Le trasformazioni del mondo e il liberalismo
di Raimondo Cubeddu
1. Debbo confessare che inizio ad avere qualche perplessità su
quell’’ottimismo liberale’ che vedeva nell’incremento della libertà individuale
la via per giungere al ‘miglior regime politico’.
Ci sono vari modi di intendere il liberalismo, ma se ci si dovesse chiedere
quale fosse il suo progetto iniziale si dovrebbe anche riconoscere che esso era
originale ed ambizioso. Nel corso dei secoli tale progetto ha concluso molte (o
forse troppe) “paci col mondo”, e gli innumerevoli compromessi che ne hanno
caratterizzato la storia lo hanno, anche se in parte, trasformato. Tuttavia,
come tutte le filosofie politiche degne di questo nome, la sua convinzione del
primato della libertà individuale si è mantenuta perché è riuscita a recepire,
senza snaturarsi, i mutamenti del mondo e ad integrarli nel corpus dottrinario
originario. È indubbiamente vero che gli innumerevoli aggettivi che son stati
aggiunti al termine ‘liberalismo’ (economico, democratico, sociale, etc.), e che
son testimonianza del suo successo, gli hanno pure fatto correre il rischio di
trasformarsi in un’ideologia sovente distante e diversa dal corpus dottrinale
iniziale. Ed è anche innegabile che questo si è venuto a creare e a definire nei
secoli e per l’apporto di molti pensatori che vi hanno aggiunto riflessioni,
teorie, esperienze, e talora anche elementi spurii. Che hanno cercato di
adeguarne la tesi ai tempi e alle circostanze. Talora allontanandosi, e talaltra
tornando ad esso. Tuttavia, non dirò nulla su quelle che sono le mie preferenze
in tema di ‘vero liberalismo’.
Il liberalismo in un mondo in trasformazione fu una delle mie prime letture
universitarie. Apparve nel 1972, quando iniziai gli studi universitari, e mi fu
di innegabile conforto, benché per molti anni i ‘miei autori’ non furono quelli
di Matteucci. Anni dopo, quando iniziai ad avere il coraggio di confrontarmi con
lui, mi definì anche “un liberale settario”. Una medaglia a cui tengo molto.
Quell’apertura di Matteucci a pensatori liberali diversi da quelli sui quali si
era ostinatamente attardata la tradizione italiana fu una scossa salutare non
soltanto per noi giovani, ma per l’intera cultura politico-filosofica italiana.
E per quelli di noi che avevano iniziato a leggere Popper ed Hayek, e che in
cuor nostro rimproveravano a Matteucci di non essersi spinto sufficientemente
avanti, fu comunque importante renderci conto che quegli autori che ci
sembravano così innovativi, avevano con la tradizione un legame più forte di
quello che riusciva a scorgere la nostra giovane mente. Troppo aperta alle
novità da rischiare di dimenticare il passato. Quel libro fu, a dirla in breve,
l’antidoto ad una mania di novismo che avrebbe potuto farci perdere tra le
trasformazioni del mondo.
Studioso di inesausta curiosità, Matteucci aveva ben chiaro che per definire
qualcosa come ‘nuova’ bisognava fare i conti con la storia del pensiero, e che
essa poteva ridimensionare ma anche rivalutare. La lezione, che da allora non si
interruppe, fu, ancora una volta, salutare. Anche perché Matteucci riusciva
farla vivere nel presente, illuminandone l’analisi proprio col mettere in luce
la vitalità e l’attualità dei princìpi liberali nelle circostanze in cui era
necessario scegliere.
2. In questi tempi assistiamo a quella che forse è la maggiore trasformazione
del mondo avvenuta dacché il liberalismo sorse appunto come risposta a quella
altrettanto radicale trasformazione del mondo che chiamiamo modernità.
Quale sia il progetto del liberalismo nessuno dei suoi esponenti lo ha enunciato
con parole semplici ed esplicite. Per enuclearlo è necessario tornare ad uno dei
suoi padri, Locke (pensatore, non a caso, caro a Matteucci), a si debbono i
concetti fondanti del liberalismo, e in assenza dei quali esso non si reggerebbe
o diverrebbe la pietosa parafrasi di qualche altra dottrina o teologia politica.
