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Liberalismo e Democrazia

di Vincenzo Olita

Se è vero che quello tra liberalismo e democrazia è sempre stato un rapporto di continuità e di conflitto, è altrettanto vero che, oggi, pur consapevoli delle rispettive diversità, il versante della conflittualità appare decisamente attenuato o, quanto meno, di minore pregnanza rispetto a quello della continuità. Chi, come noi, si è adoperato per l'introduzione nel sistema politico-sociale di elementi e orientamenti utili all'affermazione di un sostanziale liberalismo, ha dato per acquisito che regole e principi della democrazia rappresentativa fossero ormai patrimonio comune imprescindibile.
Si è cercato di realizzare condizioni che spingessero verso una società sempre più aperta e liberale, avendo come piattaforma la condivisione dei meccanismi regolatori fondamentali in un sistema democratico. Pensiamo, in particolare, alle regole per il funzionamento degli strumenti per la formazione e la canalizzazione del consenso (partiti), ai meccanismi per l'individuazione della rappresentanza politica (sistemi elettorali). Necessariamente aggiornati, li riteniamo indispensabili alla realizzazione dei principi della democrazia.
Purtroppo, le nostre certezze oggi non sono più tali. Crediamo, infatti, che i meccanismi di democrazia interna alle formazioni politiche, si siano del tutto inceppati. Si sono rivolte giuste critiche al funzionamento interno di un partito, sottacendo che la personalizzazione della politica, la stagnazione della leadership sono caratteristiche che, in varia misura, coinvolgono l'intero arco politico. I partiti ad personam, le liste elettorali personalizzate, la totale mancanza di ricambio ai vertici dei partiti (la presidenza o la segreteria sono in molti casi a vita) sono sintomi di un malessere che si riflette sulla stessa tenuta della democrazia. E sbaglieremmo molto se considerassimo questi fenomeni problematiche esclusivamente interne ad organismi che, se pur di rilevanza costituzionale, vengono percepiti e vissuti come strutture private. Se i congressi non si celebrano e vengono sostituiti dalle cosiddette assemblee programmatiche, in cui per acclamazione si perpetuano le leadership, questo pone un problema per il ricambio della dirigenza politica, ma, ancor più, per il funzionamento e la vitalità della nostra democrazia.
E se la Regione Toscana (sarà l'ultima?), in sede di rinnovo del proprio statuto, prevede la totale abolizione del meccanismo delle preferenze, delegando così ai partiti l'intero processo di selezione degli eletti, allora non si tratta più di malessere ma di una preoccupante patologia. Se nelle competizioni elettorali, con l'eliminazione della figura del candidato scompare la persona con la sua responsabilità individuale, e questo avviene nell'indifferenza di politologi, giornalisti, osservatori, che, a vario titolo, ritengono di avere a cuore le sorti del Paese, vuol dire, allora, che è giunto il tempo in cui chi si è adoperato per l'affermazione del liberalismo si preoccupi anche dello stato della democrazia di cui il liberalismo è l'architrave. E, a dispetto dell'indifferenza di tanti intellettuali, bisogna dar merito al cardinale Tettamanzi quando si è domandato, almeno, se viviamo un'autentica democrazia.
Come "Società Libera", in un convegno sulla classe dirigente, sostenemmo che il Paese ha bisogno di uno scatto di reni, di un sussulto etico, di una profonda trasformazione culturale che, investendo noi tutti, coinvolga la stessa dirigenza.
Si avverte il bisogno di una mobilitazione delle coscienze, capace di irrobustire il nostro sentimento di appartenenza ad una comunità, la voglia di cittadinanza che il paese auspica.
Il senso e la ragione di esistere di movimenti culturali consiste proprio in una funzione di supplenza e di stimolo e crediamo che sia giunto il momento di esercitarla, anche per ciò che attiene alla salvaguardia della democrazia.
Non vorremmo occuparci di contenuti alti per poi accorgerci che il contenitore è stato modificato.

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