Il liberalismo di Ludwig von Mises
di Giancarlo Pagano
Erede intellettuale di Carl Menger e di Eugen Boehm-Bawerk, Ludwig von Mises (1881-1973) è stato uno dei maggiori economisti liberali del XX secolo. Esponente di primo piano della Scuola austriaca di economia, maestro, tra gli altri, del premio Nobel Friedrich A. von Hayek, ha dato un impulso senza precedenti allo studio dell'economia, della sociologia e della filosofia politica.
Sbarcato in America nel dopoguerra, von Mises ha insegnato per decenni alla New York University e, prima di morire nel 1973, è riuscito - nonostante le molte difficoltà che hanno costellato i suoi studi - a far germogliare i frutti della Scuola Austriaca nel Nuovo Continente.
Quest'anno ricorre il trentesimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta il 10 ottobre 1973; sicché ricordare l'importanza del suo contributo alla diffusione e all'affermazione del pensiero liberale ci sembra il modo più appropriato per onorarlo, aggiungendo però che molto resta ancora da fare. Non tanto in termini di diffusione delle sue idee e del suo insegnamento, quanto sul versante della realizzazione pratica delle sue indicazioni.
Dal punto di vista teorico, infatti, il lavoro di Mises è stato enorme. Si comincia nel 1912 con Teoria della moneta e del credito lavoro nel quale egli dimostrò l'origine mercantile della moneta e sviluppò una teoria monetaria del ciclo economico. Nel 1919 pubblicò, con intenzioni politiche, Stato, nazione ed economia, nel tentativo di contribuire all'allontanamento dell'opinione pubblica dalle prime avvisaglie ideologiche nazionalsocialiste. Nel 1922 venne alla luce Socialismo dove Mises sviluppò una critica al modello economico e politico collettivista, soprattutto attraverso la dimostrazione dell'impossibilità di calcolo economico in una società che avesse abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione. Nella seconda metà degli anni Venti fu il turno di due saggi: Liberalismo e I fallimenti dello stato interventista. Nel primo affrontò i problemi della cooperazione umana dal punto di vista liberale; nel secondo - facendo ricorso al teorema della "conoscenza limitata" - dimostrò la totale incapacità dei pianificatori di tener conto di tutti i fattori che avrebbero dovuto orientare e guidare l'azione economica.
Nella primavera del 1933 accettò la cattedra di Relazioni economiche internazionali presso l'Institut Universitarie des Hautes Etudes Internationales di Ginevra e raccolse i suoi articoli di natura metodologica nel volume i Problemi epistemologici dell'economia. All'inizio degli anni 40, negli Stati Uniti, iniziò a lavorare ad un volume autobiografico, Autobiografia di un liberale, appunto, pubblicato postumo nel 1978, a cura della moglie.
Dal 1942 al 1943 scrisse articoli per il New York Times. Nel 1944 apparvero Lo Stato onnipotente e Burocrazia.
Nel periodo 1946-1947 Mises ottenne la cittadinanza americana e fondò, con Wilhem Röpke e Friedrich von Hayek, la Mont Pelerin Society nel '47. Nel 1949 terminò una delle sue opere più importanti, L'azione umana, nelle cui pagine sviluppò una teoria dell'azione intesa, sostanzialmente, come comportamento individuale, razionale e volontario, capace però di produrre anche effetti inintenzionali, non voluti e non previsti.
Negli anni cinquanta pubblicò La mentalità anticapitalistica. Nel 1952 compì un viaggio in Italia, dove, tra l'altro, incontrò un altro grande liberale, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.
Morì il 10 ottobre 1973, all'età di 92 anni.
L'impraticabilità del socialismo
Il nome di Mises è legato soprattutto a un saggio del 1920, poi rielaborato in libro nel 1922, con il titolo Socialismo. Qui, l'economista austriaco, intransigente difensore del libero mercato negò che una società socialista - senza proprietà privata dei mezzi di produzione e senza libertà nella determinazione dei prezzi - potesse risolvere, anche soltanto in linea teorica, il problema dell'allocazione ottimale delle risorse produttive. Mises sostenne rigidamente questa tesi sin da quando, in Unione Sovietica, fu inaugurato il cosiddetto "comunismo di guerra" (1918-1921) seguito poi - dopo il breve periodo mercantile della NEP - dalla triste stagione staliniana dei piani quinquennali e della collettivizzazione forzata, nel 1928.