Mi riferisco ai Natural Rights e all’abbozzo dell’idea di costituzionalismo. Si
tratta di due concetti la cui storia affonda certamente nel passato, ma ai quali
Locke attribuisce una latitudine nuova e feconda, dalla quale, in seguito, si
svilupperanno tanto la tradizione Libertarian, quanto la tradizione del
costituzionalismo. Dunque, e per molti versi, la tradizione politica occidentale
che pone al centro l’idea di libertà individuale.
Un filosofo politico contemporaneo che non amava né Locke, né il liberalismo:
Leo Strauss, ce ne ha lasciato una limpida ed perspicua definizione che, pur
potendo apparire forzata, dà comunque l’idea di quanto ambizioso ed originale
fosse quel progetto. Per Strauss, il liberalismo di Locke è «la soluzione del
problema politico mediante mezzi economici»; una soluzione che «si regge o cade
sulla distinzione tra stato e società e sul riconoscimento di una sfera privata,
protetta dalla legge, ma ad essa impenetrabile»; e che consiste
nell’affermazione della possibilità di un ordine politico non fondato sulla
virtù, e perciò rivoluzionario «non solo rispetto alla tradizione biblica, ma
anche rispetto a quella filosofica». Di conseguenza, e per quanto il liberalismo
non sia costitutivamente avverso alle religioni, ed al cristianesimo in
particolare, non può essere considerato come una sorta di cristianesimo
secolarizzato e relativizzato.
Ad un altro filosofo politico, che invece amava il liberalismo (ma non
particolarmente Locke) vale a dire a Friedrich A. von Hayek (pensatore anche lui
caro a Matteucci), si deve invece una sintetica definizione del suo destino:
- Quando Montesquieu e i padri della costituzione americana formularono
esplicitamente l’idea di una costituzione come insieme di limiti
all’esercizio del potere, in base ad una concezione che si era sviluppata in
Inghilterra, fondarono un modello che, da allora in poi, il
costituzionalismo liberale ha sempre seguito. Il loro scopo principale era
di provvedere delle garanzie istituzionali per la libertà individuale, e lo
strumento in cui riposero la loro fiducia fu quello della separazione dei
poteri. Nella forma in cui noi la conosciamo, tale divisione tra il potere
legislativo, giudiziario ed esecutivo, non ha raggiunto gli scopi per cui
era stata progettata. Dovunque, per via di mezzi costituzionali, i governi
hanno ottenuto poteri che quei pensatori non intendevano affidar loro. Il
primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme
costituzionali è evidentemente fallito.
Hayek non pensava affatto che quell’idea iniziale avesse perso la sua
validità, ma che occorresse chiedersi come mai quel tentativo fosse fallito e
così ci ha lasciato una pressante indicazione del compito che oggi, in un mondo
si è trasformato e che è diventato ancor più complesso, che spetta al
liberalismo.
Dei caratteri di tale trasformazione, e della perdurante validità dell’idea
della libertà individuale, vorrei dunque parlare iniziando col chiedermi se, in
società sempre più caratterizzate da allarmanti e crescenti asimmetrie nella
produzione e nella distribuzione della conoscenza (fenomeno ben noto ad Hayek),
sia ancora possibile che si formi un ordine politico che abbia le
caratteristiche ed i requisiti di quello che era negli auspici dei pensatori
liberali.
Quel che mi chiedo –e che è a fondamento del mio pessimismo– è se in una
situazione come quella poc’anzi tratteggiata, non sia possibile: 1) che «per
varie ragioni i processi evolutivi spontanei possono condurre ad un’impasse da
cui non possono districarsi con le proprie forze, o, almeno, da cui non riescono
a correggersi abbastanza velocemente»; 2) che non avvenga un «rapido adattamento
del diritto a circostanze interamente nuove»; 3) che il lasso di tempo che corre
tra l’emergere di «new circumstances» e il momento in cui tutti i partecipanti
ne possono prevedere le conseguenze, possa essere tanto lungo da consentire a
chi produce e gestisce le novità di trasformare un potere momentaneo in uno
duraturo .
Cosa resterebbe infatti del progetto originario del liberalismo se si dovesse
constatare che in una situazioni caratterizzate da un repentino e frequente
emergere di novità, la produzione legislativa di regole è preferibile (perché
più tempestiva) all’attesa di un loro emergere spontaneo (che può essere più
lento, o che può anche non realizzarsi)?
