Informazione, conoscenza e politica in Hayek
di Raimondo Cubeddu
1. Introduzione.
Tenendo conto dell'importanza che il concetto di 'ordine' assume nel pensiero di Hayek -oltre che in The Sensory Order, il termine ritorna infatti anche nel titolo di altre sue opere come Individualism and Economic Order e The Political Order of a Free People (II volume di Law, Legislation and Liberty)- l'intento del presente saggio è di mettere in luce la relazione tra individual order ed extended order. Per far questo ci si riferirà principalmente alla teoria della conoscenza avanzata da Hayek nei saggi metodologici degli anni trenta e quaranta e soprattutto in The Sensory Order.
Il programma scientifico hayekiano può infatti essere inteso come una teoria dell''ordine' che comprende il modo in cui la mente umana percepisce, elabora, e classifica gli eventi sensoriali del mondo esterno, lo scambio di informazioni su di essi, e che tende a mettere in luce le modalità tramite le quali da una pluralità e diversità di 'ordini individuali' si può produrre un 'ordine sociale'. Il punto di partenza, è costituito dalla constatazione della scarsità e fallibilità della conoscenza individuale e dalla sua dispersione sociale. Ma ugualmente importante è il fatto che nel processo di 'attribuzione di valore', e quindi nel processo conoscitivo, svolge un ruolo importante anche la circostanza che l'azione individuale è guidata da 'aspettative soggettive di tempo', vale a dire dalla 'situazione problematica' in cui l'individuo si trova ad agire, e dal tempo che egli destina (o ritiene di avere a disposizione) per soddisfare bisogni percepiti anch'essi in maniera soggettiva.
In questa prospettiva, il 'processo di mercato' e la 'catallassi' (vale a dire il processo di trasmissione di informazioni tramite prezzi) rappresentano per Hayek il modo più vantaggioso (nella prospettiva della riduzione dei 'costi di transazione') mediante il quale gli individui possono scambiare informazioni (più o meno vere) concernenti la possibilità di realizzazionele aspettative soggettive. Ne consegue un'interpretazione dell'ordine, delle regole (rules), e delle istituzioni sociali come degli strumenti per fare previsioni attendibili in merito alla realizzabilità delle aspettative individuali e sociali e ai loro costi.
Poiché non è possibile comprendere la dimensione teorica di Hayek prescindendo dalla sua teoria della conoscenza l'investigazione della sua problematica teorica dovrà prendere le mosse dall'assunzione della sistematicità del suo pensiero. Ciò consentirà anche di mettere in luce l'originalità del suo contributo che consiste nel fatto che la sua filosofia delle scienze sociali, e quindi la sua filosofia politica, si fondano su una teoria della conoscenza e non su assunti di carattere etico.
Più in generale, si può affermare che con Hayek si registra un importante mutamento di prospettiva nelle scienze sociali la cui attenzione si sposta dallo stabilire criteri per distinguere giusto o sbagliato, vero o falso, buono o cattivo in vista della definizione o applicazione di un 'bene comune', allo studio di ciò che produce conseguenze sociali, soprattutto se esse sono impreviste, inattese, involontarie, etc. Ciò, tuttavia, non significa che Hayek escluda, o non si occupi, della possibilità di comparare e di valutare le istituzioni sociali. In sintesi si può perciò sostenere che le istituzioni sociali e politiche migliori sono per lui quelle che consentono agli individui di realizzare, entro un quadro normativo certo ed universalizzabile, il maggior numero di aspettative individuali e di ridurre il tasso di coercizione.
Nel campo della filosofia delle scienze sociali e della filosofia politica, l'importanza di Hayek è quindi di aver richiamato l'attenzione sulle azioni che, buone o cattive, razionali o meno, producono conseguenze sociali. In altre parole, sulla necessità di prendere le mosse da ciò che gli individui pensano e non da ciò che sarebbe bene facessero.
Più in generale si può dire che la scarsa presenza di Menger e di Hayek nella letteratura contemporanea sulla funzione delle istituzioni al fine di ridurre l'incertezza e i 'costi di transazione' ha la sua origine nel fatto che molto probabilmente sia le Untersuchungen, sia The Sensory Order (come pure le altre opere di Hayek sulla teoria della conoscenza e sulla catallassi) sono state in grande misura, e fino a non molto tempo fa, poco conosciute dai teorici delle scienze sociali e delle istituzioni. In qualche misura, la loro oltranzistica difesa della libertà individuale e delle istituzioni liberali, può aver contribuito negativamente a metterne in evidenza il contributo alla teoria della conoscenza e delle istituzioni in ambiti culturali non 'austriaci' . L'impressione, tuttavia, è che, sia pure con un linguaggio diverso, il loro problema teorico non sia molto diverso da quello che caratterizza, per fare dei nomi, le opere di Ronald Coase o di Douglass C. North . A differenza da questi autori, inoltre, Hayek si pone il problema di come la diminuzione dei 'costi di transazione' possa essere raggiunta in un contesto culturale caratterizzato dalla convinzione che il fine delle istituzioni non sia tanto quello di ridurre tali costi e l'incertezza, bensì quello di raggiungere dei fini etici superiori al processo di mercato. A suo avviso, inoltre, il mercato tende a minimizzare i costi sociali della realizzazione delle aspettative individuali pur in presenza di un'ampiezza della loro oscillazione maggiore di quella delle 'istituzioni teleocratiche' comunque giustificate, e senza selezionarle sulla base di criteri di una razionalità di carattere normativo.
In realtà, non si può negare che il rapporto tra credenze culturali comunque fondate o motivate, formazione delle aspettative individuali e loro selezione, sia un tema estraneo alla problematica hayekiana. Come pure che egli non abbia avuto sempre presente che una reale riduzione delle competenze dello stato non può essere disgiunta dall'abbandono della potestà di produrre quella illimitata quantità di regole che il potere politico produce in regime di monopolio, e quindi in maniera poco efficiente.
2. Il concetto di ordine.
Il problema dell'ordine consiste per Hayek essenzialmente nel chiedersi che rapporto ci sia tra il caso e l'ordine, e come l'emergere di circostanze nuove ed impreviste lo sconvolga. Vale a dire come l'ordine possa generarsi da una conoscenza socialmente dispersa, limitata, fallibile di individui che sono caratterizzabili soprattutto per il fatto di nutrire diverse (e talora non componibili) aspettative soggettive e di essere tendenzialmente intransigenti rispetto ai tentativi di appropriazione del 'proprio tempo' (che può essere trasformato in beni, servizi, conoscenza, etc.) compiuti da altri individui.
L'ordine sociale, per Hayek, si produce, più o meno intenzionalmente, dallo scambio di 'ordini individuali'; ovvero, secondo la terminologia usata in The Sensory Order, dallo scambio e dalla critica delle 'mappe individuali' che possono essere vero o false rappresentazioni del mondo fenomenico e della realizzabilità delle aspettative individuali .
