomprensioni personali abbiano inciso sul destino del liberalismo italiano.
La vicenda è questa: nel 1950, su "Il Mondo" del 18 marzo, p. 5, Leoni pubblicò un'articolata e acuta recensione del volume di Hayek Individualism and Economic Order, intitolata I due individualismi. Come risulta dalla corrispondenza citata dal Masala, essa fu apprezzata da Einaudi; e Leoni, riportandone il giudizio, la trasmise ad Hayek, il fondatore della Mont Pelerin Society che allora contava un unico socio 'attivo' italiano: Antoni anch'egli regolare ed autorevole collaboratore di "Il Mondo". Leoni ambiva a far parte della Mont Pélerin Society, ed Hayek, con grande correttezza, in una lettera del 14 aprile 1951, chiese informazioni ad Antoni comunicandogli che un certo prof. Leoni di Pavia lo aveva invitato a pubblicare un articolo su "Il Politico" (che aveva allora un anno di vita), e che era interessato alla Mont Pélerin Society. Antoni, senza far cenno a ciò che si è scoperto Hayek già sapeva (ossia che su "Il Mondo" Leoni aveva pubblicato un articolo-recensione del suo libro), così risponde in una lettera del 7 giugno 1951: "non ho mai sentito nominare il prof. Bruno Leoni di Pavia e la sua rivista, né sono riuscito, per quante ricerche facessi, ad avere qualche notizia sul suo conto. Solamente Pannunzio ricorda di aver ricevuto una sua lettera, in cui egli, pur aderendo all'indirizzo generale del "Mondo", deplorava l'asprezza degli attacchi al fascismo e agli antichi fascisti. Non vorrei però dare troppo peso ad un ricordo un po' vago del mio amico Pannunzio" .
Mi si perdoni, quindi, se in questa occasione non estenderò lo sguardo alle controversie dottrinali e personali tra i pensatori italiani del dopo-guerra che si sono richiamati alla tradizione liberale. Ma non mi sento di andare oltre, anche se riconosco che quel che avviene in Italia in seguito alla scoperta di Popper e della Scuola Austriaca è di grande importanza per farsi un'idea della 'rigenerazione' della tradizione liberale italiana. Ciò detto, per il fatto che di quella vicenda sono in qualche misura parte in causa, e perché dovrei parlare di maestri, di amici e di conoscenti, preferisco tacere. Senza che questo sia da intendere come una sorta di riserva.
Ovviamente non voglio sostenere che da allora si siano schiusi orizzonti di gloria per il liberalismo italiano, ma semplicemente che, se ora Croce occupa un posto di seconda fila nel dibattito sul liberalismo, una ragione deve pur esserci. Ed è indubbiamente un dato di fatto che la sua eredità sia più viva tra i Liberals italiani di quanto non lo sia tra i seguaci del Classical Liberalism che hanno recepito l'insegnamento degli Austriaci.
Di conseguenza penso sia opportuno prendere le mosse dalla relazione tra Croce e gli Austriaci tornando alle pagine nelle quali, apparentemente in maniera incidentale, Croce se ne occupa.

