IL COMPROMESSO COSTITUZIONALE
di Claudio Martinelli
L’articolo del Prof. Matteucci, pubblicato su “Il Giornale” del 24 marzo e riportato sul sito di Società Libera, offre lo spunto per aprire un dibattito sui fondamenti della nostra Carta costituzionale, sui quali vorrei svolgere qualche breve considerazione.
La tesi espressa dal Presidente del nostro comitato scientifico è che la Costituzione repubblicana risentirebbe in maniera estremamente marcata dei dettami della dottrina marxista, a tal punto da rendere indispensabile ed urgente una riforma anche della prima parte.
Ora, da liberale io non penso affatto che al mondo possano esistere cose definitive ed immutabili, e quindi non posso escludere a priori che anche la nostra Carta fondamentale necessiti di ritocchi anche profondi, sia nella prima che nella seconda parte. Credo, però, che la considerazione di partenza da cui far discendere questa conclusione non possa certo essere che la Carta del ’48 risenta di un impianto di stampo prettamente socialista.
Il Prof. Matteucci, per argomentare la propria tesi, sostiene, per esempio, che definire “inviolabili” i diritti dell’Uomo costituisca una loro sottovalutazione rispetto ad espressioni come “intangibili”, “inalienabili”, “naturali” o “fondamentali”, utilizzate dalla Grundgesetz tedesca, la cui forza avrebbe la conseguenza di sottrarli al procedimento di revisione.
E’, però, opinione largamente condivisa in dottrina che il significato del termine “inviolabili” sia talmente profondo da sottolineare proprio la loro funzione di cardine basilare su cui costruire tutto l’ordinamento costituzionale. Inoltre, l’utilizzo, in apertura dell’articolo 2, del verbo “riconosce”, dimostra come il Costituente avesse pienamente fatto propria l’idea che i diritti umani preesistano alla nascita dello Stato; e lo stesso riferimento, sempre dell’articolo 2, alle formazioni sociali costituisce un rafforzamento del principio personalista, perché il suo significato non è quello di porre sullo stesso piano due cose del tutto imparagonabili, ma anzi quello di difendere i diritti dell’Uomo non solo nella sua qualità di singolo, ma anche quando agisce “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Quanto alla loro sottrazione alla revisione costituzionale, va ricordato che la Corte costituzionale ha più volte affermato che dal procedimento di cui all’articolo 138 Cost. debbono ritenersi esclusi tutti quei “principi supremi”, di cui indubbiamente il riconoscimento e la tutela dei diritti umani fanno parte, pena lo stravolgimento delle linee di fondo dell’intero impianto costituzionale.
Altro punto critico è rappresentato da quella parte della Carta che viene generalmente definita come la “costituzione economica”.
Non c’è dubbio che molte delle relative norme non coincidano con la concezione liberale della proprietà, tipica, per esempio, dei paesi anglosassoni. Va, però, almeno riconosciuta la loro attitudine ad essere interpretate in maniera evolutiva, cioè coerentemente con le diverse idee di politica economica che hanno caratterizzato i diversi periodi storici: così, come servirono da copertura giuridica all’epoca delle nazionalizzazioni, oggi consentono all’Italia di accogliere il nuovo ed opposto vento delle privatizzazioni e della libera concorrenza che l’Europa ci impone; e ciò sarebbe ovviamente impossibile se fossero state norme di impronta prettamente socialista.
Insomma, io credo che quando si giudica la Costituzione italiana non si possa mai prescindere dal ricordo dell’inevitabile “compromesso” che consentì a forze politiche così eterogenee per ideologia, interessi e alleanze internazionali, di trovare un minimo comun denominatore in grado di consentire una dignitosa convivenza civile ad un paese martoriato dalla sua storia recente. E non mi sembra che svilire o sottovalutare, come di recente ha fatto anche il Prof. Panebianco sul Corriere della Sera, il contributo che la cultura filosofica e giuridica liberale diede alla preparazione del testo costituzionale, rappresenti un utile base di partenza per qualsiasi ragionamento intorno ad un opportuno processo riformatore in grado di rinnovare quel patto tra italiani, per adattarlo alle esigenze del ventunesimo secolo.
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