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Il liberalismo in un mondo in trasformazione

di Giuseppe de Vergottini
Presidente del Comitato Scientifico

Non è facile introdurre con poche parole un convegno dedicato a una personalità così ricca e complessa come quella di Nicola Matteucci.
Matteucci ha dato il suo contributo a una serie articolata di discipline: storico delle dottrine politiche, filosofo della politica, teorico del costituzionalismo liberale. Ma anche ha operato per anni come attento osservatore della realtà politica analizzando in coerenza con le sue opinioni e convinzioni il succedersi della storia della nostra società. La sua produzione scientifica è accompagnata da una vasta mole di commenti critici alla attualità politica e culturale italiana e internazionale che ha svolto tramite la sua collaborazione a organi di stampa quali il Resto del Carlino e il Giornale, impegnato nella lotta contro gli abusi e le deviazioni della politica contingente e interessato a polemizzare sui grandi temi di attualità, mai contro le persone.
Indicativa della sua sensibilità e del suo impegno civile è la partecipazione alla fondazione della rivista Il Mulino nel 1951, rivista di cui fu direttore nei periodi 1959-60, 1970-73, 1984-90, e dell’Istituto di ricerche Cattaneo di cui è stato presidente dal 1966 al 1969.
Ma non vi è stato solo il Mulino, di cui si è a più riprese parlato in occasione della Sua scomparsa e che in questi giorni pubblica un bel libro in cui sono contenuti una serie di saggi scritti da colleghi che hanno discusso della sua figura di uomo e di scienziato in occasione di un convegno svoltosi a Bologna il 6 dicembre 2006 (“Il liberalismo di Nicola Matteucci”, a cura di Tiziano Bonazzi e Saffo Testoni Binetti, Bologna, 2007).
Insieme a Mario Delle Piane, Luigi Firpo e Salvo Mastellone ha fondato, nel 1968, la rivista “Il Pensiero politico”; nel 1987 ha dato vita alla rivista “Filosofia politica”, della quale è stato direttore. Nel 1984 è stato chiamato a far parte del Comitato direttivo della Enciclopedia delle scienze sociali, edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
In particolare, in questa sede, dobbiamo ricordare il suo ruolo di promotore di Società libera di cui è stato l’anima per molti anni e guida riconosciuta cui tutti noi abbiamo fatto riferimento. Della stessa ha svolto un ruolo attivo come presidente del Comitato Scientifico dal 1999 al 2006.

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Della sua formazione, variamente influenzata agli inizi da Felice Battaglia, Benedetto Croce e Federico Chabod, e della sua carriera universitaria vorrei dire il minimo indispensabile, in quanto sono dati a voi noti.
Ha fatto studi classici a Bologna dove poi si laureò in giurisprudenza nel 1948 con una tesi su Il diritto nella filosofia dello spirito di Benedetto Croce e quindi in filosofia nel 1950 con una dissertazione su Antonio Gramsci e la filosofia della prassi. In quel periodo è stato per lui formativo il soggiorno (1949-1950) presso l’Istituto italiano di studi storici di Napoli dove sotto la direzione di Federico Chabod ha iniziato a occuparsi del ginevrino Jacques Mallet-du- Pan cui dedicherà la sua prima monografia nel 1957.
Hanno fatto seguito diverse opere quali Costituzionalismo e positivismo giuridico (1963), Organizzazione del potere e libertà (1976), Il liberalismo in un mondo in trasformazione (1972), Alla ricerca dell’ordine politico (1984), Lo stato moderno (1993), Filosofi politici contemporanei (2001). Citerei anche lo sforzo profuso nella ideazione e coordinamento insieme a Bobbio e poi a Pasquino del Dizionario di politica che ha avuto tre edizioni ed è stato tradotto in spagnolo e portoghese, sede prestigiosa di ampi contributi dottrinali caratterizzati da un riconoscibile pluralismo di orientamenti culturali degli autori partecipanti.
Meno ricordata ma assolutamente significativa la sua attività di diffusore di cultura storica, politica, filosofica, giuridica evidente nella iniziative editoriali che ha promosso e seguito personalmente: la collezione di storia americana, che include ventiquattro volumi pubblicati a far tempo dal 1962, il volume antologico sui costituzionalisti anglosassoni, con cui si inaugurava la collana dei classici della democrazia moderna, includente una ventina di titoli. Tutte iniziative di grande apertura intellettuale dirette a divulgare la conoscenza di testi formativi per un vasto pubblico.

