Qualche domanda al professor Piero Tosi
presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane
di Dario Antiseri
Il professor Piero Tosi, presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), nella sua Relazione sullo Stato delle Università Italiane, affronta con coraggio i nodi di fondo delle nostre Università. Denunce e proposte, le sue, che non possono lasciare indifferenti docenti, politic, gli studenti e le loro famiglie. Tosi concepisce l’Università come un’istituzione che «si collochi nel mare della società», una che «rimanga moralmente ed intellettualmente indipendente da ogni autorità politica e da ogni potere economico». Giusta la sua presa di posizione sul fatto che «l’Università è divenuta un cantiere senza mai fine e che quello che doveva essere considerato uno stato provvisorio si sta trasformando in una condizione definitiva». E in realtà l’Università è ormai da anni che è sottoposta ad una nefasta fiamma ossidrica da parte di riformatori e riformatori delle riforme.
La cultura della valutazione, il governo degli atenei, il rapporto delle università con il sistema delle imprese, l’orientamento pre-universitario, l’innovazione tecnologia sono soltanto alcuni degli argomenti affrontati da Tosi. Condivisibili ..... la sua critica nei confronti dell’abolizione della distinzione fra tempo pieno e tempo definito. Triste ma vera la sua constatazione che i parametri che misurano gli investimenti nella formazione superiore e nella ricerca porgono il nostro Paese agli ultimi posti in Europa. Tosi difende l’autonomia dell’Università e precisa che l’autonomia finanziaria «costituisce il risvolto immancabile di ogni autonomia che voglia dirsi tale». Dichiara, lodevolmente, che lo studente non può essere considerato un consumatore in attesa di voraci istituzioni universitarie». Ma qui verrebbe da chiedergli: i 53.000 giovani iscritti ai corsi di laurea in scienze della comunicazione sono o non sono preda di voraci istituzioni universitarie? E se è vero che i laureati sono aumentati del 15% nell’ultimo anno, sarebbe però opportuno sapere quanti sono stati i laureati in matematica, fisica o biologia.
E’ sulla base della convinzione che il capitale umano debba avere il primato su quello della materialità e delle merci, che il Presidente della CRUI segnala «con preoccupazione la scelta di dare riconoscimento a Università “telematiche” staccate dalle realtà universitarie esistenti e, anzi, alternative a esse. Tali iniziative non sono né condivisibili né accettabili. Soprattutto sembrano incoerenti con lo scopo, dichiarato, di voler innalzare il livello dell’insegnamento». E, in effetti, prosegue Tosi, «il percorso che ha portato al riconoscimento delle Università “telematiche” non sembra aver puntato in maniera particolare sull’accertamento dell’effettivo possesso, da parte di tali autorità, dei requisiti indispensabili per assicurare gli standard minimi di qualità, necessari alla funzione di crescita culturale alla quale tale università sono chiamate». Denuncia sacrosanta, questa di Tosi. E va sottolineato il fatto che l’Università telematica significa la fine della «comunità di apprendimento» - il tratto di maggior rilievo della tradizione universitaria. In un solo colpo viene cancellato un mondo di esperienze, di rapporti intellettuali, di crescita morale. Qualora, sotto la pressione di motivi soprattutto economici, dovessimo assistere alla progressiva sostituzione dell’Università tradizionale con corsi di laurea “telematici”, noi contribuiremmo all’affossamento del nostro sistema di formazione superiore. Vale sempre l’avvertimento che la moneta cattiva caccia quella buona. Quello che può utilmente essere uno strumento di ampliamento e talvolta anche di approfondimento di conoscenze rischia davvero di trasformarsi, in mani improvvide, nel mezzo più efficace di una selezione al ribasso.
E veniamo a quello che Tosi chiama «un altro punto-chiave» della proposta governativa sullo stato giuridico del docente universitario, vale a dire il problema dei concorsi. Come risaputo, le nuove forme di reclutamento, che si vorrebbero introdurre, si basano su procedure di idoneità scientifica unificate a livello nazionale e su successive valutazioni comparative degli idonei a livello delle singole sedi: Tosi afferma che «la CRUI è d’accordo sulla necessità di cambiare: a condizione, tuttavia, che, nella sua implementazione effettiva, il numero degli idonei sia legato alle richieste delle Università, ma anche opportunamente e settorialmente ampliato [...]». Dunque: è necessario cambiare. Ma: cambiare in quale direzione? Ebbene, la direzione su cui malauguratamente pare essersi incamminata la CRUI è la stessa della proposta ministeriale. Perché Tosi non ha precisato di quanto debba essere ampliato il numero degli idonei? Anche per la CRUI questo numero va incrementato di una quota non superiore al 20 percento? Quell’«opportunamente», professor Tosi, è semplicemente un’espressione pilatesca che non fa onore né a Lei né ai Suoi colleghi Rettori delle nostre università. Se Lei si trovasse in una Commissione che può dichiarare solo 5 idonei e tra i candidati degni di idoneità ce ne fossero altri 5 che dovranno essere “bocciati”, Lei uscirebbe felice dal concorso?, non avvertirebbe tutto il peso di una legge ingiusta che umilia i non sempre i quali hanno dedicato alla ricerca e all’insegnamento i loro anni migliori?
La realtà è che, nella situazione attuale, una buona e ragionevole soluzione del problema relativo al reclutamento dei docenti universitari c’è, e consiste nella proposta della lista aperta. Le commissioni dichiarano idonei tutti i candidati che ne sono degni. E’ questo il compito della comunità scientifica. Dopodiché le singole Facoltà, a seconda delle loro esigenze, chiameranno i docenti scegliendoli all’interno delle liste degli idonei. Con una proposta siffatta vengono rispettati i risultati del lavoro scientifico e didattico dei candidati, non si spingono ricercatori validi a trovarsi un posto all’estero, non si mettono in disagio morale commissari onesti e ragionevoli, e si offrono alle Facoltà possibilità di ampie scelte. Con quali obiezioni può venir respinta la proposta delle liste aperte? E si abbia almeno il pudore di non ripetere che la proposta governativa dei “concorsi nazionali” eliminerebbe lo scandalo del “localismo”. Il concorso nazionale, senza lista aperta, e con tanti idonei quanti sono i posti richiesti dalle Facoltà (più un 20 per cento), porterebbe o al più rigido localismo o alla paralisi dei “concorsi”. E un’altra dose di pudore occorrerebbe perché non si insista nel dire che la ricerca esige periodi prolungati di precariato. La cosa è così vera che tanti colleghi ormai, complici inconsapevoli della CRUI, desiderano ardentemente vivere da precari .... per continuare a fare ricerche!
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