2. Croce e gli Austriaci. 

I primi riferimenti significativi a quella teoria economica che Croce definisce come "concezione utilitaria, propugnata dalla scuola che si suol chiamare austriaca", o "edonistica", risalgono al saggio Le teorie storiche del prof. Loria, del 1896 .
Trattasi di una lettura non inconsueta in quegli anni dato che con gli stessi aggettivi la definiscono anche Maffeo Pantaleoni, che proprio in quegli anni, nel 1889, aveva pubblicato i suoi Principii di economia pura, e Francesco Saverio Merlino, del quale si ha certezza che i mengeriani Grundsätze li avesse per lo meno sfogliati . Cosa che invece non ritengo si possa con sicurezza affermare, relativamente a quegli anni, per Pantaleoni che su di Menger fa delle affermazioni delle quali si può dire che appare difficile capire da quale fonte possano mai provenire. Di fatto, come mette in luce l'analisi e la collazione dei testi fatta da Flavia Monceri, in Marginalismo come edonismo. Su alcuni aspetti teorici della prima recezione italiana di Menger, del 1999, Croce "mostra di aderire all'interpretazione pantaleoniana del marginalismo austriaco" : ossia ad un'interpretazione sbagliata e non priva di conseguenze riguardo al tema qui affrontato. Infatti, interpretando edonisticamente "tanto la teoria di Jevons quanto quella di Menger", egli finisce per ridurre "anche quest'ultima ad un'origine che non le è propria, ossia all'utilitarismo filosofico" . La questione non è di poco conto: ancora con parole di Monceri, se "Jevons riduce il valore alle cose trasformandolo in una loro (possibile) funzione per il soggetto agente, Menger, invece, trasforma il valore in un giudizio soggettivo sulla (possibile) funzione delle cose per quello stesso soggetto" .
Ma non basta, se facessimo un confronto tra la "tabella mengeriana" relativa alla "scala dell'importanza delle diverse soddisfazioni dei bisogni" , e quelle di Jevons e di Pantaleoni, ci si accorgerebbe che la sua originalità rispetto a quelle di Gossen e di Jevons non è affatto colta da Pantaleoni, il quale confondendole, dà luogo ad un'incomprensione del pensiero di Menger nella quale cade anche Croce che da Pantaleoni (il quale riteneva Menger un plagiario di Gossen e di Jevons ) attinge.
Quel che mi chiedo è come mai un filosofo come Croce non soltanto usi quei due aggettivi che nei Grundsätze non compaiono, e che non possono essere desunti dai concetti e dalle tesi di Menger, e come mai non si renda conto che il problema di quest'ultimo non era quello di Jevons e neanche quello di Walras-Pareto anche perché i fondamenti filosofici dei tre 'marginalismi' erano diversi (comunque è bene ricordare che tale differenza, che pure era chiara a Menger, emerge nella letteratura solo molto più tardi).
Viene così da chiedersi: a)se veramente Croce avesse una conoscenza diretta di Menger; b)se c'avesse capito qualcosa; o, c)se invece, come spesso capitava in quegli anni, dato anche che Menger non viene menzionato, non facesse un po' di confusione con le teorie di Böhm-Bawerk e di Wieser . È però da dire che di "utilitarismo" e di "edonismo" è anche difficile parlare a proposito di questi ultimi dato che il soddisfacimento dei bisogni, ed anche il valore (si pensi all'opera di Wieser, Der natürliche Wert, del 1889) erano per loro 'naturali'; e che comunque, anche se forse di quei concetti si aveva in quegli anni una percezione diversa da quella che si ha oggi, essa non corrispondeva a quella che ne aveva Menger.
Resta inoltre il fatto che non è affatto detto che l'unico esito politico dell'utilitarismo e dell'edonismo economico sia nel 'liberismo'. Molto spesso, anzi, l'accentuazione dell'utilità sociale sfocia nel socialismo, o come avvenne in quegli anni coi sindacalisti rivoluzionari italiani che aderirono al fascismo, nel corporativismo .
La questione, tuttavia, non è semplicemente di carattere filologico-esegetico, perché contribuisce a spiegare come, partendo dall'assunzione che la teoria economica -per influsso dell'opera di Pantaleoni, detta allora in Italia 'pura' o 'astratta' (Menger, è bene ricordarlo, parla di "scienza economica 'esatta'")- fosse anche "utilitaristica" ed "edonistica", si arrivi ad una definizione di 'liberismo' che può presentare caratteri marcatamente diversi da quelli del liberalismo. In altre parole se tutta la teoria economica è "utilitaristica" ed "edonistica" -come Croce ancora sostiene nel saggio Le due scienze mondane, del 1931- non può essere la base del liberalismo dato che esso non può essere inteso come una teoria politica "utilitaristica" ed "edonistica". Se questo non fosse vero, si potrebbe anche dire che Croce aveva ragione. Ma non bisogna dimenticare come Menger e Hayek abbiano perseguito l'intento di distinguere il proprio individualismo da quello 'pragmatistico' e da quello 'razional costruttivistico' di derivazione utilitaristica.
Resta il fatto che per quanto il giovane Croce non fosse il solo, allora, a definire così la teoria economica 'austriaca', ciò che si può spiegare in un economista, è più difficile da comprendere in un filosofo. Anche ribadendo che non era l'unico studioso che la definiva in tal maniera, tale fraintendimento avrà delle conseguenze. E ci si può chiedere se lo stesso Croce avesse potuto sostenere la sua tesi sulla distinzione tra liberalismo e liberismo se si fosse reso conto che quella 'austriaca' non era una 'tecnica economica', ma una "teoria dell'azione umana": una teoria della scelta in condizioni naturali di scarsità di conoscenza e di tempo valida tanto nel campo dell'economia quanto in quello dell'etica e della politica.
Viene quindi da domandarsi quale fosse la reale conoscenza che Croce aveva degli 'Austriaci'. Per chiarire la questione occorre prendere le mosse dal celebre saggio Come nacque e come morì il marxismo teorico in Italia (1895-1900). Due lettere e ricordi personali, del 1937. Chi scrive è del parere che il responsabile in assoluto fu Böhm-Bawerk e quello italiano Merlino, e soprattutto che non sarebbe inopportuno leggere questi saggi nella prospettiva della discussione, viva in quegli anni, sul decesso del marxismo teorico ed alla quale i pensatori prima menzionati parteciparono. Ma questo ora non importa . In quel saggio, infatti, ripercorrendo la vicenda, Croce scrive che le sue indagini sul marxismo lo portarono a studiare gli economisti classici Smith, Ricardo, il loro continuatore Marshall, e poi Pantaleoni e Pareto, e che inoltre aveva

