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Ernesto Rossi e Luigi Einaudi nella Città Divina

di Giancarlo Pagano

Ernesto Rossi fu uno di quei liberali che potremmo definire “da combattimento”; coerente sino alla testardaggine fu implacabile nelle sue denunce contro coloro che pestavano nel mortaio l’aria fritta dei principii metafisici facendo poi man bassa di denaro e privilegi all’ombra di protezionismi e monopoli. Basti pensare alle sue inchieste giornalistiche che per anni rappresentarono una spina nel fianco di politici e imprenditori incapaci e disonesti. Un’ importante battaglia vinta da Rossi, del resto, la ricorda Sylos Labini: “ Fu principalmente suo il merito se la Standard Oil, che stava per ottenere in concessione buona parte della Valle Padana, non l’ottenne; egli sparò alcune grosse bordate dal Corriere della Sera e la concessione, che stava per essere assegnata alla chetichella a quella società, fu sospesa” ( Prefazione a Abolire la miseria, Laterza, Bari, 1977 cit. p. XII).
Rossi, insomma, fu un uomo che del liberalismo espresse le virtù migliori: indipendenza di giudizio, passione civile, anelito di libertà. E ciò non a caso, poiché ebbe la fortuna di incrociare, sin da giovane, due figure di massimo rilievo della cultura italiana: Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi. Il primo contribuì in maniera determinante a fare del giovane Rossi un irriducibile oppositore del fascismo; del secondo diventò interlocutore privilegiato condividendone lo spirito e l’impostazione favorevole al libero mercato.
Nella sua formazione politico-culturale contò molto anche l’apporto della sociologia di Pareto, la cui opera fu oggetto della sua tesi di laurea in Giurisprudenza a Pisa. La lezione di Pareto fu importante, in particolare perché gli permise di approfondire il confronto con Luigi Einaudi il cui pensiero, complesso e articolato, può, appunto, essere meglio compreso alla luce dei contributi e delle conoscenze della sociologia.
Ernesto Rossi, dunque, di Einaudi fu allievo ma fu un allievo del tutto particolare poiché con il tempo divenne suo grandissimo amico ed ammiratore.
Dell'economista piemon-tese Rossi condivise soprattutto la sua concezione della vita come lotta: «come contrasto tra ideali e interessi diversi, come libertà di sacrificare anche gli idoli falsi, perché la verità acquista un valore solo quando venga raggiunta supe-rando per proprio conto l'errore, come facoltà per tutti di muoversi, di produrre, di commerciare senza divieti e senza impedimento di trincee scavate a difesa delle posizioni acqui-site.»( E. Rossi, La saggezza di Einaudi, «II Mondo» 30 Marzo 1954.) È probabile però - osserva Giovanni Busino - che il giovane Rossi: «sia stato ammaliato da questo maturo profes-sore, forte come un filo d'acciaio, che fa le cose che deve fare senza strombazzare, che vive semplicemente, che tenta di veder chiaro in tutto, che ha orrore di tutte le forme di violen-za. Ed ama ragionare, discutere, confrontare i contrasti, elimi-nare le incomprensioni col dialogo, collo scritto, sempre niti-do, ordinato, sovente d'una classica luminosità. Tra il giovane che aveva scoperto il prezzo della libertà, il valore dell' autono-mia, la necessità del dialogo, ed il professore che praticava la religione della ragione, dell'industriosità, dell' operosità, che crede nella libertà, l'incontro diventa un appuntamento del destino, una scelta di vita.» (Introduzione di Giovanni Busino, a Luigi Einaudi - Ernesto Rossi, Carteggio (1925-1961) Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1986, p. 4.)
Ed infatti l'ampio carteggio fra i due e i continui riferimenti nei loro scritti testimoniano di un'amicizia sincera cementata da un legame etico-politico schietto e profondo. Schietto perché essi non mancarono mai di confrontarsi anche su temi difficili e delicati, profondo per-ché la diversità delle posizioni non fu mai tale da incrinare la reciproca stima. E le divergenze tra i due, in effetti, furono note-voli; alcune poi riflettevano impostazioni tanto diverse che nemmeno il continuo dialogo ed il più serrato confronto pote-rono riassorbire. Einaudi e Rossi rimangono profondamente diversi, come diversi sono i loro caratteri: il maturo e compas-sato professore piemontese, apparentemente freddo e distacca-to, il giovane e focoso combattente - «giacobinissimo giacobi-no» - come ebbe lui stesso a definirsi.
