Cultura e società in Italia di fronte a vecchie e nuove suggestioni “globali”: qualche considerazione in tema di geografia umana
Di Ernesto Mazzetti
Estratto da “1989” Rivista di Diritto Pubblico e Scienze Politiche, anno XII n.1-2/2002- Giannini ed. Napoli
1) Globalizzazione e/o americanizzazione
Strutture, simboli e linguaggio della globalizzazione, quale oggi vissuta ed intesa nel mondo, sono, se non totalmente, prevalentemente angloamericani. Svolgere qualche considerazione intorno agli effetti della globalizzazione nella società italiana induce immediatamente a soffermarsi su tempi, modi, intensità della diffusione di segni e modelli della cultura nord americana sulla nostra cultura. Cultura intesa nell’accezione più vasta: comprendendovi quanto attiene all’organizzazione produttiva, alle tipologie di consumi, alla creazione e commercializzazione dell’“immaginario”.
Certo, bisogna esser ben consapevoli delle differenze di modalità con le quali, in periodi diversi dell’ultimo cinquantennio, si è manifestata la diffusione di modelli contrassegnati dall’impronta vistosa delle strutture e del linguaggio anglomericani. Il meccanismo della globalizzazione che oggi ci coinvolge, ha preso ad agire nell’ultimo decennio del Novecento. E’ concorde il giudizio che esso trae l’avvio da una data rilevante sotto il profilo delle relazioni internazionali degli Stati, ovvero la devoluzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non meno che da un momento significativo sotto il profilo delle innovazioni tecnologiche, ovvero l’affermarsi della rete dei collegamenti telematici e del conseguente sviluppo della cosiddetta net-economy. Eventi, entrambi, generatori di incisivi effetti geopolitici.
Almeno per quanto riguarda il continente europeo, il meccanismo di “americanizzazione”, inteso come penetrazione di suggestioni culturali, insieme o prima ancora, dell’influenza politica ed economica degli Stati Uniti, ha una data d’avvio più lontana, che coincide con la fine del secondo conflitto mondiale. La nascita della NATO è l’evento geopolitico che accompagna il processo di ricostruzione e sviluppo delle economie europeo-occidentali e che segue la divaricazione del mondo nei due blocchi contrapposti: capitalismo-comunismo.
Nell’una come nell’altra fase, i processi sottesi ai meccanismi definiti come “americanizzazione”, dalla metà del Novecento, e come “globalizzazione”, sul finire del secolo, partivano da motivazioni ed esigenze profonde e non eludibili. Potremmo sintetizzarle in un sostantivo astratto il cui significato ha latitudine assai ampia: cambiamento. Politico, economico, culturale. E quindi organizzazione sociale, tipologie di lavoro, bisogni, consumi, costumi di vita.
Nell’una come nell’altra fase, la diffusione delle strutture innovative rispetto a precedenti sistemi di organizzazione dell’economia e della società, e dei modelli alternativi, o comunque modificativi, di preesistenti assetti culturali, ha suscitato reazioni difformi: di adesione come di ripulsa. Le une e le altre basate su argomenti e sentimenti meritevoli di considerazione attenta; anche perché dalle adesioni così come dalle ripulse non potevano non scaturire, come sono poi scaturiti, significativi effetti politici. Solo in astratto la “modernizzazione” può essere riguardata soltanto come un passaggio a livelli più evoluti di tecnologie. Nella realtà non c’è processo di modernizzazione che sia “neutrale”, che non inneschi onde concentriche di effetti, talvolta laceranti, di rilevanza culturale e politica, insieme ad effetti economici sovente benefici, quanto meno nel lungo periodo.
2) “Miracolati”, scontenti e ribelli nell’evoluzione dell’Italia postbellica
Fatte le debite distinzioni tra natura e conseguenze della corrente di americanizzazione messa in moto a partire dal dopoguerra, e della marea della globalizzazione che monta nell’ultimo decennio, non è difficile cogliere analogie tra i processi di adesione e ripulsa che, in Italia, quella corrente e questa marea innescarono allora e alimentano oggi. Analogie che è dato cogliere nonostante le differenze, queste si davvero profonde, tra l’Italia degli anni 50 e quella del 2000.
Come ogni regime autoritario, il fascismo imponeva una sua politica culturale, un’etica di stato che, anche al di là dell’ordinamento giuridico, invadeva la sfera del privato. Quanti, in quegli anni, mal sopportavano l’oppressione d’una cultura autarchica, volgevano (sia pur nel loro intimo) lo sguardo oltre Atlantico. Nei pochi tratti della società americana di cui allora era dato fruire, - musica, arte letteratura - ritrovavano i segni della libertà d’espressione politica, d’un costume rispettoso dell’individuo, dell’accessibilità a consumi di più appagante qualità.
Percepito, e desiderato, allora soltanto da una élite di cultura e di censo, il “modello americano” divenne oggetto di ben più vasto apprezzamento, in Italia, quando la libera circolazione della produzione cinematografica hollywoodiana prese a diffonderne gli aspetti al pubblico di massa. Questo potente mezzo di comunicazione ebbe effetti non di poco conto nel secondare e accompagnare il processo di cambiamento che, parallelamente ad un’accelerata crescita economica, investì la società italiana negli anni 50 e 60.
La rapidità con cui la struttura economica del paese da prevalentemente agricola si trasformò in prevalentemente industriale; l’intensità con cui città grandi e medie invasero le campagne circostanti espandendo le loro periferie urbane ed assorbendo in esse paesi vicini; la crescita impetuosa della motorizzazione privata, prima con i motocicli quindi con le vetture utilitarie; l’ingresso nelle case della maggioranza delle famiglie di almeno tre elettrodomestici, televisore, frigorifero e lavatrice; furono tutti fenomeni che già alla fine del decennio 50 gli osservatori sintetizzavano nella formula giornalistica di “miracolo italiano”.
