IL FEDERALISMO DELLE SPESE PER LA RICERCA E LE IMPRESE:
OPPORTUNITA’ ED OSTACOLI
di Giuseppe Pennisi
Il gap tra l’Italia e gli altri principali Paesi industriali ad economia di mercato è principalmente tecnologico: secondo il più recente rapporto Ocse siamo 19simi su 30 in termini di investimenti in economia della conoscenza (la sommatoria delle spese per ricerca scientifica, istruzione superiore e software) e la nostra quota di ricercatori sugli occupati totali è appena un sesto di quella della Finlandia. Se l’economia della conoscenza non tira, l’economia non cresce; ciò spiega, secondo l’Ocse, il basso tasso crescita dell’Italia negli ultimi dieci anni ed addirittura la contrazione (-0,3%) della nostra produttività nel periodo 1995-2003 A conclusioni simile giunge un lavoro (ancora inedito) della Banca Mondiale in cui si guarda al lungo termine: l’analisi riguarda ben 40 anni – dal 1960 al 2000- e comprende circa 200 Paesi. Il risultato saliente è che l’innovazione ha un effetto positivo considerevole sul progresso economico di lungo periodo, anche se si alle prese con un assetto istituzionale debole. Quindi, anche dove e quando il contesto politico-amministrativo lascia a desiderare, se il sistema produttivo innova, la crescita economica di lungo periodo ne ottiene benefici di rilievo.
Riescono le imprese italiane (in gran parte piccole e medie) ad innovare da sole, ossia senza un apporto pubblico di sostegno alla ricerca ed al suo trasferimento in innovazione di prodotto e di processo? E quali effetti ha il federalismo (in termini di ripartizione di competenze e di responsabilità di selezione e finanziamento di azioni specifiche) in questo contesto? Due analisi recenti trattano, con leggere differenze di accento, questi due temi interconnessi. Uno studio empirico condotto all’Università Cattolica di Piacenza esamina un campione di 216 imprese italiane e il loro andamento (in termini di innovazione) nel 1995-2000. Lo studio guarda inevitabilmente al passato : non solo sono necessari bilanci consuntivi delle singole imprese ma anche valutazioni dei risultati di mercato delle innovazioni Dal lavoro, si ricava che nei periodi di espansione del fatturato, sono cresciute anche le spese delle imprese per ricerca e sviluppo. L’effetto di trascinamento da domanda aggregata (per le spese relative a ricerca e sviluppo) appare forte soprattutto per le aziende esportatrici che, di norma, hanno vincoli di liquidità e non ricevono sussidi pubblici (o ne ricevono meno di altre categorie di imprese). E , di conseguenza, decurtano (spesso con amarezza) le spese di ricerca, sviluppo ed innovazione in fasi (come quella ormai in corso da alcuni anni per diversi comparti) in cui si restringono le loro quote di mercato internazionale.
Guarda , invece, oltre che al passato anche e soprattutto al futuro l’ultimo, ed ancora inedito, rapporto dell’Isae sul federalismo. L’Isae (Istituto di studi ed analisi economica) è un ente di ricerca indipendente, anche se vigilato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il documento contiene un interessante capitolo sulle conseguenze delle differenti competenze delle Regioni, oltre che delle Amministrazioni centrali dello Stato e dell’Unione Europea (Ue), in materia di finanziamento della ricerca e dello sviluppo.
In primo luogo, una notazione interessante: la crescente attenzione dell’Ue al supporto di progetti di ricerca e sviluppo promossi da università, centri di ricerca ed imprese – nell’ultimo periodo di programmazione 2000-2006 sono aumentati del 30% (da 47,8 a 61, 5 milioni di euro) rispetto al periodo precedente (1994-1999) e quel che più conta un incremento ancora maggiore è previsto per il periodo 2007-2013 quando gli stanziamenti annui cresceranno dai 12 milioni di euro nel 2007 ai 26 milioni di euro nel 2013 per dare corpo alla Spazio Europeo della Ricerca (in cui il 3% del pil dell’Ue dovrebbe essere destinato alla ricerca ed allo sviluppo). Le procedure per partecipare sono descritte ai siti Ue , oltre che disponibili presso gli uffici di rappresentanza della Commissione Europea. Guardando all’Ue, quindi, le opportunità non mancano ed è bene non farsele scappare.
In secondo luogo, altra notazione di rilievo: nel 2003-2005 (periodo più recente per il quale si hanno i consuntivi) il 72% della ricerca di base è effettuato dalle amministrazioni pubbliche in senso lato (università, enti di ricerca, Regioni) ed il 26 % dalle imprese ma la situazione si capovolge nel caso della ricerca applica (26% il settore pubblico ed il 72% del imprese). Inoltre, il 93 della ricerca sperimentale viene realizzato dalle imprese. La geografia dei fondi pubblici per ricerca ed innovazione è complicata: una vera e propria costellazione di sigle (Prin- progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale; Firb –fondo indicativo speciale per la ricerca; Far – fondo per le agevolazioni per la ricerca ; Firb.- fondo integrativo per la ricerca di base. Fit, Fondo per l’innovazione tecnologica, Feo- fondo per gli enti pubblici di ricerca). Per orientarsi nella galassia, occorre individuare sherpa appropriati nei due maggiori dicasteri interessati- quello dell’Università. Istruzione e Ricerca e quello delle Attività Produttive.
In terzo luogo, le Regioni stanno diventando un nuovo protagonista in questo campo a ragione della competenza “concorrente” tra Stato e Regioni definita dall’art. 117 della Costituzione. Negli ultimi anni c’è stata notevole attività normativa regionale in materia. Tutte le Regioni (ad eccezione di Abruzzo, Calabria e Umbria) hanno definito legislazioni in materia di modalità di intervento, alcune (Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia) anche disposizioni relative al sostegno delle attività delle imprese. Le tipologie di interventi è molto ampia: spazia dai finanziamenti in conto capitale ai contributi in conto interessi, al credito d’imposta al bonus fiscale. In linea di massima, gli interventi regionali riguardano la ricerca applicata in quanto la ricerca di base si presta meglio ad essere organizzata e gestita a livello centrale. Le procedure per essere ammessi ai benefici variano da Regione a Regione.
Dalla banca dati dei conti pubblici territoriali del Ministero dell’Economia e delle Finanze si ricava che, però, la spesa regionale per ricerca e sviluppo era pari ad appena il 4% della spesa pubblica consolidata per il comparto nel 1999, si è stabilizzata attorno al 2% nel 2000-2002 ed ha raggiunto meno dell’1% nel 2003.
Le opportunità di sostegno a progetti validi, quindi, non mancano. Lo stesso Isae, tuttavia, sottolinea che “la complessità del sistema è inevitabilmente cresciuta con la molteplicità di leggi regionali emanate in seguito al processo di attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione” e che “il sovrapporsi di interventi può essere causa di dispersione di risorse”. Non si può non essere d’accordo.
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