rivolto una speciale attenzione alla cosiddetta scuola austriaca dell'economia e agli indirizzi affini a questa, che i marxisti consideravano allora come loro principale nemica […] in questa indagine spregiudicata e scrupolosa, io giunsi a una conclusione […] che la scienza vera e propria della economia assai meglio si trovasse rappresentata dalla vituperata scuola austriaca .

L'affermazione è indubbiamente importante anche perché Croce per ben due volte ricorda la 'cura' con cui condusse l'indagine. Ma se questo è vero, come mai non si accorge:
a) che le tabelle di Menger e di Jevons sono diverse;
b) che Menger non usa quei termini e che il suo orizzonte culturale era aristotelico e non utilitaristico;
ed inoltre,
c) perché non fa mai una citazione di Menger da cui si possa desumere che ne avesse una conoscenza di prima mano (possibile che tutto quell'insistere di Menger sulla distinzione e classificazione dei metodi e delle scienze e sulle "leggi naturali esatte" lo potesse lasciare così indifferente?);
d) che quella della Scuola Austriaca non era "scienza vera e propria dell'economia", vale a dire in linguaggio crociano "disciplina descrittiva e quantitativa", ma, in quanto teoria generale dell'azione umana in condizione naturale di scarsità, quindi, sempre in linguaggio crociano, un'"Economica" o "Filosofia dell'Economia";
e) è veramente possibile se lo si è letto -ma si vedrà in seguito- liquidare in quel modo il saggio di Böhm-Bawerk Zum Abschluss des Marxschen Systems, del 1896?;
f) si può restare indifferenti rispetto all'affermazione mengeriana nelle Untersuchungen (certamente discutibile) secondo la quale il razionalismo unilaterale ed il 'pragmatismo' di Smith e dei suoi seguaci conducono inevitabilmente al socialismo?
La tesi della conoscenza di seconda mano non risulta certo falsificata se si prendono in esame i riferimenti alla Scuola Austriaca. Ci sono molti passi in cui si potrebbe intravedere la Scuola Austriaca in virtù di come viene descritta da Croce; limitandosi ai richiami espliciti, nel saggio Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, del 1897, si può ricordare il passo in cui egli scrive che "Marx stesso non ebbe tempo e modo di prendere posizione, per così dire, rispetto alle ricerche dei puristi, o edonisti, o utilitarî, o deduttivisti, o austriaci" . Pagine dalle quali si deduce -e può andar bene per gli altri ma non per gli 'austriaci' i quali, ed ancora una volta, non adoperano l'espressione- che tutti costoro hanno anche a che fare con la teoria dell'homo œconomicus. Del saggio Marxismo ed economia pura, del 1899, si può richiamare l'affermazione: "non ho fatto altro se non ripetere che la teoria del Marx "non è una teoria del valore", e che la teoria scientifica [si badi bene non 'filosofica'] del valore non può che trovarsi se non nell'indirizzo puristico o "austriaco" che dir si voglia" . Data questa definizione, ed il Methodenstreit, nello stesso saggio si potrebbe vedere la Scuola Austriaca quando Croce scrive:

e non vorrei che si esagerassero i meriti dell'Economia pura, la quale non ha fondato nessun metodo scientifico, ma ha applicato, meglio che non si fosse fatto altre scuole nel campo dell'economia, quei metodi che sono di tutte le scienze. Contro la scuola storica è stata una reazione benefica. Perciò aderisco alla scuola puristica; ma in questa adesione mi permetto alcune cautele, delle quali non sarà inutile l'accenno. In primo luogo, io credo che ci sia ancora da elaborare filosoficamente il concetto di valore […] si veda come [gli economisti] siano ancora perplessi tra concetti di egoismo, legge del minimo mezzo, soggettivismo, psicologismo, edonismo, eudemonismo e via dicendo.

Il riferimento a System der Werttheorie di von Ehrenfels indica certamente conoscenza del dibattito, ma non è riferibile alle posizioni della Scuola Austriaca. Scrive ancora Croce:

In secondo luogo, credo che l'economia pura debba sciogliersi dal connubio col liberismo, essendo il liberismo una persuasione morale-sociale-politica, ottima, giustificatissima, santissima, tutto quello che volete; ma non già scientifica. Bisogna lasciare che i puristi in economia siano poi quel che vogliono in ogni altro campo, com'è loro diritto, senz' accusarli di contraddizione con l'economia pura, perché la comune accettazione di leggi generalissime si presta ai più varî ed opposti programmi pratici e concreti" .

Viene così da chiedersi se Croce sarebbe stato così convinto del fatto che tra organizzazione economica, giuridica e politica non c'è un legame di complementarietà se avesse preso in mano Menger. Nelle opere di quest'ultimo, infatti, è contenuta la più forte affermazione a favore della necessaria unione tra economia e politica, affermazione che, non a caso, tornerà più volte nel dibattito successivo. Inoltre, non spendendo una parola sull'accusa di plagio di Gossen e di Jevons rivolta da Pantaleoni a Menger, e celiando sul reale oggetto della critica di Böhm-Bawerk: la teoria del valore marxiana, Croce finisce per mettere fuori campo quelle teorie 'austriache' che sono in realtà una falsificazione della sua tesi sul carattere 'utilitaristico' di tutta la scienza economica. Per dirla brevemente, la loda con espressioni generiche, ma non si confronta con le sue tesi.
Ma Croce, più che a Menger, il cui nome, come si è detto, non ricorre in quei saggi, pensava a Böhm-Bawerk e al suo dibattito coi marxisti ai quali il giovane Croce era allora in qualche misura vicino. Nel saggio Le teorie storiche del prof Loria, del 1896, infatti, detto che vi sono due "concezioni del valore […] la concezione, diciamo così, classica e obiettiva della scuola ricardiano-marxistica, che riduce il valore al lavoro, e la concezione utilitaria, propugnata dalla scuola che si suol chiamare austriaca", e che "a parlare correttamente, la teoria proposta dal Ricardo e perfezionata dal Marx non è una teoria generale del valore, ossia non è propriamente una teoria del valore. Questa teoria generale è invece l'assunto della scuola edonistica o austriaca" , Croce, affrontati altri problemi qui non rilevanti, così conclude la nota:

bisogna concludere che è vano ogni tentativo di confutare delle teorie del Marx in nome delle teorie edonistiche, come del pari è assurda la confutazione di queste in nome di quelle; e che l'apparente antinomia delle due diverse teorie del valore si risolve col riconoscere che la teoria della scuola edonistica è, senz'altro, la teoria del valore, e la teoria di Marx è un'altra cosa. Che quest'altra cosa non sia una vanità o una fantasticheria, basterebbe a provarlo il fatto che il concetto marxistico di Mehrwert è restato confitto come un dardo acuminato nel fianco della società borghese, e nessuno ancora è riuscito a strapparnelo. Ci vuol ben altra radice medica che non i ragionamenti dei Böhm-Bawerk e simili critici per sanare la piaga .

Croce non specifica a quali opere di Böhm-Bawerk si riferisca, ma nella raccolta dei saggi in volume, alla fine del passo qui citato -e quindi, a dimostrazione del fatto che il suo giudizio su Böhm-Bawerk non era mutato-, scrive: "Si veda lo svolgimento di questa mia interpretazione nel presente volume, saggio III, §§ 1 e 2, e saggio V". Si tratta del saggio Per la interpretazione e la critica di alcuni concetti del marxismo, del 1898, nel quale Croce -commentando in nota la tesi di Sombart secondo il quale "le conclusioni pratiche del Marx si possono rigettare per ragioni politiche, ma che, scientificamente, occorre anzitutto intendere il pensiero di lui"- scrive: "non ho ora a mano la critica (condotta secondo i concetti della scuola edonistica), che di questo articolo di Sombart fece l'anno scorso [sic], a proposito del terzo volume del Capitale, il Böhm-Bawerk, nella Miscellanea per le onoranze allo Knies" . Viene quindi da pensare che Croce non solo non avesse un "buon concetto" della validità delle critiche di Böhm-Bawerk a Marx, ma anche che, forse perché non ne aveva "a mano" il testo, o si fidava troppo di Sombart, o non ne aveva colto il contenuto e la portata. O, ancora, e più realisticamente, che non lo avesse letto.
Il fatto rilevante, detto molto semplicemente, e senza nulla aggiungere sull'importanza e sui dibattiti che suscitò, è che si tratta di Zum Abschluss des Marxschen Systems . Quanto finora detto, del resto, Croce lo ribadisce anche in Una obiezione alla legge marxistica della caduta del saggio di profitto, del 1899, scrivendo che "i più di coloro che si sono occupati delle dottrine economiche del Marx, non l'hanno indagata in nessun modo; rigettandola gli avversarî (come il Böhm-Bawerk), implicitamente, col rigettare i principî fondamentali del Marx" . E' difficile però affermare che Böhm-Bawerk non avesse "indagata in nessun modo" la teoria economica marxiana. Le critiche di Croce avrebbero forse colto nel segno se egli si fosse riferito alla teoria di Böhm-Bawerk sulla produzione che, in quegli stessi anni, suscitarono le perplessità, se non le rimostranze, da parte di Menger , e alle quali si riferisce Merlino per sostenere che le tesi 'austriache' non erano sostanzialmente avverse al socialismo .
E qui i casi sono tre, o Croce, come fanno pensare quelle espressioni generiche ma retoricamente rassicuranti come "speciale attenzione", "indagine spregiudicata e scrupolosa", "per così dire", "che dir si voglia", "e via dicendo", "diciamo così", "non ho ora a mano", non aveva una conoscenza diretta delle opere di Menger e di Böhm-Bawerk; o che intendeva dire che la critica di Böhm-Bawerk era lungi dall'affrontare e risolvere i problemi sociali messi in evidenza da Marx; oppure -ed altrimenti perché mai evitare di citare anche soltanto il chiaro titolo del saggio di quest'ultimo- di quella 'morte' voleva passare, per lo meno in Italia, per il solo responsabile. Quel saggio, infatti, con un altro artificio retorico, è vagamente menzionato, ma, non essendone riportato il titolo, è identificabile soltanto da chi avesse "a mano" una tedesca "Miscellanea per le onoranze allo Knies". E se questa poteva essere difficile da 'avere a mano', figuriamoci i Grundsätze di Menger, che (non essendo stati ristampati) erano faticosamente ricercati anche dagli studenti che con il loro Autore dovevano a Vienna sostenere l'esame.
Ma mentre le opere di Merlino, un altro che si era illuso di aver provocato con le sue critiche la morte del marxismo teorico, pullulano di citazioni (anche se talora discutibili ed imprecise) di Menger, Böhm-Bawerk e Wieser, qui non ce ne è neanche una.

