Quod scripsi, scripsi*
Vecchi e nuovi merletti della censura
di Vittorio V. Alberti
Censura: dal latino censura "ufficio di censore", "giudizio", esame". Esame da parte dell'autorità pubblica degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e simili, che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l'affissione, la rappresentazione: come definisce la Treccani.
Ma anche, limitazione della libertà civile di espressione del pensiero disposta per la tutela di un interesse pubblico e attuata mediante il divieto di rappresentazione degli spettacoli ritenuti lesivi di quell'interesse.
Per richiamare un fenomeno dell'attualità, ci si può riferire alle emittenti televisive arabe: le cosiddette "stazioni nazionali- terrestri", generalmente di proprietà dei governi locali e soggette a censura attraverso speciali commissioni governative.
Diverso (o quasi) è il caso delle TV cosiddette "panarabe satellitari", come Al Jazeera e l'egiziana Dream tv, a capitale privato o misto (statale-privati) che, con la loro diffusione globale, "scavalcano" la censura di Stato.
Per quanto attiene alla censura applicata alle produzioni cinematografiche, l'art.21 della Costituzione italiana vieta gli spettacoli che offendono il buon costume. La materia è disciplinata dalla legge n.161 del 21 aprile 1962. Questa stabilisce che la proiezione pubblica di pellicole italiane e l'esportazione delle stesse all'estero necessitino del nulla osta del ministero del Turismo e dello Spettacolo, l'odierno ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
Al vertice di Siracusa tra i ministri europei dell'audiovisivo, il ministro Urbani ha sostenuto che occorre, da un lato, favorire la maggiore circolazione dei film europei in Europa e, dall'altro, tutelare i minori senza coartare la libertà degli artisti.
"Si è riscontrato, - ha spiegato Urbani - da parte di medici e scienziati, che molte immagini violente producono veri e propri traumi pericolosissimi perché nell'età in cui si forma una personalità, questi traumi provocano complessi e patologie".
Per tutelare i minori sono dunque necessarie "revisioni delle leggi sulle censure", tutelando contemporaneamente la libertà espressiva dei cineasti e degli autori. E' necessario agire sulle fasce orarie e far sì che i genitori vengano quanto più possibile informati riguardo alla programmazione televisiva perché siano messi in grado di controllare i propri figli.
C'è da dire che le pellicole italiane e non, oggi, sono sottoposte al giudizio dei membri della "commissione censura" del Dipartimento dello spettacolo i quali, in ottemperanza alle norme del '62, decidono sui limiti di età, 14 o 18 anni, e su eventuali "amputazioni".
Fin qui nihil sub sole novum anche perché, in Italia, la relazione tra cinema e censura, sebbene nei decenni abbia segnato formidabili progressi, risale al 1913. E' di quell'anno la prima legge che dà facoltà al governo di vigilare sui lavori cinematografici contrapponendosi a qualunque forma di offesa alla morale, al decoro o all'ordine pubblico, offesa del prestigio delle istituzioni e di rappresentazione di crimini che avrebbero potuto indurre a quella che oggi viene definita "emulazione dei cattivi modelli".
La censura si evolve nel tempo: oggi ne esiste un genere legato al mondo della televisione connesso all'interesse economico di chi detiene i diritti. Secondo la legge Mammì, non vengono trasmessi sul piccolo schermo i lavori vietati ai minori di 18 anni, quelli invece vietati ai minori di 14 anni entrano in trasmissione, ma in una fascia oraria "protetta": tra le 22,30 e le 6,00. Per accedere all'ambitissima "prima serata" (vero e proprio bengodi degli spot pubblicitari), vengono tagliati metri e metri di pellicola.
"Taglia", dunque, anche il mercato. Ha dato molto da discutere il caso della Blockbuster, che con oltre 8.000 punti vendita in 27 paesi, è la più importante catena di distribuzione del videonoleggio cinematografico.