Questo processo, per quanto Hayek non lo abbia mai dichiarato, ha una stretta affinità con quello che possiamo chiamare il processo di 'attribuzione di valore' in campo economico così come formulato da Menger e, più in generale, dagli altri esponenti della Scuola Austriaca le cui tesi di fondo, non a caso, sono definite anche con le espressioni 'economia soggettivistica' e 'teoria dei valori soggettivi'. La relazione teorica tra i Grundsätze e le Untersuchungen consiste nel fatto che nella prima opera Menger si occupa del modo in cui da attribuzioni soggettive di valore riguardo a beni, bisogni e servizi si passa ad una teoria dell'ordine di mercato; nella seconda opera il suo intento è di mostrare come il modo in cui si forma tale ordine non sia dissimile dal modo in cui si formano le istituzioni sociali. In entrambi i casi, infatti, sia le istituzioni economiche, sia quelle sociali, sono caratterizzate dall'essere il risultato in parte 'irriflesso' (ovvero indesiderato e non intenzionale) del modo in cui gli individui dotati di una conoscenza limitata e fallibile (o, come dirà Hayek, 'dispersa' ) cercano di ridurre l'incertezza circa la realizzabilità di aspettative individuali che risentono sia della conoscenza, sia delle "leggi naturali esatte", sia delle circostanze in cui si agisce, sia del fatto che comunque il problema è rappresentato per un verso dalla scarsità di beni, di conoscenza e di tempo rispetto alla illimitatezza dei bisogni e dei fini individuali e sociali, e per un altro e complementare verso dal fatto ogni ordine è provvisorio poiché i tentativi degli individui che agiscono in condizioni di scarsità per migliorare la propria condizione, producono incessantemente situazioni ed aspettative nuove.
Il quesito al quale Hayek cerca di dare una risposta è analogo a quello di Menger , il quale così lo aveva espresso: come mai le principali istituzioni sociali, il linguaggio, la religione, il diritto, lo stato, i mercati, la concorrenza, il denaro, i prezzi, etc., che pure "servono il bene comune e che hanno un'importanza fondamentale per il suo sviluppo", siano in realtà sorte "senza una volontà comune orientata alla loro fondazione" . Il punto centrale della tesi è quindi che esistono istituzioni sociali dotate di normatività e di efficacia, ma frutto di azioni individuali non finalizzate, che si sviluppano prima dello stato ed indipendentemente dal potere politico.
Dal punto di vista della unitarietà tra la filosofia delle scienze sociali e la filosofia politica hayekiana, non meno importanti sono le implicazioni di carattere politico: su tale base, infatti, è possibile elaborare non solo una teoria delle istituzioni sociali e della loro natura e funzione, ma anche una filosofia politica che si fonda sulla dimostrazione che l'esistenza di un potere politico, governo o stato, non è indispensabile perché si abbiano sistemi normativi dotati di efficacia e di sanzioni. In questo modo, la necessità di trovare giustificazioni per "legittimare del bastardo" (lo stato nella definizione di Meinecke), ovvero l'assillo costante e irrisolto della tradizione liberale, diventa meno pressante.
Come è implicito nell'enfasi sul termine 'culturale' posto da Hayek tra 'evoluzionismo' e 'spontaneo' -dunque 'evoluzionismo culturale spontaneo'- per definire la propria teoria delle istituzioni sociali, tutto ciò non significa accettare come 'dati di fatto' le situazioni e i valori individuali e sociali, e rimettersi ad una visione ottimistica circa le possibilità di una loro armonizzazione delegandola al processo storico inteso come un'intangibile evoluzione spontanea . Che tale tesi sia inaccettabile era chiaro già a Menger il quale, non a caso, conclude le Untersuchungen scrivendo che "la scienza non deve mai rinunciare, ed è questo il presupposto fondamentale della questione, a mettere alla prova la razionalità delle istituzioni sorte per "via organica", e a trasformarle e migliorarle, quando un'accurata indagine lo richiede, in base alla visione scientifica e alle esperienze pratiche disponibili. Nessuna epoca può venir meno a tale "vocazione"" .
Di fatto, tra i meriti della teoria mengeriana-hayekiana della nascita ed evoluzione delle istituzioni sociali non è soltanto quello di averla collegata ad una teoria dell'azione umana più sostenibile di quanto lo fosse fino ad allora quella del Classical Liberalism; ma anche di aver posto un problema che quest'ultimo aveva praticamente eluso ondeggiando tra un'interpretazione contrattualistica ed utilitaristica, ed un'interpretazione storico-evoluzionistica delle istituzioni sociali che talora poteva assumere connotazioni eccessivamente conservatrici quasi si dovesse giustificare tutto ciò che esisteva per il semplice fatto che esisteva.
Oltre a ciò, a caratterizzare l'interpretazione hayekiana delle istituzioni sociali è il rilievo che egli attribuisce all'emergere di 'novità' o di 'nuove circostanze' -intese anche come espressione di nuove e diverse aspettative individuali- al fine di segnalare i difetti e di mettere quindi in discussione i sistemi di regole e, perciò, le stesse istituzioni.
Per Hayek, in realtà, le istituzioni sociali, come le "regole di condotta di carattere negativo universali ed astratte", sono strumenti che consentono agli individui di soddisfare aspettative mutevoli e di ridurre l'incertezza. E tanto più saranno migliori quanto più senza cambiare (ciò che farebbe venir meno la 'certezza del diritto' che si fonda sulla loro durata ed universalizzabilità) riusciranno a regolare anche nel futuro, e in maniera prevedibile, aspettative che sono destinate a mutare. Pertanto, se a restare costanti sono i bisogni (anche se intesi astrattamente e soggettivamente) e l'incertezza, la natura delle istituzioni e delle regole è quella di cambiare e di essere costantemente perfezionate.
Ovviamente è possibile discutere della bontà della soluzione hayekiana, ma è difficile negare che essa abbia contribuito a fare chiarezza introducendo criteri atti a distinguere i modelli di regimi politici teleocratici da quelli nomocratici e, sempre su questa base, individuando criteri per ristabilire la distinzione tra la teoria politica liberale e la teoria politica democratica.
Da questo punto di vista, e ben prima degli studi che in questi ultimi decenni sono fioriti sulla funzione delle istituzioni sociali, si può affermare che anche per gli 'Austriaci', adoperando una definizione di North, "le istituzioni sorgono per ridurre l'incertezza presente nei rapporti tra gli uomini" .
Tuttavia, le istituzioni, come le regole, non sorgono tutte nello stesso modo. Per quanto Menger non ignori l'esistenza delle istituzioni 'pragmatiche', e Hayek delle istituzioni 'teleocratiche', la loro preferenza per quelle 'spontaneo-irriflesse', come la catallassi, oltre che nella loro duttilità (connessa soprattutto al fatto che il loro funzionamento richiede un minor uso di strumenti coercitivi), consiste nel fatto che comparativamente esse appaiono maggiormente efficienti al fine di ridurre i costi di trasmissione delle informazioni. Quindi, con un diverso modo di dire, a minimizzare 'i costi di transazione' senza accrescere quella concentrazione del potere politico che fa aumentare tanto i costi di 'tutoraggio dei diritti di proprietà', quanto l''incertezza del diritto' connessa all'attribuire ad un terzo -attraverso elezioni- la potestà di produrre regole (anche se non sempre in regime di monopolio e sotto il vincolo della Costituzione). Lo stesso problema dell'uso di tale potestà finalizzato all'accrescimento dei 'diritti di proprietà' dei creatori di norme non era affatto sconosciuto agli Austriaci. Hayek, ad esempio, si serve abbondantemente di tale argomentazione per criticare prima la teoria politica connessa alla collectivist economic planning, poi la theory of social justice e, più in generale, i modelli politico-economoci teleocratici.