La carriera universitaria inizia con Felice Battaglia nel 1950 come assistente di Filosofia del diritto e nel 1958 ottiene la libera docenza in Storia delle dottrine politiche che insegnerà nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Ferrara. Nel febbraio 1966 viene chiamato alla cattedra di Storia delle dottrine politiche nella nuova Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna. Nell'ambito di questa Università ha svolto tutto il percorso accademico assumendo, dal 1966 al 1972, la direzione dell'Istituto Storico-politico e la presidenza della facoltà, nel biennio 1972-1974.
Dal novembre 1974 passa alla Facoltà di Lettere e Filosofia come professore ordinario di Filosofia morale.
Nel 1971 è stato nominato socio della Società Torricelliana di Scienze e Lettere di Faenza. Nel 1973 è diventato socio dell’Accademia delle Scienze di Torino e, nel 1977, dell’Accademia delle Scienze di Bologna.
A riconoscimento di una vita interamente dedicata allo sviluppo e alla diffusione della cultura liberale, in occasione dell'apertura dell'anno accademico 1995-1996, gli è stata conferita la medaglia d'oro per i Benemeriti della Scienza e della Cultura. Nel 2001 gli è stato riconosciuto l’Archiginnasio d’oro del Comune di Bologna. Nel 2005 Società Libera gli ha conferito, in una solenne cerimonia al Castello Sforzesco, il Premio Internazionale alla Libertà per la Cultura.
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Uno dei profili più noti del pensiero di Matteucci resta la sua dottrina sul costituzionalismo il cui fulcro è offerto dalla garanzia dei diritti e l’eliminazione degli arbitri da parte del governo. Le due forme storiche che M. individua sono quella basata sulla separazione dei poteri e quella, che nettamente preferisce, “la più antica e la più moderna”, basata sulla limitazione del potere attraverso la fissazione di regole certe nella costituzione e il controllo di costituzionalità (voce Stato, in Enciclopedia del Novecento, XII, 1984).

Matteucci affronta il tema della costituzione sotto diverse angolazioni. Ne parla a proposito della storia del pensiero politico, a proposito della concezione dello stato, esaminando le idee di alcuni classici che aveva contribuito a riconsiderare e a volte a riscoprire. Sulla sua scrivania ripassano, in una successione incalzante, le opere di molteplici pensatori del passato, alcuni notissimi, molti meno noti e da lui riscoperti e analizzati criticamente traendo continui stimoli e suggestioni.
Da tutti trae spunto per giungere a una concorde e ricorrente conclusione: la costituzione è innanzi tutto la costituzione delle libertà, delle garanzie nei confronti del potere.
Nelle sue ricorrenti analisi che affrontano il rapporto fra stato, come potere organizzato, e libertà dei cittadini, fra gubernaculum e jurisdictio, cioè fra regime del potere che si esercita tramite procedure autoritative e regime delle garanzie, l’attenzione di M. è tutta sempre orientata a seguire il percorso del progressivo affermarsi del sistema delle garanzie e della sottolineatura di come lo stato e il suo apparato debba sempre considerarsi strumentale e servente rispetto alla esigenza garantista.
Il riferimento costante della sua analisi è alla esperienza nordamericana in cui il principio della limitazione del potere tramite l’intervento dei giudici appare non solo teorizzato ancor prima dell’affermarsi della costituzione nelle tesi di Hamilton sottolineanti l’indipendenza essenziale del giudiziario al fine di assicurare la garanzia (Federalist, n. 78), ma si sviluppa nel quadro di una continuità con la tradizione di common law e con la prevalenza dell’opinione che consente la controllabilità degli atti parlamentari da parte del giudice indipendente, premessa all’affermarsi del controllo di costituzionalità. In questo modo le dichiarazioni dei diritti non sono fine a se stesse ma trovano un riscontro efficace nella assicurazione della garanzia da parte dei giudici. Questo percorso è lucidamente sottolineato in numerose opere di M. in cui assistiamo alla esaltazione della rivoluzione americana e a una evidente cautela nel considerare quella francese, che aveva sì portato alla celebre Dichiarazione dei diritti ma aveva manifestato storici limiti all’affermarsi della costituzione come norma fondamentale dotata di rigidità e di supremazia in funzione di garanzia dei diritti (cfr. Dal costituzionalismo al liberalismo, par. 3 e la voce Costituzionalismo, in Enciclopedia delle scienze sociali, II, Istituto della enciclopedia italiana, 1992).

