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Meridionalisti e “meridios”

Di Ernesto Mazzetti

1) Terapia industriale e questioni ereditarie: dove si parla di Saraceno e Compagna
Un anno e mesi fa ricorreva il ventesimo anniversario della morte di Francesco Compagna (luglio 1982), che fu - lo ricordo ai più giovani - giornalista, parlamentare e ministro e, cosa per noi più significativa, geografo. La circostanza del ventennale ispirò articoli rievocativi e interviste a personalità che, culturalmente e politicamente, erano state contigue a Compagna. Tra cui l'illustre storico Giuseppe Galasso, il quale, interpellato dal Corriere della Sera si disse convinto che Compagna non aveva eredi . Ovviamente Galasso si riferiva ad un patrimonio culturale, ideale e politico che, per la sua complessità ed ampiezza, appariva di difficile trasferimento, in blocco, ad altri. Chiariva, altresì, lo storico, come una parte di tale patrimonio dovesse considerarsi caducato: ad esempio l’idea di una politica speciale per il Sud, perseguita con istituti come fu la Cassa per il Mezzogiorno, anche se l’impostazione e l’attuazione di una politica siffatta ha rappresentato il maggior titolo di merito per l’Italia repubblicana almeno nei primi 25 anni della sua esistenza. Inoltre, nei vent’anni successivi alla scomparsa di Compagna, mutamenti del contesto politico e della temperie culturale hanno alterato il senso di impostazioni che erano proprie della tradizione meridionalista. Ad esempio il regionalismo, letto oggi in chiave antimeridionale, da che, invece, un filone di pensiero meridionalistico, cattolico e laico, era stato solito indicare nelle maggiori autonomie locali un possibile strumento di progresso economico e sociale.
Giudizio lucido, probabilmente sconfortato, quello di Galasso, generato da una visione del meridionalismo quale categoria storica, quale filosofia politica equitativa, e nel presupposto del permanere d’una “questione meridionale” anche nell’Italia che s’è affacciata al terzo millennio. Eppure, a mio avviso, giudizio non completo; nel senso che, valutate nell’ottica del geografo umano – attento in particolare ai codici propri della geografia culturale –, nell’asse ereditario del pensiero meridionalistico di Compagna, alcune voci possono a giusta ragione essere tuttora considerate ereditabili, rivendicate e valorizzate (penso ai ragionamenti intorno all’urbanizzazione del Mezzogiorno, e ne dirò più avanti), mentre altre voci avrebbero potuto essere iscritte al passivo, già nei suoi ultimi anni di vita, o appena scomparso il de cuius.
In proposito di sussistenza di eredi e di eredità, credo sia necessario proseguire nella riflessione accomunando al nome di Compagna quello di un altro importante meridionalista dell’Italia repubblicana, Pasquale Saraceno. Tra l’economista lombardo, maggiore di età, e il geografo napoletano vi fu amicizia, grande comunanza di idee e collaborazione. Entrambi ebbero influenza su scelte ed atti di governo in favore del Mezzogiorno; ne ebbe, forse, maggiore Saraceno, come fondatore e presidente della Svimez, di Compagna politico .
Definerei cartesiano il fondamento dell’impostazione meridionalista dell’uno e dell’altro, della politica economica concepita da Saraceno, della geografia attiva propugnata da Compagna. Con afflati di solidarismo cristiano nel primo; con fede illuministica circa la necessità del progresso, nel secondo. In entrambi, peraltro, sottesa una percezione che possiamo oggi definire geo-politica: che in una compagine statale, specie di recente formazione come l’Italia, la presenza di una parte indebolita o malata dell’organismo, possa compromettere la sopravvivenza dell’insieme (“l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”: era loro assunto comune).
Perché cartesiani nell’impostazione? Attenti ai territori, alla loro natura fisica, alle loro vicende storiche, ma consapevoli anche delle esperienze compiute o in corso in altri paesi (USA, Francia) che avevano affrontato con successo problemi di squilibri regionali con politiche di sviluppo economico e di riassetto territoriale, tanto Saraceno che Compagna erano convinti che in uno Stato moderno in grado di produrre risorse e avvalersi di tecnologie non c’è condizione geo-morfologica avversa cui non si possa ovviare, e non c’è debolezza della struttura produttiva che non possa essere risanata. 
Se tra Nord e Sud del Paese esisteva un divario misurabile in termini di attrezzatura del territorio, era giocoforza cercare di attenuarne la portata realizzando strade, ferrovie, reti elettriche, idriche e telefoniche. Fu questo l’impegno maggiore dell’azione meridionalistica nel decennio 1947-57. E quando apparve chiaro che la miglior infrastrutturazione non era di per sé fattore sufficiente di attrazione di nuove attività, in grado di assorbire le nuove leve del lavoro e le masse rurali che eccedevano i bisogni d’una agricoltura non più latifondistica, onde si determinava un flusso migratorio di dimensioni elevate, l’azione meridionalistica si concentrò soprattutto in una politica di industrializzazione. Una scelta, quella industriale, che già all’inizio del Novecento, ad opera di Francesco Saverio Nitti, era stata individuata come la più idonea ad assicurare il “risorgimento economico” di un’area depressa quale quella napoletana.
“Terapia” industriale, dunque, per le regioni meridionali. Il keynesismo di Saraceno e, per Compagna, un consequenziale percorso dalla geografia regionale alla “geografia attiva”, fecero sì che entrambi perseguissero coerentemente e pervicacemente l’obiettivo dello sviluppo della grande impresa nel Sud, capitalizzata dallo Stato direttamente o con apporti indiretti ad investitori privati. Una politica vista come la più idonea a dar vita a nuove attività a monte e a valle del ciclo produttivo; e soprattutto a trasformare la società meridionale da contadina in cittadina, avviando mutamenti culturali tali da operarne, come auspicato da Compagna, il progressivo avvicinamento all’Europa “lotaringica” e da evitarne lo “scivolamento” nel Mediterraneo.