3. Tra ordine sensoriale e filosofia delle scienze sociali.
Hayek ritiene che il problema dell''ordine' debba essere affrontato in maniera analoga nel campo della politica, dell'economia, dell'etica e della psicologia. Il primato della 'teoria dell'ordine' significa quindi che tali scienze non si fondano su particolari antropologie o su peculiari teorie dell'azione umana (si pensi, ad esempio, alla fortuna di fuorvianti immagini quali quella dell'homo œconomicus, dell'homo politicus, o dell'homo sociologicus). Da questa prospettiva, l'opera The Sensory Order può essere vista come il punto di raccordo teorico tra i vari interessi di Hayek nelle scienze sociali, ed è perciò fondamentale per comprendere l'evoluzione delle sue idee e le sue critiche allo scientism, al 'razionalismo costruttivistico', e anche ai tanti filosofi sociali 'storicistici'e ai teorici del 'dualismo' che postulano l'esistenza di "una distinta "sostanza" mentale" .
Come è noto, la teoria che Hayek espone compiutamente in tale opera era stata già delineata alla fine degli anni venti . Si può anche sostenere che la sua critica della teoria dell'equilibrio economico generale nella versione datane dai teorici della collectivist economic planning ha a che fare con la sua teoria dell'ordine . In estrema sintesi, i teorici della collectivist economic planning ritengono che le aspettative soggettive siano razionalizzabili e quindi reciprocamente compatibili perché accomunate da una reazione sostanzialmente omogenea (anche se talora può assumere nei singoli individui caratteri patologici) a stimoli sensoriali che vengono filtrati da una comune razionalità. Hayek mostra invece come sia l'aspettativa soggettiva di tempo, sia l'identificazione e la classificazione dei fenomeni sensoriali siano in relazione con stati soggettivi di conoscenza, di esperienza e di tempo che è costosissimo rendere omogenei, e che possono essere selezionati tramite il riferimento a un fine, o resi omogenei, soltanto mediante un uso intensivo della coercizione che tenda ad annullare ogni tipo di individualità.
Inoltre, come più tardi metteranno in luce Israel M. Kirzner e Coase (sia pure da prospettive diverse), egli pone l'attenzione sul fatto che tanto la conoscenza, quanto l'informazione non possono essere considerate come 'date', e accentrate; e che tutto ciò avrebbe comunque un costo che sarebbe parimenti individuale e sociale, come pure ha un costo la loro trasmissione e diffusione. Merito di Hayek è perciò quello di avere richiamato l'attenzione sul fatto che tutti questi fattori incidono non solo, come comunemente si pensa, sul processo di produzione dei beni, ma anche su quello delle regole.
La conclusione che è possibile trarre da The Sensory Order è quindi che se le modalità di classificazione dei dati sensoriali avviene secondo modalità soggettive, esse sono soggette a mutare già negli stessi individui (a seconda della situazione problematica [ambientale, culturale e temporale] dei medesimi), a maggior ragione tali modalità potranno essere diverse per un insieme di individui indipendentemente dal tipo di 'associazione civile' in cui si collocano. Per di più, in tempi diversi, e nel medesimo individuo, in relazione alla sua situazione problematica, è possibile avere modalità diverse di identificazione e di classificazione delle percezioni e delle classificazioni dei dati sensoriali. A determinare la situazione problematica è quindi essenzialmente il tempo che ogni individuo impiega per acquisire elementi ed esperienza al fine di classificare e di ordinare le sensazioni in un modo stabile e duraturo. Ciò ha ovviamente un costo. Come un costo avrà anche, ed altrettanto ovviamente, la trasmissione di informazioni (e di esperienze) che permette ad un insieme di individui di poter ordinare le informazioni in modo tale che siano scambiabili e consentire quindi una cooperazione dagli esiti prevedibili.
Se si confronta la teoria dell'azione umana contenuta in The Sensory Order e quella contenuta nei saggi sulla metodologia delle scienze sociali, il problema di Hayek è di comprendere la relazione tra i fenomeni del mondo esterno, la loro interpretazione, comunicazione e scambio da parte di individui, e la genesi di un ordine . Tutto questo contribuisce anche a spiegare il suo interesse per la scienza economica la quale si è avvicinata più di ogni altra disciplina a dare una risposta al quesito centrale per tutte le scienze sociali, e cioè in che modo la combinazione di frammenti di conoscenza, di cui dispongono individui diversi, può portare a risultati che, per poter essere ottenuti consapevolmente, richiederebbero un grado di conoscenza e di informazione in colui che fosse chiamato a prendere le decisioni che, in realtà, nessuna persona potrà mai possedere .
Il tema della distribuzione sociale della conoscenza deve essere visto in questa prospettiva. Il problema delle scienze sociali teoriche, infatti, non è di natura logica: sapere quale sia il miglior uso dei mezzi che si hanno a disposizione qualora si possiedano "tutte le informazioni rilevanti", sia possibile muovere "da un sistema dato di preferenze", e si conoscano e si controllino totalmente i mezzi disponibili. Nella realtà, infatti, questa situazione ideale non esiste; e lo scienziato sociale si trova di fronte a 'dati' che son tali solo per individui o per gruppi di individui. Pertanto, la conoscenza che dovrebbe essere la base su cui elaborare dei piani individuali, lungi dall'esistere in una "forma concentrata o integrata", esiste solo in una forma frammentaria di conoscenze parziali e contraddittorie possedute separatamente, e talora inconsapevolmente, da individui diversi. Il problema dell'economia, come, più in generale, delle scienze sociali, non è allora di elaborare piani universalmente validi, ma di utilizzare nel modo migliore un complesso di conoscenze che non è posseduto da nessuno nella sua totalità : vale a dire, di trovare "il modo migliore di utilizzare le conoscenze inizialmente disperse tra le varie persone" , e che, per una serie di motivi di carattere teorico e politico, non è opportuno accentrare.
La stessa trattazione del metodo individualistico e 'compositivo' delle scienze sociali ha quindi una diretta connessione col modo in cui la mente umana classifica gli impulsi provenienti dal mondo fenomenico. Anche l'individualismo metodologico, infatti, prende le mosse da considerazioni gnoseologiche sulla relazione tra mente umana e 'dati', per giungere alla conclusione che nell'ambito di tali scienze occorre evitare di "trattare alla stregua di 'fatti' queste entità astratte, e prendere sistematicamente le mosse dalle concezioni dalle quali gli uomini sono indotti all'azione" . Esso, perciò, non si occupa "affatto di spiegare il pensiero, ma semplicemente di distinguere i possibili tipi di elementi da prendere in considerazione nella costruzione di modelli diversi di relazioni sociali". Suo oggetto sono allora le azioni che danno vita a risultati non previsti, e la nascita di regolarità spontanee.
