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La vexata quaestio del reclutamento dei docenti universitari

di Dario Antiseri

Quello del reclutamento dei docenti non è di facile soluzione in un Paese caratterizzato dal quasi-monopolio statale dell’istruzione in genere e di quella universitaria in particolare. Credo, però, che la proposta della lista aperta di idonei per professori associati e professori ordinari risulti, nella situazione attuale, la proposta migliore, la più ragionevole. Le diverse commissioni elette dai colleghi dei rispettivi raggruppamenti scientifico-disciplinari dichiarano, a scadenze prefissate idonei all’insegnamento candidati che hanno dato buona prova nella ricerca. Saranno poi le diverse Facoltà, a seconda delle loro necessità, a chiamare gli idonei considerati più adatti. In questo modo, le commissioni non saranno costrette ad arzigogolare cavilli per escludere candidati degni di idoneità almeno tanto quanto quelli (ieri tre, oggi due) dichiarati idonei. E’ da rifiutare qualsiasi sistema iniquo, che induca ad umiliare persone scientificamente valide, a scoraggiarle. E che trasforma le commissioni in surrogati del vecchio ufficio di collocamento.
L’obiezione più insistente contro la proposta della lista aperta (di idonei) è che le liste aperte diverrebbero sempre più aperte, dichiarando idonei bravi e meno bravi. Innanzi tutto, non si vede la ragione per cui le commissioni giudicatrici sarebbero irresponsabili davanti ad una lista aperta e responsabili, invece, con una lista chiusa. Chi ci dice che nella lista chiusa passerebbero soltanto i bravi e non invece anche i meno bravi o proprio i meno bravi? Exempla abundant. La cosa di maggior rilievo che viene sempre sottovalutata è che con la lista aperta i bravi non verrebbero esclusi. 
Nella recente proposta ministeriale del riordino dello stato giuridico della docenza universitaria si è inteso ovviare al “localismo” dei concorsi. I concorsi attuali, si dice, non escludono mai il candidato di quella Facoltà che ha chiesto il concorso. A parte il fatto che questo non è sempre vero e a parte il fatto che se una Facoltà mette al bando un posto pensando ad un candidato locale, il più delle volte lo fa perché quel candidato ha dato buona prova di sé sia come ricercatore sia anche come didatta – a parte tutto ciò, va detto che la proposta ministeriale ha come diretta conseguenza inintenzionale non l’eliminazione del localismo ma il suo irrigidimento. Difatti, supponiamo che un professore associato si senta pronto per il passaggio a professore ordinario, va da sé che costui, prima di far mettere al bando il posto, si accerterà, per quanto possibile, sull’eventuale consenso di cui gode presso i docenti di ruolo del suo settore scientifico-disciplinare e sul consenso della Facoltà per l’eventuale chiamata, e se non avrà assicurazioni del genere, non si agiterà certamente per far bandire il posto. Dunque: la prevedibilissima conseguenza del tanto sbandierato “concorso nazionale” (tanti posti messi a concorso quanti ne chiameranno le Facoltà, aumentati del 20%) è il localismo più ferreo o la paralisi dei concorsi.
Allo stato attuale delle cose sembra proprio che tutti o quasi tutti i guai dell’Università dipendano dai ricercatori. Ed ecco il ritornello: è un male che il posto da ricercatore sia un posto di ruolo; il posto di ruolo alimenta la fannulloneria, non stimola la ricerca, ecc. Qui va subito chiesto: e quanti sono i professori ordinari che, per ragioni più varie, non fanno ricerca da anni? E vale la pena di precisare quanto segue: nessuno intese diventare ricercatore per rimanere tale; esistono ricercatori (e non sono pochi e nemmeno tanto giovani: dei 21.000 ricercatori più di 1.000 sono ultrasessantenni; 7.600 ultracinquantenni; 6.500 tra i quaranta e i cinquanta anni, solo 200 sotto i trent’anni) che sono fior di uomini di scienza e ottimi docenti; se tanti sono rimasti ricercatori è perché non sono stati chiesti concorsi per loro; se alcuni di questi ricercatori non hanno prodotto scientificamente un granché è perché per anni e anni hanno dovuto sopportare grossi carichi didattici, supplendo spesso i “loro” ordinari indaffarati magari in lucrosi studi privati. E chiedo: se gli attuali 21.000 ricercatori si rifiutassero di fare didattica, che ne sarebbe della nostra università? Considerando, inoltre, che nel 2020, vale a dire nel giro di 16 anni andranno in pensione, raggiunti i 70 anni, circa 23.400 docenti di ruolo, (13.977 ordinari e 9.977 associati) penso sia doveroso e urgente, da parte delle Facoltà, provvedere a mettere al bando entro un congruo numero di anni posti di ruolo in modo da sostituire quei docenti che, per raggiunti limiti di età, lasciano l’Università. E sarebbe una conquista, per le nostre Università, se le diverse Facoltà potessero scegliere i loro docenti da liste aperte di idonei. Come costituirebbe un guadagno per la nostra scuola superiore se gli idonei non chiamati dalle Università o che non intendano abbracciare la professione (di avvocati, magistrati, ingegneri, architetti, commercialisti, tributaristi, ecc.) potessero usufruire di vie preferenziali per l’ingresso in ruolo, a seconda delle loro specifiche competenze, nella scuola media superiore.
Infine, che “nella scelta di un nuovo docente dovrebbe valere anche la sua capacità di portare finanziamenti privati” è un criterio che vale solo per certi corsi di laurea. Non può diventare un criterio generale. E, in ogni caso, i docenti universitari – tutti i docenti universitari – devono portare nelle Facoltà e nei Centri in cui operano il loro prestigio di ricercatori e la loro capacità e passione didattica: sapere e non soldi. Prima di tutto e sempre, e magari soltanto: sapere.

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