Non c'è liberismo senza libero mercato
di Davide Gianluca Bianchi
Leggendo il titolo dell’ultimo libro di cui sono autori Alberto Alesina e
Francesco Giavazzi, entrambi prestigiosi economisti bocconiani e del MIT di
Boston, scopriamo che il liberismo sarebbe “di sinistra”: ma come, la bestia
nera dei progressisti degli ultimi decenni, il cavallo di battaglia della destra
(si fa per dire) anglosassone, il biglietto da visita di Ronald Reagan e
Margaret Thatcher è di sinistra? Suvvia non scherziamo…
La provocazione è bella e stimolante, ma la verità è che il liberismo, più che
essere di destra o di sinistra, non esiste. Sì, è proprio così, non esiste. È
lessicalmente un’invenzione tutta italiana. Su qualsiasi vocabolario monolingua
inglese si cercherebbe inutilmente il termine “liberism”, perché non esiste
appunto, mentre si trovano agevolmente tutti gli altri vocaboli che, traendo
spunto dalla parola “libertà”, hanno arricchito il vocabolario politico:
liberalism, libertarian e persino libertine (negli ultimi due casi è molto più
diffuso l’aggettivo del sostantivo, che comunque esiste). Ma di “liberism”
nessuna traccia. E questo vorrà pur dire qualcosa…
Cerchiamo di capirlo. Il termine liberismo nella lingua italiana è utilizzato,
più o meno, per indicare un sistema economico, o al limite un settore, in cui
siano ridotte al minimo le regolamentazioni e dove operi al massimo grado quella
che Adam Smith chiamava “la mano invisibile” del mercato. Una circostanza, in
altre parole, in cui gli operatori economici competono tra loro senza
interferenze particolari, se non una cornice di regole ed istituzioni
giuridiche, e dove lo Stato, o i pubblici poteri in genere, non siano attori di
questo palcoscenico, né come arbitri parziali né tanto meno come imprenditori.
Ora, a giudizio della sinistra tradizionale, questo tipo di dinamiche economiche
sono deleterie perché da parte sua esiste un insanabile pregiudizio nei
confronti del mercato: lo ha detto molto bene un politologo canadese
ingiustamente dimenticato, Crawford B. Macpherson, illustrando come il mercato,
per alcuni (fra cui lui stesso), non sarebbe altro che la società di natura
descritta da Hobbes, l’homo homini lupus di nota memoria. Niente di più civile
se non la giungla. Per altri invece, fra cui Alesina e Giavazzi, il liberismo
sarebbe di sinistra perché, in estrema sintesi, offrirebbe maggiori opportunità
a chi ora non le ha e, in particolare, ai giovani che in Italia (questo è
certamente vero) si trovano in una posizione poco invidiabile.
Non è difficile condividere l’impostazione di questo discorso, ma forse è
opportuno aggiungere che il problema viene più da lontano e, segnatamente, da
una cattiva interpretazione del liberalismo tipicamente italiana. E non si è
distanti dal vero se si afferma che da questa infelice declinazione deriva anche
parte del suo insuccesso.
Nel nostro paese il dibattito sul liberalismo ha assunto spessore teorico grazie
alla polemica che, all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, vide
contrapposti Benedetto Croce e Luigi Einaudi. Il primo sosteneva che ciò che vi
era di prezioso nel liberalismo fosse il fatto di consentire la dialettica delle
idee, in particolare di quelle politiche (diversamente da quanto aveva fatto il
Fascismo); mentre in ordine al sistema economico che avrebbe dovuto sostentare
un ordinamento liberale il filosofo napoletano rimaneva del tutto agnostico,
sottolineando però come, a suo avviso, non si potesse assegnare dignità etica
all’utilitarismo anglosassone.
Einaudi, di contro, riteneva che la sensibilità liberale fosse più prossima
all’empirismo britannico che all’idealismo tedesco e, soprattutto, sosteneva la
necessità di vedere realizzato il liberalismo non solo nel campo politico ma
anche in quello economico, senza il quale un regime non si sarebbe potuto dire
veramente liberale. Come avrebbero detto più compiutamente i teorici della
Scuola austriaca era già presente in lui la consapevolezza che l’economia non
era politicamente neutra e irrilevante, ma un terreno in cui la libertà avrebbe
dovuto rispecchiarsi in modo speculare, pena la vanificazione dell’esperimento
liberale.
È evidente quanto le argomentazioni di Croce siano penetrate nel senso comune
italiano e quanto poco di einaudiano sia rimasto nel tessuto civile del nostro
paese. Gli anglosassoni non conoscono la parola liberismo perché, per loro, non
è neppure immaginabile il parlare di liberalismo in termini che possano
escludere il mercato. Alcuni, nello sforzo di riqualificarlo e sapendo di
parlare a un’opinione pubblica “difficile” come quella italiana, sentono il
bisogno di affermare che il liberismo è “di sinistra”, ma in realtà si dovrebbe
dire semplicemente che non c’è liberalismo senza libero mercato (per inciso, il
termini inglese equivalente a liberismo è “free trade”, mentre in italiano è più
corretto parlare di “liberalismo economico” volendo indicare la propensione in
oggetto) e, visto che dal 1989 facciamo tutti a gara a dirci liberali, sarebbe
opportuno guadagnare al più presto questa consapevolezza. Anche in Italia.
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