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Matteucci e gli attuali problemi di una scienza del diritto ad ispirazione liberale (*)

di Giovanni Bognetti

Intendo proporre alcune succinte osservazioni relative agli aspetti più propriamente giuridici e costituzionali del tema generale oggetto di questo convegno: il liberalismo nelle problematiche del mondo contemporaneo. Ma mi pare giusto, dato il fatto che il convegno è inteso anche a ricordare la figura di Nicola Matteucci, svolgere le mie osservazioni collegandole strettamente a punti di vista da lui sostenuti nel corso della sua multiforme opera culturale: non per appropriarmi delle sue fecondi intuizioni, ma piuttosto per indicare quanto, pur in una concordia di idee non sempre totale, egli a mio avviso può continuare ad insegnarci, e quanto pertanto noi a lui dobbiamo.
Le brevi osservazioni toccheranno tre distinti aspetti della problematica giuridico-costituzionale.

1. Storicamente di grande importanza è stato – e rimane – il fondamentale saggio di Matteucci, Positivismo giuridico e costituzionalismo, comparso nel 1964.
Dominava allora in Italia da vent’anni (sotto l’egida di Bobbio) una forma di “nuovo positivismo”, collegata, sul terreno del diritto, con le teorie dell’”analisi del linguaggio”: la scienza giuridica, la sola vera e valida, veniva concepita come analisi e sistemazione – descrittiva e avalutativa – del “linguaggio del legislatore”. Matteucci dimostra nel suo saggio la sostanziale continuità di questa nuova versione con la sistematica concettuale del vecchio positivismo, movente dal presupposto della statualità del diritto e della illimitata sovranità dello stato. Matteucci mette in luce, in primo luogo, che quella sistematica concettuale, nella sua vecchia e nella sua nuova forma, non è in grado di spiegare le reali fondazioni degli ordinamenti costituzionali moderni nella loro genesi storica e nei loro progressivi sviluppi: ne impedisce anzi, proprio sul piano della descrizione oggettiva e scientifica della loro realtà, l’intelligenza. Per conseguire questa non si può prescindere dal ruolo fondante esercitato in proposito dai valori del costituzionalismo, alla cui base sta l’idea di una lex in qualche modo logicamente anteriore al potere politico e intesa a limitarlo (un’idea del resto ricollegantesi alla distinzione già affermata dalla classicità e dal medioevo tra iurisdictio e gubernacolum: secondo i penetranti studi di Mc Jlwain). Sul puro piano descrittivo, non si capisce niente delle costituzioni moderne se non si pone alla loro base, non una potestà costituente pretesa assoluta, appartenga essa allo stato, al popolo o ad altra entità fittizia, bensì l’aspirazione a limitare e dividere il potere politico in funzione della tutela delle libertà fondamentali dell’individuo: primato di valori culturali, cresciuti e tradottisi alla fine in vincente movimento politico, sovra ogni versione assolutistica del potere di imperio, ridotto sempre come tale a sola funzione servente. Alla maturazione culturale dei valori del costituzionalismo, decisivo è stato per lui l’apporto del filone del giusnaturalismo moderno che va da Locke a Kant – mentre ad essa non giovarono gli insegnamenti di Hobbes e quelli degli utilitaristi. –
Nelle prospettive invece della loro traduzione in istituti del diritto positivo, Matteucci ravvisa a ragione nella Costituzione americana la loro più compiuta, coerente, esemplare realizzazione: un capolavoro di ingegneria etico-politica. Molteplici gli studi da lui dedicati al costituzionalismo istituzionale americano, tutti profondi e illuminati; ma sono studi ben noti, e perciò non mi soffermerò su di essi, neanche per indicare i pochi punti in cui la mia interpretazione della materia forse non coincide con la sua. Piuttosto, sento il dovere di segnalare il mio parziale dissenso rispetto alla svalutazione che Matteucci fa, assieme oggi a molti altri (da ultimo anche Panebianco, nel suo bel libro Il potere, lo stato, la libertà, Bologna 2004), del costituzionalismo ottocentesco europeo-continentale e dell’esperienza allora dei nostri “stati di diritto”. Al di là delle diverse garanzie istituzionali (da noi, nessun controllo giudiziario della costituzionalità delle leggi) gli ordinamenti europei riuscirono anch’essi ad assicurare la tutela delle fondamentali