La politica dell’industrializzazione è una “voce” del patrimonio ideale e culturale di Compagna e di Saraceno che indubbiamente non può entrare nel loro “asse ereditario”. Semplicemente perché è fallita: dissolte o quasi le attività petrolchimiche e siderurgiche; frammentato o dismesso il variegato complesso delle industrie a partecipazione statale e collassata la rete di attività locali minori a queste collegata.
Le ragioni di questo fallimento, tra i molti che hanno scritto in proposito, le ha lucidamente analizzate Piero Barucci in una recente “lezione” celebrativa del centenario della nascita di Saraceno . Sono ragioni esterne al Mezzogiorno (congiuntura e concorrenza internazionale, trasformazione strutturale della grande impresa, slittamento delle industrie di base verso paesi emergenti), che hanno implicato la concentrazione di risorse verso i settori più innovativi e resistenti degli apparati produttivi nazionali. Quando il gioco si fa duro, si sa, i più deboli soccombono. 
E sono ragioni interne al Mezzogiorno e all’Italia. Al riguardo Barucci parla, non a torto, di una politica industriale che “ha inquinato la vita politica del Mezzogiorno, che ha sconvolto i termini dell’operare delle imprese a partecipazione statale, che ha rappresentato un caso di utilizzazione poco efficiente della finanza pubblica”; così come di mercati viziati dalla presenza di intermediazioni multiple. Un altro economista, Gianfranco Viesti, rincara il giudizio affermando che l’intero sistema dell’intervento straordinario ha contribuito a deresponsabilizzare selezione e motivazione delle classi dirigenti locali. 
Ciechi, di fronte a quel che avveniva, Saraceno e Compagna? Non mi pare. Idealisti, si, ma senza illusioni. Le degenerazioni dell’intervento straordinario venivano denunziate, sempre più di frequente, dall’uno e dall’altro a partire dalla seconda metà degli anni 70. Compagna parlava del progressivo sostituirsi del “meridionalismo di potere” al “meridionalismo di pensiero”. Saraceno intravedeva il formarsi d’un nuovo blocco sociale tra speculatori del nord e politici e faccendieri del Sud, non meno pericoloso del blocco sociale post-unitario tra latifondisti del Sud e industriali del Nord verso il quale s’erano indirizzati gli strali di Gramsci. Ambedue, gli studiosi, consapevoli che alle lunghe queste degenerazioni avrebbero portato alla disintegrazione di ogni politica meridionalistica. Com’è appunto avvenuto.
Coerenti, ciascuno fino alla fine dei propri giorni (Compagna morì nel 1982, a 61 anni; Saraceno nel 1991, a 87), nel sostenere che il superamento dei divari regionali resta problema centrale per l’Italia. Consapevoli che, pur con errori e sprechi, l’intervento straordinario ha tolto le popolazioni meridionali dalla miseria e dall’arretratezza. Idealisti, ma sagaci nel percepire che, più ancora che di problemi di “strutture” – territoriali, economiche – la “questione” restava un problema di culture: dell’organizzazione civile, della formazione del consenso politico, nell’adesione all’interesse pubblico piuttosto che alle consorterie, se non alla criminalità. 
Compagna, che aveva a lungo studiato il Mezzogiorno con i criteri della geografia regionale, nelle riflessioni dei suoi ultimi anni si mostrò attento allo scatenamento di fenomeni sociali di cui il terremoto del 1980 era stato il rivelatore piuttosto che il generatore. Ne traeva motivo di tristezza, avvedendosi della difficoltà, di cui già aveva scritto Vincenzo Cuoco all’indomani dell’effimera rivoluzione giacobina nella Napoli del 1799, che incontra ogni tentativo di “vestire un popolo con i panni d’un altro”.

2 ) Questioni meridionali e questioni di identità: dove si parla di Barucci, Viesti ed altri
Le notazioni di cui alla “scheda” precedente inducono il quesito se è ragionevole, ancor oggi, parlare dell’esistenza di una questione meridionale. E se si, in che misura e in che senso. 
Nella Lezione già citata, Piero Barucci parla del Mezzogiorno come di “un’area vasta e popolata di uno dei Paesi più industrializzati del mondo... che consuma più di quanto produce”. Che “non è in grado di accumulare, né di investire in loco, per accelerare il passo della sua crescita. Ha bisogno di capitali e di capacità che provengono dal suo esterno”. La Svimez, nell’aggiornamento annuale dei suoi consueti indicatori, continua a rilevare che il Sud italiano resta un’area periferica rispetto alle regioni “forti” d’Europa, con una disoccupazione difficilmente riassorbibile da un sistema economico de-industrializzato.
Periferica, si, ma non miserabile. L’economista Viesti, autore di un recente saggio dal significativo titolo Abolire il Mezzogiorno, argomenta che in un’Italia che vede alcune sue regioni settentrionali competere alla pari nell’Occidente sviluppato, le regioni meridionali hanno acquisito comunque un reddito medio pro capite che, a scala mondiale, le colloca nel ristretto spazio della ricchezza, non certo in quello del sottosviluppo .
Qualche elemento ulteriore possiamo ricercare in un’analisi dedicata appunto al quesito “che cos’è il Mezzogiorno d’Italia” ospitata nella rivista “Meridiana” in un fascicolo speciale del 1997. Nel saggio d’apertura, Cersosimo e Donzelli, individuando nel Mezzogiorno “un luogo della realtà e un territorio della rappresentazione”, che è stato, e rimane “la più grande metafora territoriale dell’Italia unita”, sostennero che non è più il caso di ragionare in termini di questione meridionale indifferenziata, ma di riferirsi ad una pluralità di “peculiarità meridionali”. Dove “dire ‘peculiare’... non vuol dire ‘anomalo’, ‘malato’, ‘deviante’....vuol richiamare esattamente la geografia e la storia, cioè quel complesso bagaglio di eredità materiali e di sedimenti, di culture e di istituzioni che fanno di un territorio quello che è e definiscono gli ambiti dei suoi possibili sviluppi" . 