Il costituzionalismo dei moderni riprende vigore negli Stati Uniti nel momento in cui la esperienza dello stato autoritario sconvolge l’Europa e si espande nel continente europeo dopo il secondo conflitto mondiale con l’ondata delle nuove costituzioni. E’ in questa più recente fase che progressivamente si consolida la visione della costituzione dei valori con una apparente riduzione del ruolo statale. Qui Matteucci dimostra la sua capacità e la finezza dell’osservatore attento della realtà politica dimostrando una particolare acutezza nel trattare l’argomento delle nuove costituzioni dei valori percorrendo costantemente il doppio registro della analisi storica delle istituzioni e della con testualità, dandoci una serie ampia di riflessioni sul ricorrente tema della alternativa tra potere politico e libertà.

L’ordine politico di cui ci parla Matteucci è incentrato sull’ideale di libertà. Ed è quindi comprensibile come negli anni successivi alla Costituzione del 1948 la sua concezione dei rapporti politici si sia rivelata minoritaria ed emarginata rispetto alla dominanza di una lettura egualitaria della costituzione che è stata lungamente influenzata dalla posizione marxista e cattolica. Matteucci rispetto alla lettura egualitaria ha sempre dato la netta precedenza a quella delle libertà (cfr. Il liberalismo in un mondo in trasformazione).
Inoltre è importante sottolineare come Matteucci consideri l’ordine politico come un quid in continua evoluzione e non statico. Le soluzioni organizzative del potere e il regime delle libertà si rinnovano adeguandosi alla realtà dei tempi. L’approccio dinamico è dunque caratteristico del suo modo di pensare (si veda il suo richiamo alle riflessioni di Macchiavelli sulla capacità di rinnovamento dell’ordine politico romano come causa spiegante la grandezza di Roma: Alla ricerca dell’ordine politico. Da Machiavelli a Tocqueville, 1984).
Il dinamismo attraverso cui si sviluppa l’ordine politico rende palese il senso del realismo che pervade molte delle riflessioni di Matteucci legate spesso alla analisi storica degli ordinamenti, analisi che fa continuamente emergere la sua sensibilità e il suo altissimo grado di conoscenza dei dati storici. Penso ai suoi numerosi contributi in cui si analizzano le vicende degli stati e alla competenza con cui tratta quella che i costituzionalisti ritengono una delle componenti essenziali della loro dottrina: il capitolo delle “forme di stato e di governo” o dei “regimi politici”. (si vedano al riguardo: Organizzazione del potere e libertà, 1976; Lo stato moderno. Lessico e percorsi, 1993, in cui sono pubblicati numerosi saggi che toccano l’argomento).
Questo realismo si tocca anche con riguardo al modo con cui valuta in concreto il regime delle libertà: la sua dottrina del costituzionalismo è influenzata dal modo concreto in cui le libertà si atteggiano nelle società contemporanee. Si manifesta quindi chiaramente l’influenza sul suo pensiero dell’opera di Tocqueville quando svolgeva le sue considerazioni sulle libertà sviluppate dalla pratica dei rapporti politici nella società nordamericana.