libertà, e, attraverso i Codici civili (a partire da quello Napoleonico su su fino al Gesetzbuch tedesco), impressero, per tutta un’epoca, un marchio incontestabilmente liberale all’organizzazione della società (e i principi dei Codici avevano, per gli europei d’allora, valore sostanzialmente costituzionale; valore inficiato soltanto dal sopravvento che ottennero, verso la fine del secolo, le teorie del positivismo statalista e le ideologie nazionalistiche e ultrademocratiche). Ma il pregio del saggio Matteucciano del 1964 non sta solo nella critica del positivismo sul terreno della descrizione di che cosa sono state storicamente (e in genere sono) le Costituzioni occidentali moderne. Riguarda anche l’interpretazione da dare ad esse a fini di applicazione concreta e di sviluppo dei loro principi: tocca anche quella che mi piace chiamare la “Scienza pratica del diritto”. Assurdo pretendere d’esprimere giudizi di costituzionalità – come vorrebbe per lo più il positivismo – sulla base di un’interpretazione formalistica del testo costituzionale, collegata al concetto di un potere costituente astrattamente sovrano assoluto. Occorre vivificarla invece con l’ausilio di valori tratti dalle idee fondamentali del costituzionalismo. L’interprete deve farsene attivo portatore.
C’è in Matteucci, più che in nuce, la distinzione essenziale tra branca storica e branca pratica della scienza giuridica: conoscenza del diritto vivente storicamente realizzatosi e inserimento creativo del giurista nei processi di ulteriore applicazione delle norme. Forse la distinzione non è del tutto sviluppata in lui e portata alle ultime conseguenze. Ce n’è però più che abbastanza per demolire le confuse e confondenti teorie positivistiche tradizionali dei caratteri della scienza giuridica. Oggi quelle teorie sono state definitivamente affossate e la guerra su questo fronte è finita. Ma negli anni Cinquanta e Sessanta pesava sulla cultura giuridica italiana la cappa di versioni particolarmente infelici di quelle teorie e il saggio di Matteucci servì a fare un poco respirare chi allora se ne sentiva oppresso.

2. Non è questa la sede per discutere della migliore definizione in astratto del complicatissimo,controverso concetto di “liberalismo”, spesso utilizzato a designare divergenti e persino opposti indirizzi etico-politici. Partiamo invece dal significato che Matteucci attribuisce al concetto.
Per lui liberale è la fondamentale, valida per ogni tempo, scelta etico-politica del conformare l’ordinamento giuridico in modo da assicurare per quanto possibile all’individuo spazi garantiti ove egli possa esplicare in autonomia le sue molteplici facoltà. Matteucci delinea così l’ideale liberale in termini pratico-empirici, legati alle realtà istituzionali degli ordinamenti, conferendogli una corposità storica concreta che non ritroviamo per esempio nella troppo generica e sfuggente teoria filosofica crociana della libertà come motore eterno della storia. Ma l’ideale liberale deve per lui provvedere a realizzarsi in maniere diverse a seconda delle sfide che gli pongono le diverse fasi di sviluppo della società e della politica. Abbiamo pertanto gli istituti costituzionali di ispirazione liberale classica, successivi al periodo dello stato assoluto e sorti in reazione ad esso; gli istituti liberali adatti alle società in via di industrializzazione e a quelle tutte industrializzate, che tendono peraltro per loro natura a troppo egualizzare (il risultato ne è lo stato costituzional-pluralista).
V’è poi la sfida lanciata dalle attuali società postindustriali e tecnocratiche, che contengono per l’ideale liberale pericoli nuovi, trascendenti la stessa sfera del meramente politico: pericoli ai quali esso deve far fronte e che a suo modo e in parte sta già affrontando.
Lasciamo da parte le analisi che Matteucci fa delle risposte dell’ideale liberale alle varie sfide del passato e del presente da lui individuate, e il suo atteggiamento da ultimo molto preoccupato e pessimista. Accettando il suo parametro generale di giudizio, volgiamo invece lo sguardo alla attualissima sfida che il travolgente fenomeno in corso della globalizzazione dell’economia e delle conoscenze tecnologiche lancia agli istituti delle nostre costituzioni democratiche e in particolare di quella italiana. Che fare in risposta a questa ultima sfida?