Il saggio si rivelò di importanza strategica, tanto limpida e rigorosa fu la critica che Mises rivolse al sistema dell'economia pianificata. Sicché ad esso seguirono importanti sviluppi teorici sino al punto da avviare, negli anni Trenta, un vero e proprio dibattito internazionale circa la possibilità di calcolo economico razionale in una economia socialista. Mises negò categoricamente che tale economia fosse in grado di effettuare calcoli inerenti la produzione e distribuzione razionale delle risorse semplicemente perché il socialismo: "[…] implica l'assenza del mercato per i fattori di produzione e relativi prezzi". ( L. von Mises, L'azione umana, ora in G. Vestuti, a cura di, Il realismo politico di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, Giuffrè, 1989 p.201).
Ciononostante furono numerosi i tentativi di confutazione. Il più noto resta quello di Oskar Lange del 1936-37. Lange elaborò un modello teorico di economia nel quale immaginò che i mezzi di produzione ( il capitale) fossero di proprietà pubblica o collettiva, mentre l'allocazione delle risorse si sarebbe svolta secondo le regole del mercato: si trattava, appunto, del cosiddetto "socialismo di mercato". Questa forma mista avrebbe potuto funzionare, almeno dal punto di vista teorico, in quanto godeva già di una importante dimostrazione: quella fornita nel 1908 dall'italiano Enrico Barone che aveva impostato e risolto un sistema di equazioni simultanee. Secondo Lange si sarebbe potuto applicare lo stesso sistema all'economia socialista sì da individuare contemporaneamente tutte quelle quantità - quanto produrre, cosa produrre, come produrre, quando produrre - capaci di orientare l'economia, in assenza del sistema regolatore dei prezzi cioè di quegli "indici di scarsità" capaci di assicurare l'efficienza della gestione economica. Inoltre, il modello concepito da Lange, avrebbe contemplato una procedura di "approssimazione ed errori" in grado di consentire all'autorità centrale di pianificazione lo svolgimento delle funzioni di mercato pur senza l'esistenza di una struttura istituzionalizzata dei prezzi.
Ma le modeste e tutt'altro che riuscite esperienze jugoslava ed ungherese degli anni 50'- 60', dimostrarono non solo i limiti teorici del modello elaborato da Lange, ma anche la sua totale inefficacia pratica. Il collasso delle economie pianificate e il drammatico fallimento del così detto "socialismo reale" hanno dato ragione completa a Mises, mettendo fine alla gigantesca illusione secondo cui tali sistemi avrebbero potuto funzionare in assenza di mercato.
Mercato, proprietà e libertà
Con la sua spietata analisi critica circa l'impossibilità economica del socialismo, Mises ci ha lasciato pagine memorabili e ineludibili, tanto che lo stesso Oskar Lange non ha potuto, in seguito, fare a meno di rendergli omaggio ammettendo che: "i socialisti hanno certamente dei buoni motivi per essere grati al professor Mises, il grande advocatus diaboli della loro causa: è stata infatti la sfida da lui lanciata che li ha costretti a riconoscere l'importanza di un adeguato sistema di calcolo economico come guida alla distribuzione delle risorse in una economia socialista." (O. Lange, Sulla teoria economica del socialismo, in AaVv., Teoria economica e teoria socialista, Savelli, 1975 p.61)
L'abolizione del mercato, infatti, rende impossibile risolvere razionalmente i problemi economici. "Il calcolo economico capitalistico - spiega Mises - [è] l'unico che ci rende possibile una produzione razionale, [perché] si basa sul calcolo monetario. Solo perché sul mercato esistono prezzi espressi in moneta per tutte le merci e tutti i servizi, le più diverse specie di beni e di prestazioni lavorative possono rientrare in un calcolo omogeneo. L'ordinamento sociale socialista, in cui tutti i mezzi di produzione sono di proprietà della collettività, e in cui quindi non esiste un mercato e uno scambio di beni e servizi produttivi, non può esistere neanche un prezzo monetario dei beni di ordine superiore e delle prestazioni lavorative. Nella società socialista perciò mancherebbe lo strumento principe della gestione razionale di un'azienda: il calcolo economico. Non può esserci calcolo economico se manca un denominatore comune al quale poter ricondurre tutte le varie specie di beni e servizi" (L. von Mises, Liberalismo, Rubbettino, 1997, p.114). Questo perché il calcolo economico monetario è la base concettuale dell'economia fondata sul sistema dei prezzi: "L'economia di mercato - ribadisce Mises - è reale perché può calcolare" (L. von Mises, L'azione umana, ora in G. Vestuti, a cura di, cit.p. 202). Ed in termini ancor più estesi: "La società di mercato è l'unica configurazione dell'azione umana cui il calcolo può essere applicato nel programmare l'azione". (ibidem p.210).