Quel che più di qualcuno potrebbe giudicare un paradosso è che negli Stati Uniti, nei punti di distribuzione Blockbuster, si possono agevolmente reperire i video Playboy in versione sicuramente integrale - i film giudicati "moralmente dannosi" come quelli vietati ai minori di 18 anni, pare non vengano neanche inseriti in catalogo e quindi non dati a noleggio - ma, se si affitta un film come "L'ultima tentazione di Cristo" di Martin Scorsese, o "Romance" di Catherine Breillat, si noterà come manchino molti passaggi evidentemente ritenuti audaci, compromettenti e/o offensivi della morale.
Questa filosofia, o meglio, questa politica aziendale della Blockbuster ispirata dal suo fondatore, lo statunitense magnate dei media Wayne Huizenga, ha condizionato notevolmente le produzioni cinematografiche degli Studios. Blockbuster, infatti, quasi monopolizza il mercato del videonoleggio e le produzioni, pur di assicurarsi un posto al sole, ovvero, un posto in catalogo, sono state costrette a ridimensionamenti dei contenuti e a volte a variazioni delle stesse trame.
Il moralismo diviene, dunque, strumento di controllo economico?Huizenga è, come si dice volgarmente, in buona fede, o ha messo su questo formidabile apparato di "ricatto morale" per perseguire i propri (per carità, legittimi) interessi? L'uno e l'altro: basti pensare all'enorme introito che deriverebbe dall'inclusione in catalogo delle pellicole pornografiche che, come già detto, a quanto pare, non figurano sui listini della Blockbuster.
Significativo inoltre il caso della CleanFlicks (Film puliti), piccolo videonoleggio nato a Pleasant Grove, nelle vicinanze di Salt Lake City, nello Stato dello Utah, America profonda.
Oggi, la CleanFlicks conta circa 80 punti vendita in franchising in oltre 10 stati, oltre a un consistente numero di società che ne hanno seguito la scia. La Clean nasce nel cuore di una comunità di mormoni intorno all'idea di "ripulire" le pellicole da scene ritenute scabrose: chiunque si presentasse a questa società, poteva ottenere una sorta di catarsi della pellicola che veniva "depurata" delle scene giudicate offensive della morale attraverso una sapiente opera di "intervento chirurgico". Il fenomeno, dopo un'iniziale "sottovalutazione", ha raggiunto tale notorietà e rilevanza anche per i "mammasantissima" (in senso buono, si capisce) di Hollywood tra i quali Spielberg e Scorsese che, affiancati dagli Studios e dall'associazione degli autori (D.G.A.), hanno citato in giudizio la CleanFlicks.
Lo stesso accade nel digitale: marchingegni software riescono ad "adeguare" anche i film in versione DVD. Gli Studios certamente intendono mantenere il controllo sul commercio del prodotto e la Clean altro non fa se non agire nel rapporto col cliente che, liberamente, decide di noleggiare o acquistare i film in versione "Edited!", il marchio a garanzia di temperanza che la Clean fa campeggiare sulle videocassette.
Tutto questo, comunque, è un'ulteriore prova della strutturale democrazia statunitense che permette a tutti di poter conoscere fenomeni di questo genere e soprattutto demanda alla sede giudiziaria la risoluzione della controversia tra le parti.
Sono ormai lontani i tempi in cui "regnava" il Codice Hays, varato nel 1930 e uscito di scena nel 1966 (il 14 giugno dello stesso anno, la Congregazione per la dottrina della fede ha decretato che l'Indice dei libri proibiti non ha più valore giuridico). Rimasto in vigore per trentasei anni, era preposto alla messa al bando di scene valutate come lesive della moralità pubblica. "Non sarà prodotto alcun film -recitava il Codice- che abbassi il livello morale degli spettatori. La simpatia del pubblico non dovrà essere mai indirizzata verso il delitto, la disonestà, il peccato. La perversione sessuale e ogni riferimento ad essa sono proibiti".