Il problema che intendo affrontare è se il liberalismo sia tuttora in grado di
dare una risposta a ciò a cui assistiamo noi oggi. In altre parole al fatto che:
a) le aspettative individuali, ossia il sistema di valori e di razionalità
individuale e sociale, possono mutare ad una velocità tale che le regole e le
istituzioni che si formano “spontaneamente” (e ancor più quelle di produzione
politico-legislativa) non riescono a seguire; b) che tale asimmetria produce
incertezza e quindi, rallentando il processo di formazione di un ordine,
paradossalmente, maggior bisogno di politica; e, c) che il modo in cui la
filosofia politica continua ad affrontare il tema dell’incertezza: tramite
tentativi di produrre ordine accelerando i processi sociali con strumenti
coercitivi si sta dimostrando sempre più fallimentare.
In breve, mentre il liberalismo pensava che l’incremento della libertà
individuale avrebbe potuto produrre ordine, e perciò ridurre il bisogno e la
necessità di politica, noi, oggi, ci troviamo, per dirla con Douglass C. North,
di fronte ad un mondo sempre meno ‘ergodico’. E tutto ciò induce a chiederci se
la teoria liberale delle istituzioni e della loro formazione sia, se il fenomeno
dovesse permanere, sempre valida.
L’affermazione e la permanenza delle istituzioni si sta sempre più legando alla
loro capacità di accelerare i processi di formazione di regole in relazione alla
recezione delle aspettative individuali e sociali. Ma questo, se da una parte
porta ad immaginare che favorirà l’affermazione di istituzioni sociali non di
stampo liberale (o per lo meno non aventi le caratteristiche tipiche
dell’individualismo, nel senso che tenderanno a privilegiare le istanze sociali
organizzate piuttosto che le libertà individuali), dall’altra parte induce a
fare i conti col fatto che le ‘cattive istituzioni’, per lo meno nel breve
periodo (ma del ‘lungo’ non sappiamo molto!), tendono ad affermarsi a scapito di
quelle buone. E che queste ultime, comunque vadano le cose, sono costrette ad un
confronto che, a secondo della distribuzione della conoscenza degli individui
coinvolti, può decretarle sconfitte.
3. Solleciterò quindi la vostra attenzione sulle possibili conseguenze del fatto
che il tempo in cui gli individui, trasformando le informazioni disponibili nel
‘mercato delle idee’, formano le proprie conoscenze, i propri valori, le proprie
aspettative e credenze, e le modificano, non soltanto tende sempre meno a
coincidere con quello in cui le istituzioni si adattano a tali cambiamenti. Ciò
che potrebbe rendere difficile l’affermarsi di una qualsiasi ordine, insieme di
regole più o meno complesse, o istituzione.
Mi chiedo così cosa potrebbe succedere al sistema della catallassi se le
informazioni di cui dispongono gli individui, ed i fini che perseguono, fossero
tanto diversi da dar vita ad un sistema di prezzi così diversificato e
frammentato da non costituire più un modello di orientamento.
Per secoli, mercato e politica sono stati considerati prevalentemente come
modalità complementari per accelerare e per governare i processi sociali verso
un fine (o una pluralità gerarchicamente ordinata di fini) ritenuto possibile ed
auspicabile. La politica veniva prevalentemente intesa come una modalità
decisionale in grado di assicurare vantaggi tanto nel breve quanto nel medio e
nel lungo periodo. Ora sembra che tale modello –fondato sulla generalizzazione
di diritti e di doveri all’interno di uno stato-nazione caratterizzato da un
insieme più o meno ampio di credenze condivise– stia per essere soppiantato
dando vita a due fenomeni tra di loro contraddittori come quello della
globalizzazione del mercato della conoscenza, dei talenti e dei beni, e quello
della parcellizazione delle aspettative che sempre più spesso vengono confuse
coi diritti.
Come se non bastasse, dobbiamo anche fare i conti con una situazione in cui:
- il fatto che il lasso di tempo che intercorre tra una qualsiasi scoperta
scientifica e la sua diffusione sociale tende a restringersi;
- la circostanza che il tempo impiegato dalla politica a compiere delle scelte
collettive è in costante e generale crescita;
- la tendenza delle aspettative individuali a formarsi in contesti
socio-culturali che finiscono per avere sempre minori relazioni con quelli in
cui si esprimono politicamente;
- il fatto che la grandi innovazioni e modificazioni riguardanti la vita
individuale e sociale tendono a realizzarsi fuori dalla sfera pubblica, impone
un ripensamento sulla politica come attività prevalentemente di government.