La diversità dei personaggi, del resto, aiuta anche a compren-dere meglio i giudizi critici che i due si scambiarono, soprattutto durante il lungo esilio svizzero di Einaudi ed il non meno sof-ferto confino di Rossi a Ventotene. Quest'ultimo, in partico-lare, nel suo Elogio della galera, in una lettera alla moglie Ada, nell'aprile del 1935, ebbe a biasimare Einaudi bollandolo come «conservatore» e «reazionario» perché a suo parere questi in maniera troppo semplicistica e partigiana presentava la concorrenza come un meccanismo virtuoso che in maniera automatica era in grado di distribuire la ricchezza nel modo più cor-rispondente agli interessi di tutti i componenti della colletti-vità. “Einaudi – scrive Rossi - sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade, non appena si osserva la differenza fra le opportunità che si presentano alla scelta dei vari individui, e si riconosce che le stesse dieci lire sono per il ricco una somma di nessuna importanza, che può spendere in una qualsiasi sciocchezza, mentre per il povero una somma che può significare la salvezza dalla morte o dalla galera. Einaudi sa benissimo tutto ciò, ma - a differenza, ad es; del Wicksteed - non lo tiene mai in evidenza; lo da per sottinte-so; e così diverse volte il ragionamento dell' economista diventa la difesa del proprietario terriero, che ha una bella casa con tutti i comforts, una magnifica biblioteca, e dei figliuoli che hanno potuto compiere gli studi superiori.» (E. ROSSI, Elogio della galera, Laterza, Bari, 1968 pp. 281-282). Einaudi - prosegue Rossi: «e specialmente l'E. conservatore, o meglio "reazionario", secondo me si rivela quando esce dagli argomenti d'economia pura e di finanza per considerare questioni sociologiche e politiche”. Il giovane Rossi si riferisce ad uno scritto di Einaudi nel quale questi argomenta a favore del rispetto di istituzioni secolari e della necessità di non manipolarle con leggerezza come se si trattassero di pezzi di un meccanismo avendo essi ben altro significato. Segue il significativo brano di Einaudi citato da Rossi: “La società tollera chiacchiere socialistiche più o meno interessanti e consente talvolta che in nome d'ideali socialisti si compiano a margini sperimenti più o meno costosi intesi a tener quiete le molti-tudini. Ma le chiacchiere e gli sperimenti non devono andare oltre un certo segno, non devono toccare istituti che hanno nell' animo umano radici ben più profonde del capitalismo: la proprietà della terra, della casa, dell' opificio, il risparmio, la famiglia, la eredità, la tradizione, la religione. Se la società teme si vogliano offendere le istituzioni secolari, le quali la fanno esser viva e operosa, si rivolta... Se gli strumenti nor-mali politici, se il suffragio universale, il parlamento, la stam-pa, sono stati accaparrati dai discorritori, dagli agitati, da coloro che concepiscono la società come un meccanismo che, a guisa di un orologio si possa smontare e rimontare per guardar dentro com'è fatto e rifarlo meglio, la società abbatte gli antichi strumenti legali e crea nuovi organi che la tengano in vita.” ”. (Ibidem p. 282.).
Seguono le considerazioni di Rossi il quale riconosce sì che la società non è un: «meccanismo che si possa smontare e rimontare a nostro piacere, sostituendo i pezzi che non ci garbano. Va piuttosto assomigliata a un organismo che si svi-luppa con una necessaria armonia fra tutte le sue parti.». Ma poi osserva che: «anche una pianta o un animale può essere profondamente modificato, se pur entro certi limiti. Con la potatura, la pianta assume le più strane forme; con l'innesto, il pero produce delle mele, con la castrazione, il toro diventa bue, e con l'educazione, il cane impara a camminare sulle gambe di dietro. Succede spesso che i risultati di una data politica sian molto diversi da quelli che si prospettavano coloro che la misero in atto, ma non si può negare l'enorme influenza modificatrice dei costumi, del carattere, della vita economica, famigliare, religiosa ch'ebbe in male o in bene -a seconda della scala di valori a cui si raffronta -l'opera d'un Pietro il Grande, d'un Federico II, d'un Napoleone o d'un Lenin.» (Ibidem p. 284.)