Intanto, occorre riconoscere a questo grandioso fenomeno una valenza nell’insieme positiva. Serve ad elevare i livelli di benessere e di cultura dell’intera umanità, in armonia con il compito etico che incombe alla nostra specie di promuovere e diffondere, per quanto possibile, i beni della civiltà sulla terra. Taluni drammatici risvolti del fenomeno, non evitabili nelle attuali condizioni storiche, debbono ritenersi malgrado tutto accettabili nelle prospettive storicistiche di un Vico e di un Hegel. D’altronde, la globalizzazione sta intervenendo finora in un quadro di prevalenti libertà economiche e per opera di iniziative che sorgono per lo più dalla società civile, non da gli stati; due aspetti corrispondenti ai principi della teoria liberale. Nel pensiero di Matteucci la rilevanza civile delle libertà economiche e del mercato non è molto marcata, forse per indiretta influenza della svalutazione crociana del liberismo. Ma non manca, ed è, anche per lui, importante.
Comunque, la globalizzazione crea per i paesi di già avanzata industrializzazione e di maggiore ricchezza (specie per i più deboli tra essi, tra cui l’Italia) gravi pericoli: quelli della possibile perdita di capacità concorrenziale nel mercato mondiale, con rischi di conseguenti destabilizzazioni sociali di seria portata. Gli ammonimenti per questo lato di Tremonti non sono solo avventate fantasie. Per fronteggiare i pericoli non vale però una politica di cieca chiusura verso l’esterno – salve parziali, prudenti, temporanee misure di protezione -. Bisogna sperare in rinnovate vitali iniziative da parte di società civili allertate al difficile compito. Per ciò che riguarda poi le strutture giuridiche del nostro paese relative all’economia - meno all’altezza di quelle di altri paesi – occorre puntare a una loro trasformazione in senso dinamico. Non vale contare su un dirigismo organico dello stato, di cui l’Italia non sarebbe oltretutto capace. E’ necessario invece conferire all’ordinamento profili idonei a liberare le energie potenziali e latenti della società civile, finora troppo compresse da regolamenti corporativi e antimeritocratici, e rimodellare un più agile sistema di Welfare. Anche Matteucci, d’altronde, ha pagine molto significative di critica alle società corporate; e molto possiamo apprendere da lui in proposito.
Per nostra fortuna, l’inserimento costituzionale dell’Italia nella Comunità europea ha imposto e impone al nostro ordinamento di accogliere sotto molti aspetti misure importanti di liberalizzazione, e solo alla Comunità – che giudica da un punto di vista continentale e non grettamente provinciale – spetta di assumere eventuali, necessarie normative di cauta difesa nei confronti di troppo aggressive penetrazioni concorrenziali da parte degli emergenti colossi economici dell’Asia.
Ma resta un vasto campo per un rimodellamento dinamico delle strutture giuridiche della nostra economia ad opera di decisioni e scelte politiche nazionali. Si tratta certo di decisioni e scelte che tocca alle forze politiche di compiere, traducendole in leggi ordinarie. Ma un supporto ad esse, in termini di legittimazione e di poderoso stimolo, potrebbe venire da una nuova configurazione neoliberale della stessa costituzione.
“Società libera” ha auspicato in passato la riforma di vari articoli della Costituzione, rilevanti in proposito (per es., artt. 1, 41). Nella attuale situazione disastrata della politica italiana e delle sue classi dirigenti, parlare di revisioni formali della I° Parte della Costituzione è esercizio futile.
V’è però largo spazio per riletture innovative, rispetto alla vulgata tradizionale, del testo costituzionale e dei suoi articoli chiave. E qui possono soccorrere le intuizioni di Matteucci in materia di scienza del diritto e giurisprudenza.
Nel corso di mezzo secolo la prevalente versione dottrinale e giurisprudenziale della Costituzione nei suoi articoli economico-sociali è stata informata a pesanti pregiudiziali “progressiste”. I poteri dirigisti dello stato sono stati anteposti di diritto alle pur garantite libertà economiche, o almeno considerati a volontà illimitatamente espansibili da parte del Legislatore ordinario.
