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Un Paese liberale deve avere una politica estera liberale?

di Sergio Romano

Michael Ledine, uno studioso americano noto anche in Italia per un libro intervista con Renzo De Felice, ha scritto un articolo sulla politica repressiva degli ayatollah iraniani e sui risentimenti che questa politica susciterebbe nell’opinione pubblica del loro paese. L’Iran secondo Ledine rappresenta un pericolo per la sicurezza americana, avrebbe fornito armi chimiche ai terroristi palestinesi e missili a gruppi terroristici afgani, non passa giorno senza che i suoi leaders minaccino di colpire dei soldati americani nel mondo.
Bush, ricorda Ledine, ha dichiarato di comprendere le legittime aspirazioni del popolo iraniano ma non ha una strategia, l’America non ha lanciato una campagna di propaganda contro l’Iran, non fornisce assistenza ai leader dell’opposizione, in altre parole non fa nulla per attizzare il fuoco della protesta popolare.
Secondo Ledine invece è perfettamente possibile che gli iraniani se opportunamente aiutati si sbarazzino dei loro capi, di questi preti intriganti, senza che l’America debba buttare una sola bomba o sparare una sola pallottola.
Queste sono, naturalmente, le dichiarazioni di un falco e rappresentano una tendenza della nuova amministrazione americana, sono dichiarazioni discutibili, sono fondate su premesse non sufficientemente documentate, ma non sono in sè prive di una certa logica, ciò che maggiormente colpisce, tuttavia, nell’articolo di Ledine è la conclusione: all’America non resta che agire in conformità con la sua tradizione nazionale, la lotta contro le tirannie.
Un paese liberale in altre parole ha l’obbligo di perseguire con la sua politica estera obbiettivi liberali, deve combattere contro le dittature, deve affrancare i popoli dai loro padroni, deve diffondere nel mondo i principi della democrazia e della libera iniziativa, se oggi fosse con noi, Ledine ci spiegherebbe probabilmente che così fece l’America nel 1898 contro la Spagna, nel 1917 contro gli imperi centrali, nel 1941 contro le dittature fasciste, nel secondo dopoguerra contro i regimi comunisti e nel 1991 contro Saddam Hussein.
La realtà tuttavia è meno lineare, gli Stati Uniti liberarono Cuba nel 1898, ma tollerarono che l’isola, purché restasse nella zona di influenza americana, venisse governata da mediocri dittatori e da qualche oligarchia economica. Combatterono gli Imperi Centrali e vollero che i trattati di pace fossero ispirati ai punti di Wilson, ma rifiutarono di impegnarsi negli anni seguenti per contribuire al consolidamento dell’ordine internazionale che essi stessi avevano contribuito a creare. Combatterono le dittature fasciste ma non esitarono a servirsi di Stalin, vale a dire di un dittatore comunista, durante la guerra e alla conferenza di Yalta Roosevelt finì per assecondare la strategia di Stalin.
Combatterono il comunismo negli anni della guerra fredda ma non esitarono a servirsi per meglio combatterlo di regimi e personalità illiberali, i piccoli dittatori nei Caraibi, Franco in Spagna, Diem in Vietnam, i colonnelli in Grecia, i militari in Turchia, lo Scia in Iran, Pinochet in Cile, Moboutu in Congo.
E’ vero, punirono certamente Saddam Hussein e lo indicarono all’opinione pubblica mondiale come una specie di Hitler del medio oriente, ma non era lo stesso Saddam che qualche anno prima quando era in guerra contro l’Iran teocratico degli ayatollah aveva potuto contare sull’appoggio dell’America.