3. Verso una conclusione. 

Su altre questioni, invece, la distanza tra Croce e gli Austriaci era certamente minore. Anni dopo, infatti, in Filosofia della pratica. Economica ed etica, del 1909, così scrive a proposito delle tesi mengeriane nel dibattito sul Methodenstreit e lo Historismus:

La scienza economica non deve superare soltanto l'empirismo per comporsi a scienza, ma anche sventare le minacce della cosiddetta Scuola storica, la quale ricusava di riconoscere gli schemi astratti, obiettando l'infinita varietà dei fatti storici; e contro lo storicismo essa condusse un'aspra polemica, nella quale si resero insigni il Menger e gli altri della Scuola austriaca .

Se questo è il riferimento diretto a Menger -ma va osservato che è noto che Böhm-Bawerk e Wieser non si dissanguarono di certo, nel Methodenstreit, a sostegno di Menger, ed anzi si può dire che ritenessero che egli vi avesse sprecato tempo ed energie- la frase merita di essere riportata interamente perché, anche da una sintetica definizione di concetti ed espressioni, è possibile farsi un'idea di come Croce intendesse problemi e momenti della scienza economica. Essa infatti così prosegue:

E di un'altra lotta, di quella contro il derivamento politico della scienza economica, fu risultamento la costituzione dell'Economia come scienza pura (Cairnes). Confondendosi poi l'astratto col concreto, e nel concreto stesso l'Economia con l'Etica, si vagheggiò più volte, segnatamente dagli economisti tedeschi (scuola etica), e dai cattolici di tutti i paesi, una Scienza economica che avesse a fondamento l'Etica: donde il sorgere di una reazione in senso opposto, la quale nel suo estremo condusse a dedurre l'Economia dall'ipotesi egoistica (per esempio, nel trattato di Pantaleoni) […] Ora, per opera del Jevons e di altri inglesi, del Gossen, degli italiani della scuola ferrariana e degli austriaci, l'Economia si è fatta complessa e insieme semplice, mercé le applicazioni, le estensioni, le riduzioni, che è venuta compiendo. Ma se, continuando in questo modo, potrà diventare sempre più ordinata e perspicua, non per ciò diventerà mai organica: la sua natura di disciplina quantitativa, di matematica applicata, in cui l'atomismo dei postulati e delle definizioni è insuperabile, non le consente l'organico svolgimento di un unico principio, che è proprio delle discipline filosofiche .