Il Codice Hays prese le mosse dalle polemiche determinate dal genere noir e dall'esigenza di presentare modelli umani "sani" e costruttivi, evitando che i nuovi diseredati del dopo-Grande Depressione (che ebbe inizio nell'autunno del 1929) venissero attratti dalle imprese dei gangsters: fascinosi, duri e dal guadagno facile. Particolarmente incisiva fu la caccia alla perversione sessuale: oggi il Codice Hays non c'è più, ma a volte riemerge una sorta di spettro che ne fa rivivere la memoria. Un caso per tutti: "A beautiful mind", di Ron Howard. Opera cinematografica di particolare suggestione che tuttavia tace sull'omosessualità del protagonista: il nobel genio della matematica John Nash. Tra l'altro Sylvia Nasar, autrice del libro dal quale è stato tratto il film che-ricordiamolo- è una storia vera, non omette affatto i particolari sulle tendenze sessuali di Nash.
Lo stesso vale per un altro bel film: "Enigma", che narra la storia di un geniale decriptatore inglese che, nel corso del secondo conflitto mondiale, viene impiegato per decifrare i codici segreti del nemico nazista. Pure qui si tace dell'omosessualità - vera o presunta- frequente tra i brillanti giovani "prelevati" dai colleges britannici e messi al servizio dell'intelligence dell'esercito.
Intendiamoci: nessuna furia laicista contro queste "omissioni" che, però, danno da pensare. Semplicemente non si fa accenno a un fenomeno legato in modo quasi consuetudinario a determinati ambienti: irrilevante ai fini della narrazione o altro? Ad ogni modo, sebbene il cinema americano sia molto attento alle tematiche sociali e che si sia prodotto - solo per citarne alcuni recenti- in capolavori come Philadelphia, Dead man walking, America oggi, American Beauty, Amistad, Salvate il soldato Ryan, ovvero, sia maestro nel criticare la stessa società che l'ha prodotto, mettendone così in risalto anche i democratici e liberali pregi, è possibile osservare che quasi sempre gli omosessuali non rivestono ruoli nei quali tutti possiamo identificarci: in qualche modo, sebbene in modo meritevole perché vengono denunciate le discriminazioni di cui sono spesso oggetto, ne viene enfatizzata solo la sessualità mettendo in ombra quasi tutto il resto.
Dal cinema ai videogames: in Italia, famoso è il caso di "Carmageddon", un gioco di guida dove per fare punti occorre investire quanti più pedoni possibile. Ebbene, Carmageddon è stato modificato: gli ignari e innocenti pedoni hanno lasciato il passo a degli zombie che spruzzano sangue verdastro all'impatto con il veicolo omicida del giocatore.
Ancora di grande momento sono le polemiche che gravitano intorno ai videogames ormai da un ventennio, e spesso i giochi vengono ritirati dal mercato. Il merito giusto, ma il metodo sbagliato. Il sequestro di un videogioco per tutelare i minori è un provvedimento discutibile: basterebbe che rechi sulla confezione il bollino di vietato ai minori di 18 anni, così come avviene per le videocassette porno. Non dimentichiamoci che il mercato dei videogames ha una vasta platea di adulti e vaccinati utenti. Il problema è sempre lo stesso: produrre videogames di qualità…anche per gli adulti.
Controllo del libero mercato da parte delle leggi liberal-democratiche sì; gestione repressiva e arbitraria delle preture no. E questo, certamente a tutela dei minori, che vanno senza dubbio protetti: certezza della pena per chi permette l'accesso all'utenza di giochi vietati ai minori stessi.