L’analisi puntuale di tali peculiarità, riferita ad alcuni “terreni strategici”, induceva gli Autori a considerazioni non tutte in negativo. La dotazione di infrastrutture è, si, “un paradossale miscuglio di abbondanza e penuria”, in più casi mal gestita, ma ha raggiunto un livello “compatibile con lo sviluppo economico”. Il sistema produttivo resta “alle prese con una strutturale fragilità” ma presenta alcuni punti di forza: il quadrilatero dell’auto (Bari-Termoli-Cassino-Pomigliano), più Melfi, cui si sono aggiunti, tra gli altri, i distretti dell’abbigliamento e della calzatura e il “triangolo del salotto” pugliese-lucano. Potrebbero anche intravedersi nuove prospettive legate ai cosidetti “patti territoriali”. La disoccupazione resta rilevante, ma la condizione sociale non si può considerare esplosiva grazie ai “fattori di compensazione familiare e di welfare”. 
E’ allora, di quali delle “peculiarità” meridionali occorre preoccuparsi in misura maggiore? Pur mostrando fastidio per “l’immarcescibile stereotipo” secondo il quale i “meridionali sarebbero accomunati ‘antropologicamente’, ‘storicamente’, ‘sociologicamente’, da una refrattarietà assoluta nei confronti del cosiddetto ‘senso civico’”, gli Autori ammettevano la permanenza di elementi negativi nella cultura dei meridionali. Qualche esempio? Lo “scarso funzionamento delle regole”; la “scarsa soglia di adesione alla impersonalità dei comportamenti pubblici”; “l’ingordigia clientelare” di cui hanno dato prova le Regioni “in misura maggiore di quanto ne abbia dato lo Stato centrale”. D’altronde, “non è distante dalla realtà” lo “stereotipo” che “le clientele politiche hanno costituito un aspetto decisivo della configurazione della società meridionale, sul lungo periodo di tutta la storia post-unitaria”. Più che stereotipo, direi che questa è affermazione in vario modo dimostrata da storici e sociologi, da Salvemini a Putnam . Tuttavia, secondo gli Autori, un’apprezzabile spinta verso l’associazionismo starebbe aumentando il senso civico, riducendo lo spazio dei “mediatori del consenso”. Quanto all’incidenza del crimine organizzato, il fenomeno permane ad alta intensità in quattro regioni (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria), le altre restando nelle medie nazionali. 
In conclusione: non c’è più una “questione meridionale”, ma una somma di “peculiarità”, che hanno punte di concentrazione in talune aree, prevalentemente tirreniche, onde è ragionevole parlare di differenti gradi di sviluppo delle regioni del Sud, differenti livelli di qualità della vita; e dell’opportunità di politiche differenziate in rapporto alla diversità delle prospettive, o difficoltà di evoluzione delle varie realtà territoriali e sociali.
Torniamo alla Lezione di Barucci. Il quale, invece, della permanenza della “questione” si mostra convinto. E non solo e non tanto perché, come già annotato, il Sud consuma più di quanto produce e non si mostra in grado, da solo, di accelerare la sua crescita. Ma per ragioni che ci riconducono alla dimensione politica, o sociologica, o storica: insomma ad una dimensione (e ad un problema) culturale. 
Le quali ragioni Barucci le lascia emergere da un’ipotesi. Immaginando due cittadini italiani, eguali per età, censo e istruzione, ma l’uno residente nel Nord-Est industriale, l’altro in un’area interna meridionale, che promuovano un sistema di domande (lavoro, rimborsi fiscali, licenza edilizia, giustizia ordinaria...). Ebbene, “fino a quando i due soggetti tipici delle due aree citate hanno anche solo in mente, mercati diversi cui ricorrere – perché diversamente strutturati, popolati di soggetti diversi, con un diverso grado di trasparenza – la continuità territoriale è fra le stesse economicamente negata”. Poco importa se la linea di demarcazione tra le due aree non è netta; (e, mi viene da aggiungere, se anche nel Nord tocca lamentare la diffusione di comportamenti “non trasparenti” pubblici e privati). Anche se tale linea si sposta nel tempo - osserva Barucci - “in termini economici è però quella discontinuità che conta perché definisce qualità concorrenziali differenti delle due aree e condizioni di competitività diverse”. 
Se le differenze sono rilevanti, “vuol dire che una ‘questione’esiste; possiamo chiamarla come si vuole, ma l’espressione ‘questione meridionale’ ha forse ancora la sua ragion d’essere”. Si configura come un problema che “richiede una politica di selezione delle risorse, umane e materiali”, che assicuri che “il meccanismo di produrre vita, nella pienezza tipica di una società democratica” cessi di svolgersi in modo differente nelle due aree del paese. 
Il mutamento d’una cultura diffusa non è agevole. Tanto più “il gioco familistico-amicale” prevale sulla “fede pubblica” tanto meno funziona il mercato e tanto minore è lo sviluppo. A dispetto di tutta la nuova intelaiatura delle misure a favore del Mezzogiorno (“così come si è venuta formando è ormai una selva di arbusti ed alberi”), che sembra alimentare nuova burocrazia e nuove “intermediazioni”. Il che, è l’esplicita conclusione di Barucci, riconduce ai tempi lunghi preconizzati da Einaudi la prospettiva d’un riallineamento tra le due Italie.

3) La questione meridionale come questione urbana: dove si ricordano Nitti e Compagna, ma si parla anche dei “meridios”
Ritornerei a questo punto ad alcuni elementi strutturali, in cui si colgono aspetti vistosi del mutamento della realtà meridionale, ricchi anche di implicazioni culturali. 
Il Mezzogiorno non è più contadino, ed è divenuto soprattutto cittadino. Era, questo, un auspicio di Compagna, il quale vedeva nello sviluppo di una rete urbana articolata in città-metropoli, città medio-piccole e “città d’equilibrio” (che assicurassero un raccordo funzionale tra le prime due) una condizione fondamentale per lo sviluppo economico e per l’avvio d’un processo di generale promozione culturale e sociale. 
