Classe dirigente. Tempo di volpi o tempo di leoni?
di Vincenzo Olita
Quando progettammo questo convegno avvertivamo l'esigenza di creare un'occasione di riflessione sulle componenti più significative di quella che percepiamo come classe dirigente. Da qui la presenza di relatori di varia estrazione professionale, a testimonianza di un primo assunto: e cioè che per classe dirigente intendiamo, oltre quella politica, una realtà più vasta ed articolata e crediamo che non vi possa essere nessuna dicotomica valutazione tra dirigenza politica e quella che, con un'enfatica espressione, viene indicata come società civile.
Certo, vi sono responsabilità, livelli e funzioni che in grado diverso condizionano la nostra quotidianità, ma crediamo che la nostra analisi non debba e non possa presupporre compartimenti stagni, né frontali contrapposizioni.
Solo un paio di mesi fa eravamo ben lontani dall'immaginare quale livello avrebbe raggiunto la crisi di credibilità della dirigenza del mondo bancario ed imprenditoriale, di quel mondo che comunemente indichiamo come capitalismo finanziario. Non senza una buona dose di demagogia si indicano, genericamente, i risparmiatori come le principali vittime di una situazione e di uno scenario che desta molte inquietudini.
Questo è certamente vero, ma oggi a noi preme sottolineare che altrettanto vittima lo è chi, come noi di società libera, fortemente crede che il liberalismo abbia innanzitutto un fondamento etico che scaturisce dalla valorizzazione dellla persona in quanto tale, dalla sua capacità di iniziativa, dall'esaltazione del principio di responsabilità individuale, in un quadro di riferimento verso l'interesse comune.
La nostra concezione del liberalismo ci porta ad essere le vittime culturali di una crisi che non è contingente, non è legata al mancato rimborso di bond argentini, cirio o parmalat o all'azzeramento del valore di titoli azionari. Se così fosse, saremmo solo nell'ambito di una crisi finanziaria ed a soffrirne sarebbe solo il capitale di rischio coinvolto. La criticità della situazione riferita alle democrazie occidentali trova nelle turbolenze economiche-finanziarie solo l'iceberg più evidente in quanto tocca interessi e prospettive economiche di tutti, e quindi più drastico e vasto risulta essere il giudizio sulla dirigenza imprenditoriale e finanziaria.
Partendo dalla riflessione paretiana e dall'intuizione di macchiavelli, da cui abbiamo coscientemente voluto mutuare il titolo stesso del nostro convegno, non credo che possiamo attribuire alla sfera dei "leoni" l'azione, le prospettive, la visione strategica, il grado di responsabilità individuale, la stessa formazione dell'intera classe dirigente. La formazione, appunto, è uno snodo essenziale nel processo di costituzione di una dirigenza, e sarà interessante comprendere per alcuni settori, si pensi alla chiesa, percorsi ed obietivi alla base dell'iter formativo; per altri, si pensi alla politica, l'interesse è su come si immagina di supplire alla totale asssenza di selezione, di processi e occasioni formativi, una volta sgombrato il campo da convincimenti quali quelli che la selezione, in politica, è effettuata dall'elettorato. Quest'ultimo, infatti, sceglie ciò che in altra sede è stato già individuato.
Formare èlite dovrebbe significare formare soggetti sociali, capaci di perseguire il proprio legittimo utile coniugandolo a processi di miglioramento collettivo.
Crediamo che sbaglierebbe chi pensasse di affrontare il momento di criticità, che l'occidente attraversa e che incide reciprocamente sulle nostre classi dirigenti, solo attraverso riforme e corretttivi tecnicistici. Certo, bisogna dispiegare tutta la nostra capacità ingegneristica e riformatrice.
Attenti, però, a non avviare passi indietro strutturali e culturali rispetto alla necessità di mantenere bassa la presenza della mano pubblica.
La nostra concezione del liberalismo ci porta a diffidare della moltiplicazione dei controlli di processo, una maggiore qualità nei risultati si ottiene con pochi, ma chiari ed efficaci controlli.
Il liberalismo ha bisogno sì di regole, ma che siano poche, chiare e condivise. Ben vengano quindi i correttivi, ben vengano le necessarie incompatibilità, la separazione tra controllati e controllori, ben venga l'operare di una classe dirigente nitida nelle sue funzioni e nella sua missione.