La cosa si può estendere anche al fenomeno che più di ogni altro ha caratterizzato questi anni, e forse anche gli anni a venire: Internet. Si può parlare ci censurare internet? Si può certo parlare di controllo giurisdizionale sulla rete per fini di tutela dei dati, per trasparenza dei rapporti commerciali e quant'altro. Pensiamo al "filtro famiglia" presente nel motore di ricerca "Arianna", o alla tutela dei dati personali con la legge 675/96, sia per ragioni di privacy sia per ragioni di tutela della proprietà: pensiamo a quando inseriamo i dati delle nostre carte di credito nella rete. Un qualche controllo da parte delle autorità deve pur essere previsto: si pensi ai recenti casi di arresto per fruizione illegale di taluni siti a contenuto "hard". Nel momento in cui internet diviene strumento di violazione delle leggi civili, la magistratura e le forze dell'ordine devono poter avere accesso ai canali delle informazioni. Certo, internet è nato come un mare magnum, ma attenzione, non confondiamo - e qui cito Locke, Montesquieu, Kant - la libertà con la licenza. La libertà -almeno secondo il pensiero liberale- è libertà nelle leggi. Pertanto siamo contrari alla censura su internet. Una cosa è il controllo delle leggi, un'altra la censura.
E ciò vale in ogni ambito come, ad esempio, per la ricerca scientifica. Su questo difficile terreno i pur necessari controlli devono permettere comunque la massima libertà di ricerca come sancito dalla Costituzione italiana. Pena, anche per questo motivo, la "fuga dei cervelli" all'estero. Fenomeno tanto gravemente diffuso in Italia da denunciare oltre a un'evidente perdita economica e culturale per il nostro paese, anche una pesante responsabilità della classe dirigente italiana.
Dovrebbe farci riflettere la considerazione che in Inghilterra la censura venne soppressa prima dalla Rivoluzione del 1688 e poi con il Licensing Act del 1695: ciò comportò l'enorme successo di massa che ebbe l'editoria (nel 1670 si stampavano oltre 6000 titoli), favorita anche da una formidabile diffusione di quotidiani e riviste; questo quando nel resto d'Europa l'accesso all'editoria era riservato solo alle elitès, tenendo conto che, tra l'altro, la maggior parte delle pubblicazioni si realizzava nella clandestinità. L'Illuminismo in Inghilterra non fu un movimento elitario ma una rivoluzione dei costumi che informò di sé la società civile.
Come disse George Steiner ("la Stampa";11.5.2000) : "Chi brucia i libri, chi mette al bando e uccide i poeti, sa perfettamente quello che sta facendo. Il potere indeterminato dei libri è incalcolabile. Indeterminato perché lo stesso libro, la stessa pagina, può esercitare effetti totalmente disparati sui lettori. Può esaltare o avvilire; sedurre o respingere; incitare alla virtù o alla barbarie; può valorizzare la sensibilità o banalizzarla. [..] Quale apologia libertaria si può avanzare per l'inondazione di letteratura erotica sadistica che oggi sommerge le librerie, le edicole, la rete telematica di Internet? Quale difesa si può sostenere di una letteratura programmaticamente basata sull'abuso dei minori, sull'odio razziale, e su una criminalità bieca, letteratura che oggi ci martella orecchie, occhi e coscienze?[..] La ricezione, il godimento del "trash" è un'automutilazione dello spirito". (Più di qualcuno ricorderà il film "Fahrenheit 451" di François Truffaut)
La censura è cosa dannosa anche perché produce una reazione uguale e contraria nella cultura: si assumono atteggiamenti laicisti e religiosamente libertari. Di fronte alla violenza della repressione si reagisce con un antidoto che impedisce lo sviluppo di un pensiero sereno e obiettivo.
Mentre pensiamo con amarezza al livello mediocre a cui sono scadute le trasmissioni della RAI in questi ultimi anni, auspichiamo un sempre migliore livello nelle produzioni artistiche ed editoriali.
Ma questo è un compito che spetta a coloro che "producono" cultura in tutti gli ambiti della società civile.
* Vang. di S.Giovanni, cap. XIX, v.22
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