Come si sa, questo “miracolo” aveva avuto un costo sociale rilevante: la riallocazione d’una quota consistente della popolazione, circa 9 milioni su un totale di meno di 50 milioni. Il flusso maggiore originava dalle depresse regioni del Mezzogiorno continentale e insulare. Dapprima lo spostamento avveniva dalle campagne verso le città vicine. Quindi il flusso, sovente accresciuto da apporti di sottoproletariato urbano, si ripartiva in tre direzioni: le destinazioni transoceaniche (sulla scia della prima migrazione meridionale, quella avvenuta a cavallo tra Otto e Novecento); le destinazioni transalpine; infine, in misura ancor più cospicua, verso le destinazioni cisalpine, le regioni nord occidentali d’Italia E’ giudizio concorde che l’emigrazione dalle province meridionali, nel corso degli anni 50 e almeno fin quasi alla fine dei 60, abbia giocato un ruolo importante nell’ulteriore espansione della struttura produttiva di quest’area. Così pure, che abbia fornito un utile apporto alle economie di paesi come Francia, Germania, Belgio e Gran Bretagna. Meno concordi le valutazioni circa il rapporto tra vantaggi, (decompressione demografica e afflusso di rimesse), e danni, (senilizzazione e femminilizzazione della popolazione), che essa avrebbe determinato nelle regioni d’origine. A parte, s’intende, i disagi, sovente i drammi, vissuti dai singoli protagonisti di questi esodi e dalle loro famiglie.
L’evoluzione della struttura economica e l’incisivo mutamento sociale si verificarono in Italia in un quadro di sostanziale stabilità politica. E ciò, malgrado il Partito comunista italiano fosse il più forte elettoralmente tra tutti i partiti che, nei paesi dell’Europa occidentale, si richiamavano all’ideologia marxista e mantenevano stretti contatti con l’URSS. Contraddizione solo apparente. In effetti, proprio questa circostanza contribuiva a conservare alla Democrazia Cristiana il ruolo di partito di maggioranza relativa, e la guida del governo in alleanza costante con i partiti minori schierati in Parlamento alle sue ali di destra e sinistra. La lunga fase “centrista” della conduzione di governo in Italia fu concretamente e, - a parere di non pochi storici -, talvolta indiscretamente, sostenuta dai governi degli Stati Uniti. Tale appoggio, sia pur dopo iniziali dubbi e riluttanze da parte americana, non venne a mancare neppur quando la Democrazia Cristiana ritenne, negli anni 60, opportuno associare al governo il Partito socialista favorendo la rottura dei suoi legami col Pci.
Una quota rilevante dei ceti intellettuali italiani era schierata in quegli anni su posizioni di sinistra. Artisti, letterati, autori e attori del mondo dello spettacolo, specie del cinema, ritenevano che il clima culturale negli anni del “centrismo” fosse caratterizzato da conformismi e censure palesi ed occulte. In uno scenario della politica mondiale che mostrava, in teatri europei, asiatici, africani e latino-americani, il riprodursi continuo del contrasto tra blocco comunista e blocco occidentale, l’intellighentsia di sinistra italiana fu abitualmente ostile alle scelte degli Stati Uniti e dei governi della Nato, e prevalentemente a favore di quelle dell’Unione Sovietica. I fatti d’Ungheria del 1956 e di Cecoslovacchia del 1968 provocarono il distacco dal Partito comunista di non pochi intellettuali: ma la crisi di adesioni fu ogni volta superata.
L’allineamento su posizioni di sinistra, filo sovietiche, terzomondiste, e poi, a partire dagli anni 70, filo arabe e, in più ristretta cerchia, filo cinesi, di una parte consistente e rappresentativa degli esponenti della cultura e dello spettacolo, contribuì in misura rilevante ad indebolire nell’opinione pubblica italiana l’antica simpatia verso gli Stati Uniti, l’apprezzamento verso la sua politica e, in genere, verso tutte le manifestazioni esteriori riconducibili al cosiddetto modello di vita americano. La “rivoluzione culturale” cinese, la guerra del Vietnam, il movimento di contestazione giovanile agirono come altrettanti fattori di diffusione, anche in aree non particolarmente politicizzate della società italiana, di sentimenti, se non propriamente ostili, certo di disamore verso l’America. Erano condannati a ruoli di minoranza quei gruppi intellettuali e quei partiti che, per quanto impegnati su posizioni riformistiche, non deflettevano dalla solidarietà verso gli USA, l’Occidente, Israele.
In Italia, d’altronde, la trasformazione delle strutture economiche col conseguente miglioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione, pur nel permanere di tensioni sindacali, di forti disuguaglianze tra gruppi sociali e, soprattutto, del divario storico tra le regioni del Centro Nord e quelle del Mezzogiorno continentale e insulare, era venuta ingenerando situazioni psicologiche contraddittorie. Si determinavano atteggiamenti di fastidio, quando non di rifiuto, verso quella che si definiva la corsa al “consumismo”. Ciò accadeva specie nelle aree geografiche e tra i ceti che maggiormente avevano tratto beneficio dal cosiddetto “miracolo” economico, fino ad acquisire situazioni di vera e propria opulenza. Trovavano, tali atteggiamenti, radici comuni tanto nella cultura cattolica (che alimentava il consenso al maggior partito di governo), quanto nella cultura di sinistra (che aveva la sua rappresentanza nel maggior partito d’opposizione).
Non è difficile individuare nel costume e nei modelli di consumi della parte preponderante della società italiana nell’arco temporale che va dai primi anni 60 alla seconda metà dei 70, esempi di comportamenti e atteggiamenti mentali contraddittori, testimonianze di psicologie schizoidi. I redditi familiari avevano registrato un costante e generalizzato incremento, anche se in misura squilibrata tra Nord e Sud del paese. Il malessere rappresentato dalla permanenza di cospicue sacche di disoccupazione, concentrate soprattutto nel Mezzogiorno, veniva affrontato con investimenti di capitale pubblico in attività produttive, con progetti di nuove infrastrutture e con varie forme di assistenzialismo. Da più parti, però, si deplorava che quell’esborso di denaro pubblico non dava luogo a meccanismi di sviluppo “virtuoso” e che, in più casi, favoriva gruppi di potere locale in modo moralmente riprovevole. Negli anni 80 si scopriranno, specie in Campania, Calabria e Sicilia, numerosi episodi d’inframmettenza della criminalità organizzata nel meccanismo del finanziamento di opere pubbliche, talvolta col compiacente avallo di esponenti politici, non solo dei partiti della maggioranza governativa.
