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Nel Welfare la risposta ai globo-scettici

di Salvatore Carrubba

Il tema della globalizzazione è tornato di drammatica attualità: adesso, non sono più i no-global a dettare l'agenda; ma i globo-scettici come, in Italia, Giulio Tremonti o, negli Usa, Lawrence Summers, il cui intervento di "pentito" della globalizzazione conti¬nua a far discutere.
Confesso che mi convincono di più gli studiosi che hanno criticato Summers: animati non da una fede dogmatica nelle virtù del mercato, ma dalla preoccupazione di affrontare le questioni giuste, senza correre il rischio di deragliare sui binari morti di un dibattito ideologico.
Da ultimo, Martin Wolf, autore di uno dei libri più belli e convincenti sul perché la globalizzazione "funziona" ,ha notato, sul «Financial Times», che se per globalizzazione s'intende lo sviluppo di economie finora condannate alla povertà, essa è ineluttabile (e moralmente benvenuta, aggiungerei).
Il punto - osserva Wolf - è perciò cercare di «redistribuire i profitti della globalizzazione, non di sacrificarli ».
Chi crede nel libero commercio e nell'apertura dei mercati, proprio perché è determinato nelle proprie convinzioni dalla constatazione dei vantaggi che essi arrecano alle economie più povere, non può rifiutarsi di leggerne i costi e, soprattutto, le ansie che essi determinano in vasti settori dell'opinione pubblica dei Paesi ricchi, preoccupati di perdere lavoro ai danni delle economie emergenti.
Per questo anche chi, come Wolf, crede nella globalizzazione, nel mercato e nell'economia libera non esita ora a indicare come possibile strumento possibile per governarne i costi sociali una riforma profonda del Welfare State, un suo rafforzamento laddove esso è troppo esile - come nel caso degli Usa - e, in conclusione, un necessario aumento delle tasse per coprire i costi derivanti dalle garanzie da offrire ai lavoratori colpiti dagli effetti negativi della globalizzazione.
Se questa, come credo, è la strada, il sentiero si fa particolarmente stretto per il nostro Paese che, messe da parte demagogia e promesse elettorali, ha veramente poco spazio per aumentare un carico fiscale che è già tra i più alti in Occidente.
E dovrebbe quindi impegnarsi a tagliare spesa pubblica improduttiva e individuare risorse per riqualificare il proprio sistema di ammortizzatori sociali.
Ma c'è un'altra questione che può restituire appeal alla globalizzazione.
Piero Ostellino ha osservato giustamente, sul «Corriere della Sera», l'assurdità e l'illiberalità di voler imporre tetti alle remunerazioni dei super manager delle imprese private.
Detto questo, occorre però aggiungere che sbaglierebbe il capitalismo odierno a trascurare la questione della propria legittimazione etica, che può essere certo consolidato solo da una riforma interna, non da assurdi interventi autoritativi.
Ancora il «Financial Times» dava notizia lunedì scorso di un sondaggio europeo sulla percezione del gap tra redditi più alti e più bassi: un gap che è sentito (soprattutto in Germania, Francia e Italia) sempre più forte e sempre meno accettabile.
L'arma morale del capitalismo è sempre stata quella di proporsi come insuperabile strumento di mobilità sociale (verso l'alto): se questa percezione crolla, agli occhi di molti cittadini viene meno la sua stessa legittimazione etica.
Evitare dunque che il gap tra ricchi e poveri aumenti, nel mondo e all'interno delle singole società, è interesse primario dei capitalisti: se vogliono impedire che, sotto la pressione di opinioni pubbliche incarognite, prevalga la demagogia.
E se vogliono quindi contribuire a salvare la globalizzazione che li ha resi ricchi.

 

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