In effetti, la dinamica della popolazione meridionale è stata intensa. In senso verticale, con spostamenti da sedi altimetricamente più elevate a quelle di pianura; e orizzontale, dall’interno verso le coste. Dalla concentrazione in sedi urbane è derivato l’ispessimento, o la formazione, di aree metropolitane, in Campania, Sicilia, Puglia, Abruzzo. Più ancora dei capoluoghi, sono cresciute le dimensioni dei centri medi e dei centri piccoli. Il rimodellamento delle sedi ha implicato vistosi consumi di spazio ed anche notevoli alterazioni ambientali, soprattutto in conseguenza dell’incontrollata urbanizzazione costiera per usi turistici. 
Prevalgono gli aspetti quantitativi su quelli qualitativi nell’espansione dell’urbanizzazione in tutte le regioni meridionali. Consumo di spazio e addensamento demografico sono stati, in proporzione, assai maggiori di quanto non si possa dire dell’innalzamento della qualità delle funzioni urbane nei centri maggiori e in quelli medi. Quando, nel 1967, ragionava di una “politica per la città” nel Mezzogiorno, alla cui realizzazione avrebbero dovuto cooperare governo centrale e governi locali, Francesco Compagna delineava un sistema complesso ma non utopico. Centri piccoli con funzioni di coordinamento e primo anello della catena di commercializzazione per una agricoltura a forte produttività. Centri medi con funzioni di servizio per le aree maggiormente industrializzate: ben coordinati con metropoli regionali capaci di svolgere funzioni di alto livello (“quaternarie”) nei settori dell’istruzione, della cultura, della finanza. 
Il modello da perseguire era una “civile urbanizzazione” al Sud. Presupposto avrebbe dovuto esserne la dislocazione nel meridione d’una parte consistente del patrimonio industriale italiano. Altrimenti sarebbe stato il Nord a rischiare un “miserabile urbanesimo”, provocato dalla fuga demografica dalle regioni economicamente depresse. 
L’esperienza degli ultimi due decenni ci mostra che il “modello” non s’è realizzato. Soprattutto perchè è venuto meno il presupposto dell’industrializzazione. Le piccole e medio-piccole attività manifatturiere che pur, fortunatamente, son venute sorgendo a sud del Garigliano e del Tronto, in Sicilia e Sardegna, non hanno trasfuso occupazione industriale là dove s’era verificata l’emorragia di posti di lavoro provocata dalla crisi della grande e medio-grande industria a partecipazione statale o in vario modo sostenuta con risorse pubbliche. 
Fatale che fosse così, nel giudizio dei molti che denunciavano l’intrinseca debolezza d’un apparato industriale “assistito”. Assai dannoso, tuttavia, dal punto di vista sociale, seppur comprensibile per varie convenienze localizzative, che le nuove iniziative industriali prescegliessero insediamenti in distretti altrettanto nuovi, e non quelli dove più vistosamente s’era manifestato il declino delle antiche attività. Assai più dannoso, probabilmente, dal punto di vista “culturale”, che la de-industrializzazione delle maggiori aree urbane o peri-urbane del Mezzogiorno ove, per gran parte del Novecento, s’era venuta formando una classe, e una consapevolezza, operaia, abbia fatto venir meno, nel giro di pochi anni, le strutture in grado di alimentare un processo di sia pur lenta promozione economica e, insieme, civile.
Napoli e Palermo, erano le aree di più antica industrializzazione e, insieme, di maggior concentrazione demografica; ancora in Sicilia, in Calabria, Puglia e Sardegna, erano i “poli” principali delle imprese “assistite” realizzate fino agli anni 70, in prossimità dei quali si concentrava nuova urbanizzazione. Qui, dove la crisi produttiva ha colpito con maggior durezza, sottraendo spazio ad occupazione antica e non lasciando adito alla creazione di nuovi posti di lavoro per leve giovanili emergenti, è stata fatale la regressione di larghi strati della popolazione in età lavorativa da una condizione proletaria ad una sottoproletaria. Sottoproletariato urbano, in aree metropolitane così condannate ad una terziarizzazione patologica: nel settore dei commerci banali, della burocrazia, dei mestieri saltuari. Con pesanti assorbimenti nel cosiddetto “lavoro sommerso”. O, molto peggio, nelle attività criminali.
Neppur s’è verificata l’alternativa preconizzata da Compagna come più temibile per il resto d’Italia, ovvero un “miserabile urbanesimo” nelle aree del Nord, a causa degli ulteriori esodi migratori dal Mezzogiorno. Non fiumi, al più “rigagnoli” di emigranti meridionali si sono diretti verso il Centro-Nord negli ultimi due decenni, per le ragioni accennate nella “scheda” precedente: i più anziani senza lavoro trattenuti dalle varie forme di assistenzialismo pubblico; i più giovani trattenuti dalla mutualità familiare. Con la conseguente necessità di sopperire con immigrazioni extra comunitarie all’espansione dell’impresa settentrionale, refrattaria ad ipotesi di trasferimento al Sud. Propensa, semmai, a spostare oltre confine, nei paesi europei ex comunisti o in Asia, le produzioni a più basso grado di valore aggiunto. 
Sottoproletarizzata dalla de-industrializzazione, la metropoli del Mezzogiorno ha visto svanire anche residue funzioni terziarie di livello superiore quando condizioni di mercato, così come errori umani e colpe politiche, hanno provocato il collasso di antiche istituzioni finanziarie e creditizie, di grandi come di piccole dimensioni. Grandi banche e casse di risparmio, su cui gravitavano prospettive imprenditoriali, iniziative culturali, attività direzionali di Napoli, Palermo, capoluoghi di provincia e rispettive aree d’influenza, sono state assorbite dalla concorrenza del Centro Nord od anche straniera. Calo dell’occupazione; ma soprattutto perdita dell’autonomia, del ruolo per le rispettive, originarie sedi.