Già negli anni 60 la società italiana poteva ritenersi ormai affrancata, nel suo complesso, dall’assillo dei bisogni primari: alimentazione, abbigliamento, assistenza, alloggio. Restavano (come tuttora restano), e in misura non irrilevante dal punto di vista statistico, aree sociali deboli: pensionati, anziani, giovani in cerca di prima occupazione. Così come problemi sociali, inadeguata dotazione di infrastrutture, peggior qualità dei servizi pubblici continuavano (e ancor oggi continuano), a caratterizzare la realtà quotidiana in gran parte delle province meridionali. Ma la maggioranza della popolazione, una volta soddisfatte le esigenze primarie della vita, volgeva i suoi desideri al soddisfacimento di bisogni di qualità superiore: case più ampie, meglio attrezzate e arredate, auto di cilindrata elevata, abbigliamento più raffinato, alimentazione più sofisticata, vacanze e viaggi, residenze secondarie marine e montane.
Bisogni ed acquisizioni si assimilavano al modello americano. Tuttavia, anche in larghi strati della popolazione, i cui comportamenti a tale modello più o meno consciamente erano ormai assuefatti, si diffondevano contemporaneamente stati d’animo di scontentezza. Già negli anni 60 s’erano levate in Italia molte voci di intellettuali che denunciavano i rischi che una società pervenuta al benessere, e protesa alla corsa verso traguardi ulteriori di consumo, fosse destinata all’alienazione: ad allontanarsi dai valori dello spirito, a perdere la propria memoria storica nell’esaltazione di nuovi simboli alieni dalle proprie tradizioni di cultura. La superiore capacità dei prodotti cinematografici e televisivi nord americani ad imporsi sul mercato mondiale delle comunicazioni di massa era interpretata come una condanna a morte della creatività del cinema europeo, specie italiano e francese. Un’oggettiva, ulteriore spinta all’omogeneizzazione, all’appiattimento culturale.
Nell’urbanizzazione intensa e diffusa era poi agevole individuare una costante alterazione del patrimonio monumentale di città e borghi storici. Nel consumo di spazio conseguente agli insediamenti industriali ed urbani e, successivamente, al dilagare del fenomeno della costruzione di case per vacanze lungo le coste, nelle valli alpine, sulle colline dell’Italia centrale, si vedeva a giusta ragione una concreta minaccia ad aspetti paesistici di grande fascino. Se le ingiurie al paesaggio producevano indignazione, suscitavano timori ed angosce i rischi di danni alla salute, ritenuti conseguenza inevitabile dell’espansione degli impianti industriali, del ricorso alla chimica in agricoltura e alla scissione atomica per i bisogni energetici. Organismi ed associazioni, a base nazionale come internazionale, davano voce alle opinioni ambientaliste ed ecologiste, rivendicandone con efficacia crescente l’ascolto da parte dei gruppi politici e delle istituzioni. Espressioni in precedenza piene di senso positivo, come sviluppo, modernizzazione, benessere, scoloravano verso significati negativi: un fenomeno che non riguardava più minoranze intellettuali radicali, ma percorreva trasversalmente lo schieramento politico, sedimentandosi in specie nelle fasce giovanili, più sensibili ai richiami di contestazione, ad aneliti di rivolgimento, anche violenti, che provenivano dall’estero: l’Asia, la Cina, l’America latina. O dagli stessi colleges degli Stati Uniti.
In Italia, tra gli anni 60 e 70, il dibattito su luci ed ombre delle trasformazioni in atto nell’economia, nella società, nella cultura, e sui modelli di riferimento interni ed internazionali, vedeva - come fu scritto da alcuni commentatori del tempo - protagonisti, insieme, “miracolati e scontenti”. Incontrava difficoltà ad incanalarsi nell’alveo delle istituzioni parlamentari, poiché sul fronte delle forze governative così come di quelle d’opposizione, entrava in gioco il fattore “k”. Anche qui siamo di fronte ad una formula giornalistica coniata in quegli anni: “k”, come kommunism, a marcare l’impossibilità di accettare come partecipe delle decisioni di governo un partito comunista ritenuto ancora ossequiente alle scelte di Mosca; ma “k” anche per deformare in amerikan, tutto quanto, nell’opinione di sinistra, e soprattutto nelle frange più agguerrite ed estremistiche di essa, si ritenesse connotato di aggressivo, oppressivo, consumistico, dispregiativo di valori culturali e ambientali.
Quando maturarono i tempi per un allargamento verso sinistra dell’area di governo, grazie alla progressiva presa di distanza dalla politica sovietica del Partito comunista italiano, alla sua adesione al rafforzamento del processo di unificazione europea e alla sua accettazione dell’appartenenza dell’Italia alla NATO, gli effetti sulla situazione economica e sociale del paese furono per alcuni versi benefici, per altri deludenti o, peggio, drammatici. Scelte dettate da pur valide istanze sociali, si palesarono in controtendenza rispetto alle politiche in atto in Europa e oltre oceano. Azioni volte a favorire i ceti più deboli attraverso incrementi nella spesa sanitaria e previdenziale, ma anche attraverso il sostegno ad industrie statali mal gestite o ritenute ormai poco redditizie in tutti i paesi più sviluppati, insieme ai costi d’un apparato burocratico assai esteso e nel complesso poco efficiente, provocarono un progressivo peggioramento dei conti pubblici, con impennata dell’inflazione monetaria.
Frange estreme di sinistra diedero vita a formazioni extra parlamentari, in taluni casi collegate a movimenti di contestazione internazionali. Fecero, in più casi, da incubazione al fenomeno del terrorismo che insanguinò l’Italia per oltre un decennio, negli anni 70 ed 80, in un susseguirsi di attentati contro militari e sindacalisti, professori e giornalisti, politici di governo come d’opposizione. Ed anche stragi di semplici cittadini, alcune dai contorni tuttora non chiari per il sovrapporsi di tracce riconducibili ora a matrici di sinistra, ora di destra, talvolta con il coinvolgimento della criminalità organizzata, talaltra di poteri occulti ispirati dall’interno come dall’estero.
