SPAZIO SIMBOLICO COMUNE E RIFORMA DELLA COSTITUZIONE
di Agostino Carrino
È stato spesso osservato, da giuristi, costituenti e ‘padri fondatori’ di orientamento ideale differente, che nella vita dei popoli ci sono dei momenti nei quali si conviene, sia pure sempre solo in maggioranza, sulle regole comuni della convivenza e del gioco politico, su quello che chiamerei lo spazio simbolico comune entro il quale le parti potranno e dovranno democraticamente confliggere per affermare la propria, parziale visione del mondo secondo cui organizzare quello spazio comune.
I risultati del recente referendum sulla riforma della costituzione voluta dal centrodestra sono per più aspetti preoccupanti, non tanto per quanto riguarda i numeri, che pure sono significativi, quanto per due ragioni di fondo: la prima riguarda l’interpretazione che ne ha dato il centrosinistra, la seconda, la mancata sottolineatura di un dato politico oggettivo.
I. Non ostante le ripetute dichiarazioni sulla necessità di un confronto e di un accordo tra le parti, nel centrosinistra è più che palpabile ed evidente la convinzione che il referendum abbia ‘consacrato’ (dossettianamente) la costituzione del 1948. ‘Salvare’ la costituzione era lo slogan di battaglia a favore del ‘no’ e diffusa è oramai l’idea che sia stata per l’appunto ‘salvata’ la costituzione vigente (si fa per dire: la forma di governo non corrisponde più da tempo alla centralità del parlamento proclamata dal testo); ora non si butta certo a mare ciò che è stato appena ‘salvato’ dalle onde, anche se immediatamente si torna alla pratica anticostituzionale (contraria propria alla costituzione appena ‘salvata’) dei decreti-legge senza urgenza. Si dice che sono i principi che non si devono toccare, ma i principi possono avere un senso ed un valore soltanto se vivono e convivono entro un’organizzazione concreta dell’esercizio del potere; voglio dire che l’organizzazione del potere influisce anche, sia pure non direttamente, sulla tavola dei valori dichiarati, esattamente come i valori e i principi dovrebbero determinare la concreta organizzazione del potere.
Le costituzioni moderne hanno a che fare con i valori e con i principi; può non piacere (a Kelsen, ad esempio, non piaceva ed anzi egli riteneva superflui e persino pericolosi i principi in una costituzione), ma ciò è diventato senso comune (si pensi alla inutile diatriba sul richiamo alla religione cristiana nel preambolo della ‘costituzione’ europea), sicché una riforma della costituzione non potrà mai esimersi dal ‘toccare’ i principi fondamentali, che sono poi riconducibili a due valori, opposti tra loro, libertà ed uguaglianza. Nella costituzione vigente l’ideale dell’uguaglianza prevale su quello della libertà, con conseguenze sempre più deleterie per la vita sociale, culturale ed economica dell’Italia; una riforma costituzionale dovrà riequilibrare il rapporto a favore di un garantismo delle libertà concrete. Dovrà, in altri termini, necessariamente toccare quei principi che il centrosinistra continua caparbiamente a ritenere intoccabili.
II. Sulla seconda ragione di preoccupazione si tratta, come dicevo, di un dato evidente: se i ‘no’ hanno prevalso quasi ovunque, non hanno prevalso nella parte più ricca e produttiva del paese, in Lombardia e in Veneto, sfiorando la maggioranza in Friuli e con significativi risultati in Piemonte. Il dato elettorale fotografa una evidente, oggettiva, profonda spaccatura sociale del paese, rispetto alla quale né il centrosinistra né il centrodestra stanno dando risposte adeguate. Parlo di spaccatura sociale, che è molto più pericolosa di una spaccatura ‘solo politica’ (per ricordare il vecchio Marx) perché segnala una differenza di mentalità ed agisce in profondità sulla lunga distanza. È stata insomma definita una ‘questione settentrionale’ altrettanto urgente della oramai tanto imputridita quanto permanente ‘questione meridionale’. Non si tratta di dire che il Nord ha approvato questa riforma costituzionale; è evidente che in fondo non era solo questo l’oggetto del contendere, nel momento in cui si è deciso di andare a votare. Il Nord ha approvato un progetto sociale, economico, politico e culturale di trasformazione dell’esistente rispetto al quale tutto il resto del paese sembra purtroppo indifferente, prigioniero di logiche ‘democristiane’ che avvolgono centro e sud in una specie di nebbia oppiacea. Una volontà di trasformazione radicale, quella del lombardo-veneto, che impone una risposta non ‘morotea’, ma efficace, coraggiosa e rapida.
III. Quale risposta? Ma, prima ancora: è in grado l’attuale classe politica di capire la domanda? A me pare che, tranne qualche lodevole eccezione, la nostra classe dirigente non sia nel suo complesso all’altezza di questa domanda, prigioniera com’è di schemi vecchi (destra contro sinistra, liberali contro comunisti, filoamericani contro filoeuropei e via dicendo). Rispetto a questo ritardo della classe politica su questioni politicamente decisive – si tratta ormai di ridisegnare lo spazio simbolico comune – forse è venuto il momento che il ceto dei giuristi (che io ho sempre visto à la Schmitt come un ceto che interpreta la dimensione storica e popolare profonda del diritto) si faccia protagonista e parte attiva di una proposta di cambiamento da offrire, in autonomia, alla classe politica sperando che questa possa poi recepirla anche entro una eventuale Assemblea Costituente.
L’attuale costituzione deve essere cambiata e cambiata rapidamente se si vuole evitare che si disgreghi. Anche se l’epoca delle costituzioni moderne (l’ho detto e argomentato più volte in altre sedi) è finita, se per scrivere una costituzione vecchio stile occorrerebbe comunque un momento storicamente decisivo, cioè una rottura politica violenta, ciò non toglie che se si accetta l’idea dello spazio simbolico comune quale premessa necessaria del confronto politico agonico una nuova scrittura delle regole è sia possibile sia necessaria.
Penso che sia venuto il momento di dar vita a un gruppo di lavoro, fatto di giuristi di tutti gli orientamenti, che insieme riscrivano le parti della costituzione che devono essere riscritte (senza l’ipocrisia relativa ai ‘principi’), prendendo atto delle trasformazioni già prodottesi nella forma di governo e nei rapporti con l’ordinamento europeo e nella realtà sociale. Diritti fondamentali e loro tutela, presidenzialismo e federalismo sono ormai gli àmbiti concettuali imprescindibili entro i quali organizzare la nuova costituzione, in una visione non giustizialista (il giustizialismo è la malattia infantile della sinistra italiana) che consenta un ritorno della politica e il formarsi di una nuova classe politica in grado di riprendere il gioco politico entro lo spazio simbolico comune che i giuristi dovrebbero consapevolmente aiutare a disegnare. Si tratta di prendere sul serio e di pensare con coerenza, fino in fondo, le linee-guida di una costituzione per l’Italia del XXI secolo: legittimazione popolare diffusa, autonomia del potere di governo, funzione di controllo, iniziativa e proposta di un parlamento con camere differenziate, rappresentanza delle regioni (autonome in una visione di federalismo partecipato), depoliticizzazione del potere giudiziario entro un quadro di tutela delle libertà individuali, ridefinizione dei còmpiti dei giudici costituzionali. Il lavoro può essere duro, ma anche gratificante, se fatto con serietà.
Si può dubitare che ci siano politici in grado di capire un lavoro del genere. Ma ci sono i giuristi che abbiano tempo e voglia di farlo? A destra e a sinistra?
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