Cosa resta ad innervare in qualche modo la struttura funzionale delle aree metropolitane del Sud? Cultura, senza dubbio, alimentata da consolidate e diffuse tradizioni di creatività, nello spettacolo, nella musica, nell’arte. Ma si restringe in nicchie elitarie o s’impantana nel vernacolare la creatività che non sia sostenuta da vaste e solide dimensioni di mercato, tali da generare - come a Roma e Milano - le industrie dell’editoria, del cinema, della televisione, della discografia. Resta l’Università, certamente: struttura di formazione di nuove leve e presupposto della ricerca pluridisciplinare. Poche le città e le province del Sud che non abbiano oggi un loro Ateneo o almeno una qualche Facoltà decentrata. Tuttavia, anche a voler esorcizzare come abusato stereotipo il parallelismo tra moltiplicazione delle Sedi, delle cattedre e degli iscritti e abbassamento del livello medio dell’insegnamento e dei laureati, pare innegabile che, senza una domanda che sprigioni da sistemi produttivi in espansione, si attenua la spinta verso la ricerca applicata e di base, e diviene problematico l’assorbimento dei nuovi laureati. 
Permane dunque un malessere di fondo in più regioni e province meridionali. Un disagio che si palesa soprattutto nello spazio urbanizzato del Mezzogiorno, crescente in misura proporzionale al grado di addensamento demografico, quale si avverte nelle aree metropolitane di Napoli, Palermo, Catania, Bari. Dal confronto tra qualità della vita urbana in tali aree e le corrispettive del Centro-Nord emerge con evidenza il permanere d’un divario, d’uno squilibrio. Né la circostanza che degli squilibri si possa dare spiegazioni, che per essi si possano trovare definizioni, li rende più tollerabili a lume d’intelletto e di coscienza civile.
Tutto ciò in un Mezzogiorno che non è più “il vasto regno senza strade e senza città” che suscitava lo scoramento di Nitti; che non è più lo “sfasciume geologico” che induceva al pessimismo Giustino Fortunato. Ma è un Mezzogiorno che ha percorso la lunga, faticosa, costosa evoluzione dal chinino, - metafora d’una società vittima della miseria ed esposta ad ogni epidemia infettiva -, al computer, metafora d’una società che dovrebbe aver trovato nella modernità tecnologica la via per il conseguimento di equilibrati assetti economici e sociali. 
Il Mezzogiorno fortemente urbanizzato, ma a basso grado di industrializzazione; con città che consumano quote elevate di risorse che provengono dall’esterno e poco le capitalizzano, ma in gran parte le disperdono nell’ipertrofia delle burocrazie comunali, regionali, statali, o in un sistema commerciale frammentato; finisce per essere prevalentemente un mercato sussidiato per lo sbocco delle produzioni del Centro-Nord o straniere. Soprattutto, finisce per caratterizzarsi ancora, e in misura maggiore, quale campo d’azione per i “mediatori del consenso”, quale spazio per le “ingordigie clientelari” o, peggio, per le inframmettenze camorristiche e mafiose. Che si configura, oggettivamente, come una realtà difforme, rispetto al resto del paese, quanto alla possibilità di attenersi a regole comuni di comportamenti singoli e di trasparenza pubblica. 
Ho già osservato, citando anche considerazioni altrui, come, sottoponendo l’intera estensione del territorio meridionale a queste analisi, è più agevole cogliere in essa elementi di difformità di quanto, in passato, sia stato possibile cogliervi elementi di uniformità. Alcune differenze quantitative – densità abitativa, tipi prevalenti di attività economica – preesistevano tra le province. Nuove diversità emergono dai percorsi diversi seguiti da città e popolazioni delle varie regioni. Sviluppo “a macchia di leopardo”, senza dubbio, per quel che riguarda la dinamica del prodotto interno pro-capite manifestatasi tra le province. Ed anche diversificazioni progressive nell’evoluzione della qualità della vita, dimostrabili attraverso il ricorso ad una molteplicità di indicatori, strutturali e culturali. 
Emerge, in ampia concordanza di valutazioni, che nella tradizionale struttura geografico-statistica entro la quale si racchiudeva la definizione di “Mezzogiorno”, è in atto una sorta di lenta frammentazione. Se ne sono distaccate Abruzzo e Molise, gravitanti e sempre più interconnesse ad una macroregione centro-adriatica. La Puglia mostra di poter trovare una sua prospettiva nell’interrelazione con l’altra sponda adriatica e con l’Egeo. Il turismo ha legato stabilmente la Sardegna ad interessi ed a logiche di mercato del Centro-Nord. 
Qualche “sistema locale” in cui si son potuti cogliere segni di dinamismo, grazie soprattutto all’effetto catalizzante di imprese che nel giro di pochi anni, dalle radici di antiche tradizioni manifatturiere locali hanno saputo espandersi nei mercati nazionale ed internazionale, hanno indotto a sperare che il modello localistico fosse riproducibile: così che una pluralità di nuclei, di estensione spaziale contenuta nel perimetro di uno o più comuni, costituissero altrettanti “fuochi”, alimentati da una o più intraprese di forte vitalità, in grado di diffondere sviluppo in aree più vaste. Per secondare questa ipotesi sono state proposte e sperimentate varie formule, con un dosaggio di norme nazionali e regionali attento a non trapassare i limiti delle regolamentazioni europee in materia di concorrenza. Non mi pare che i “patti territoriali” (ed altre formule e sigle nate da accordi tra Stato, enti locali, organismi vari) cui s’è dato vita in più province del Sud abbiano raggiunto gli obiettivi prefissi. In più casi, iniziative siffatte hanno generato un po’ di nuova burocrazia locale: comunque qualcosa di ben diverso da sistemi locali la cui nascita e perdurante vitalità resta legata ad attività e personalità rispondenti soprattutto alle immagini schumpeteriane dell’impresa e dell’imprenditore innovativi. 
