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Politiche pubbliche, diritti di proprietà e libertà individuali

Alberto Vannucci
(Docente di Filosofia della Politica. Università di Pisa.)

Politiche pubbliche, costi di transazione e diritti di proprietà. Il contributo della nuova economia istituzionale

La "nuova economia istituzionale" (new institutional economics) è un metodo di analisi delle istituzioni e delle organizzazioni applicabile alle aree e alle modalità più diverse di interazione umana. Le questioni di fondo trattate dalla teoria riguardano infatti l'emergere e la natura delle forme organizzate di coordinamento sociale, interpretate a partire dalle scelte individuali e movendo dall'ipotesi che non esista alcuna forma di organizzazione sociale priva di costi.[1] Un elemento caratterizzante di questo approccio è l'interdisciplinarietà. Nonostante il linguaggio e i modelli teorici impiegati siano prevalentemente ricavati dalla teoria economia, al suo interno vengono correntemente utilizzati strumenti e concetti ricavati da diverse scienze sociali: scienza politica, diritto, sociologia, teoria dell'organizzazione, storia, antropologia, psicologia. Comune ai diversi contributi che si inseriscono in questo filone è il tentativo di spiegare la natura delle istituzioni (politiche, economiche, sociali) e delle organizzazioni, la loro nascita ed evoluzione nel corso del tempo, le modalità con cui la loro esistenza si accorda o contrasta col perseguimento delle finalità individuali, e—in chiave normativa—le possibilità di indirizzo "razionale" degli sforzi di riforma degli assetti esistenti.

La "mappa concettuale" dei filoni di ricerca che si inseriscono in questo approccio o contribuiscono a formarne il quadro teorico si è fatta col tempo più complessa, comprendendo contributi della teoria economica dei diritti di proprietà, della teoria dei costi di transazioni, dell'analisi economica del diritto (law and economics), della nuova storia economica (new economic history), della teoria delle scelte pubbliche (public choice), dell'economia dell'informazione, della teoria dell'agenzia, della teoria dei giochi. Il neo-istituzionalismo economico si distingue dal tradizionale approccio istituzionalista[2]: a) per l'approccio microanalitico, ovvero su uno studio delle "regole del gioco" dell'interazione politica e sociale fondata sull'individualismo metodologico, che si contrappone a una visione olistica delle istituzioni come fattore in grado di plasmare preferenze e identità individuali; b) per un'impronta metodologica di tipo deduttivo, sebbene integrata da analisi empiriche, che si distingue da un approccio basato su una raccolta estensiva di dati con pretese di generalizzazione.[3]

Così come l'istituzionalismo "classico", anche il neo-istituzionalismo sottolinea l'importanza del "tempo" nei processi evolutivi che interessano il sistema economico-sociale e le modalità organizzative dei suoi attori. Lo scambio si colloca al centro dell'analisi: la transazione e il suo costo diventano paradigma di interpretazione di tutte le forme più significative di interazione sociale. Ad esempio, non soltanto nelle ordinarie relazioni di mercato, ma anche dietro l'esecuzione di un comando o l'adesione individuale a norme sociali, regole giuridiche, consuetudini, si possono rintracciare i confini di una "transazione" che ha per oggetto la definizione dei diritti di controllo di certi profili di azioni prestabiliti contrattualmente, l'assoggettamento a un rapporto di autorità,[4] o la decisione di conformarsi a un modello condiviso di comportamento (Grillo, 1995, p. 18). Quelle che emergono, nei diversi contesti, sono forme alternative di coordinamento sociale, analizzabili attraverso una comparazione del costo delle transazioni (implicite o esplicite) rilevanti nei diversi contesti (Cheung, 1992).

Nel secondo paragrafo viene presentato, in estrema sintesi, il pionieristico contributo di Coase all'emergere di questo nuovo approccio all'analisi dei fenomeni istituzionali. Il terzo paragrafo si concentra sul rapporto tra diritti di proprietà e costi di transazione, le cui caratteristiche sono prese in considerazione nel quarto paragrafo. Il quinto paragrafo analizza la distinzione fondamentale tra ambiente istituzionale e adattamenti istituzionali, ovvero le "regole del gioco" politico, economico e sociale e "strutture di governo" di specifici insiemi di transazioni. Il sesto paragrafo esamina il rapporto tra istituzioni, organizzazioni ed efficienza economica. Il settimo paragrafo tratta del rapporto tra la teoria dei costi di transazione e le politiche pubbliche. Vengono infine presentate alcune considerazioni conclusive.