Tutto ciò induce a pensare seriamente alla possibilità di distinguere la
politica dalla forma istituzionale: lo stato, in cui si è finora espressa, alla
possibilità che si possa fare a meno della politica, e alla reale possibilità
del mercato di prenderne il posto.
Assistiamo così ad un continuo emergere di novità, a quelle che un tempo si
sarebbero definite rivoluzioni, che hanno evidenti implicazioni politiche ma che
non sono rivoluzioni politiche in senso tradizionale. Esse, infatti -e si tratta
dell’aspetto decisivo della questione- sono avvenute fuori dal contesto
decisionale della sfera pubblica e, forse, nessuno dei loro padri aveva previsto
che potessero avere conseguenze tanto vaste. E neanche che potessero proporsi
come soluzione di problemi che non si immaginavano, e che accanto a nuovi
problemi avrebbero prodotto anche nuove ed altrettanto inaspettate opportunità.
È indubbiamente vero che la progettualità di tipo ideologico è stata
fallimentare e che ci si trova di fronte ad una realtà sociale sempre più
caratterizzata da asimmetrie conoscitive, da vincoli formali e da valori comuni
sempre più tenui, e perciò fragili, che stanno relegando un numero sempre più
ampio di individui nella funzione di consumatori (di beni, informazioni e
servizi) dotati però di aspettative e di credenze irrealistiche, e rivendicanti
‘diritti’ privi di doveri che si stanno rivelando non complementari. Ed è anche
vero che tutto ciò finisce per dar vita ad una massa di cittadini dotati di
strumenti decisionali per esprimere socialmente e per rappresentare
politicamente la propria crescente incapacità di distinguere ciò che può essere
realizzato dal mercato, dalla politica, dalla tecnologia e, in generale, dalle
istituzioni, da ciò che invece esse non sono in grado di realizzare.
Di conseguenza non si può evitare di chiedersi quale potranno essere i futuri
ruoli del mercato, della politica e dello stato, e, soprattutto, se uno dei tre
potrà sopravvivere, ed eventualmente in quale forma, alla scomparsa degli altri
qualora non potessero più avere la parola decisiva sulla nascita e neanche sulla
diffusione delle idee.
Ma ciò che a mio avviso interessa in modo particolare il liberalismo è se il
mercato potrà veramente riuscire a prendere il posto della politica in un mondo
nel quale il tempo in cui le idee -delle quali è impossibile controllare
politicamente e socialmente i processi di nascita e di diffusione- tendono
sempre più rapidamente a trasformarsi in conoscenza, e di qui in nuove
opportunità ed aspettative, distribuite a loro volta in maniera casuale ed
instabile, dando vita, altrettanto rapidamente, a fenomeni sociali che talora
chiedono qualcosa alle istituzioni, e che talaltra, e sempre più spesso, le
fanno perfino apparire superflue.
Infatti, e per effetto (ma non solo) della frammentazione sociale prodotta dal
modo in cui tale accelerazione ridistribuisce il tempo nella società (fenomeno
per certi versi analogo a quello della distribuzione casuale della conoscenza
messa in luce da Hayek)- gli individui tendono a sviluppare nuove e non
complementari aspettative. Pertanto, il numero di quanti condividono i ‘vincoli
informali’ tende a diminuire per il fatto che le scelte che si generano in
conseguenza di tale fenomeno possono essere anch’esse non complementari e dar
vita a nuovi ‘vincoli informali’ i quali implicano nuove regole e nuovi ‘vincoli
formali’ (il cosiddetto ‘processo di cambiamento istituzionale’).
Di conseguenza, per quanto le novità possano essere di tipi diversi e provenire
da disparati ambiti della creatività umana, esse mettono comunque in luce due
cose.
La prima è che la politica, preso il carattere della progettualità e
dell’imperio, e sembra ridursi ad elaborare criteri di distribuzione (che
possono essere ispirati da ideali religiosi, etico-ugualitari, libertari, di
utilità sociali, o altri ancora), ossia a regolare gli effetti, più o meno
previsti e/o desiderati, di ‘iniziative’ altrui.