Di conseguenza, se i fenomeni sociali non manifestassero altro ordine all'infuori di quello conferito loro da una intenzionalità cosciente, non ci sarebbe posto per alcuna scienza teorica della società e tutto si ridurrebbe esclusivamente [...] a problemi di psicologia. E' soltanto nella misura in cui un certo tipo di ordine emerge come risultato dell'azione dei singoli, ma senza essere stato da alcuno di essi coscientemente perseguito, che si pone il problema di una loro spiegazione teorica.
A tale ambito problematico, in primo luogo connesso all'emergenza di un ordine mentale, deve essere collegata la critica rivolta al 'collettivismo metodologico' che considera "alla stregua di fatti quelle che non sono altro che teorie provvisorie, modelli costruiti dalla mente ingenua per spiegarsi la connessione esistente tra alcuni dei fenomeni singoli che osserviamo". Tali "insiemi sociali", infatti, non sono "'unità naturali'", bensì "complessi diversi di fenomeni singoli, tra loro anche assolutamente dissimili, ma che noi riteniamo collegati l'un l'altro in modo simile; sono selezioni di certi elementi di un quadro complesso, effettuate in base ad una teoria sulla loro coerenza ". E' perciò la mente umana a selezionare, in base all'esperienza e a criteri di coerenza razionale o logica, gli elementi che servono per l'imputazione causale.
Per Hayek non si tratta quindi di arrivare all'essenza dei fenomeni, alle 'leggi naturali esatte' della successione dei fenomeni (cui tendeva Menger). Tali 'insiemi', infatti, "esistono solo se, e nella misura in cui, è esatta la teoria che abbiamo elaborato sulla connessione delle parti che essi implicano e che noi possiamo esplicitamente enunciare soltanto sotto la specie di un modello costruito sul fondamento di tali relazioni" .
Per quanto l'impatto delle tesi di The Sensory Order sulla filosofia delle scienze sociali sia evidente, non si può fare a meno di notare come esse non affrontino esplicitamente il problema principale delle scienze sociali: vale a dire le conseguenze che un'azione può avere sulle azioni e sulle aspettative di altri individui. Ciò che può anche essere enunciato come il problema relativo al modo in cui le azioni umane consce o inconsce concorrono a produrre un ordine 'sociale'. In realtà, questo problema, proprio a testimonianza della sistematicità del pensiero hayekiano, viene trattato nei saggi 'metodologici' prima richiamati. Ciò che conferma l'opportunità, se non la necessità, di affrontarne lo studio contemporaneamente.
Il punto di raccordo può essere identificato nel saggio The Use of Knowledge in Society dove Hayek, trattando di come l'ineguale distribuzione della conoscenza tra i membri di una società renda difficilmente attuabile ogni ipotesi di pianificazione economica che presupponga un accentramento delle conoscenze teoriche e pratiche, affronta il problema relativo al modo in cui le diverse classificazioni dei fenomeni sociali compiute dalle menti individuali concorrono spontaneamente alla formazione di un ordine di aspettative. Lo stesso problema delle conseguenze inattese può essere visto come l'esito di tale diversità di classificazioni: ossia del fatto che gli esiti delle azioni individuali e collettive che derivano da tali classificazioni produce conseguenze ('stimoli sensoriali') che, pur potendo essere astrattamente uguali, possono essere valutati diversamente sulla base della conoscenza posseduta da colui che viene a contatto con esse. In questo modo si dà vita a situazioni nuove ed impreviste che inducono tanto coloro che hanno prodotto le conseguenze, quanto coloro che le subiscono, a mutare i rispettivi piani iniziali, ovvero a riformulare le proprie aspettative.
Ne risulta un ordine dinamico, in cui la tendenza all'equilibrio tra le reciproche aspettative deve essere costantemente riformulato alla luce della mutata situazione. Ma anche l'impossibilità di trattare delle preferenze individuali come un 'insieme dato' da cui muovere per formulare proposte di cambiamento economiche, sociali e politiche. Il problema delle scienze sociali, non è allora di elaborare piani, o di valutare i comportamenti umani sulla base di regole etiche, ma di trovare "il modo migliore di utilizzare la conoscenza dispersa tra gli individui" .
Volendo, il problema può essere distinto in due parti complementari.
La prima concerne l'ordine che si forma tra le aspettative soggettive di più individui in relazione ad azioni o ad eventi che producono effetti (previsti o meno) su di essi. Vale a dire di un ordine che può -ma non necessariamente deve- realizzarsi. In tal caso bisogna indagare su ciò che ne favorisce la formazione e su ciò che la impedisce.
La seconda concerne l'ordine come possibile esito di una dinamica sociale (comprendente, a sua volta, varie sfere della vita sociale e varie sfere di interessi, nonché il loro conflitto) all'interno di un'entità statuale. Anche in questo caso ci si può porre il problema di ciò che lo favorisce e di ciò che lo impedisce.
Tutto ciò potrebbe indurre a pensare che in simili circostanze la libertà individuale potrebbe essere a repentaglio, ed anche, da un contrapposto punto di vista, a chiedersi se essa debba avere la preminenza sull'ordine. Infatti, se i bisogni, i fini e le conoscenze individuali sono non solo diversi, ma possono anche essere diversamente valutati dai soggetti, ne risulterà che ognuno di essi potrà avvalersi in maniera diversa delle possibilità offerte dalle regole e dalle istituzioni. A meno che non si ipotizzino costanti interventi riequilibratori da parte di un'entità superiore al processo della catallassi, per ovviare a tale problema occorrerebbe intervenire sulla distribuzione della conoscenza in maniera analoga a quella in cui i teorici della social justice criticati da Hayek intervengono sulla distribuzione dei beni. Tale intervento, tuttavia, per essere efficace dovrebbe essere illimitato e dotato di una conoscenza della dinamica dei fenomeni sociali superiore a quella del processo della catallassi.
Quella fin qui esposta può essere considerata come una possibile fonte dell'interpretazione dell'ordine politico, o del miglior ordine politico, come un'entità "irriflessa" che muova dalla naturale disuguaglianza degli esseri umani. Come qualcosa che non esiste in natura, ma che viene ad esistenza solo in quanto prodotto più o meno involontario di relazioni individuali che non debbono necessariamente verificarsi.
L'ordine liberale, quindi, non è una necessità naturale, ma una possibilità culturale .
Problemi di questo tipo, e più specificatamente relativi al rapporto tra le norme universali dell'agire umano e le aspettative soggettive, e tra catallassi e politica, vengono, come è noto, affrontati da Hayek in The Political Order of a Free People, terzo volume di Law, Legislation and Liberty, e in The Fatal Conceit, opere nelle quali, tuttavia, i riferimenti alla problematica di The Sensory Order sono assai scarsi. E tuttavia, come nel caso del mancato richiamo ai presupposti della propria teoria gnoseologica ed economica, in The Mirage of Social Justice, tali richiami sarebbero stati opportuni, se non altro per avere maggiori elementi atti a comprendere i fondamenti filosofici dell'evoluzionismo hayekiano.