La “meridionalità”, non tanto come dato geografico, connesso ad una posizione periferica rispetto ad un centro e a un nord, quanto come condizione esistenziale, che sottolinei una dissomiglianza, sembra dunque restare peculiarità di Campania, Calabria, Sicilia. E, entro i loro confini, peculiarità soprattutto delle aree metropolitane e dei maggiori addensamenti urbani. Popolati di “meridios”, secondo una delle espressione che arricchiscono di razzistico sarcasmo il lessico della sub cultura settentrionale.

4) “Questione culturale” contro cultura come risorsa?:dove si parla di Sindaci, di Fofi, e di possibili futuri 
Il Mezzogiorno, o la parte di esso più consistente per abitanti e superficie, quale perdurante problema “in Italia”, anche se non più inteso da tutti gli italiani quale principale problema “dell’Italia”. E le città, la loro popolazione, la cultura che in esse si riproduce e viene trasmessa alle nuove generazione, quale principale problema del Mezzogiorno. Sono, queste, ipotesi di conclusione coerenti con le considerazioni svolte nelle “schede” precedenti. Ma sono ipotesi controverse.
Nella paragrafo 2 ho richiamato le opinioni pro e contro la legittimità, scientifica e politica, di considerare tuttora esistente una “questione meridionale”. A favore quanti ritengono che il perdurare di squilibri tra Nord e Sud vada visto come problema unitario del Paese. Contrari quanti giudicano che i mali ancora riscontrabili nel Sud vadano valutati ciascuno nella propria singolarità, con misure proporzionali alla rilevanza che presenta, indipendentemente dalla sua localizzazione. 
Aggiungo che, sulla scena politica attuale, questa controversia vede fautori dell’una o dell’altra posizione sia nello schieramento politico di centro destra, sia in quello di centro sinistra. A destra il confronto è animato dalla prevalente composizione geografica dell’elettorato dei contendenti (settentrionale per la Lega; centro meridionale per Alleanza Nazionale). A sinistra mi pare che esso costituisca una rilevante componente del dibattito ideologico interno ai Ds, e segnatamente tra gli intellettuali meridionali iscritti o vicini al Partito .
Non controversa, ma del tutto dissonante, rispetto a valutazioni prevalenti negli ultimi anni, ammetto invece che possa apparire la mia ipotesi di conclusione sulla città meridionale. Che io considero il nodo problematico più rilevante di questa parte d’Italia. Anzi, la vera “questione” nella “questione meridionale”, nonostante sia opinione di molti che talune città siano oggi protagoniste di una sorta di “riscatto” del Sud. Non trascuro queste opinioni, anzi, per qualche aspetto le ritengo anche motivate. Ma solo per qualche aspetto che, - e, aggiungo, malauguratamente -, non mi sembra valga ad inficiare la mia visione della realtà urbana del Sud come problema dominante. 
Chiunque sia attento ai fenomeni politici e sociali del Paese, ricorderà che, or non è molto, era divenuto abituale per i mass media parlare di una “stagione dei Sindaci”. Si guardava, in particolare, ai Sindaci di alcuni grandi comuni del Mezzogiorno (Napoli in testa), cui si riconosceva, grazie anche al maggior potere loro conferito dal rinnovato sistema per l’elezione degli amministratori locali, l’avvio nelle rispettive città di politiche apprezzabili per innovazione e incisività. Si intravedeva l’emergere di una progettualità nuova, e si confidava che ne derivassero, con la rottura di vecchi schemi di gestione municipale, pre-condizioni per rianimare l’economia e per il risveglio civile. Abbandonandosi all’enfasi, alcuni parlavano di “nuovo rinascimento”; altri, più tecnocraticamente, di acquisizione d’una competitività nel “marketing urbano”.
Ritengo innegabile il ruolo positivo svolto da alcuni Sindaci di capoluoghi meridionali, - ed in particolare in una città, come Napoli, per tanti versi rappresentativa dell’intero Mezzogiorno -, nell’elaborare, prospettare, sostenere, sul piano comunale come nel confronto con le amministrazioni regionali e con quella centrale, linee d’azione concernenti l’urbanistica, i trasporti pubblici, l’arredo urbano, la valorizzazione dei patrimoni monumentali e paesistici.
Queste politiche hanno ridato smalto all’immagine di città restituendo valore ad elementi materiali, tradizionali, simbolici, dello scenario urbano. L’esaltazione delle componenti storiche del tessuto cittadino, - dai caratteri architettonici alle peculiarità alimentari, artigianali, musicali - è stata in più casi alla base della costruzione di un messaggio in positivo che il sistema delle comunicazioni di massa ha ben volentieri recepito. Rappresentava infatti una novità rispetto a filoni d’informazioni relative alle medesime città che, a furia d’insistere su aspetti negativi, erano divenuti stereotipi.
L’efficacia del messaggio è stata accresciuta dal ruolo dei “comunicatori”, per l’appunto i Sindaci. Tra i colleghi a capo delle amministrazioni municipali di Bari, Salerno, Catania, Palermo, (menziono alcune città dove pur s’è cercato d’attuare politiche di valorizzazione dell’immagine urbana), senza dubbio s’è distinto, per carisma personale e sagacia politica, il Sindaco di Napoli, Bassolino, cui gli otto anni di governo locale hanno assicurato una notorietà non limitata alla scena nazionale.
Specie a Napoli, il rinnovamento apportato all’immagine della città, sia in senso materiale, - attraverso i lavori di restauro e abbellimento (taluni assai discussi) di piazze, strade, monumenti del centro antico, l’apertura di nuove stazioni della ferrovia metropolitana decorate con opere di artisti rinomati -, sia in senso “virtuale” - rinverdendo nell’immaginario italiano e straniero il mito del Grand Tour - ha avuto ricadute concrete. Napoli, “offerta” prevalentemente come “bene culturale”, è ritornata ad essere meta di flussi turistici, da che era principalmente punto di passaggio per escursioni dirette alle isole del Golfo, alle aree archeologiche di Pompei ed Ercolano, alle costiere sorrentina ed amalfitana, alla Reggia e al Parco di Caserta. Ciò ha comportato investimenti, in gran parte agevolati da misure regionali o statali, per l’apertura di nuovi alberghi e il miglioramento di quelli esistenti, così come in altri settori direttamente o indirettamente collegati all’attività turistica. Le amministrazioni statali sono state sollecitate ad assecondare la congiuntura favorevole e ad operare stanziamenti per restauri di monumenti, iniziative espositive nei musei e altre sedi storiche, migliorie nel settore delle comunicazioni stradali, ferroviarie e marittime. 