La seconda è rappresentata dalla circostanza che il tempo in cui gli individui
si aspettano (o, sempre più spesso, pretendono) che vengano soddisfatte le loro
pretese (da non confondere col tempo biologico che, al contrario, in questi
decenni si è allungato) tende sempre meno a coincidere col tempo impiegato dalla
politica a compiere delle scelte e a produrre normativa.
In via preliminare tutto questo induce a riflettere su una serie di circostanze:
- che la conoscenza e le aspettative tendono a sorgere, a svilupparsi e a
diffondersi seguendo modalità di trasmissione delle informazioni che sono
sempre meno controllabili, o gestibili, dal mercato e dalla politica;
- che il mercato e la politica si mostrano sempre più in affanno nel
controllare le ripercussioni sociali, ed anche economiche, connesse sia alla
pratica delle religioni e confessioni tradizionali dell’Occidente, sia
all’inserimento nel suo contesto di valori e di regole sociali di individui
e di gruppi appartenenti ad altre religioni;
- che è forse giunto il momento di chiedersi se le modalità in cui
avvengono le decisioni politiche –modalità che nei paesi democratici
occidentali sono sostanzialmente quelle teorizzate dalla tradizione del
costituzionalismo liberale e dalla teoria milliana del governo– siano ancora
efficienti e valide in un mondo che da allora ha subito tanti e così
radicali cambiamenti;
- che se fino a pochi decenni fa si pensava che il mercato e la politica
dovessero occuparsi della produzione e della distribuzione dei beni e
restare indifferenti alla circolazione e alla diffusione delle idee e del
tempo, ora, come si è visto, si avverte sempre più chiaramente che tale
posizione non è più sostenibile per il fatto che la diffusione delle idee
–l’economia della conoscenza– tende a produrre asimmetrie conoscitive che
rendono sempre più tenui i ‘vincoli informali’ (o valori condivisi)
all’interno di un’‘associazione politica’; modificano in continuazione le
aspettative e i valori individuali e sociali; pongono sempre nuove, onerose
e contraddittorie domande alle istituzioni;
- che l’uso dello strumento dell’obbligazione politica, ovvero degli
strumenti coercitivi fondati su scelte collettive deliberate da un’autorità
sovrana, tende a diventare sempre più difficile, gravoso e meno efficace per
via del fatto che la conoscenza (e quindi lo sviluppo economico) tende a
collocarsi dove ritiene (magari sbagliando o seguendo trends di breve
periodo) di trovare l’ambiente migliore;
- che si accetta questa logica, la politica finisce per trasformarsi in
una modalità di rallentamento del cambiamento (che può avere anche degli
effetti salutari in quanto concede più tempo per capire i cambiamenti e per
adeguarvisi), ma il cui costo è la dislocazione dell’innovazione in ambienti
ad essa più favorevoli, mentre il risultato è che si lasciano inalterate le
aspettative individuali e sociali (per via della facilità di diffusione
della conoscenza e di accesso alla medesima), e che si riduce drasticamente
la quantità di risorse a disposizione della società e della politica.
In altre parole, gli stati che non riescono a seguire i ritmi del
cambiamento vengono saltati dai suoi effetti positivi pur recependone quelli
negativi: crescita esponenziale delle aspettative individuali e sociali non
complementari e, sempre più spesso, prive pure di realismo.
4. Viene così da chiedersi quali mai potrebbero essere le conseguenze del
fatto che i fenomeni sociali, essendo fenomeni culturali, e non naturali, non
soltanto non tendono spontaneamente verso una sola direzione, ma, molto spesso,
non tendono ‘naturalmente’ in nessuna direzione e, tanto meno, verso il meglio.
Ciò su cui intendo richiamare l’attenzione è, in definitiva, che se la
conoscenza e le aspettative individuali sono caratterizzate da una dimensione
temporale che non corrisponde a quella delle istituzioni e, in particolare, a
quello della politica, il loro ‘governo’ diventa quasi impossibile.
Ma non ci si può illudere che il mercato possa restare indifferente a questo.