Senza riprendere la soluzione hayekiana del problema del 'political order of a free people', è forse il caso di vedere come trarne lezione e cercare di andare oltre.
A tal proposito, si possono fare due ipotesi.
La prima prende la mosse dal fatto che per quanto concerne i modelli dei fenomeni sociali elaborati dalla mente umana secondo lo schema che appare in The Sensory Order, è possibile un confronto solo con altri modelli alternativi che si propongono di risolvere in maniera diversa lo stesso problema, o con interpretazioni del medesimo fenomeno, ma non con un mondo fenomenico oggettivo che induce l'individuo a riformulare le classificazioni in seguito a congetture su di esso che non hanno successo. Nel caso dei fenomeni sociali, il successo di un'interpretazione o di una soluzione non ha quindi tanto a che vedere con la 'realtà oggettiva dei fenomeni', quanto con una particolare distribuzione della conoscenza. Tale distribuzione può però anche far sì che i pregi di una teoria (o di una soluzione) non vengano riconosciuti. Di conseguenza, la realizzazione di un ordine fondato su un equilibrio spontaneo tra le aspettative soggettive, appare problematico, non soltanto in considerazione del fatto che esso non ha un fondamento 'naturale-genetico', bensì evoluzionistico e culturale, ma anche per il fatto che è connesso alle diverse aspettative degli individui; vale a dire al 'tempo' che essi ritengono di avere a disposizione, ed entro il quale dovrebbe realizzarsi. Il modello di ordine liberale, in definitiva, necessita della concomitanza di circostanze esogene. Ad esempio, e per quanto possa trattarsi di un caso limite, la distribuzione casuale degli effetti delle azioni umane, la loro interpretazione sulla base di una distribuzione sociale della conoscenza nella quale -tramite la manipolazione dei sistemi informativi- si può inserire una diffusione di false teorie, o di aspettative irrealizzabili, può annullare quella 'tendenza genetica' alla formazione di un sistema di reciproca selezione e soddisfazione delle aspettative soggettive dalla quale deriva quel sistema di equilibrio dinamico che è l'ordine sociale.
La seconda ipotesi concerne i criteri per una valutazione e una selezione tra le informazioni onde arrestare la diffusione di quelle che -intenzionalmente o meno- introdurrebbero il caos nel sistema. In questo caso, prima che gli individui fossero in grado di accorgersi degli effetti imprevisti ed indesiderati connessi all'adozione di determinate azioni in seguito ad informazioni rivelatesi false, il sistema potrebbe degenerare nel caos. Inoltre, ogni ipotesi di cambiamento del sistema a seguito della diffusione di certe idee potrebbe anche essere interpretata dal punto di vista dei vantaggi che si godono dall'occupare in esso una certa posizione, vantaggi che potrebbero aumentare o diminuire. Chi dovrebbe fare, in queste circostanze, tali selezioni e valutazioni? Un criterio potrebbe essere quello di escludere le informazioni che porterebbero alla diffusione di ipotesi di cambiamento così ampie che non appare possibile formulare un modello delle possibili conseguenze indesiderate o della loro distribuzione. Ma la cosa è non poco artificiosa. La ricordata soluzione liberale della distinzione tra una sfera privata ed una sfera pubblica appare meno problematica, ma neanche essa, dato che, come scrive Hayek, non "c'è quasi azione pensabile che non si ripercuota su altre" , può essere considerata risolutiva.
4. Conoscenza e politica.
La filosofia hayekiana delle scienze sociali è quindi fondata su una teoria della conoscenza e dell'azione umana che è inestricabilmente connessa al diverso modo in cui le 'diverse' menti individuali cercano di dare un ordine alle percezioni sensoriali inserendole in 'modelli' che sono contemporaneamente ambientali, culturali, genetici, e per di più soggetti ad un continuo processo evolutivo.
Il passaggio dall'individual order come descritto in The Sensory Order, all''extended order' è inteso da Hayek sostanzialmente come un fenomeno culturale connesso alla possibilità di scambiare le informazioni e le conoscenze dei molteplici individual orders. Come si è visto, l'aspetto 'naturale-genetico' dell'incontro tra più individui, per quanto essenziale, non spiega da solo il passaggio dall'individual order all'extended order che è subordinato al verificarsi, se si vuole casuale, di circostanze di carattere 'culturale' che dovrebbero avvenire in un tempo limitato. Inoltre, essendo di carattere culturale, queste circostanze possono essere soggette di valutazione e di selezione. Ed è ciò che consente di vedere se un extended order sia preferibile ad un altro. In altre parole, il tempo in cui 'spontaneamente' si afferma un 'ordine' potrebbe non corrispondere al tempo in cui gli individui lo 'attendono'.
Hayek, come Menger, ritiene che in un extended order possano convivere istituzione sociali teleocratiche e istituzioni sociali nomocratiche. Hayek ritiene tuttavia che queste ultime abbiano una possibilità di applicazione più vasta, e soprattutto che, soprattutto se un extended order è inteso come un ordinamento teleocratico, ciò conferirebbe al sistema minore duttilità e pertciò richiederebbe incrementi del tasso di coercizione che -come viene messo in luce negli studi sui presupposti gnoseologici e sulle implicazioni politiche della collectivist economic planning- ne incrementerebbero i costi di funzionamento riducendone parimenti l'efficienza. Senza dire degli effetti che ciò potrebbe avere sulla libertà individuale intesa come possibilità di realizzare aspettative individuali e finalità soggettive indipendentemente dal consenso del potere politico.
La distinzione di Hayek dei tipi di ordine in artificiale, naturale e ""result of human action but not of human design"" è sostanzialmente analoga a quella di Menger tra istituzioni sociali 'pragmatiche', 'organico-naturali' e 'organico-irriflesse'. La loro preferenza va alle istituzioni del terzo tipo, ma essi non escludono che anche quelle pragmatiche abbiano dei vantaggi temporanei. Naturalmente, se per la loro creazione è richiesto un consenso unanime (e non si può immaginare come potrebbe essere diversamente) la loro vita è più breve; come pure la loro duttilità e capacita ad adattarsi con successo a situazioni nuove ed impreviste. Esse sono in genere ordinamenti o istituzioni finalistiche che restano in vita fin tanto che lo scopo per cui sono sorte non sia stato conseguito.
Hayek, quindi non nega tanto l'esistenza di tali istituzioni , quanto il fatto che possano essere generalizzate. Esse, inoltre, possono essere concepite soltanto sulla base dell'esistenza di altre istituzioni, come il linguaggio, il diritto, o lo scambio, che non soltanto devono essere antecedenti, ma che -come si è visto- non possono neanche essere concepite come il prodotto diretto e conseguente di un insieme di volontà individuali. Oltre che nella duttilità, la superiorità delle istituzioni, o ordini, nomocratici sugli 'ordinamenti' teleocratici, consiste dunque nella loro antecedenza 'genetica'.