L'immediatamente successivo richiamo allo Hegel, e la rettifica del modo in cui poteva essere inteso il suo noto apprezzamento alla nascente scienza economica che "fa molto onore al pensiero che pone leggi e fatti, cioè all'intelletto" (il riferimento è al § 189 dei Lineamenti di filosofia del diritto), chiarisce quale sia la fonte della tesi di Croce che l'economia "non è scienza vera e filosofica, ma semplicemente disciplina descrittiva e quantitativa" .
A questo punto, tuttavia, viene da chiedersi come mai, se avesse avuto una conoscenza di prima mano di Menger, avrebbe potuto inserirlo in quel contesto. La citazione tuttavia mostra come l'uso dell'espressione 'economia pura' sia da mettere in relazione anche a Cairnes; e come Croce teorizzi una relazione tra economia ed etica, ed un suo fondamento parimenti egoistico, quantitativo ed atomistico, che non aveva a che fare con la teorizzazione mengeriana.
Qui, infatti, gli individui, sulla base della conoscenza posseduta relativamente al fabbisogno futuro di beni necessari alla sopravvivenza, adoperano "i beni a loro disposizione (beni di consumo e mezzi di produzione) per soddisfare nel modo più completo possibile i bisogni" . Ed è dalla naturale constatazione che non tutti i bisogni potranno essere soddisfatti completamente, e che nel tentativo di farlo gli individui sortiscono esiti assai diversi, che deriva "la necessità che i singoli individui vengano tutelati dalla società nel possesso dei beni sottoposti a tale rapporto quantitativo contro eventuali azioni di forza di altri individui", vale a dire una teoria della nascita dell'istituzione della "tutela del possesso" e dell'ordinamento giuridico . Ed è inoltre da chiedersi se sia possibile, e a quali condizioni e costi possa funzionare, un ordinamento giuridico e politico in grado di influire sulla percezione soggettiva dei 'fabbisogni futuri', che comunque Menger definisce "economia comunitaria " o "socialistica", e che, nelle stesse pagine, viene collegato alla distinzione tra 'scienze storiche', 'scienze teoriche' (o 'esatte') e 'scienze pratiche' .
Ciò detto, se per Croce l'oggetto della scienza economica sono le azione volontarie , per Menger l'oggetto delle scienze sociali teoriche (comprensive della 'scienza economica esatta') sono le conseguenze inintenzionali che seguono alle azioni umane intenzionali. La tesi 'austriaca' può così può essere d'aiuto per capire come mai, partendo dall'intenzione di provocare la morte del marxismo teorico, in Italia si sia finito, tagliandone le radici, per provocare invece quella del liberalismo.
Non a caso, nelle Untersuchungen, nel tentativo di comprendere come mai i più importanti sistemi normativi (linguaggio, diritto, mercato, religione, etc.) siano antecedenti allo stato perché questo non può essere concepito in assenza di una parte di esse: ad esempio, del linguaggio e del diritto, e criticando sia la tesi dell'origine organicistica (Scuola storica dell'economia tedesca), sia la tesi dell'origine pragmatica (contrattualistica ed utilitaristica) delle istituzioni sociali (Adam Smith ed i suoi seguaci ), Menger pone l'attenzione sul fatto che le più importanti fra queste, benché "servano il bene comune e abbiano un'importanza fondamentale per il suo sviluppo", sono sorte "senza una volontà comune orientata alla loro fondazione" . Tale constatazione, ovvero che i principali istituti della vita associativa sono "in gran parte formazioni sociali irriflessamente risultate dallo sviluppo sociale", porta Menger ad affermare che

la soluzione dei problemi più importanti delle scienze sociali teoriche in generale, e della dottrina economica teorica in particolare, è perciò strettamente legata alla questione della comprensione teorica dell'origine e del mutamento delle formazioni sociali sorte per via 'organica' .

Questo concetto Menger lo ribadisce altre volte, sempre specificando che "lo stesso vale per l'origine dello Stato", e che

la teoria secondo cui la formazione sociale che definiamo Stato sorgerebbe sempre per via "organica" è perciò unilaterale. Altrettanto erronea, e ancor più antistorica, è la teoria secondo cui tutti gli Stati sono sorti originariamente tramite un patto diretto alla loro fondazione, o dall'azione di alcuni potenti o gruppi di potenti coscientemente rivolta a quello scopo […] anche quella formazione che chiamiamo Stato, per lo meno nelle sue forme più originarie, è stata la risultante non prevista di attività al servizio dell'interesse individuale .

