Quindici idee per l'Università
di Dario Antiseri
1 - Un sistema di formazione universitaria è destinato alla stagnazione se non viene alimentato da una scuola media superiore in grado di fornire ai giovani una consistente capacità argomentativa e una solida base culturale. L'attuale esame di maturità è stato sostanzialmente ridotto ad una cerimonia farsesca, in cui ogni scuola celebrerà se stessa. Il 47% dei nostri diplomati, intanto, esce dalle scuole superiori con appena la sufficienza e non di rado con scarsa abilità di scrittura.
2 - Va introdotto per ogni Facoltà un rigido numero chiuso in funzione di quanto una Facoltà può effettivamente dare ai giovani in termini di servizi (aule, biblioteche, laboratori, ecc.) e di risorse umane (professori, tutor, personale amministrativo). Garantendo a tutti l'uguaglianza delle opportunità (anche con corsi preparatori) e selezionando gli aspiranti in base alla loro preparazione su standard resi noti in anticipo, si evitano: a) il clamoroso e scandaloso fenomeno degli abbandoni (quasi il 70% degli iscritti non si laureano); b) l'enorme sperpero di risorse economiche; c) l'abbassamento del livello dei corsi.
3 - Il denaro così recuperato (magari con le necessarie aggiunte) dovrà venir elargito in borse di studio per giovani che, capaci e meritevoli, non hanno sufficienti mezzi per mantenersi agli studi.
4 - Con soli 28.000 posti letto messi a disposizione dai nostri atenei (contro 190.000 delle Università francesi e 220.000 di quelle tedesche), i nostri studenti - nella percentuale di sette su dieci - si iscrivono nelle Università o negli spezzoni di Università delle loro contrade. Bastano gli alti costi degli alloggi ad ergere una barriera alla pressione selettiva dal basso. Dunque: va messo in atto un articolato, urgente e lungimirante progetto di edilizia universitaria.
5- Altrettanto urgente è un sistema di valutazione delle varie Facoltà e dei diversi Corsi di laurea. Decisamente insufficiente è la valutazione dei cosiddetti "parametri fisici": aule, laboratori, biblioteche, mense (tutte cose, queste, note ad ogni Preside e ben conosciute da ogni bidello). Altrettanto insufficiente è la conta dei laureati in tempo giusto: la peggiore Facoltà potrebbe decidere di regalare lauree, affrettarsi a laureare tutti e magari con voti alti - così da avere quel bollino blu che le permetterebbe di accedere a fondi più cospicui di altre Facoltà più serie. Siamo sulla china di una selezione al ribasso. La valutazione ha più parametri, indubbiamente. Ma quel che conta è vedere, dopo tre o quattro anni, quanti laureati usciti da questa o quella Facoltà o da questo o quel Corso di laurea hanno trovato un posto di lavoro conforme alla loro specifica preparazione.
6 - I fondi statali per l'Università vanno elevati almeno sino a raggiungere il livello di spesa di Germania, Inghilterra e Francia.
7 - L'attuale mitologia relativa alla "ricerca applicata" va sfatata in difesa del finanziamento della ricerca di base: "Nulla vi è di più pratico che una buona teoria". L'eccellenza di un centro o di un gruppo di ricerca è l'esito di una storia competitiva e di duro lavoro. L'eccellenza per decreto (politico) è un'altra nefasta realtà.
8 - Così come nefasta sta risultando l'irresponsabilità di quei Rettori e Presidi che un po' dovunque hanno favorito o comunque permesso l'apertura di Facoltà o Corsi di laurea in Scienze della comunicazione. Quest'anno risultano iscritti a tali Facoltà e Corsi 53.000 giovani. Quale Rettore è stato così onesto da far presente a questi giovani che saranno quasi tutti sicuramente condannati alla disoccupazione? E il Ministro perché tace? Un "avviso ai naviganti" è un dovere etico.
9 - Sarebbe una perdita irreparabile per la nostra cultura far morire d'inedia quelle tradizioni di studi umanistici che da noi hanno avuto e possono contare luminari che il mondo ci invidia.
10 - La comunità scientifica non è una succursale del vecchio ufficio di collocamento. Suo compito, relativamente ai concorsi universitari, è quello di valutare l'idoneità scientifica dei candidati. Le Facoltà sceglieranno poi, tra gli idonei, in base alle loro necessità di ricerca e didattiche.
11 - Che un giovane o meno giovane si impegni di più nella ricerca se lo si fa vivere per anni nel limbo del "precariato" può essere vero e può essere falso. Occorre piuttosto chiedersi se il precariato, in tante situazioni, stimoli più la ricerca e l'impegno didattico o il servilismo.
12 - Ogni mestiere (si pensi a cuochi, ragionieri, tranvieri, idraulici ecc.) necessità - e sempre di più - di un periodo (più o meno lungo) di addestramento. Oggi con miriadi di incarichi dati nelle nostre Università a professionisti i più disparati, pare proprio che tutti possano fare i professori universitari. Voglio dire: che professionisti davvero esperti arricchiscano i nostri giovani con delle opportune "testimonianze" può essere cosa utile, talvolta addirittura necessaria. Trasformarli sul campo in "professori" e affidare loro la titolarità di interi corsi può risolversi in un ulteriore inganno per i giovani.
13 - Fecondi per la ricerca e utili per la didattica sono, fuori d'ogni dubbio, i rapporti con colleghi stranieri. A patto, però, che il tutto non scada in un autolesionistico provincialismo, sbandierato come "rivoluzione" da politici i quali non sarebbero in grado neppure di superare l'esame di terza media.
14 - L'applicazione "meccanica" del 3+2 non ha favorito molto spesso soluzioni "oggettive". Il tutto nell'illusorio orizzonte che i corsi triennali costituiscano la porta spalancata sul mercato del lavoro.
15 - Il tossico mortale del nostro sistema formativo è la mancanza di competizione. Il primo (e non certamente unico) antidoto di questo veleno potrebbe essere l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
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