Ciò detto, nel caso in cui, in seguito all'emergere di una novità che genera vistosi disequilibri nella distribuzione della conoscenza, un sistema nomocratico può tardare a raggiungere una dimensione di equilibrio, Hayek ritiene sia opportuno intervenire tempestivamente, sulla base dei presupposti stessi del sistema, per agevolare tale fine. Ciò che può essere fatto tramite la creazione legislativa o politica di norme che comunque abbiano come fine il mantenimento e l'efficienza del sistema nomocratico stesso. In questo caso, sulla base di un'esperienza di ciò che è desiderabile, si dovrebbe intervenire sul processo di formazione spontanea delle norme al fine di raggiungere una desiderabile situazione di distribuzione della conoscenza che renda possibile lo scambio di aspettative in condizione di reciproca libertà.
Di conseguenza, come in generale i teorici del Classical Liberalism, Hayek non è per principio avverso alla produzione legislativa di regole (purché dotate di certe caratteristiche), e ritiene anche che in alcuni casi, e soprattutto a motivo della maggior tempestività del procedimento, ciò sia preferibile all'incerta attesa di un loro emergere spontaneo. In questo modo egli mette in relazione il concetto di evoluzione con quello di 'tempo atteso'. Tuttavia, dato che non si può escludere un contrasto tra 'tempo delle regole' e 'tempo individuale', resta da vedere come individuare le persone più adatte ad assolvere tale funzione. Una situazione di novità, ad esempio, non sarà positiva, o negativa, per tutti nella stessa misura. Chi adegua le regole alla novità lo fa nello interesse proprio o delle regole?, e queste hanno un 'tempo' e degli interessi?
Queste idee Hayek le ribadisce criticando Bruno Leoni nella cui opera Liberty [sic] and the Law ritiene sia in maniera persuasiva esposto "l'argomento dell'affidarsi, anche in tempi moderni, al processo graduale del precedente giudiziario e all'interpretazione dottrinale". Tuttavia, quantunque la tesi di Leoni "costituisca un efficace antidoto contro l'ortodossia prevalente, la quale ritiene che le leggi si possano o si debbano cambiare soltanto attraverso un procedimento giudiziarioi", Hayek non si dichiara persuaso dall'idea che "si possa fare a meno della legislazione anche nell'ambito del diritto privato" . In questo caso, le non infondate riserve di Hayek, dovute al fatto che "per varie ragioni i processi evolutivi spontanei possono condurre ad una impasse da cui non possono districarsi con le proprie forze, o, almeno, da cui non riescono a correggersi abbastanza velocemente", sono connesse alla desiderabilità di un "rapido adattamento del diritto a circostanze interamente nuove". Di conseguenza, a suo avviso, "la nuova legge può svolgere adeguatamente la funzione propria di ogni legge, quella di guidare le aspettative, solo se diventa nota prima di essere applicata". Ciò che diventa assai importante se si considera che tra il momento dell'emergere "new circumstances" in un ordine catallattico, e il momento in cui tutti i partecipanti ne possono prevedere le conseguenze, coloro i quali le gestiscono potrebbero essere tentati di trasformare un potere momentaneo in uno duraturo .
In una situazione di questo tipo, essi finirebbero così per possedere, e gestire, una conoscenza che potrebbe consentire di dirigere il processo della catallassi e di riversare sugli altri le eventuali conseguenze negative connesse all'emergere della novità in questione. In altre parole, e opportunamente, Hayek richiama l'attenzione sul fatto che si potrebbe realizzare una situazione in cui alcuni individui agirebbero, e potrebbero scegliere, sulla base una previsione attendibile sugli esiti del processo, ed altri no; e sul fatto che, in simili circostanze, il desiderabile adeguamento delle regole delle catallassi alle nuove circostanze si potrebbe ottenere più speditamente tramite limitati interventi legislativi, piuttosto che mediante la generalizzazione di decisioni giurisprudenziali.
5. Dall'individual order all'extended order.
La filosofia politica hayekiana intesa come teoria del 'miglior ordine politico', prende quindi le mosse da una teoria della "libertà come diritto alla diversità". Tant'è che l'''extended order' dello stato liberale non si propone la realizzazione di finalità etiche o 'natural goodness', ma, mediante una selezione evoluzionistica delle regole di condotta, tende ad adattare le aspettative individuali e sociali, "attraverso segnali frammentari, alle condizioni da nessuno previste e a tutti sconosciute, anche se tale adattamento non è mai perfetto" .
Di conseguenza, esso non si fonderà su un'etica pubblica o su un'insieme di regole aventi presupposti e finalità etiche, ma solo sulla necessità di certi comportamenti individuali, intesi come indispensabili per l'esistenza di un 'extended order'. A questo punto, piuttosto che chiedersi se i comportamenti che avvengono nel mercato siano, o debbano essere, anche comportamenti morali, Hayek si chiede se tali comportamenti siano, o debbano essere, soggetti a regole, e quale sia la loro origine e natura. Ovvero, se i comportamenti morali, economici, politici debbano essere soggetti alle medesime regole, come è implicito in uno dei princìpi fondamentali del Classical Liberalism: vale a dire nel Rule of Law.
Naturalmente le scelte di mercato possono anche non avere motivazioni morali, ma ciò non significa che, se il mercato è il luogo in cui tramite un libero scambio possono realizzarsi le reciproche aspettative soggettive, i comportamenti tramite i quali si tende a realizzarle non siano soggetti a regole, e che chi le trasgredisce (se come tale viene conosciuto) non ne subisca, prima o poi, un costo. Infatti, anche le moral rules hanno per Hayek un carattere negativo, riguardano comportamenti che non devono essere attuati se si vogliono evitare conseguenze note o ignote. Si tratta di conseguenze di tipo diverso, ma ad accomunarle è la loro incertezza; ovverosia conseguenze indesiderate e imprevedibili che, sulla base dell'esperienza, possono derivare dall'aver tenuto certi comportamenti.
Quanto finora detto non significa che, stante tale condizione di 'incertezza', l'individuo non debba farsi carico delle conseguenze del proprio agire. In altre parole, il doveroso tentativo di prevedere le conseguenze che ogni azione può avere (che è di per sé stesso un imperativo morale), finisce per identificarsi con l'altro imperativo morale secondo il quale l'individuo, nel perseguire le proprie finalità soggettive, deve osservare norme di comportamento universalizzabili o gli altrui 'Natural Rights'. Il problema morale al quale le scienze sociali teoriche e pratiche devono rispondere potrebbe pertanto essere così formulato: è giusto, al fine di migliorare la propria situazione, compiere delle azioni delle quali si ignorano le conseguenze negative che potrebbero avere su altri individui?
Infatti, se si prende le mosse dalle banali constatazioni che ogni tipo di conoscenza umana è limitata e fallibile (dunque anche la conoscenza etica), e che ogni essere vivente cerca di migliorare la propria condizione con gli strumenti della conoscenza posseduta (analizzando, forse anche in maniera erronea, la propria situazione, e cercando di migliorarla alla luce dell'idea che si è fatta del ambiente esterno in cui tale tentativo va ad inserirsi e delle leggi che ad avviso dell'agente lo regolano), allora tanto il conseguimento del fine, quanto le conseguenze impreviste (delle quali l'agente potrebbe anche disinteressarsi), deriveranno dalla maggiore o minore esattezza del modo in cui l'agente si è configurato il fine, la situazione esterna e le regole atte a conseguirlo (ma anche dalla 'bontà' delle regole seguite).