All’incremento del bisogno sociale di certezza finisce infatti per corrispondere
una crescente incapacità del mercato e, soprattutto, della politica di produrne
nel tempo atteso dagli individui. Questa situazione –come si è detto– genera, a
sua volta, ulteriore incertezza e, paradossalmente, maggiore domanda di
politica. E così, chi pensava di potersi liberare se non della politica per lo
meno dello stato incontra una cocente delusione. Forse perché, avendo immaginato
che politica e stato fossero progettualità e accelerazione, si trova a dover
prendere atto che erano, e sono, soltanto dei tentativi organizzati di ridurre
l’incertezza.
All’origine di questo fenomeno è probabilmente la scomparsa della distinzione
tra diritti individuali ed universalizzabili (che dovevano essere garantiti,
assicurati o realizzati dal diritto e dalle istituzioni politiche) e aspettative
individuali che, nella loro forma soggettiva, dovevano essere realizzate
autonomamente dagli individui stessi all’interno del quadro rappresentato dal
diritto (inteso come insieme di norme generali ed astratte) e dalla
costituzione.
Chiedendo allo stato di occuparsi di ogni problema e di realizzare ogni
aspettativa, la distinzione pubblico/privato è così caduta; e la politica, con
esiti sempre meno soddisfacenti, si è trovata, anche contro la propria volontà,
a doversi preoccupare di tutto e ad essere valutata non per la sua capacità di
fornire a prezzi accettabili beni pubblici e certezza, ma per la sua capacità di
soddisfare ogni tipo di soggettiva e transitoria aspettativa.
Se la politica, e la filosofia politica, si sono ritrovate impreparate di fronte
a tante novità e al dilatarsi incontrastabile delle aspettative e delle credenze
individuali e sociali, non è è il caso di illudersi che tutto ciò non possa
avere conseguenze negative anche per quanto concerne il funzionamento del
mercato e dunque la possibilità che esso produca ordine.
Ne consegue che è diventato pressoché impossibile evitare di chiedersi quale sia
ormai il ruolo della politica e quali siano le sue reali capacità di risolvere
situazioni caratterizzate da una marcata asimmetria nella distruzione della
conoscenza nella società. In altre parole se l’elaborazione di un criterio per
selezionare le preferenze individuali e sociali e i tempi della loro
realizzazione possa essere ancora affidato alla politica.
Tale difficoltà, in definitiva, accresce, anche in maniera irrazionale, sia il
bisogno di sicurezza (ogni qual volta si avverta una minaccia o se ne abbia
sensazione), sia la richiesta, a questo punto anch’essa irrazionale, di
politica; e induce quest’ultima a dilatare le proprie competenze nel vano
tentativo di vincolare le scelte e le apprensioni individuali ad improbabili
criteri di razionalità o di giustizia, a norme rigide, o a fissarle essa stessa
sperando così di ridurre la problematicità delle scelte e le conseguenze prima
menzionate.
La tradizione liberale non ignorava il problema del come si genera o si produce
un ordine e di come mantenerlo; né ignorava che senza un ordine, o la diffusa
credenza di una tendenza ad esso, il clima sociale diverrebbe incerto e sarebbe
potuto degenerare in forme di instabilità che presto o tardi avrebbero finito
per proiettarsi negativamente sul funzionamento e sull’efficienza del mercato, e
sulla sua stessa esistenza. Il fatto è che la tradizione liberale ‘faceva
teoria’ in un mondo in cui il mercato non si era ancora pienamente realizzato, o
non era ancora esteso come ora, e che pensava, o, detto diversamente, sperava
(ed è, paradossalmente, la posizione dei suoi teorici più scettici) che esso,
intendendo i prezzi come il più solerte ed efficiente sistema di trasmissione di
conoscenza, avrebbe prodotto imitazione dei comportamenti ‘virtuosi’ e che ciò,
unitamente al diffondersi di comportamenti complementari, avrebbe prodotto, sia
pure come conseguenza non diretta, un ordine.
Si era così creduto di aver trovato una nuova teoria generale dell’azione umana
che avrebbe posto le premesse per un calcolo razionale dei comportamenti e delle
risorse umane incentrato sull’assunto della scarsità di tempo e di beni di
contro all’illimitatezza dei fini, dei valori e delle aspettative. Un assunto
tutto sommato realistico che teneva conto del fatto che non tutto ciò che si
desidera, o si auspica, può essere realizzato nei tempi e nei modi attesi da
individui dotati di tempo scarso e di una conoscenza limitata e fallibile.