In sostanza Rossi ritiene che vi possa essere un' azione umana sulla società tale da modificarla nelle sue parti essenziali. Egli crede nelle possibilità riformatrici offer-te dall' azione politica e bolla come conservatorismo il rispet-to, che in Einaudi è vivissimo, per le secolari istituzioni socia-li. Il punto è di estrema importanza e va considerato il motivo fondamentale della distanza tra il giovane allievo e l'economi-sta piemontese. Rossi, infatti, sei anni dopo, in una lettera indirizzata a Einaudi dal confino di Ventotene, il 30 settem-bre del 1941, ritorna ad evidenziare il suo fastidio per il rispetto troppo profondo che il suo interlocutore mostra per le cose già fatte, per le istituzioni e per la tradizione; egli, più incline alla lotta, concepisce interventi diretti, autoritari, anche di rigene-razione totale, se ciò si rivelasse necessario.
“La verità – prosegue Rossi - è che, portando un po' più a fondo l'analisi, da un pezzo mi sono accorto degli equivoci che si nascondono dietro espressioni quali "autono-mo sviluppo della personalità", "spontaneità del processo di evoluzione sociale", e simili, mentre la esperienza diretta e lo studio della storia mi hanno sempre più convinto del possibi-le valore costruttivo, anche nel campo spirituale, della impo-sizione autoritaria [...] Nei tempi normali, nei tempi - direi - di ordinaria amministrazione, in cui si tratta specialmente di gestire il patrimonio ereditato dalle generazioni passate, credo anch'io si debba rispettare il più possibile i diritti legalmente acquisiti, perché gli uomini, acquistando fiducia nell'ordina-mento giuridico esistente, siano incoraggiati a perfezionare le loro facoltà, a lavorare ed a risparmiare. Ma durante le crisi cicloniche quel che importa è allontanarsi al più presto dal centro del ciclone; tutto il resto passa in seconda linea. Se le vecchie regole di gioco sono di ostacolo se ne stabilisce delle altre. Non si può aver tanti riguardi alle situazioni per-sonali.».(Cfr. Luigi Einaudi - Ernesto Rossi. Carteggio (1925-1961), op. cit. p.75).
Rossi ritiene, quindi, che in momenti di forte tensione sociale non si possano considerare importanti la libertà e i diritti dei singoli; è necessario agire, intervenire sulla realtà con forza, razionalizzando e pianificando. Egli perciò accredita come conservatori quanti, come Einaudi, rifiutano simili solu-zioni preferendo ad esse il libero gioco delle forze economiche e sociali ancorché di un gioco regolato e indirizzato si tratti. Per Einaudi, dunque, niente politiche di rigenerazione totale ma soltanto piccoli e continui interventi di ingegneria sociale. Ecco, allora, com'egli risponde al suo giovane e irruente inter-locutore spiegandogli il motivo che lo spinge a trattare con tanta cautela le istituzioni sociali: «In materia di politica in genere e di politica sociale in particolare ho in sommo sospetto la pura logica. .. [perché] gli istituti economici sono resi cadu-chi dalla loro logica piena applicazione». Einaudi fa l'esempio della concorrenza: «L'istituto della concorrenza [...] può dura-re solo perché e se ad esso sono messi limiti tali da garantire agli uomini campi chiusi alla concorrenza. Se non si creano oasi franche dalla concorrenza, oasi di privilegio, regni inacces-sibili ai nuovi venuti ed al legislatore, uccidiamo quella stessa concorrenza che è desiderabile come norma generale e cadia-mo nel più abominevole collettivismo [...]. E un paradosso? Può darsi. Ma una società è sana e viva e vitale solo se in essa ci sono molte cose incomprensibili, e solo se gli uomini sono disposti a difendere ad ogni costo colla propria vita queste cose incomprensibili. Se gli uomini di una società si mettono a ragionare su tutto - [cioè anche sui fondamenti ultimi, sui principi di legittimità] - si può essere certi che quella società è prossima alla sua dissoluzione.». (Carteggio, op. cit. p. 104.) E’ questo un passaggio particolarmente importante perché Einaudi vi esprime con chiarezza e semplicità uno dei principi cardine della teoria liberale e della stessa sociologia: il principio del punto critico, cioè del limite superato il quale qualsiasi fenomeno sociale genera conseguenze non volute e non previste.