3) L’Italia della “seconda Repubblica” e la nascita del problema della multi-etnicità
L’Italia investita oggi dall’onda lunga della globalizzazione è un’Italia che nell’arco di soli dieci anni ha vissuto rilevanti cambiamenti. L’avvento di un sistema bipolare, sia pur molto imperfetto, per l’elezione dei due rami del Parlamento, ha visto, in tre legislature, alternarsi al governo per due volte il blocco di centro destra e per una quello di centro sinistra. Negli enti territoriali minori, l’adozione del sistema elettorale maggioritario ha conferito più stabilità alla gestione di Regioni, Province e Comuni, e più esteso potere alle figure dei rispettivi presidenti e sindaci. Questo complesso di innovazioni induce a parlare di una “seconda Repubblica”, pur nella permanenza di assetti istituzionali che hanno rivelato una solidità assai maggiore di quanta gliene accreditassero analisti italiani e stranieri. D’altronde lo stesso, rapido rientro dei conti dello Stato italiano entro i limiti d’un tasso d’inflazione compatibile con l’accesso del paese all’area della moneta comune europea, è apparso un evento sorprendente a non pochi esperti finanziari internazionali.
L’attenzione del geografo umano deve appuntarsi, tuttavia, soprattutto su cambiamenti delle strutture della popolazione e dell’economia. Spingendosi avanti in una tendenza demografica già in atto da tempo, l’Italia del 2000 ha ridotto il saldo naturale al disotto della soglia della riproduzione, dal momento che la coppia media genera meno di due figli. L’innalzamento della speranza di vita, oltre i 75 anni per gli uomini e oltre gli 80 per le donne, produce un invecchiamento progressivo della popolazione (per il 24 per cento costituita da ultrasessantenni) che impensierisce per le conseguenze che potrà determinare a carico del sistema previdenziale e di quello assistenziale.
Da paese esportatore di manodopera, l’Italia s’è trasformata in paese d’accoglienza per immigrati extra comunitari. Già negli anni 80 aveva acquistato rilevanza l’afflusso di lavoratori (e soprattutto lavoratrici) provenienti da paesi asiatici (Filippine, Sri Lanka) e africani (paesi dell’Africa orientale, Tunisia, Capo Verde). Gli sbocchi erano soprattutto nei servizi domestici, agricoltura e pesca e in ogni altro degli impieghi che venivano sempre più disertati dalla popolazione locale perché gravosi e mal retribuiti. A quest’immigrazione, che inizialmente veniva regolarizzata già all’arrivo con la concessione di permessi di soggiorno, si è poi aggiunta quella, tumultuosa e in prevalenza avvenuta nella clandestinità o nell’irregolarità, proveniente dai Balcani, da paesi ex comunisti di nuova indipendenza, dall’Africa equatoriale, dalle coste turche.
Crisi politiche e crisi economiche ad est e a sud dell’Europa comunitaria hanno riversato ondate successive di uomini, donne, famiglie intere, entro i confini dei paesi dell’UE. Per quasi tutti i flussi originati dalla penisola balcanica, dal Nord Africa e dal Vicino e Medio Oriente, l’Italia ha rappresentato il primo approdo verso il miraggio d’una esistenza più prospera e sicura. Molti protagonisti di quest’esodo proseguono verso altre destinazioni. In parte rilevante cercano qui un proprio spazio di vita lecita, distribuendosi nelle grandi città italiane, nelle province del centro e del nord-est dove il dinamismo della piccola e media industria richiede consistenti apporti di lavoro. Agli emigranti che giungono dal mare si sommano quelli che provengono d’oltralpe: polacchi, rumeni, ucraini, moldavi, bielorussi. Calcoli approssimati per difetto misurano tra i 2 e i 2,5 milioni la popolazione extracomunitaria presente in Italia, di cui 1,2 milioni (al 1999) regolarizzata, con prevalenza di immigrati provenienti da aree a religione islamica. La clandestinità delle modalità d’afflusso nel paese alimenta organizzazioni criminali, specie albanesi e turche che, spesso in intesa con quelle italiane, sovrintendono anche a traffici d’armi e droghe e alla prostituzione.
Lo spostamento di popolazione dal sud e dall’est del mondo verso le grandi regioni sviluppate dell’emisfero settentrionale è considerato fenomeno ineluttabile a fronte dell’ineguale distribuzione delle risorse e dei macroscopici divari di qualità della vita. Se la globalizzazione dell’economia, almeno nel tempo breve, è destinata, come non pochi osservatori ritengono, ad accentuare fenomeni di disuguaglianze a scala planetaria, aggiungendo ai vecchi divari anche quello che si sta determinando tra paesi investiti dalla modernizzazione telematica e paesi che ne restano fuori, parimenti incrementati risulteranno i flussi migratori.
Sebbene la sua economia esprima valori, a cominciare dal PIL (2milioni 128 mila miliardi in lire 1999), che assicurano all’Italia la partecipazione al cosiddetto gruppo dei G8, il fatto che il paese nel giro di pochi anni abbia convertito da passiva in attiva la propria bilancia migratoria viene tuttora considerato paradossale. Non tanto per i tempi ridotti di quest’inversione nella direzione dei flussi, ma soprattutto per due circostanze. La prima è che l’Italia mantiene, tra i paesi dell’Unione Europea, un tasso di disoccupazione abbastanza elevato. Su circa 21 milioni di italiani in attività, nel 2000 oltre 2,5 milioni figuravano in cerca di lavoro. La seconda circostanza è che la forza lavoro non occupata è concentrata nelle province meridionali, specie quelle tirreniche, in alcune delle quali la disoccupazione giovanile tocca il 30 per cento, onde ci si chiede perché il deficit di manodopera accusato in molte aree del centro-nord, soprattutto in quelle di più recente industrializzazione in Veneto, Emilia e Lombardia non possa venir colmato da trasferimenti di giovani meridionali. Così come ci si chiede perché, a fronte della difficoltà di reperire manodopera locale, gli imprenditori del centro-nord non scelgano ubicazioni meridionali per espandere le loro aziende.