Ma il mercato, inteso come produttore e distributore di conoscenza, può dare i
suoi frutti migliori in un ambiente istituzionale di tipo liberale e non di tipo
democratico. In un ambiente istituzionale fatto di vincoli informali
sufficientemente forti e di una limitazione costituzionale, e comunque reale,
dell’entità ed ampiezza delle scelte pubbliche. Diversamente, il mercato può
produrre una molteplicità ingovernabile di aspettative. Tant’è che oggi si
constata che sono più i ‘fallimenti’ della democrazia e della religione (ormai
incapaci di produrre omogeneità sociale tramite l’educazione o la pratica di
valori religiosi ed etici), che non quelli del mercato a costituire un ostacolo
a quei comportamenti imitativi dai quali ci si aspettava tanto. Il mercato,
detto altrimenti, riesce a soddisfare più aspettative di altre istituzioni, e
non è affatto detto che – per il fatto che non può arrestarsi– ne crei più delle
altre.
Il modello di ordine politico immaginato dai liberali era quindi un qualcosa che
avrebbe potuto dare i suoi frutti migliori in un ambiente di Rule of Law, o di
Natural Rights (che presuppongono se non forti valori comuni, almeno una forte
adesione a regole comuni). Ed i suoi teorici non ignoravano che ove invece esso
avesse dovuto operare in un ambiente democratico, avrebbe finito per
incrementare non i ‘comportamenti imitativi virtuosi’, ma semplicemente quelle
aspettative individuali e sociali soggettive, instabili ed irrazionali, e quelle
credenze che hanno soltanto una vaga relazione con la realtà, e che si legano a
quella che, tutto sommato, resta l’illusoria speranza che da un controllo
politico del processo di mercato sarebbe stato possibile trarre un numero di
vantaggi maggiore di quanti se ne trarrebbero in un ambiente istituzionale di
Rule of Law.
Soltanto ora ci si inizia a rendere conto che la già difficile convivenza tra
democrazia e mercato -soprattutto quando si svolge in un contesto sociale
caratterizzato dalla crisi dei valori religiosi, dall’inefficienza dei sistemi
educativi e giudiziari, da una produzione e da un’allocazione legislativa dei
diritti che non ha altro fine se non quello del consenso elettorale, e dalla
trasformazione dei diritti naturali lockeani in diritti umani e sociali-
moltiplica all’infinito le aspettative perché lascia prosperare la speranza che
un controllo politico del processo di mercato possa tradursi in maggiori
vantaggi per chi riesce a dirigerlo organizzando l’acquisizione del consenso
intorno alle idee e alle aspettative maggiormente diffuse e condivise
dall’opinione pubblica. Magari cavalcandole irresponsabilmente, salvo poi
trovarsi nella condizione di non poterle, come ovvio, realizzare.
5. Il modello di stato che si è affermato in Occidente in questi ultimi secoli,
non è pertanto quello della tradizione costituzionale liberale, ma quello
cosiddetto ‘sociale’, lucidamente previsto da Bastiat quando lo definiva come la
“grande illusione caratterizzata dalla credenza che tutti possano prosperare a
spese di tutti gli altri”. Ma anche se la ‘grande illusione’ del liberalismo è
stata, in definitiva, quella di pensare di poter sopravvivere in un mondo
democratico perché la democrazia avrebbe ridotto le disuguaglianze tramite
l’educazione di massa e prodotto valori comuni, se ciò non è avvenuto non si può
certo dare la colpa al liberalismo e al mercato.
In tal modo filosofia e la scienza politica si sono entrambe rassegnate a dover
riflettere sulle ripercussioni politiche di mutamenti esogeni alla politica e
hanno perso molta di quell’aura di rispettabilità che derivava loro dall’essere
in grado di elaborare criteri di distinzione sui comportamenti, sugli ideali,
sulle ideologie e sulle istituzioni sociali e politiche.