Sicché ci riesce difficile condividere le critiche che Rossi rivolge a Einaudi tacciandolo di conservatorismo; perché se così fosse si dovrebbero ritenere tali tutti quelli che hanno mostrato interesse per la società e le sue istituzioni. Conservatori allora sarebbero sociologi del calibro di Max Weber, Emile Durkheim, José Ortega y Gasset, Guglielmo Ferrero. Così però non si spiegherebbe nulla e soprattutto resterebbero sottaciuti i pur concreti meriti del conservatorismo politico che ha sempre: « mostrato un vivo senso degli ostacoli che si frappongono all' agire, stravol-gendo impietosamente gli onesti propositi della ragione astratta intenta a ricostruire il mondo secondo archetipi di perfezione. Il conservatorismo, pertanto, ha richiamato l'at-tenzione su una immagine più realistica dell'uomo come ente dotato non solo di ragione ma di istinto e sentimento. Ne è risultata un' antropologia scettica e pessimistica efficace, so-prattutto, nell'individuare gli errori cui si espongono i radica-li innovatori, irrispettosi delle tradizioni e dei modi specifici che hanno presieduto all'evoluzione di un determinato com-plesso sociale” (D. Cofrancesco, Destra e sinistra, Bertani Editore, Verona, 1984 p. 63.)
Queste caratteristiche, come si è visto, sono tutte presenti - anche se in diversa misura - nel pensiero di Luigi Einaudi. Allora, se le critiche di Rossi hanno qualche fondamento, Einaudi deve sì essere ritenuto un conservatore, ma un con-servatore di tipo particolare, "sociologico" lo si potrebbe definire (ma questo termi-ne non sarebbe piaciuto a Einaudi), cioè attento ai "fatti", attento a quelle manifestazioni del comportamento collettivo spesso inintellegibili, ma proprio per questo reali e determinanti il comportamento dei singoli. Ora, se tale può essere ritenuto il punto di maggior distanza tra Rossi ed Einaudi, non mancano però, fra i due, altri motivi di frizione. Il primo riguarda un progetto di riforma del siste-ma scolastico elaborato da Rossi. In una lettera del 23 febbraio 1942, Einaudi dichiarava, infatti, il proprio scetticismo per programmi di riforma complessiva dell'istruzione: «In massi-ma, dinanzi a questi piani, diffido, istintivamente. Quando sento dire, ad esempio, che occorrerebbe non lasciare ai giova-ni ed ai loro genitori la libera scelta della loro carriera di studi, ma sottoporli ad un esame, in fine al quale uomini periti dichiarerebbero che il tale giovane deve essere ammesso a tale scuola, e il tale altro a tale altra, sono terrorizzato. [...].Lasciamo studiare chi vuole, se vuole, quando vuole, e finché vuole. Limitiamoci a fornire buone scuole, buoni laboratori, buoni gabinetti, buoni insegnanti, severità di esami (aboliti nell'università gli esami orali), larghezza crescente di borse e di esenzioni da tasse ai meritevoli sprovvisti di mezzi proprii;” (Carteggio, op. cit. p. 92).
L'imperturbabilità di Einaudi, la sua certezza che bastasse il semplice e graduale aumento del numero delle borse di stu-dio ai meritevoli per assicurare il ricambio culturale a favore dei "poveri-bravi" a spese dei "ricchi-inetti", non convinsero affatto Rossi che, in una sorta di crescendo rossiniano, replica al suo prestigioso interlocutore di cadere in contraddizione con l’insistere tanto sull'importanza della tradizione; così facendo infatti l'econo-mista piemontese stravolgerebbe il significato della sua lunga lotta contro i dottrinari. Perciò conclude appassionatamente Rossi: «Cos'è questa mancanza di fiducia nella Dea Ragione? Dove dovremmo fermarci secondo lei, nel ragionare? Chi dovrebbe decidere quali sono i punti che non van messi in dubbio? Per conto mio continuerò a battere le nocche su tutte le istituzioni che mi si presentano davanti per cercare di stabilire se sono di marmo, di legno o di gesso, e continuerò a domandare, col mio vecchio amico Bentham: "What is the use?", senza lasciarmi imporre dalla tradizione.» (Ibidem p. 109.)
