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La Carta delle Libertà di Enrico I Re di Inghilterra (1100)

di Giuseppe Vatri

Ci fu un tempo nel quale nemmeno i re potevano permettersi quegli abusi e quegli obbrobri ai quali le liberaldemocrazie maggioritarie appoggiate su sistemi di welfare state ci hanno abituato quotidianamente, che siano governate da poli o da ulivi. Ci fu un tempo nel quale ogni regnicolo aveva la possibilità, data dalla sua piccola o grande forza, dalla sua piccola o grande capacità militare, dalla sua piccola o grande opportunità di stabilire rapporti di cooperazione con altri regnicoli, di ergersi di fronte al re a difesa del proprio diritto naturale di non essere aggredito, né fisicamente né fiscalmente né verbalmente né con sbirri né altrimenti, da parte del re o di altri. In quel tempo lontano, lontanissimo dal nostro mondo Europeo di welfare e di business-men che gli tengon bordone e di sudditi elemosinanti di professione elettori, la libertà non era una concessione modello statuto: la libertà era stabilire un contratto di libertà. Nel quale contratto il più potente, il più forte, il più legittimato, assumeva limitazioni alla propria azione.

Dedico questo testo ai signori della Convenzione Europea, che intendono Costituzione e Diritti come concessione, o l'ora d'aria dei sudditi. Sperando che un barone Urso si alzi in quelle pigre stanze di potenti, e metta sul tavolo la propria spada ricordando che la libertà spetta ai liberi, mentre ai servi toccano i diritti.

Enrico I Beauclerc, Re di Inghilterra (1068-1135) e la Carta delle Libertà.
Figlio di Guglielmo il Conquistatore, Re di Inghilterra, e di Matilda di Fiandra. Incoronato Re il 6 agosto 1100, nella abbazia di Westminster, Londra. Il suo regno è importante per notevoli ammodernamenti legislativi e giuridici e per l'allargamento ed il consolidamento delle conquiste in Francia. E' ricordato come un sovrano giusto ma duro.
Questa Carta è oltremodo importante per la forma contrattuale nella quale il re si sottopone alla legge: quel governo della legge o rule of law che sarà sempre rivendicato dai parlamenti nella storia costituzionale Inglese. Inoltre, essa è il modello testuale e di contenuto della successiva, ed assai più famosa, Magna Charta (1215).

Giuseppe M. Vatri

La Carta delle Libertà

Enrico, re degli Inglesi, al Vescovo Samson e ad Urso di Abetot e a tutti i suoi baroni e feudatari, sia Francesi che Inglesi, del Worcestershire, salute.

Sappiate che per grazia di Dio e per il comune consenso dei baroni dell'intero regno di Inghilterra io sono stato coronato re del detto regno; e che, poiché il regno è stato vessato con ingiuste esazioni, io, per timore di Dio e per l'amore che ho verso tutti voi, in primo luogo rendo la santa Chiesa di Dio libera, cosicché io non venderò, né metterò a contado, né alla morte di un Arcivescovo o Vescovo o Abate, io prenderò nulla dai possedimenti della Chiesa o da suoi uomini, finché il successore non entrerà nei suoi possedimenti. Ed io eliminerò tutti quei cattivi usi a causa dei quali il regno di Inghilterra fu ingiustamente oppresso; i quali cattivi usi io qui metto per iscritto:

Se uno dei miei baroni, conti o altri che hanno ricevuto terra da me, sarà deceduto, il suo erede non riscatterà la terra come fu uso al tempo di mio fratello, ma la rileverà con un giusto e legittimo riscatto.

E se uno dei miei baroni o un altro mio uomo, volesse dare la propria figlia, sorella, nipote, o congiunta, in matrimonio, che ne discuta con me; ma io non prenderò nulla da lui per questo permesso, né gli impedirò di darla, a meno che egli non abbia in mente di unirla ad un mio nemico. E se, alla morte di un barone o di un altro mio uomo, una figlia sia lasciata come erede, io la darò con la sua terra secondo il consiglio dei miei baroni. E se, alla morte di suo marito, la moglie rimanga e sia senza figli, ella avrà la sua dote e il suo diritto di matrimonio, ed io non la darò ad un marito se non secondo la sua volontà.