L'assenza di un effettivo sistema dei prezzi che permetta di allocare le risorse secondo il criterio di efficienza, fa quindi dell'economia pianificata un sistema condannato all'anarchia dell'approvvigionamento dove interruzioni della produzione, quantità di prodotti non richiesti, crolli di qualità, disorganizzazione degl'investimenti, aumenti dei costi e cali improvvisi di produttività determinano giganteschi sprechi e squilibri.
Sicché una volta abolita la proprietà privata e la possibilità di calcolare i fattori di produzione derivanti dallo scambio delle merci, si apre la strada all'arbitrio, alla corruzione e alla violenza del potere cui seguirà non soltanto distruzione di ricchezza ma anche la riduzione degli individui a veri e propri servi della gleba. Detto altrimenti: l'abolizione del mercato è la strada maestra che conduce alla totale schiavitù economica e politica: "Non appena la libertà economica che l'economia di mercato concede ai suoi membri è rimossa, tutte le libertà politiche e le carte dei diritti diventano un inganno […] La libertà di stampa è un puro inganno se l'autorità controlla tutti gli uffici-stampa e le cartiere. E così sono tutti gli altri diritti dell'uomo".(L. von Mises, L'azione umana, UTET, 1959 p.277).
Dunque è chiaro: solo la proprietà privata dei mezzi di produzione è in grado di sottrarre gli individui allo strapotere dello Stato perché realizza una sfera protetta sottratta per legge alla sua ingerenza. Sicché - scrive senza mezzi termini Mises - : "Il programma del liberalismo potrebbe riassumersi in una sola parola: "proprietà", da intendersi come proprietà privata dei mezzi di produzione".( Liberalismo, op. cit. p. 49). E ancora: "La società ha bisogno della proprietà privata per poter sussistere, e poiché gli uomini hanno bisogno della società, debbono preservare la proprietà privata per non danneggiare i loro stessi interessi, cioè gli interessi di tutti. Giacché la società può reggersi soltanto sulla base della proprietà privata. Chi la difende, difende la tenuta del nesso sociale che lega tutti gli uomini, la tenuta della cultura e della civiltà dell'uomo. Egli si fa apologeta e difensore della società, della cultura e della civiltà e, se vuole questi fini, deve anche volere e difendere l'unico mezzo a cui esso conduce, ossia la proprietà privata" ( Liberalismo op. cit. p.133).
Mises, allora, dimostra come ragioni logiche ed empiriche stiano lì a comprovare l'inscindibile legame tra economia di mercato, maggior benessere e più ampi spazi di libertà. Una società libera - argomenta - non solo è preferibile dal punto di vista ideale ma è anche indispensabile dal punto di vista tecnico se si vogliono raggiungere risultati ottimali. Questa, dunque, è la potente premessa sulla quale fonda la sua lucida e devastante critica alle economie pianificate. Il liberale - prosegue, infatti, Mises - è a favore della libertà principalmente perché : " il lavoro libero è incomparabilmente più produttivo del lavoro effettuato da chi non è libero. Il lavoratore non libero non ha alcun interesse a impegnare seriamente le proprie forze. Quindi lavora quanto basta e con l'assiduità sufficiente a evitare le sanzioni previste per chi non rispetta i minimi di lavoro. Il lavoratore libero invece sa di poter migliorare la propria remunerazione quanto più intensifica la propria prestazione lavorativa. Quindi impegna appieno le proprie forze per accrescere il proprio reddito". (Liberalismo op. cit. p.51).
Detto altrimenti: in una economia di mercato l'individuo è arbitro della propria soddisfazione ed in ciò sta la sua, inalienabile, libertà.
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