Potrei dare altri esempi, potrei ricordare che i massacri di Tienammen non impedirono al vecchio Bush, al padre dell’attuale presidente, di mantenere intatto il rapporto di collaborazione che lui stesso aveva contribuito a creare con la Cina comunista, e potrei ricordare che il maggior partner dell’America in Medio Oriente, dopo Israele, è l’Arabia Saudita, vale a dire uno stato confessionale e illiberale che ha finanziato con il suo petrolio le scuole islamiche da cui sono usciti in questi ultimi anni molti dei militanti del fondamentalismo islamico. Potrei ricordare che all’epoca della guerra contro i sovietici in Afghanistan, l’America fu membro di una coalizione di cui facevano parte la Cina, il Pakistan, l’Iran, alcuni signori della guerra afgani e il giovane movimento dei Talebani, in quel campo di democrazia e liberalismo c’è ne era poco.
Potrei ricordare che alla crociata democratica contro il terrorismo proclamata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre partecipano fra gli altri i regimi post comunisti dell’Asia centrale e del Caucaso, potrei continuare ma mi limito ad osservare che l’argomento di Michael Ledine diventa se applicato all’Iran particolarmente ironico, era forse una democrazia liberale quella dello Scià? Prezioso alleato dell’America sino al momento dell’esilio. Non vorrei essere frainteso, non vorrei che questi esempi fossero interpretati come espressione di un radicato pregiudizio anti-americano, non è così, che l’America abbia dovuto ricorrere, per raggiungere i suoi obiettivi internazionali, ad alleati illiberali non mi sorprende, sarei piuttosto sorpreso del contrario. Quando opera nel mondo, al di fuori dei propri confini, uno Stato gioca una partita complicata caratterizzata da una pluralità altissima di giocatori, da un difficile intreccio di interessi contrastanti e difficilmente conciliabili, dalla mancanza di valori comuni, dall’assenza di un potere riconosciuto a cui delegare la soluzione delle controversie. Non basta, ogni paese deve garantire la propria sicurezza, sappiamo che interessi e sicurezza sono concetti relativi e dipendono dalla percezione delle classi al potere e che possono mutare a secondo delle circostanze, ma se un paese è convinto a torto o a ragione che la sua sicurezza e i suoi interessi sono minacciati da un nemico esterno, quella percezione diverrà realtà e avrà un’influenza decisiva sulla situazione internazionale.
Non vi è paese liberale quindi che non sia disposto ad allearsi per vincere una guerra, fredda o calda, con il nemico dei suoi nemici, quale che sia il suo regime politico, così è stato e così, a giudicare dal modo in cui l’America ha costituito la sua alleanza contro il terrorismo, continuerà ad essere ancora per molto tempo.
Ma queste primordiali esigenze della politica internazionale, sicurezza e interessi, si scontrano da tempo ormai con altri concetti e con altre esigenze, anziché difendere sicurezza e interessi la politica estera dovrebbe avere altri fini più nobili e fondamentalmente liberali, l’affermazione di valori universali, la preservazione della pace, la difesa dei diritti umani e civili, lo sviluppo economico dei paesi arretrati e in ultima analisi la democratizzazione del mondo.
Il fenomeno non è nuovo, appare nelle prime guerre della Francia rivoluzionaria, riemerge all’epoca delle grandi rivoluzioni nazionali dell’ottocento e assume una particolare importanza durante la guerra mondiale. Come fenomeno è legato naturalmente alla rivoluzione industriale, alla coscrizione obbligatoria, insomma a quel fenomeno storico che noi definiamo l’ingresso delle masse negli stati moderni o se si preferisce la nazionalizzazione delle masse.
Per vincere sul piano politico militare occorre avere dei nobili ideali, dei grandi obiettivi, occorre dire alle masse che sono in gioco le sorti del mondo civile, che occorre trasformare la società internazionale, che la guerra sarà una guerra utile, per mettere fine a tutte le guerre e occorre soprattutto demonizzare l’avversario.
Quante bugie furono dette al servizio di queste esigenze, fu una bugia, ad esempio, sostenere durante la prima guerra mondiale che gli Imperi Centrali erano illiberali, militaristi e naturalmente incivili.