In questa prospettiva, il problema di Hayek è di mostrare che anche le regole etiche possono essere soggette ad una valutazione teorica e pratica che ha come punto di riferimento le conseguenze inintenzionali che si realizzerebbero se fossero osservate o se i fini prescritti fossero messi in pratica. Si può anzi dire che gran parte dei suoi sforzi è volta a mostrare come anche le finalità e le regole etiche non possano essere sottratte a questo tipo di 'calcolo'. Come pure che non vi è motivo ritenere che affrontando i problemi economici dal punto di vista etico si possano conseguire tanto una migliore conoscenza dei medesimi, quanto migliori risultati dal punto di vista dell'efficienza economica.
Quel che si intende sostenere, in altre parole, è che Hayek lottò tutta una vita per mostrare come la natura delle regole sia unica e come sia sbagliato, anche perché le sfere dell'etica e dell'economica interagiscono in maniera tale che non è possibile subordinare l'una all'altra senza snaturale, pensare che quelle di 'derivazione etica' siano superiori o debbano essere preferite a quelle di 'derivazione economica'. Se ciò avvenisse, la scelta per l'una o per l'altra avverrebbe senza nessun fondamento teorico, e per di più con rilevanti conseguenze di carattere politico e pratico.
Su questa base, si potrebbe sostenere che per Hayek il miglior ordine politico è quello in cui il maggior numero di aspettative individuali riesce a realizzarsi senza che ciò sia di impedimento al raggiungimento del maggior numero di finalità altrui. Vale a dire che il miglior ordine politico è quello che riesce a ridurre i 'costi sociali' della realizzazione del maggior numero di fini individuali. Hayek, ovviamente -come Menger il quale riteneva che la totale realizzazione dei fini individuali fosse connessa ad una conoscenza completa delle 'leggi naturali esatte', ossia ad un'irragiungibile situazione di 'conoscenza perfetta'- non ignora che tale obiettivo è fuori dalla portata degli individui e delle istituzioni per il fatto che entrambi devono agire in situazioni di conoscenza 'imperfetta'. Il suo problema è quindi quello di minimizzare i costi di trasmissione e di distribuzione delle informazioni. E tra tutte le istituzioni 'umane', quella della 'catallassi', gli appare comparativamente la migliore. Tuttavia, egli non ignora che tale risultato presuppone un'estesa comunicabilità delle informazioni individuali che può essere conseguita, in maniera comunque imperfetta, mediante i processi emulativi delle soluzioni e delle regole che, sulla base dell'esperienza, sono ritenute migliori e che hanno superato la selezione che tramite la concorrenza avviene nell'ambito del processo di mercato il cui fine è di sfruttare nel modo migliore risorse (beni, tempo e conoscenze), comunque irrimediabilmente scarse.
Da questo punto di vista, il problema della scarsità del tempo connesso alla dispersione sociale della conoscenza, appare di estrema importanza. Infatti, se nel processo di mercato abbiamo tempi di produzione di norme più elevati che nella politica, in quest'ultima avremo maggiori tempi e costi di distribuzione e di diffusione della conoscenza e delle norme e dei vantaggi che si hanno nell'osservarle.
Partendo da ciò, il problema di Hayek può essere individuato nel tentativo di trovare il modo più efficiente di trasmettere informazioni affinché siano facilitati i comportamenti cooperativi. In altre parole, quale sia il modo migliore per produrre regole e quale sia il modo migliore per conciliare le diverse 'aspettative soggettive di tempo'.
Di conseguenza, la minore efficienza delle 'scelte collettive' è data dal fatto che l'omogeneizzazione delle aspettative, e quindi dei tempi individuali, è un processo che comporta l'imposizione di un 'tempo sociale' (o pubblico) che limita la 'disponibilità individuale del tempo', e perciò la libertà individuale, tramite l'attribuzione ad un insieme di individui della potestà di stabilire obiettivi i quali, stante la diversità delle classificazioni individuali dei dati fenomenici, possono non essere percepiti da tutti nel modo in cui sarebbe necessario lo fossero per raggiungere gli obiettivi nel tempo atteso.
Le scelte collettive, in definitiva, sarebbero possibili ed efficienti soltanto qualora esistesse, e fosse unanimamente condivisa quella 'comune scala di valori' che Hayek pone al centro della ricerca dei socialisti e degli 'interventisti'. Ma anche la sua esistenza, o scoperta, non risolverebbe i problemi connessi al modo in cui, data la ineliminabile diversità dei tempi e delle conoscenze individuali, tutti gli individui potrebbero fruirne in maniera individualmente e socialmente ottimale.
In questa prospettiva, è possibile chiedersi se tutto ciò sia facilitato o complicato dall'esistenza di 'associazioni sociali e politiche' culturalmente sempre più differenziate che fanno riferimento a codici di comportamento etici, catallattiti, etnici, sempre più differenziati. Ma questo è anche un problema di filosofia politica che induce a chiederci se la soluzione dello stato nazionale democratico della tradizione occidentale moderna, il cui buon funzionamento dipende dalla disposizione delle aspettative individuali entro una banda di oscillazione ristretta e caratterizzata da valori omogenei o fungibili, sia ancora sostenibile. Nella prospettiva hayekiana, infatti, la diversità di approcci culturali individuali all'interno di un''associazione politica' complica ovviamente la comunicazione e la trasmissione delle classificazioni individuale degli stimoli sensoriali, e non è priva di influenza riguardo alla possibilità di una loro discussione critica. Ciò che, a sua volta, comporta degli svantaggi nella prospettiva della possibilità di assunzione di 'scelte collettive'.
Da questo punto di vista, rispetto alla soluzione offerta dalla teoria democratica, la soluzione hayekiana della formazione di un ordine (vale a dire dell'insieme delle regole che consentono, massimizzandone l'efficienza e la prevedibilità delle conseguenze indesiderate, l'agire cooperativo) non presuppone un codice (di qualsivoglia natura) antecedente agli scambi individuali, ma si configura come il loro risultato.
Tanto l'ordine individuale, quanto quello sociale, sono infatti per Hayek 'possibilità' che non possono -se non per brevi periodi, volontariamente, e per finalità limitate o in casi eccezionali - essere migliorate limitando la libertà individuale a scapito delle scelte collettive. Il fatto è che in un regime democratico le scelte pubbliche non possono essere -se non casualmente- le migliori possibili proprio a motivo della dispersione sociale della conoscenza.
In tale sistema l''obbligazione politica e giuridica' riesce a produrre gli effetti attesi fin tanto che si realizza quella coincidenza tra spazio economico e spazio politico che rende possibile un esercizio della sovranità finalizzato al raggiungimento di uno o di determinati fini. Quando tale coincidenza viene a mancare, la realizzazione degli effetti attesi -in relazione all'all'ingresso e ai tentativi di inclusione in un sistema normativo coerente di elementi con esso disomogenei) diventa più aleatoria. In altre parole, l'effettività dell'obbligazione politico-giuridica è la condizione per il funzionamento di un sistema democratico, anche perché le scelte pubbliche che in esso vengono compiute, e la cui estensione o limitazione è soggetta a cieche fluttuazioni elettorali, non riescono più ad ottenere gli effetti desiderati, o li ottengono a costo di un incremento della produzione politica di regole che fa diminuire lo spazio della libertà individuale ed accresce il costo delle decisioni collettive: ovvero della politica.