Le sue riflessioni sull’ordine politico includono anche una interessante incursione sul tema della modellistica costituzionale (cfr. Dal costituizionalismo al liberalismo, cit., par. 5; Organizzazione del potere e libertà, cit., cap. IX).
Dopo aver esaminato lo sviluppo delle istituzioni politiche e delle ideologie che le avevano influenzate nel corso dell’età moderna, soffermandosi in particolare sulla esperienza britannica, statunitense e francese, Matteucci tira le conclusioni delle sue analisi dando una impostazione sistematica al materiale esaminato e individuando i modelli cui si ispireranno le forze politiche nel corso dell’ottocento e del novecento. Forma parlamentare e presidenziale nella esperienza britannica e statunitense consentono di assicurare il mantenimento proficuo della distinzione fra gubernaculum e iurisdictio salvaguardando quindi l’esigenza del rispetto della garanzia dei diritti da parte del giudiziario nei confronti dell’azione del potere politico attivo, mentre la forma assembleare verso cui propendono molte esperienze di costituzioni che hanno formalmente scelto la forma di governo parlamentare viene vista come pregiudizievole per le garanzie costituzionali.

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Uno dei filoni più noti dell’attività di ricerca di Matteucci è offerto dalla sua critica del positivismo giuridico (Positivismo giuridico e costituzionalismo, 1963, e ristampa 1996). In questo, come è stato già notato da diversi contributi (penso ad esempio all’articolo che Panebianco ha scritto sul Corriere della sera il 9 dicembre 2006, subito dopo il convegno bolognese) Matteucci si distingue per aver tracciato una chiara linea di demarcazione fra positivismo giuridico e costituzionalismo. Il positivismo giuridico nel corso dell’ottocento e del primo novecento aveva trasformato la costituzione da presidio delle libertà a modalità organizzativa intesa a ordinare i poteri dello stato. Si spiega in tale contesto l’accentuazione del ruolo dello stato che pur essendo universalmente definito come “stato di diritto” veniva riconosciuto come figura dominante che tutto sovrasta e in cui i diritti individuali sono tendenzialmente riconosciuti solo in quanto funzionali allo stato stesso.
Matteucci spende anni di studi e ricerche sui classici per dimostrare che lo statalismo positivista non si concilia con il liberalismo correttamente inteso che è invece incentrato sulla preminenza dei diritti di libertà.
Particolarmente interessante il suo approfondimento circa la differenza fra stato di diritto caro ai positivisti continentali e il concetto di rule of law proprio della tradizione anglosassone e recepito dal costituzionalismo nordamericano. Mentre il primo concetto si era rivelato del tutto compatibile per la salvaguardia di una concezione statalista dei rapporti fra stato e cittadino, il secondo faceva riferimento a un insieme di garanzie consolidate nel tempo a tutela del ruolo della persona nei confronti degli abusi del potere politico, affermatosi in Inghilterra nel quadro delle antiche consuetudini del regno, delle conventions e della giurisprudenza dei giudici e quindi consolidatosi nella costituzione scritta degli Stati Uniti.