Tali quesiti hanno validità solo teorica. La realtà è che oggi, il miglioramento complessivo delle condizioni economiche del Mezzogiorno assicura redditi familiari che consentono di sopportare anche l’onere del mantenimento prolungato dei figli disoccupati. Per questi giovani, d’altronde, il trasferimento in regioni lontane da casa comporterebbe costi d’insediamento eccessivi rispetto ai salari, a meno di non sopportare il disagio di sistemazioni di fortuna - in alloggi collettivi, privi di confort e d’igiene - già patito da precedenti generazioni di emigranti meridionali. Disagi che solo gli immigrati extra comunitari sembrano per ora disposti ad affrontare. Quanto al trasferimento di loro attività nel Sud, gran parte degli imprenditori settentrionali piccoli e medi si mostrano riluttanti, non solo e non tanto nella previsione di costi connessi alla maggior distanza dai mercati di sbocco europei e alla minor dotazione di infrastrutture e servizi, quanto nel timore di ritrovarsi in contesti afflitti da burocrazie inadeguate o, peggio, da presenze malavitose.
Una ragione aggiuntiva, anche se prevalentemente psicologica, del fenomeno di rallentata osmosi di popolazione tra regioni meridionali e settentrionali d’Italia nell’ultimo decennio può ritrovarsi nell’emergere dei movimenti politici “leghisti”. Una prima “lega” nacque in Veneto già negli anni 80. Sembrò all’inizio un fenomeno politico molto delimitato. Lo si attribuì all’avversione d’una parte dell’elettorato locale, da sempre vicino al partito democristiano, nei confronti dell’alleanza con i comunisti. Se ne ricercarono le cause nel risentimento per il peso preponderante assunto da esponenti politici meridionali nel governo, così come dal personale meridionale nell’apparato burocratico statale. Un apparato che già era giudicato oppressivo delle autonomie locali, parassitario e dissipatore del denaro ricavato da imposizioni fiscali ritenute inique. L’esempio veneto trovò proseliti nella ben più vasta e popolosa regione lombarda e, nel corso degli anni 80, si diffuse in tutte le province dell’area del Po. Pochi concetti, giudicati demagogici, culturalmente rozzi dalla maggioranza degli analisti della politica, ma senza dubbio incisivi, diffusi da alcune figure di outsiders che si rivelarono efficaci comunicatori, valsero ad estendere i consensi intorno al movimento leghista. Al punto di farne forza politica di maggioranza nelle amministrazioni locali di città piccole e medie in Veneto e Lombardia, e di conferire al partito della Lega lombarda, pur con altalenanti esiti elettorali, un peso significativo nello schieramento di centro destra.
Nel credo leghista il “nemico” è lo stato accentratore. Uno stato che penalizza con la leva fiscale le regioni che esprimono maggior dinamismo economico, - appunto quelle dell’area padana -, grazie all’intraprendenza degli imprenditori e alla capacità di lavoro dei propri cittadini. Uno stato che, per interessi elettorali di alcuni partiti, ridistribuisce le risorse pubbliche a prevalente beneficio di regioni, quali quelle meridionali, che mantengono al loro interno sacche di parassitismo e una diffusa criminalità. Una riforma dello stato in senso federalista deve perciò riconoscere gradi elevati di autonomia a regioni, quali quelle settentrionali che si ritengono sacrificate da scelte centralistiche di politica economica e tributaria, minacciate nella loro identità culturale dal flusso immigratorio dei meridionali e dalla loro vasta presenza negli uffici, nelle scuole, nei tribunali, nelle forze armate. Così com’è insofferente dell’ingerenza eccessiva nello stato nazionale nell’amministrazione della comunità regionale, la Lega teme i poteri sovranazionali. Guarda con diffidenza il rafforzarsi delle istituzioni dell’Unione Europea, e teme il peso della burocrazia comunitaria. Auspica perciò un modello di “Europa delle regioni”, in cui siano salvaguardate identità e culture locali.
Il movimento leghista, lievitato all’interno della piccola borghesia di paesi e di città medie, della piccola e media imprenditorialità agricola, artigiana e industriale, all’originaria ostilità avverso l’immigrazione meridionale, una volta che questa è divenuta irrilevante o s’è del tutto fermata, ha aggiunto ad essa l’ancor più decisa avversione all’immigrazione di cittadini extra comunitari. In Parlamento opera in favore di misure più restrittive nel controllo degli afflussi; nelle amministrazioni locali, gli esponenti della Lega si mostrano sovente ostili ad iniziative che favoriscano possibili forme d’integrazione degli immigrati, anche in contraddizione con gli interessi, e i comportamenti concreti, di gran parte degli imprenditori del nord est e nord ovest che - siano o non siano elettori leghisti - s’avvalgono della manodopera straniera. Negli anni 90 si sono verificati episodi di criminalità politica sia per opera di persone che si richiamavano a idee “leghiste”, sia, in numero maggiore, di estremisti che intendevano avversarle.
Appariscente, senza dubbio, il fenomeno leghista costituisce tuttavia solo un particolare nello scenario della politica italiana qual è venuto delineandosi a seguito degli incisivi cambiamenti verificatisi nel corso degli anni 90. Questo nuovo scenario, le modalità e i protagonisti che lo hanno determinato, le prospettive del “sistema Italia”, sono tuttora materia delle riflessioni di analisti della politica come dell’economia. E’ concorde, comunque, l’opinione che fattori internazionali, quali la devoluzione dell’Unione Sovietica e la crisi del comunismo, e fattori nazionali, quale il logoramento del sistema partitocratico, sono stati gli elementi basilari per la transizione da un vecchio al nuovo assetto degli schieramenti politici italiani. Così com’è concorde il giudizio che da catalizzatore del mutamento abbia agito quella che da molti è definita la “rivoluzione giudiziaria”, ossia la sequenza di incriminazioni spiccate, a partire dal 1992, dalla magistratura inquirente a carico di gran parte dei principali esponenti della vita pubblica nazionale: uomini di governo e di partito, manager pubblici e privati, amministratori locali. La diffusione, ad opera dei mass media, anche stranieri, di queste vicende discreditò presso l’opinione pubblica i vecchi protagonisti di alleanze ed equilibri tra gruppi politici ed interessi economici; creando anche nuovi protagonismi, talvolta effimeri.