Ora a me sembra in primo luogo – so di essere su questo punto quasi un isolato – che una genuina, spregiudicata indagine storica, alla Matteucci, della genesi, obiettivamente conflittuale, di quegli articoli, metta in luce invece che nelle intenzioni della maggioranza democratica dei costituenti – in contrapposizione alle opposte intenzioni della minoranza marxista – le libertà economiche facevano premio sui valori del controllo sociale, almeno nella misura tipica di una qualsiasi democrazia capitalistica occidentale contemporanea.
In secondo luogo, quand’anche una approfondita analisi storica non confermasse questa seria supposizione, una concezione non – positivistica della interpretazione di un testo costituzionale consentirebbe agevolmente letture adeguatrici degli articoli chiave, tali da soddisfare le esigenze, in un contesto di stato democratico contemporaneo, delle libertà economiche degli individui, singoli e associati, che sono care al pensiero di Matteucci. In conformità, oltretutto, ai compiti e ai diritti doveri che egli assegnava alla giurisprudenza.
Non potendo entrare qui nei dettagli, rinvio, per una esposizione diffusa della tesi storica qui accennata, allo scritto L’Assemblea costituente e le libertà economiche (in S. Labriola – a cura di -, Valori e principi del regime repubblicano.2.Diritti e Libertà, Bari – Roma, 2006, p.177 – 217), e, per l’indicazione di una possibile “rilettura” neoliberale degli artt. 41,43,46,32,38,40 della Costituzione, da ultimo, riassumendo precedenti contributi, a Cos’è la Costituzione? A proposito di un saggio di Robert Bin (in “Quaderni costituzionali”, 2008 , fascicolo 1).
Chi consideri il compito immane che attenderebbe un Legislatore intenzionato a liberalizzare a fondo le strutture dell’ordinamento giuridico italiano e le resistenze formidabili che opporrebbero i molteplici gruppi di interesse organizzati, oggi protetti dalle leggi, è tratto a ritenere che l’impresa sia impossibile senza una riforma incisiva della Seconda Parte della Costituzione – questa volta necessariamente una revisione formale d’essa - . Semplici provvedimenti di legge ordinaria miranti ad adeguare il sistema elettorale delle Camere è molto improbabile bastino. Per vincere quelle resistenze occorrerebbe un Potere governante fortissimo e adeguatamente legittimato da un diretto voto popolare: una specie di quel “premierato assoluto” che non piace a Leopoldo Elia (il quale, per screditarlo, ne ha inventato il nome), ovvero una copia dell’attuale semipresidenzialismo francese. Chi condivide questo punto di vista trova pieno supporto negli scritti di Matteucci, già in quelli degli anni Sessanta e poi su su su fino ai recenti. Fin dall’inizio, nei suoi studi americani, egli sottolineò il frutto che un ordinamento liberale non respinge l’ipotesi di un Esecutivo “monocratico” e forte; anzi, lo esige. E questa consapevolezza si acuì in lui mano a mano che gli apparivano crescere in seno alla società civile, sostenuti da leggi illiberali, oppressivi poteri sociali di ogni tipo.
Se ci domandiamo quali concrete possibilità si danno che in Italia le liberalizzazioni imposte a partire dagli anni Ottanta dalla Comunità si allarghino e conquistino l’intero campo, bisogna riconoscere che esse, per il prossimo futuro, sono molto sottili. Dappertutto si levano grida denuncianti i rischi di una decadenza del paese; ma la classe politica, che pure le fa proprie, sembra come paralizzata e impotente, divisa fanaticamente al suo interno, prigioniera delle forze che elettoralmente la condizionano. La dottrina giuridica e la giurisprudenza hanno poteri di influenza limitatissimi; ma esse almeno, che non sono costrette a rispondere ad un elettorato, dovrebbero cercare di esercitarli nella giusta direzione, e nella pienezza della loro portata.

3. Nelle prospettive di un liberalismo come quello difeso da Matteucci gli spazi di libertà da assicurare all’individuo non sono quelli pertinenti alla sfera dell’economia; sono semmai, e di più, quelli relativi alla vita culturale e strettamente personale del singolo. Negli ordinamenti giuridici occidentali dell’ultimo mezzo secolo gli spazi di quesi ultimi settori si sono grandemente allargati: la libertà di espressione, la libertà di scelta degli stili di vita, la privacy, hanno ricevuto riconoscimenti un tempo impensabili, consacrati in garanzie solenni di ordine costituzionale. Ma l’impressione di molti – e di Matteucci con essi – è che queste allargate libertà inserite in società iperindustrializzate e di massa non siano state di fatto utilizzate per elevare, nel grande quadro dei costumi sociali, i livelli complessivi degli interessi e dei gusti civili. Al contrario.