Così esposta, ovvero con le parole di Menger, mi chiedo se veramente la critica di Croce e la sua interpretazione della nascita della scienza economica possano valere anche per gli 'Austriaci' dato che, nella loro concezione dell'attività economica e delle istituzioni a cui essa dà vita, non vi sono elementi che possono configurarla come una teoria utilitaristica ed edonistica se non nel significato che Croce dava a quei concetti. Certamente Croce era un filosofo originale, ma resta il dubbio che quel che può valere per la teoria dell'azione e del valore della scuola economica classica, ed anche di Gossen e di Jevons, non possa essere automaticamente esteso alla Scuola Austriaca e alla sua teoria dell'azione umana, dei valori soggettivi e delle istituzioni sociali. Infatti, la 'teoria dei valori soggettivi', non è altro se non una teoria della conoscenza e della scelta in regime di scarsità, che si fonda sulla radicale contestazione della teoria economica classica e del suo utilitaristico, onnisciente, ed in definitiva famigerato homo œconomicus che Hayek definisce un prodotto della teoria economica classica estraneo a quella 'austriaca': una "nostra [degli economisti] vergogna di famiglia che abbiamo esorcizzato con la preghiera e il digiuno" .
Sempre nella prospettiva 'austriaca', viene perciò da chiedersi se diritto, etica e stato, che sono il risultato 'irriflesso' degli scambi e dei 'naturali' tentativi individuali di assicurarsi una sopravvivenza, possano mai disporre della conoscenza necessaria per correggere il mercato. Ovvero, in termini neo-istituzionalistici, se possa mai funzionare, e con quali 'costi di transazione', un sistema edonistico ed utilitaristico nella sfera del soddisfacimento dei bisogni, ed 'etico' (ma esattamente cosa vuol dire?) nella sfera dei comportamenti politici. Quali i costi della sovrapposizione, che in questo caso appare forzata, dei due sistemi?
Non mi dilungo oltre, ma spero che possa essere chiaro perché, uno che ha studiato due soluzioni 'integrate' (teoria dell'azione in condizioni di scarsità, soddisfacimento dei bisogni, teoria delle istituzioni e teoria politica) non possa più ritenere soddisfacente e feconda la soluzione crociana la quale presuppone che nel secondo momento (etico-politico) gli stessi individui abbiano a disposizione una conoscenza maggiore di quella di cui dispongono nel primo (soddisfacimento dei bisogni) quando temporalmente non è possibile distinguere i due momenti.
La mia convinzione, in definitiva, è
1) che la recezione della confusione che Pantaleoni fa in quegli anni tra Jevons e Menger si sia trasmessa a Croce il quale ne deduce il carattere edonistico, utilitaristico, atomistico e quantitativo di tutta la scienza economica;
2) che non è un caso se a rivitalizzare il liberalismo sia stata proprio quella 'Scuola Austriaca' che era già uscita dalle secche nella quale lo avevano condotto da una parte la scuola classica con la sua teoria dell'azione e del valore, e dall'altra parte Croce col suo tentativo di superare tale impasse distinguendo tra liberismo e liberalismo;
3) che oggi il maggior difetto che può essere individuato nel liberalismo di Croce è: a) di non aver una teoria dell'azione umana e delle istituzioni; b) di non avere una teoria dei diritti individuali; c) di fondarsi su una discutibile e discussa interpretazione della nascita della scienza economica e della tradizione individualistica e liberale (si pensi alla questione del diritto naturale), da cui non poteva nascere che una parimenti discutibile teoria del liberalismo; d) di non contenere, come sostiene Sebastiano Maffettone, una "teoria normativa della politica".

Elenco documenti