I classici avevano previsto che la separazione della tecnologia e dell’economia
dall’etica, dalla religione e dalla politica avrebbe potuto produrre conseguenze
nefaste, ed una diffusa incertezza che rende attuale il male endemico della
tirannide. Ma questa è la situazione con cui bisogna misurarci senza illuderci
di poter governare scienza ed economia (diventate nel frattempo un tutt’uno) con
gli strumenti dell’etica, della religione e della politica. Certamente è
possibile fare una pietosa riesumazione e sondare la possibilità di tornare
indietro e di annullarci nei grandi sistemi del passato, ma per poterlo fare con
successo dovremmo anche dimostrare che sia possibile tornare alla Great
Tradition del diritto naturale, e che l’acquisizione della conoscenza possa
avvenire senza costi differenziati, e quindi contemporaneamente per tutti gli
individui. È anche possibile cercare di dimostrare che i moderni hanno torto, ma
è una pericolosa illusione pensare che il futuro della filosofia politica sia
quello di rifugiarsi nei classici lasciando il presente ad un incontrollato
dilagare di aspettative e di incertezze. È altresì possibile immaginare che
esista un mondo governato da leggi, ed indipendente da noi, ma non appare
possibile essere sicuri che avrebbe più senso di quanto ne abbia il nostro:
l’instabile e casuale assemblaggio dei nostri successi di controllare
l’incertezza e dei nostri errori.
Viviamo così una situazione in cui rimpiangiamo un diritto naturale ‘laico’,
forse perché tardiamo a vedere i “pubblici benefici” dei “vizi privati”; e per
di più siamo incapaci di creare una moralità individuale e pubblica che sia, se
non altro, sufficientemente stabile da dar vita ad uno standard ideale che possa
consentire di valutare comportamenti ed aspettative individuali e sociali. La
scommessa moderna era infatti di credere che una società potesse sopravvivere
senza quelle teorie della virtù, forse idealizzate e date per condivise, che
avevano in vario modo caratterizzato la filosofia politica pre-moderna. Abbiamo
rinunciato al progetto machiavelliano di creare la virtù perché (e giustamente)
ci sembrava inaccettabilmente coercitivo, e siamo diventati sufficientemente
saggi da non creder più di poterla derivare dallo studio della storia. Ed ora,
all’inquietante ombra del pessimismo di Hobbes, non resta che vedere se quelle
virtù non-classiche e non-cristiane –ma forse indispensabili– potranno nascere
ed affermarsi come si afferma un ‘ordine di mercato’: non come “teoria
soggettiva della virtù”, ma come “teoria delle virtù soggettive”.
Ma per sapere se sarà vincente ogni scommessa richiede tempo.
Al momento il risultato è incerto, e non possiamo escludere che per poter porre
argine all’incertezza saremo costretti a tornare ad una condizione in cui il
‘tempo delle regole’ abbia la prevalenza su quello individuale, la virtù sul
libertinaggio e la conoscenza sull’ignoranza.
I classici sapevano che le caratteristiche degli esseri umani erano diverse e
che l’acquisizione della conoscenza, della saggezza e della virtù ha un costo
individuale e richiede un contesto sociale determinato e stabile. Noi non
possiamo contare su quest’ultima condizione (e non si tratta di una conquista da
poco), e giustamente disdegnamo l’immobilismo sociale che ne è presupposto.
Tuttavia il nostro errore (ma non del liberalismo) è soprattutto di pensare di
poter accollare il costo di quel processo alla società e di risolverlo tramite
la politica. Soprattutto se si considera che l’elemento che maggiormente depone
a favore dei politici e dei giuristi come creatori di diritto è quello della
loro presunta ‘benevolenza’ nei confronti della società e dei suoi membri. Mi
limito a dire che il mio scetticismo nei confronti dei ‘benevolenti’ non è
dovuto alle modalità con cui vengono scelti, o al fatto che della loro
benevolenza vorrei fare a meno, ma al fatto che non possono essere benevolenti
con tutti e contemporaneamente.
A favore della produzione di regole tramite il modello di “ordine culturale
spontaneo” liberale rimane quindi quel saggio scetticismo smithiano che
consigliava di fare affidamento non sulla benevolenza, bensì sull’interesse dei
produttori di beni e di servizi, e perciò anche di leggi.
E in questo i filosofi politici sono stati meno saggi dei teorici del mercato i
quali in qualche modo, ma non si sa per quanto tempo ancora, sono riusciti ad
eludere il problema che oggi ci assilla, vale a dire come superare le
“conseguenze non intenzionali” prodotte dal fallimento della politica di
produrre ordine. |
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