6. Dalla filosofia delle scienze sociali alla filosofia politica.
Se dovessimo esprimere il pensiero di Hayek con una terminologia diversa da quella che egli adotta in Law, Legislation and Liberty, si potrebbe quindi dire che nei sistemi democratici il costo di produzione delle regole (il riferimento è alla sua critica del positivismo giuridico), stante la frammentaria distribuzione della conoscenza, è molto alto poiché la loro produzione avviene in un regime di monopolio e di coercizione.
L'emergere di novità e le conseguenze che ciò ha sulle possibilità di realizzazione delle aspettative individuali e sui contesti normativi, pongono tuttavia un complesso di questioni che diventano più difficilmente risolvibili se aumenta la quantità delle novità e la frequenza del loro verificarsi. Da questo punto di vista, dato che la durata della vita umana non è illimitata, ci si può chiedere quale sia la convenienza da parte di individui i quali, pur riconoscendo che astrattamente l'osservanza delle regole produce risultati ottimali sia per gli individui sia per la società, sono comunque dotati di un tempo limitato (o di una 'aspettativa soggettiva di tempo' breve) ad assoggettarsi a regole e codici di comportamento di lunga durata che producono risultati di efficienza solo se vengono osservate universalmente e per periodi indefinitivamente lunghi che non tengono conto del fatto che nel frattempo le aspettative individuali possono mutare, e che, se gli individui osservassero le regole in questione, potrebbero non avere il tempo per realizzarle.
Si può concordare facilmente sul fatto che tutto ciò accresca le difficoltà dei sistemi istituzionali teleocratici, ma non ci si può illudere che ciò non abbia ripercussioni anche sul funzionamento e sull'efficienza dei sistemi nomocratici. Per quanto astrattamente razionale, auspicabile o desiderabile, la famigerata scala nel primo caso; o l'insieme di regole che non prescrivono fini ma comportamenti nel secondo caso, potrebbero inoltre, data la diseguale distribuzione della conoscenza, non essere percepiti come strumenti idonei a consentire la realizzazione delle aspettative nel tempo atteso dai singoli individui.
La stessa regola, di conseguenza, non ha uguale valore per tutti gli individui perché essi hanno tempi dissimili riguardo alla sua fruizione. Le istituzioni trasformano informazioni-aspettative in regole universalizzabili secondo tempi che pur potendo essere celeri (e in ciò consiste la loro efficienza e la loro funzione di strumenti per ridurre i 'costi di transazione') sono fruibili dagli individui in relazione alla loro conoscenza e alla propria disponibilità di tempo. Tra il momento in cui un individuo o una società avverte il bisogno di una regola che li informi sulle conseguenze e i costi della realizzazione di aspettative, o della soluzione di un problema nuovo, e l'emergere o la produzione della regola, esiste un tempo indefinito che può essere modificato dalla presenza (o assenza) casuale di determinate circostanze e dall'efficienza del sistema politico nel quale si colloca la regola. Il problema, nel frattempo, può essere però risolto autonomamente dall'individuo senza che si renda necessario un intervento della politica, può non sussistere più; ma può anche realizzarsi un avanzamento della conoscenza che lo risolva senza che sia necessario formulare regole universali che tendono ad evitare che le conseguenze negative si riversino su individui non consenzienti. Mentre le regole tendono a non avere tempo, gli individui hanno necessità di fare i loro calcoli in tempi limitati. Inoltre, non è affatto detto che la durata ed applicazione delle regole sulla base del precedente che ha funzionato con costi calcolabili, rappresenti di per se stesso una diminuzione dei 'costi di transazione', e ciò perché risolvere casi nuovi secondo regole vecchie può incrementare anziché diminuire i 'costi di transazione'.
Se lo scopo delle istituzioni politiche è quindi quello di ridurre i 'costi di transazione' onde produrre certezza, diventa anche possibile comparare le istituzioni nomocratiche e teleocratiche. Le prime avranno lo svantaggio di impiegare più tempo per la produzione di norme, le seconde avranno lo svantaggio di impiegare più tempo perché si abbia una loro diffusa conoscenza. Le prime saranno il risultato di un processo di selezione e di evoluzione culturale spontanea che tende a ridurre la coercizione, le seconde non potranno fare a meno di strumenti coercitivi. Inoltre, se si intende conseguire il risultato desiderato nel tempo atteso, le istituzione teleocratiche avranno anche lo svantaggio di comportare incrementi nella concentrazione della conoscenza e quindi anche di potere. A sua volta, il vantaggio delle istituzioni nomocratiche, secondo Hayek, consiste nel fatto che, tramite una concezione del mercato come sistema di trasmissione di informazioni, il processo di circolazione delle informazioni diventa più veloce riducendo così anche i 'costi di transazione'.
Il problema di questo tipo di soluzione consiste tuttavia in quello che si potrebbe definire il 'paradosso dell'induzione': vale a dire nel costo della trasformazione dell'informazione in conoscenza. In realtà non è affatto certo che a maggiore informazione disponibile corrisponda un minore tempo di trasformazione della medesima in conoscenza. Inoltre, in questo caso, si soggiacerebbe alle note difficoltà connesse alla possibilità di trasformare 'dati sensoriali' (anche se rielaborati in enunciati teorici che in questo caso sarebbero comunque 'soggettivi') in enunciati teorici. I tempi delle elaborazioni individuali, stante la diseguale distribuzione iniziale della conoscenza, potrebbero infatti non essere reciprocamente compatibili nel senso che la soluzione 'migliore' potrebbe non essere percepita come tale, e contemporaneamente, da tutti gli interessati. Se si immagina una situazione di disequilibrio nella distribuzione sociale della conoscenza connessa all'emergere di novità di grande ampiezza che scombussolano il sistema d'ordine inteso come possibilità di fare previsioni sulla realizzabilità, i costi e le conseguenze delle azioni individuali, questa eventualità diventa realistica.
Uno dei problemi irrisolti di Hayek è quindi legato al modo in cui l''informazione' si trasforma in 'conoscenza'. L'informazione amplia la banda di oscillazioni delle aspettative individuali (più o meno razionali: il fatto che siano o no tali non è importante); la conoscenza, in quanto selezione di informazioni, la restringe. L'ordine è una particolare disposizione della conoscenza che ha dato prova di riuscire a soddisfare aspettative e di prevederne in maniera attendibile i costi. E ovvio che in questo caso esiste uno stretto legame tra aspettative e ordine, e che quest'ultimo non solo si modifica in relazione al mutare delle aspettative, ma riesce anche a selezionarle in quanto ne indica possibilità e costi. E quando non riesce più a farlo che un ordine si avvia al tramonto.
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