I partiti che avevano governato il paese sin dalla nascita della Repubblica si sono dissolti. Nella posizione di centro, forza maggioritaria è divenuta la formazione politica cui ha dato vita uno dei maggiori imprenditori italiani, impostosi all’attenzione dell’elettorato nel giro di pochi anni grazie anche alle sue emittenti televisive, la cui potenza di diffusione era stata favorita della precedente classe politica. I tradizionali partiti d’opposizione, sia di destra che di sinistra, a seguito di profonde trasformazioni interne, hanno cambiato le loro precedenti denominazioni e si sono avvicinati al centro rinnegando le rispettive origini, fascista in un caso, comunista nell’altro. Il quadro attuale vede contrapposte due alleanze, l’una di centro destra, la Casa della Libertà, l’altra di centro sinistra, l’Ulivo, alle quali si sono in vario modo unite formazioni minori, sia scaturite dalla frammentazione dei vecchi partiti, sia nate più di recente, come i Verdi e come la Lega. Fuori da queste alleanze, che si sono alternate al governo nell’ultimo decennio, sono rimasti solo due partiti, uno più numeroso a sinistra, l’altro di minor peso a destra.
4) Vecchi e nuovi moventi culturali nel confronto tra globale e antiglobale in Italia
Alla fine degli anni 80, Serge Latouche individuava nei processi economici e politici in atto alla scala internazionale i segni d’una progressiva occidentalizzazione del mondo. La seconda metà del Novecento aveva fatto assistere alla nascita di stati-nazione privi di sostrato economico, la cui sovranità politica era inficiata dalla mancanza di sovranità economica. Quest’ultima apparteneva a soggetti esterni, sovranazionali, “agenti economici globali”. L’aspirazione allo sviluppo del Terzo mondo costituisce la sostanza della richiesta di un nuovo ordine economico internazionale. Ma - osservava Latouche – la globalizzazione in atto non corrisponde a quell’aspirazione, anzi determina un nuovo ordine che implica “deterritorializzazione sociale”. Un meccanismo tecnico-economico che minaccia le identità.
Undici anni più tardi Jeremy Rifkin ha indicato nell’avvento dell’“era dell’accesso”, ossia nell’affermarsi nella net-economy, l’avvio d’un meccanismo ancor più pervasivo e dannoso per identità e culture. La “rete”, a suo avviso, costituisce un cuneo in grado di approfondire il solco tra i paesi tecnologicamente avanzati, dall’economia opulenta, e i paesi afflitti dal problema del sottosviluppo, che restano ai margini della modernità. Mentre nel mondo sviluppato si rafforzano i processi di omologazione, col rischio di un generale impoverimento culturale.
Al volgere del millennio, così come cinquant’anni prima, i fenomeni di modernizzazione non agiscono in forma neutrale. Non solo perché, almeno nell’immediato, acuiscono antichi divari economici tra popoli e grandi regioni del mondo, ma anche perché, a torto o a ragione, vengono interpretati come fattori di sopraffazione di talune culture su altre. Se la modernizzazione è fenomeno che coinvolge, e avvantaggia, in primo luogo l’occidente e il nord del mondo, la sua espansione o, più realisticamente, la diffusione di alcuni dei suoi simboli e strumenti, è vissuta, nel sud e nell’est del mondo, come il tentativo d’affermare la superiorità dei valori d’una civiltà rispetto a quelli d’altre civiltà. Ne nascono risentimenti e frustrazioni tanto più forti quanto maggiore è l’apporto della religione all’architettura culturale e politica delle comunità economicamente svantaggiate.
Pur nella differenza di posizioni e valutazioni di prospettiva, le analisi di storici, politologi, economisti mostrano coincidenza su alcuni punti. La globalizzazione dell’economia è un portato dell’evoluzione dei sistemi organizzativi, dello spostamento verso livelli più elevati dell’elaborazione e diffusione delle informazioni e della gestione degli apparati. Questi processi nascono o sono alimentati da un sistema finanziario e industriale che ha un riferimento dominante nel capitale nord americano. L’inglese è la lingua della globalizzazione; tutti i fenomeni che a questa sono riconducibili inducono a ritenerla la fase determinante del consolidarsi d’un impero universale anglofono.
La globalizzazione impone agli stati, alle comunità, ai singoli di confrontarsi con i modelli che essa implicitamente propone. Nel decennio contrassegnato dal precisarsi dei fenomeni che, nel mondo, s’è appunto convenuto di identificare con l’aggettivo “globale”, i dettami contenuti in questi modelli hanno raccolto adesioni ma anche suscitato reazioni. Le une e le altre con forte incidenza sui rapporti tra stati e popoli, ed anche con forti ripercussioni all’interno di singoli stati.
In Italia, la fase di transizione politica ha coinciso ed è stata influenzata da tali fenomeni. Scelte rilevanti di politica economica sono state, senza dubbio, adottate per oggettive esigenze di modificare, nell’interesse del paese, precedenti indirizzi d’azione governativa. In più casi, tuttavia, il consenso è venuto da partiti diversi, perché questi partiti, o almeno tutti i maggiori, pur se opposti fra loro in ambito nazionale, rivolgevano pari attenzione a modelli di comportamento seguiti in altri paesi d’Europa. Obbedendo a necessità di cassa e seguendo indirizzi liberisti, lo stato italiano ha progressivamente attenuato la sua presenza in molti settori produttivi. Servizi importanti come le telecomunicazioni sono stati privatizzati, e così grandi aziende siderurgiche e alimentari. La presenza pubblica nel sistema bancario è retrocessa dal 70 al 20 per cento, anche se restano allo stato forti poteri di controllo. Rilevanti pacchetti azionari d’imprese statali operanti nella petrolchimica e nella meccanica sono stati collocati nel mercato borsistico. Si procede alla messa in vendita di un ingente patrimonio immobiliare dello stato ritenuto non essenziale per gli usi pubblici.