Il vantaggio per l’occupazione c’è stato, e la rinnovata dimensione turistica ha costituito, e tuttora costituisce, una salutare boccata d’ossigeno per l’asfittica economia della città. Ci si chiede, - molti lo sperano -, se il turismo possa risultare sostitutivo, quale risorsa generatrice di reddito e posti lavoro, delle attività manifatturiere e terziarie venute a mancare negli anni passati. Sembra di riudire l’eco del dibattito che s’era sviluppato all’inizio del Novecento, tra i sostenitori di una «Napoli albergo e museo» contrapposti ai fautori di una «Napoli industriale». Prevalse allora la via industriale, considerata la più efficace per il «Risorgimento economico» della città, dove larghi strati della popolazione vivevano di attività precarie, in condizioni di miseria e analfabetismo, nonostante che, dopo l’epidemia colerica del 1884, imponenti lavori avevano ammodernato l’impianto urbanistico dei quartieri gravitanti sul porto e risanato le più vistose piaghe d’una edilizia fatiscente e antigienica . 
Oggi, ovviamente, le condizioni sono molto diverse, a Napoli, come in altre grandi e medie città del Sud. Scomparse le plebi lacere ed affamate, l’inadeguatezza degli apparati produttivi tuttavia mantiene e accresce sacche di disoccupazione da cui sprigiona malessere sociale. Meccanismi psicologici d’aspettative crescenti, effetti imitativi esaltati dei media, inducono nelle fasce di popolazione più disagiate nuovi bisogni che non siano quelli primari cui possono dar risposta lavori precari o meccanismi assistenziali. E’ un’umanità che si distribuisce nell’addensamento dei quartieri antichi e degradati, così come nei rioni di edilizia popolare che chiudono, quali larghe e sfilacciate cinture, i perimetri comunali dei capoluoghi. Privi gli uni e gli altri d’ogni funzione urbana che non sia quella di dormitori.
Le periferie, soprattutto, carenti d’ogni servizio o attrattiva fuor che il commercio banale e qualche campetto calcistico di fortuna, sono incubatrici di disagi e devianze. Se ne trae testimonianza dal tessuto metropolitano di Napoli, esteso quanto l’intera provincia e debordante in quella contigua di Caserta in un susseguirsi e intersecarsi di comuni che conservano gli antichi toponimi, pur se poche soluzioni presentano tra i rispettivi spazi edificati. Qui la gestione del territorio assume difficoltà enormi. Vandalismi e carenze di manutenzione compromettono impianti e servizi d’uso pubblico. Laddove sono riuscite a sopravvivere e a crescere «aree e nuclei industriali», la vitalità delle imprese che vi operano (meccanica, telefonia, cartotecnica, abbigliamento, plastica, mobili, od anche il grande interporto e centro commerciale di Nola) soffre per il disordine urbanistico e le frequenti strozzature che si manifestano sulla pur estesa e ramificata rete stradale e autostradale . 
In questa predominante estensione dell’area metropolitana di Napoli il turismo non incide né può incidere, se non molto indirettamente, assorbendo assai limitate quote di disoccupati locali, o alimentando l’attività di qualche impresa locale che appaia in grado di competere con grandi industrie extra regionali nel mercato delle forniture per usi turistici, alberghieri, della ristorazione. 
C’è semmai il rischio che il desiderio, specie dei giovani, di evadere dai quartieri centrali degradati e dalla più informe e disgregata periferia, determini una crescente conflittualità proprio nell’uso di quegli spazi che l’economia turistica della città vorrebbe destinati ad una fruizione privilegiata dei forestieri. Spazi la cui attrattività è stata esaltata attraverso restauri ed arredi urbani, la creazione di punti di accoglienza e ristoro. Spazi entro i quali le stesse amministrazioni, vuoi per finalità sociale, vuoi nella ricerca del consenso, attraggono tali folle giovanili anche con frequenti allestimenti di spettacoli e ascolti musicali. 
L’affollamento, specie nelle ore serali e nei giorni festivi, delle zone considerate «vetrine» della città, - i lungomare, le aree pedonalizzate dei quartieri storici, i belvedere collinari -, lo si potrebbe intendere anche come una riproposizione dell’antico «colore locale» in chiave contemporanea, con accompagnamento di motorini e radio stereo al posto dei vecchi mandolini. 
Sono altri i fenomeni che preoccupano gli operatori del turismo e le istituzioni. Fenomeni riconducibili al malessere sociale di larghi strati della popolazione, quali i frequenti cortei di senza lavoro che con ogni possibile effetto spettacolare, ora con blocco di strade e binari ferroviari, ora con bruciamenti di contenitori di immondizia, reclamano l’inserimento in attività sussidiate o altre misure d’assistenza. E, più ancora, fenomeni riconducibili alla difficoltà per un sistema democratico di esercitare un efficace controllo sul territorio, segnatamente laddove la cultura prevalente è basata sulla solidarietà di famiglie e clan, intesa ad alimentare e proteggere il piccolo crimine contro persone e cose, così come le organizzazioni criminali dedite ai traffici illeciti, all’estorsione ai danni di commercianti e imprenditori.