In quest’ottica viene operata una netta inversione dei rapporti di valore. La libertà, non lo stato, è il valore prioritario e la costituzione è il palladio delle libertà che non viene subordinata allo stato ma che, al contrario, condiziona con i sui valori propriamente liberali lo stato stesso. Matteucci è fra quelli che con un sensibile anticipo rispetto alla generalità della dottrina costituzionale ha aperto la strada al superamento dello stato di diritto ottocentesco e all’affermarsi al suo posto del concetto di “stato costituzionale” fondato sui valori della costituzione. Come ha notato Fioravanti (nel saggio recentemente pubblicato nel libro su Matteucci di cui ho fatto cenno) nello scritto su positivismo e costituzionalismo emerge la consapevolezza della costruzione di una nuova cultura costituzionale, al di là dei confini del vecchio stato di diritto, non più adeguato alle esigenze dello stato delle odierne democrazie.
Può in proposito sembrare singolare che nonostante la adozione della Costituzione repubblicana del 1948 la concezione statalista connessa al positivismo giuridico continuasse a manifestare una forte influenza. Oggi si dà per diffusamente accolta la idea della costituzione come tavola dei valori. La preminenza dei valori di libertà è largamente condivisa, come pure la natura strumentale dello stato quale apparato pubblico rispetto alle esigenze sociali. Ma così non era negli anni cinquanta dello scorso secolo. E anche in tale campo Matteucci combatteva quindi con le sue idee una battaglia d’avanguardia per molti anni solitaria e la sua polemica con Bobbio proprio su questo fronte è indicativa del clima culturale del tempo.

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Si può quindi venire alla conclusione di queste riflessioni per sottolineare la saldatura che Matteucci opera fra costituzionalismo e liberalismo. La sintesi efficace che ci propone è quella che passa attraverso l’evidenza della necessaria compresenza di garanzie formali/procedurali affidate al rigore delle norme (il costituzionalismo come procedura della democrazia) e valori (il liberalismo come concezione etica). Distinzione chiaramente ribadita nella prefazione alla seconda edizione del suo Liberalismo in un mondo in trasformazione (1998). In parallelo viene con insistenza ribadito che le garanzie hanno al centro il valore della persona, non quello di astrazioni quali la collettività o il popolo.Il liberalismo, dice Matteucci, “si è sempre mosso fra due complementari esigenze: da un lato la difesa dei diritti dell’individuo e, dall’altro, il controllo dei governanti”, ma sullo sfondo vi è sempre l’individualismo che primeggia sulle astrazioni. Individualismo che non significa esclusione della considerazione per la esigenza di considerazione solidale dei diritti altrui.

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Le riflessioni che precedono toccano soltanto alcuni aspetti della poliedrica personalità di Matteucci ed è inevitabile che siano quelle più naturali e agevoli per chi è portato ad apprezzare la competenza di Nicola Matteucci come studioso del costituzionalismo, ma anche come storico delle costituzioni e esperto di diritto costituzionale. Altri si occuperà nei propri interventi di ricordare i diversi profili della sua personalità di scienziato e uomo di cultura.
Nell’insieme, credo di poter sintetizzare che la nostra attenzione va a una personalità antidogmatica, aperta continuamente al confronto intellettuale, scevra da asprezze polemiche, ma con una ferma determinazione nella scelta dei valori di riferimento nei cui confronti non ammise mai compromessi. Ma anche a una personalità tenace e coraggiosa che era cosciente di far parte di una esigua minoranza di intellettuali liberali, destinato a rimanere al di fuori del circuito del potere, che ha avuto il grande merito di mantenere saldezza di idee in un lungo periodo della sua vita quando tali idee, come lui stesso ha sottolineato nella prefazione alla più recente edizione del suo Liberalismo in un mondo in trasformazione, erano considerate un relitto del passato di scarso interesse per gli intellettuali e per le mode politiche del momento.
Infine, va anche in questa occasione sottolineata una considerazione che oggi appare da molti condivisa: Matteucci ha anticipato di decenni la individuazione di principi di riferimento della cultura politica che oggi dovrebbero apparire scontati e largamente condivisi, ma che in realtà sono il velo sotto cui rimane sedimentata quella cultura sostanzialmente reazionaria e populistica che lui ha acutamente individuato e sottoposto alle sue acute notazioni critiche.
Nel ricordare il pensiero di Matteucci ci proponiamo anche di ribadire alcune sue convinzioni: il costituzionalismo liberale quale essenza dei valori di libertà e la costituzione intesa come tavola dei valori; il liberalismo come antidoto a ogni forma di totalitarismo; il rifiuto di una lettura egalitarista della democrazia.

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