L’appartenenza all’Unione Europea obbliga, d’altronde, le autorità italiane ad osservare i principi della libera concorrenza, e ad affidare agli organi comunitari anche i criteri e le misure con cui intervenire a sostegno delle regioni e delle categorie più deboli. Il ruolo delle grandi imprese industriali nella struttura economica del paese è divenuto meno rilevante, ed è cresciuto il peso delle piccole e medie aziende. I processi di decentramento produttivo già avviati negli anni 70, hanno mostrato numerosi casi di trasferimento all’estero di attività a più basso valore aggiunto e a maggior impegno di manodopera. Le attività terziarie sono cresciute di numero e si sono diversificate nelle tipologie, con forti incrementi nei servizi finanziari e nei servizi alle imprese.
Trasformazioni e adattamenti della struttura economica italiana, imposti da esigenze endogene così come dagli stimoli provenienti dalla scena internazionale, hanno dato luogo a mutamenti sociali di segno diverso, talvolta opposto. La new economy ha generato nuove imprese e cospicui arricchimenti; ma ha fatto registrare anche clamorosi fallimenti. La razionalizzazione di molte attività produttive, imposta da una più agguerrita concorrenza, ha cancellato posti di lavoro che il sistema produttivo solo in parte è stato in grado di sostituire. La minor presenza dello stato in molti settori economici, e il ridimensionamento delle politiche assistenziale ha impoverito ulteriormente quelle aree sociali e quelle regioni del paese ove l’intervento della cosiddetta “mano pubblica” attenuava antiche condizioni di svantaggio. A fronte di un accrescimento del Pil italiano e di un innalzamento del livello di ricchezza nelle regioni settentrionali e in talune regioni centrali, ci si avvede d’una dilatazione dell’area delle nuove povertà. Estesa soprattutto nel Sud, ma non assente neppure nelle conurbazioni settentrionali.
All’interno del Mezzogiorno, d’altronde, s’è assistito, sin dagli anni 80, ad una diversificazione delle capacità produttive e delle condizioni sociali tra regioni e province. Quelle adriatiche beneficiano della spinta propulsiva del dinamismo imprenditoriale romagnolo e marchigiano. La Basilicata, meno popolosa, più ordinata e tranquilla, trae da nuovi insediamenti produttivi maggior equilibrio tra popolazione e risorse. Situazioni di crisi si acuiscono in Calabria, nelle aree metropolitane di Napoli, Palermo, Catania. Ne è, insieme, causa ed effetto il permanere di fenomeni criminosi: ndrangheta, camorra, mafia.
Anche nelle regioni più prospere d’Italia, e tra le categorie benestanti non mancano però motivi di disagio, riconducibili a quelle che Fred Hirsch definì già nel 1976 le “nuove scarsità”. Nella società “post-materialista”, ove non esiste più problema di cibo, abiti e casa, l’aspirazione è verso i cosiddetti “beni posizionali”: consumi di qualità, situazioni lavorative di prestigio, habitat confortevole e suggestivo. La filosofia dello yuppismo si è diffusa, a Milano come nelle principali aree urbane del centro-nord; ha influito sul mutamento dei comportamenti politici. Ma tanto maggiore è il numero dei soggetti che s’avvicinano alla soglia di questo tipo di consumi, tanto più la concorrenza innalza i livelli d’accesso agli stessi beni. La diffusione dei modelli culturali e degli stili di vita “vincenti”, operata dalla globalizzazione, diventa fonte di nuove tensioni, di conflittualità anche all’interno di comunità opulente.
Per altro verso, la percezione del possibile appiattimento culturale conseguente alla diffusione di modelli che le logiche del mercato e gli effetti di imitazione rendono uniformi in paesi di tradizioni e costumi diversi, agisce in favore del recupero di specificità locali. In più casi, ancora, favorisce l’interesse per culture e stili di vita alternativi non solo ai modelli “globalizzati”, ma anche alle proprie autoctone tradizioni culturali. Così, mentre s’assiste agli sforzi di alcuni paesi in via di sviluppo e di gran parte dei paesi ex socialisti di acquisire gli standards di consumi proprio dell’Occidente, ecco, per contrasto, diffondersi tra gli occidentali l’interesse per culture proprie di altre civiltà. Anche in Italia si estendono i fenomeni di contaminazione culturale, che alimentano nuovi consumi alimentari, musicali, d’abbigliamento. Esotismi ed esoterismi. Spinte ideologiche, insieme a logiche di mercato, giocano in favore della diffusione nel mondo occidentale di beni di consumo “etnici”, genericamente “terzomondisti”, ai quali ci si rivolge anche a testimoniare adesione ai principi d’un commercio internazionale “equo e solidale”. Contrapposto al sistema degli scambi mondiali che vede costantemente soccombenti le ragioni dei popoli meno sviluppati.
In Italia, nell’“area no global”, cioè nello spazio di contestazione a qualsivoglia modello risulti generato dalla cultura della modernizzazione tecnologica e dalla presenza e funzionamento delle imprese multinazionali, sono venuti confluendo organizzazioni, gruppi, proteste, istanze, riconducibili alle più varie origini ideali, politiche, sindacali, e alle più diverse situazioni di disagio e sofferenza. Riemergono stati d’animo di ripulsa non dissimili da quelli che era agevole identificare negli anni del “miracolo” economico, con motivazioni ideali solidaristiche ed egalitarie che trovano origine nella cultura cattolica e socialista. Rafforzate dal timore che l’ideologia liberista, propria della cultura della globalizzazione, trovi nuove adesioni e più ampia diffusione nei paesi un tempo votati alla pianificazione socialista.