La replica di Einaudi è immediata: «Non ho fiducia in chi si appella alla dea ragione perché so che codesti raziocinatori per lo più sragionano o si fondano su esperienze monche, su statistiche non degne di fede o insignificanti, su inchieste fatte da inquirenti incapaci di vedere ciò che è fuori dei que-stionari ecc. ecc.. Ragionar bene è estremamente difficile quando si passa alle applicazioni concrete; perché è difficile conoscere bene i fattori di cui si deve tener conto; e perché spesso quel che è più importante nel decidere è quel che non si conosce e che nessuno mise mai in carta. È un po' la stessa difficoltà che si riscontra nel conoscere e capire le epoche lontane. Mancano le testimonianze su quel che era la vita quotidiana, i pensieri, i sentimenti, le consuetudini, gli inte-ressi universali. Nessuno li mise in carta, perché sembravano cosa troppo ovvia.»( Ibidem p. 123.)
Un altro importante punto di frizione fra i due è costituito dalla critica di Rossi al sistema di mercato: «I clienti [cioè i consumatori] - egli scrive - non pagano quel che vogliono, ma quel che possono pagare, in rapporto all' altezza del loro reddito e agli altri bisogni che reclamano una soddisfazione. Dire "Ciascuno faccia quel che gli pare", quando ci sono tanti che non hanno quattrini sufficienti per comprare i beni di prima necessità può sembrare uno scherno. L'eguaglia-mento delle valutazioni marginali sul mercato non significa affatto eguagliamento delle importanze vitali dei resultati conseguibili con i vari consumi. Che della gente allevi canini pechinesi invece di maiali, o coltivi orchidee invece di patate, non dipende solo dai gusti dei consumatori, ma anche dalla diseguale distribuzione del reddito sociale. E se questo non si tiene ben presente - conclude Rossi - invece di emendare il più possibile "il vizio della democrazia dei consumatori", si contribuisce a consolidarlo, e si dà un certo fondamento a chi accusa gli economisti di essere gli avvocati delle classi possidenti.» (Ibidem p. 110.)
Evidentemente Einaudi dovette rimanere colpito da que-ste osservazioni poiché le Lezioni, scritte due anni dopo, alla fine del '44, recano l'impronta inconfondibile di tali critiche. Il rapporto con Rossi, dunque, segnò Einaudi, sia negli studi, che nello spirito; lo rese più sensibile ai problemi di politica sociale e meno ingenuo nel considerare il funziona-mento del mercato, ma non lo cambiò mai anzi lo rese forse ancora più prudente di fronte all'irruenza giovanile del suo interlocutore. Rimane però il fatto che Ernesto Rossi consi-derò Einaudi pur sempre un maestro del quale apprezzò: «... il buon senso, la chiarezza e la ricerca spassionata della mag-giore coerenza possibile fra i diversi fini, e fra i fini proposti ed i mezzi per conseguirli. E per questo - prosegue Rossi -vado molto più d'accordo con lei che con molte persone che - secondo me - hanno un atteggiamento meno conservatore, ma si nutrono dell' aria fritta dei principii metafisici o non vogliono riconoscere la impossibilità di trovare delle scarpe che siano larghe di dentro e strette fuori. ». (Carteggio, op. cit p. 74.)
Per Einaudi, abitante della "città divina", cultore del con-fronto e della libera discussione, questo, forse, è l’omaggio più bello.

Bibliografia

Giuseppe Fiori, Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi, Einuadi, Torino, 1997 - Michele Salvati, Ernesto Rossi e l’abolizione della miseria, in Mondoperaio, n.9, settembre 1977 -
Ernesto Rossi, Elogio della galera, Laterza, Bari, 1968 - Ernesto Rossi, Abolire la miseria, Laterza, Bari, 1977- Ernesto Rossi, Aria fritta, Laterza, Bari, 1956 - Ernesto Rossi, Il malgoverno, Laterza, Bari, 1954 - Ernesto Rossi, Elettricità senza Baroni, Laterza, Bari, 1962 - Giovanni Busino, a cura di, Luigi Einaudi - Ernesto Rossi. Carteggio (1925-1961)

 

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