Luigi Einaudi osservò, immediatamente dopo la fine della guerra, che la Germania aveva un sistema costituzionale non troppo diverso strutturalmente da quello degli Stati Uniti, un capo dello stato dotato di poteri forti, un governo del capo dello stato e un parlamento eletto democraticamente di cui nessun cancelliere, nemmeno Bismarck, poté ignorare la volontà, ma le esigenze della guerra giusta, della guerra ideale, spinsero le democrazie a lanciare una micidiale campagna ideologica contro gli Imperi Centrali, era motivo di imbarazzo naturalmente che del fronte liberale facesse parte la Russia, vale a dire il più illiberale degli imperi europei, con il risultato che quando Kerenski prese il potere nella primavera del 1917 e abbatté lo Zar, credemmo di essere diventati finalmente coerenti sul piano democratico e tirammo tutti stupidamente un sospiro di sollievo.
Gli errori generano errori, il carattere ideologico che gli alleati dettero per meglio mobilitare le masse alla loro guerra contro gli Imperi Centrali ebbe l’effetto di generare altri mostri della politica internazionale, i punti di Wilson, le clausole punitive del trattato di Versailles, la disgregazione degli imperi multinazionali e più tardi quella negazione della diplomazia che è la guerra ad oltranza, o se preferite la resa senza condizioni.
Ma la vecchia politica estera e la sua cultura intanto continuano a riemergere ed ad imporre le loro esigenze e sono per l’appunto gli esempi che ho cercato di dare.
Il risultato di questa dialettica, di questa contrapposizione costante fra esigenze della politica internazionale ed esigenze della politica delle masse o dei nobili ideali, è un fortissimo aumento del tasso di ipocrisia. Benché continuino ad essere fatte come sempre per difendere sicurezza ed interesse, le guerre debbono ammantarsi di nobili principi e di motivazioni ideali, ma ogni qual volta sicurezza ed interessi non sono in gioco o suggeriscono altre soluzioni, i nobili principi e le motivazioni ideali vengono accantonati. Siamo intervenuti nei Balcani ma non in Ruanda, stiamo processando Milosevic ma non abbiamo processato nè Tudjman nè Castro, stiamo combattendo il terrorismo islamico ovunque, ma non abbiamo permesso ai Serbi di combattere quello dell’U.C.K. in Kossovo, siamo paladini dei diritti umani e civili ma preferiamo ignorare la guerra dei russi in Cecenia e la repressione della setta del Falungong in Cina. Insomma facciamo una politica estera liberale soltanto quando i buoni principi coincidono con i nostri interessi.
Per concludere, sulla politica estera italiana vorrei semplicemente ricordare che l’Italia nel corso della sua storia unitaria ha cambiato regime tre volte o forse tre volte e mezzo, se consideriamo quello che è accaduto negli ultimi dieci anni. E’ stata liberale sino all’inizio degli anni venti, è stata fascista fino alla fine della seconda guerra mondiale, è stata liberaldemocratica da allora in poi, ma ha sempre fatto, con qualche ambizione di troppo all’epoca del fascismo, una politica estera il cui schema può essere riassunto sommariamente in questi termini: Il paese è troppo debole per garantire la sicurezza e ha bisogno di un alleato potente, ma è troppo ambizioso per accontentarsi del ruolo di alleato minore e cerca quindi di attenuare la sua dipendenza dal protettore intrecciando rapporti con il suo nemico. Da Giolitti a Mussolini, da Badoglio ad Andreotti il partner preferito per queste occasioni e infedeltà, è spesso la Russia, si chiami Unione Sovietica, Impero degli Zar o Repubblica Federativa Russa, Berlusconi, a modo suo e in circostanze alquanto diverse da quelle dei suoi predecessori, sta facendo esattamente la stessa cosa.
In altre parole i regimi politici cambiano, la politica estera tende a durare. Mi chiedo, a questo punto, se non converrebbe invertire la domanda che ci siamo posti con questo convegno e domandarci fino a che punto la politica estera permette ad un paese di essere liberale.

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