Acquistano rinnovata evidenza nell’area no global i movimenti ambientalisti, il cui raggio d’azione e d’attenzione s’è esteso dalle realtà locali ai grandi spazi continentali, come esigono la salvaguardia della purezza delle acque, delle foreste pluviali, la difesa della coltre d’ozono, il contenimento delle emissioni di anidride carbonica. Ad essi si aggiungono i gruppi animalisti: quelli che esprimono sentimenti di semplice zoofilia opponendosi (talvolta con atti violenti) alle uccisioni di animali per l’industria dell’abbigliamento o per le sperimentazioni farmacologiche; e quelli che nella diffusione dei consumi di carne bovina, a beneficio di una percentuale ristretta della popolazione mondiale, intravedono il rischio di un depauperamento intollerabile delle risorse agricole a danno della maggioranza degli abitanti della terra.
La tutela delle identità, delle culture locali spinge verso l’area no global quanti tali identità vedono minacciate dall’omologazione imposta dall’egemonia tecnologica e finanziaria dei grandi gruppi multinazionali e dagli istituti che governano gli scambi mondiali. In difesa del pluralismo delle civiltà e del rispetto delle identità si aggregano gruppi che agitano ideali di solidarismo, internazionalismo e, più ancora, terzomondismo.
Il geografo può cogliere, quale utile strumento d’orientamento, l’opportunità di definire i territori attraverso l’identità, (le identità), desunta da indagini di geografia culturale. Avverte però anche i rischi di visioni politiche che, fondate su forme di territorializzazione esasperata, si traducano in forti turbative degli assetti interni di singoli stati, così come delle relazioni tra stati. Riscontri in proposito è lecito trarre dai drammi di cui la storia recente dei Balcani, del Vicino Oriente, dell’Asia centrale, dell’Africa equatoriale, e via enumerando, offre sanguinosi esempi.
In nome della tutela delle identità si attivano forze di segno contrastante. Nazionalismi, razzismi, xenofobie si richiamano a valori culturali, a patrimoni identitari, a peculiarità di etnia. Nel dizionario politico italiano si riteneva non più presente un armamentario ideologico costituito di pseudo-concetti. Lo si è sentito riemergere, man mano che la presenza delle comunità straniere, specie quelle di religione islamica, aumentava nelle città, nei paesi. Se n’è avvertita la potenziale virulenza in più casi, in situazioni anche di segno diverso. Cariche emotive pronte a sprigionarsi in circostanze negative, come quando episodi di violenza, di criminalità, hanno avuto gli immigrati come protagonisti. Ma anche in circostanze cui si può dare un valore positivo, come quando gruppi di famiglie immigrate avanzano richieste alle istituzioni locali, o direttamente si adoperano, per meglio organizzare la loro presenza in Italia, accedere a scuole, servizi sociali, avere propri luoghi di culto. Situazioni, le une e le altre, che hanno dato, e danno, luogo a polemiche spesso accese, con scambi di accuse d’intolleranza oppure di demagogia, a seconda che a pronunciarle siano cittadini e partiti fautori od ostili all’immigrazione extra comunitaria.
In un sostrato psicologico di tal genere, l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York ha suscitato non solo, come dovunque, impressioni profonde, ma anche sentimenti particolari nelle comunità dove la consistenza dell’immigrazione islamica è più rilevante. Stati d’animo di diffidenza da parte della popolazione locale. Di timore, ma anche di ribellione avverso generiche colpevolizzazioni, da parte degli islamici immigrati. Nell’una e nell’altra parte, anche in conseguenza del profluvio di trasmissioni televisive, sono stati attivati stati d’animo che erano sopiti, e accentuati stati d’animo già palesi.
Gravità e spettacolarità dell’evento hanno indotto nell’opinione pubblica riflessioni che, almeno inizialmente, hanno obbedito all’impulso alla semplificazione. Ha prevalso l’immagine della Jihad contro Mc Mondo, ossia la metafora con la quale Benjamin Barber rappresentò l’oggettiva condizione di contrasto tra le moltitudini affamate del Terzo mondo islamizzato da un lato, e i paesi proiettati verso un sempre crescente benessere dalla globalizzazione telematica reticolare, dall’altro lato. Onde il terrorismo come risvolto tragico dell’anti-americanismo. Riletture, sovente affrettate e inappropriate, del fortunato e discusso saggio di Huntington del 1996, The Clash of Civilizations.
Ma se Jihad vuol dire Islam, l’approfondimento della riflessione porta ad ammettere che non tutto l’Islam è fondamentalista e bellicista. Obbliga a considerare che la gran maggioranza degli islamici immigrati in Occidente pur se, generalmente, conserva rispetto alle proprie radici, tende ad omologarsi al livello medio della cultura dei paesi ospitanti. Induce a tener conto che la povertà non è triste prerogative delle masse africane ed asiatiche di religione islamica, ma anche del sub continente latino americano, ch’è parte dell’occidente ed a dominante religione cattolica. Così pure, se McMondo è la metafora per indicare l’emisfero della ricchezza e delle tecnologie avanzate, allora è giocoforza ammettere che l’elenco non va limitato ai maggiori paesi dell’occidente, americano ed europeo, ma esteso, oltre che a Giappone e Russia (già nel gruppo dei G8), a paesi dell’Asia peninsulare e insulare non islamica, Australia e Nuova Zelanda. Né se ne può ritenere troppo lontana la Cina.
L’interpretazione del terrorismo quale reazione a colpe vere e presunte degli Usa per aver prodotto una globalizzazione squilibrata, ha imposto alla multiforme area del no global di operare chiarezza al proprio interno. Pur se nei contenuti ideologici propri a ciascuna delle variegate componenti del “popolo di Seattle”, non è mai agevole filtrare ciò che si può ricondurre a sensibilità verso alcuni dei molti problemi che oggi affliggono il nostro pianeta ed i suoi abitanti, e ciò che si può ricondurre a sentimenti ostili agli Stati Uniti, all’Occidente, e al capitalismo in genere, una discriminante assoluta è senza dubbio costituita dall’atteggiamento verso il terrorismo internazionale. E’ ragionevole prevedere che anche in Italia l’ulteriore riflessione su questi temi, all’interno del mondo politico come della società, sarà determinante nel modificare i termini del confronto tra globale e antiglobale.
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