Ma se una moglie fosse lasciata senza figli, ella avrà comunque la sua dote e il diritto di matrimonio fintantoché si condurrà legittimamente per le cose corporali, ed io non la darò se non secondo la sua volontà. Ed il custode della terra e dei figli sarà o la moglie o un altro dei parenti che più giustamente dovesse essere. Ed io ordino che i miei baroni si astengano allo stesso modo nel trattare con i figli e le figlie delle mogli dei loro uomini.

Il signoraggio di uso, che è stato fatto in città e in contee, ma che non fu mai fatto ai tempi del re Edoardo, io lo proibisco assolutamente d'ora in avanti. Se qualcuno, sia un fabbricante di moneta o altri, è preso con denaro falso, la dovuta giustizia sia fatta per tale cosa.

Io rimetto tutte le cause e tutti i debiti che appartenevano a mio fratello, con l'eccezione delle mie rendite fisse e con l'eccezione di quegli importi che furono stabiliti di comune accordo per il patrimonio di altri o per quelle cose che più giustamente concernano altri. E se qualcuno ha sollevato questione per la sua propria eredità, io la rimetto; così come i riscatti che furono stabiliti di comune accordo per giuste eredità.

E se uno dei miei baroni o uomini dovesse indebolirsi, così come donerà o farà si che sia donato il suo denaro, io garantisco che così sarà fatto. Ma se, impedito dalle armi o dalla malattia, non avesse donato o fatto sì che fosse donato il suo denaro, sua moglie, i figli, parenti, o uomini onesti, lo distribuiranno per il bene della sua anima così come ad essi sembrerà meglio.

Se qualcuno dei miei baroni o uomini commetterà un crimine, non si impegnerà in un pagamento alla grazia del re, come era fatto ai tempi di mio padre o di mio fratello; ma egli farà ammenda secondo la grandezza del crimine, come sarebbe stato fatto prima del tempo di mio padre, nel tempo dei miei altri predecessori. Ma se è accusato di fellonia o di un crimine efferato, farà ammenda come è giusto.

Io perdono tutti gli assassinii commessi prima del giorno della mia incoronazione a re; e quelli che saranno commessi nel futuro saranno giustamente compensati secondo la legge del re Edward.

Per il comune consenso dei miei baroni ho preso possesso delle foreste così come mio padre le ebbe.

A quei cavalieri che rendono il servizio militare, per le loro terre, io garantisco per mia propria volontà, che le terre dei loro possedimenti in campi arabili, saranno libere da tutti i pagamenti e le prestazioni, cosicché, essendo stati liberati da un così grande fardello, essi possano equipaggiarsi bene con cavalli e armi ed essere pienamente preparati per il mio servizio e per la difesa del mio regno.

Io ordino una rigida pace sul mio intero regno e comando che d'ora in avanti sia mantenuta.

Io ristabilisco per voi la legge di Re Edward, con quegli emendamenti introdotti in essa da mio padre con l'avviso dei suoi baroni.

Se qualcuno, dopo la morte di Re William mio fratello, avesse preso qualunque cosa appartenente a me o a qualcun altro, tutto ciò deve essere restituito senza ammenda; ma se qualcuno ne trattiene qualche parte, colui presso il quale sarà trovata mi pagherà una pesante ammenda.

Sono testimoni Maurice vescovo di Londra, e William vescovo eletto di Winchester, e Gerard vescovo di Hereford, e earl Simon, e Walter Giffard e Robert de Montfort, e Roger Bigot, e Eudo lo steward, e Robert figlio di Hamo, e Robert Malet. A Londra il giorno della mia incoronazione. Addio.

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