Già agli albori delle tendenze egualitarie delle nostre società, Tocqueville aveva temuto che le scelte dei cittadini, non più guidate da costrizioni sociali e da una moralità pacificamente condivisa, potessero, sull’onda di un gretto individualismo, rivolgersi per lo più alla sola soddisfazione di “piccoli piaceri volgari”. Ricorre frequentemente, nel primo e nell’ultimo Matteucci, la citazione di questo famoso passo tocquevilliano, e con essa la preoccupazione, che era anche del pensatore francese, che la massa di queste basse disposizioni, oggi molto più manipolabili con gli attuali potenti mezzi di comunicazione, fornisca la base per sistemi ove le libertà di ogni tipo siano di fatto tolte o svuotate, e comunque i valori più veri dell’umanità ne escano avviliti. Naturalmente, da buon liberale, Matteucci non pensa a restizioni significative delle nuove, più larghe libertà culturali e personali. Ma cerca rimedi che possano arginare i pericoli che il fenomeno reca con sé.
Inizialmente, sulla scia di Tocqueville, egli ravvisa il miglior rimedio nella viva partecipazione di tutti alla vita politica della comunità: i diritti politici non contano meno delle altre libertà di cui l’individuo, in un regime liberale, può disporre; anzi, senza di essi e il loro attivo esercizio il destino stesso di queste ultime potrebbe essere segnato. Si tratta naturalmente di non intrupparsi in partiti che curano solo, litigiosamente, interessi piccoli e settoriali; bensì di agire politicamente per la proposta di grandi, validi progetti, cui le comunità dovrebbero dedicarsi per elevarsi. Proposta da confrontare con altre, nella libera dialettica della democrazia, anche in vista del mutare delle sfide a cui è via via soggetto, e a cui deve rispondere, nel corso della storia, il superiore ideale liberale. Più di recente, il rimedio dell’attivismo politico sembra in Matteucci essere un poco receduto sullo sfondo. Senza libertà e diritti politici, bene utilizzati, continua a non darsi per lui una società libera degna di questo nome. Ma occorre che le attività delle persone, al di là degli interessi economici strettamente individuali, si rivolgano, oltre che alla politica, ad altre e diverse sfere di esperienza e di vita. Molteplici sono per lui, come per Walzer, le sfere in cui deve manifestarsi la ricerca della verità e degli ideali, ricerca attraverso la quale sollevarsi al di sopra della piatta, volgare quotidianità. E attraverso la quale sottrarsi anche alla presa di un conformismo di massa, controllato alla fine da poteri occulti, capaci in tal modo di vanificare tutti i benefici che un conservato costituzionalismo istituzionale dovrebbe in teoria assicurare.
Il problema del non lasciar cadere nelle nostre avanzate, postindustriali, tecnocratiche società occidentali i livelli di abiti e gusti civili che la nostra storia passata aveva conquistati, è un problema che vari tra noi ritengono essenziale. Così lo sentiva Matteucci. Al fondo d’esse sta però un ulteriore e più radicale problema, la cui soluzione non è pacifica tra quelli che oggi sogliono chiamarsi liberali: se la ragione permetta di individuare convincentemente valori umani che conducano a graduare oggettivamente, e non ad arbitrio, gli stili di vita (e consecutivamente i costumi sociali e i modelli e i sistemi culturali e politici), ovvero se la logica di un relativismo assoluto costringa ad ammettere che una tale gradazione razionale è impossibile e che ci si deve contentare di scelte fondate su preferenze strettamente personali. Non credo vi siano dubbi quanto alla soluzione del problema più vicina al modo di pensare e ai sentimenti che hanno caratterizzato tutta l’ammirevole opera culturale di Nicola Matteucci.

(*) RELAZIONE PRESENTATA AL CONVEGNO DI SOCIETA’ LIBERA, IN RICORDO DI
NICOLA MATTEUCCI, “ IL LIBERALISMO PER UN MONDO IN TRASFORMAZIONE “
ROMA 29 NOVEMBRE 2007

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