La «rinascenza» turistica dell’area napoletana appare quindi limitata topograficamente a taluni quartieri e alcuni centri costieri. L’economia della città e della provincia ne trae apprezzabili benefici, ma che si distribuiscono ad una quota ancora limitata di categorie professionali e d’imprenditori. Ritengo ragionevole pensare che l’analisi riferita a Napoli, con i mutamenti del caso, possa trovar conferma anche in altre aree urbane del Mezzogiorno e della Sicilia. Così come ritengo ragionevole temere che i modi di manifestarsi del malessere sociale in queste aree, dove l’economia non conosce ancora una crescita equilibrata per l’intera popolazione, e quindi non consente il formarsi e diffondersi d’una cultura rispettosa dei bisogni collettivi e del valore dei luoghi, alle lunghe possa compromettere i positivi effetti che, soprattutto in chiave di rilancio turistico, ha finora conseguito la politica dell’immagine attuata a Napoli, come in altre città meridionali. Coglie questo pericolo Goffredo Fofi, definito da alcuni «meridionalista eversivo», quando parla di “sottoproletariato dei vicoli” - (ed io aggiungerei ad esso quello variamente distribuito nei centri dell’area metropolitana) – come “tragica minoranza variamente assediata”, eppur “sostanzialmente ricco, per traffici illeciti...ma culturalmente deprivato della sua identità...caduto in una sorta di isteria aggressiva ed autodistruttiva”. Osserva che “la stagione che ha preso nome dai sindaci...è stata davvero breve...se le strade scelte per Napoli, in presenza di un’economia mondialmente mutata, sono state solo quelle, molto al passo coi tempi, della terziarizzazione turistica”. Ed è indotto a “conclusioni... sconsolate, anche...senza quella sensazione di sconfitta definitiva di antiche e alte speranze che il vecchio meridionalismo non-comunista ci aveva prospettato, di una morale della politica, di una dimensione diversa e più armonica della democrazia e, più ancora, dell’umano e del sociale” .
Credo sia doveroso, e si possa, ricercare una via di mezzo tra compiaciute affermazioni di «nuovi rinascimenti» e sconsolate considerazioni su «rinnovate sconfitte». Se il Mezzogiorno si presenta tuttora come una «questione» rilevante nello scenario politico ed economico dell’Italia, e se, come è mia convinzione, il nodo di essa è da ricercarsi nelle sue maggiori concentrazioni urbane e nella cultura delle popolazioni in esse radicate o più di recente confluite, il punto di attacco per qualsiasi intervento efficace non può che essere nelle città. 
Nella «stagione dei sindaci» è stata giocata la carta delle «risorse culturali» delle città, intese come risorse di paesaggio, di monumenti, di retaggi storici. Carta efficace nella partita per innalzare il punteggio turistico delle città. Non risolutiva per vincere la partita della trasformazione della cultura di fondo della popolazione metropolitana, di più antica o più recente urbanizzazione. 
Oggi, simboli effimeri di modernità ancora si sovrappongono ad un tessuto arcaico, tenacemente annodato ad atavismi generati da secoli di storia che hanno condannato popolazioni intere ad una cultura della subalternità, politica ed economica. Della quale hanno finito per farsi inconsapevoli propagatrici, con intenti consolatori o d’evasione, anche le consolidate tradizioni canore, letterarie, iconografiche che tuttora suscitano l’ammirato, quanto acritico consenso di platee locali e straniere. 
L’alternativa di un secolo fa, tra «alberghi e musei» contro «porto e industria» non ha più ragion d’essere. Essenziale il turismo, che ha altre esigenze, altre dimensioni rispetto a quello d’un tempo passato. E si è constatato che in tutto, o quasi tutto, il Sud esistono le condizioni per assecondarlo e svilupparlo. Ma restano essenziali le attività produttive, manifatturiere. Anch’esse presentano altre esigenze, - altre dimensioni, preclusioni localizzative diverse, altre connessioni con strutture della ricerca, della formazione, della finanza -, rispetto a quelle dei tempi di Nitti; fors’anche rispetto ai tempi di Saraceno. Certo obbediscono esclusivamente alle logiche del mercato. 
Confido di non indulgere a mia volta in illusioni, più o meno illuministiche, pensando che esistano modi per infrangere i confini degli antichi «ghetti urbani», ove si perpetua una cultura della subalternità e della devianza: incubatori di meridios. Ed anche per attenuare l’asfissia che il disordine urbanistico è venuto creando attorno alle attività produttive insediate negli spazi peri-urbani nella prima e seconda metà del Novecento, e che tiene lontana ogni nuova intrapresa atta a generare occupazione operaia. 
Il geografo inclina a privilegiare, tra i possibili strumenti d’intervento, politiche urbanistiche, governate da poteri centrali e regionali, che incidano sul territorio almeno alla scala regionale, e non solo a quella delle singole aree metropolitane. Ciò nella convinzione che esigenza principale sia quella di determinare un più equilibrato rapporto tra popolazione e territorio, attenuando le densità ipertrofiche delle concentrazioni che esprimono poco o nullo valore civile e rispetto delle regole, e trasferire un «effetto città» nel vuoto di spazi rurali dove sono arrivate nuove vie di comunicazione nel mentre ne fuggiva la popolazione. 
L’esperienza che è possibile trarre dai modi e tempi con i quali, in anni lontani e recenti è stato gestito, alle diverse scale, il territorio italiano potrebbe indurre dubbi, non sull’efficacia, ma certo sul realismo di indicazioni intorno alle quali è da scontare in partenza un coagulo di opinioni contrastanti. E’ stato così ogni volta che è toccato misurarsi con problemi di vaste ristrutturazioni urbane, di incisive trasformazioni territoriali. L’immobilismo o il lasciar prevalere il disordine sono stati atteggiamenti frequenti nelle amministrazioni pubbliche. Ma non per questo diviene meno ragionevole continuare a credere nella necessità di politiche, attente alle logiche di mercato e alla prospettiva europea, che siano in grado di conferire nuova competitività allo spazio geografico meridionale. Altrimenti condannato ad una progressiva perifericità produttiva e ad una perdurante marginalità connotata dalla «cultura meridiana». Meridios?

Università di Napoli “Federico II”, Dipartimento di Analisi delle Dinamiche Ambientali e Territoriali

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