Ma, anche in assenza di avvenimenti eclatanti e traumatici, non ci sentiremmo di sostenere che l'equilibrio tra volpi e leoni sia comunque a favore dei secondi. L'inadeguatezza della classe dirigente la si avverte e la si percepisce tanto più quando è costretta ad operare in modo difensivo, quando è costretta a correggere più che a progettare, quando guarda al passato più che al futuro, quando è tesa alla ricerca di equilibri rassicuranti più che all'interpretazione in senso popperiano del futuro. L'occidente avverte il bisogno di una leadership che sappia salvaguardare l'esistenza di uno stato di diritto coniugandolo con il massimo della partecipazione e della libertà. Il liberalismo politico, pur vincente, ha subito dei seri contraccolpi, causa il terrorrismo, le contrapposizioni religiose, la distorsione dei mercati, finanziari e non (si pensi al devastante fenomeno della mucca pazza), la globalizzazione con la relativa riformulazione del mercato del lavoro. Tutti elementi di criticità che massicciamente impattano sulla stessa tenuta dei meccanismi istituzionali e della classe dirigente. A seguito di questi veloci, traumatici cambiamenti, compito e dovere di una classe dirigente sarebbe il chiedersi, ad esempio, qual è il ruolo delle assemblee legislative, se esiste ancora una centralità del parlamento. Compito e dovere sarebbe il chiedersi come immaginiamo in futuro la formazione del consenso politico e se ha ancora un qualche significato, rispetto ad una concezione liberale del diritto di cittadinanza, l'essere chiamati ogni 5 anni ad esprimere il gradimento per una persona. Ed ancora, come immaginiamo i rapporti, gli equilibri internazionali tra stati uniti ed europa, di cui coltiviamo un'idea al tempo stesso retorica e bizzarra, e come immaginiamo i rapporti con la futura superpotenza cinese?
Rispetto a questi doveri, rispetto a questi compiti c'è da sorridere al pensiero del caso parmalat e alla disputa, tutta in politichese, sui
Mancati controlli. Qui non siamo neppure più sul terreno delle volpi.
Globalizzazione, società neo-industriale, postdemocrazia sono sì manierismi semantici, ma indicano profondi mutamenti sociali e culturali, concetti che la classe dirigente utilizza ma non metabolizza, come il mondo del giornalismo; lontano quanto mai da inchieste, fatti, dati, denuncie, vicino sempre e comunque alla politica politicante, al chiacchiericcio domestico, al resoconto. Forse, il giornalismo offre un modello tra i più modesti di classe dirigente.
Ed allora come uscirne, come innalzare il livello? E' sperabile un processo di autoresponsabilizzazione, di autocoscienza, forse in alcuni casi, ma non generalizzerei. Il paese ha bisogno di uno scatto di reni, di un sussulto etico, di una profonda trasformazione culturale che, investendo tutti noi, coinvolga anche la classe dirigente. Una classe dirigente che per essere tale bisogna che affianchi alla sua specifica professionalità la capacità e la voglia di essere soggetto di cambiamento. Deve affiancare cioè al sapere specifico, alle competenze particolari la vocazione ad essere comunità, non comunità corporativa. Sia innanzitutto comunità culturale tesa alla modernizzazione, al futuro, alla progettualità per la salvaguardia dell'interesse comune.
Non vuole essere un appello ai nobili sentimenti, non avremmo molto materiale su cui lavorare. E' una esortazione a noi tutti, il paese ha bisogno di una mobilitazione dellle coscienze che, al di là di obsolete divisioni tra destra e sinistra, sia capace di risvegliare il nostro sentimento di appartenenza ad una comunità, la nostra voglia di cittadinanza. Non ci aspettiamo molto dalle forze politiche, né dalla cultura dell'ufficialità.
Del resto, il senso e la ragione di esistere di movimenti culturali come società libera consiste, infatti, proprio in una funzione di supplenza e di stimolo. Siamo nati per approfondire e promuovere una certa idea del liberalismo. Vogliamo essere un'opportunità di collegamento per coloro che condividono la necessità di riflettere su cosa una società liberale richieda, per essere sostanzialmente tale.
Un'opportunità per soffermarsi, oltre che sulle affermazioni, anche sulle difficoltà e gli insuccessi che la cultura del liberalismo incontra. Vogliamo contribuire alla realizzazione di una società aperta, convinti che questo modello sappia favorire un incremento di opportunità per tutti. Il nostro impegno è di far crescere una comunità culturale, di persone intellettualmente libere, disposte a partecipare ad un progetto che vada al di là di convenienze e conformismi e di cui questo convegno vuole essere un esempio.
Milano, 26 gennaio 2004
|
|