1. Dall'impresa alle istituzioni: il contributo di Coase

Il neo-istituzionalismo economico nasce "ufficialmente" nel 1937, con il saggio su "La natura dell'impresa" di Ronald H. Coase.[5] L'impresa, struttura organizzativa che è alla base del funzionamento dei mercati, è analizzata come un'isola di potere cosciente che sostituisce al sistema dei prezzi un meccanismo di regolazione gerarchica. I vantaggi derivanti dall'esistenza delle imprese, in un'economia basata sullo scambio specializzato, sono ricondotti alla considerazione che "esiste un costo d'uso del meccanismo dei prezzi. Il costo più ovvio per organizzare la produzione attraverso il meccanismo dei prezzi è quello di scoprire quali sono i prezzi rilevanti. (…) Deve inoltre essere presi in considerazione il costo del negoziare e concludere un contratto separato per ogni scambio sul mercato" (Coase, 1988, pp. 78-9). L'assetto organizzativo dell'impresa permette di sostituire con un solo contratto stipulativo il complesso intreccio di contratti che sarebbe altrimenti necessari tra tutti i fattori della produzione (o tra i rispettivi proprietari), riducendo considerevolmente i relativi costi di transazione. Tale contratto stabilisce i confini dell'autorità dell'imprenditore, che può dirigere gli altri fattori produttivi in cambio di una remunerazione. A fondamento di un rapporto di autorità come quello tra datore di lavoro e lavoratori, infatti, vi sono transazioni organizzate all'interno dell'impresa.[6] Generalizzando queste conclusioni, se ne ricava che la stessa esistenza di relazioni di autorità va fatta risalire all'esistenza di costi di transazione: se tutti gli scambi fossero privi di costo (ossia il mercato funzionasse senza attriti) ogni relazione sociale potrebbe realizzarsi come relazione di mercato, e non esisterebbero né organizzazioni né rapporti di subordinazione gerarchica.

Di qui un ulteriore sviluppo teorico, cui si giunge nel 1960 con il saggio di Coase su "Il problema del costo sociale". Cos'è che impedisce ai diversi soggetti di coordinare in modo efficiente le proprie azioni, se non il costo dello scambio necessario a questo fine? Secondo il così detto teorema di Coase, in assenza di costi di transazione qualsiasi "effetto esterno" verrebbe infatti eliminato (o, meglio, "internalizzato" nel sistema dei prezzi) attraverso una relazione contrattuale tra tutti gli individui il cui benessere è in qualche modo condizionato da quell'azione.[7] La struttura istituzionale, che definisce i diritti di proprietà rilevanti in quel contesto, influenza l'allocazione finale delle risorse soltanto a condizione che vi siano costi di transazione positivi. In caso contrario, se il funzionamento del mercato è privo di costi, i risultati dell'attività contrattuale sono efficienti (in senso paretiano) indipendentemente dal soggetto cui formalmente sono assegnati i diritti, cioè a prescindere dalle "regole del gioco" che descrivono il quadro istituzionale.

In un mondo con costi di transazione positivi, ossia nel mondo reale, "le istituzioni contano", in quanto fattore che "governa" le relazioni sociali e ne riduce l'incertezza. Per questo la natura delle istituzioni può essere compresa impiegando quale unità analitica fondamentale lo scambio.[8] L'agente razionale non scompare, ma perde il suo rigore geometrico d'instancabile "calcolatore" di scelte ottimali in condizioni parametriche, di isolato automa egoista: è dotato di capacità cognitive imperfette (con i modelli di razionalità limitata); possiede informazioni scarse e fallibili (conformemente alle intuizioni hayekiane); diventa soggetto sociale, dato che in un contesto di interazione strategica deve tenere conto degli interessi altrui per poter prendere decisioni massimizzanti (che possono produrre esiti socialmente inefficienti, come nel celeberrimo caso del "dilemma del prigioniero").

2. Costi di transazione e diritti di proprietà

Il concetto di costo di transazione ha avuto due elaborazioni che, seppure presentino elementi di sovrapposizione, si inseriscono in prospettive teoriche diverse (Allen, 2000). Secondo la prima, interna al tradizionale approccio neoclassico, i costi di transazione sono la conseguenza del trasferimento dei diritti di proprietà. La misurazione di ciò che viene scambiato infatti ha un costo, così come la sanzione dell'accordo. Le controparti di qualsiasi scambio devono spendere risorse scarse (tra cui il tempo) per incontrarsi, trasmettersi vicendevolmente informazioni e controllarne la veridicità, misurare le caratteristiche delle merci, stipulare contratti, verificarne l'adempimento, ricorrere ad avvocati o ad altri esperti per sancirne il rispetto. Il costo di transazione appare analogo a quelli tradizionalmente trattati dalla teoria (i costi di trasporto delle merci, o le aliquote fiscali), e come tale incorporabile analiticamente nei modelli—in termini di esborso di risorse o come differenza di prezzo—per esaminarne gli effetti sulle variabili economiche (volume del commercio, condizioni di efficienza degli equilibri di mercato, etc.).

I contenuti del costo di transazione sono invece interpretati in senso più ampio all'interno dell'approccio neo-istituzionalista. In questa prospettiva, infatti, il costo di transazione è una categoria estremamente ampia che comprende tutti i costi derivanti dall'interazione umana nel corso del tempo (North, 1997, p. 149). I costi di transazione sono connessi: "(i) con la creazione o il cambiamento di una istituzione o di una organizzazione; e (ii) l'utilizzo di una istituzione o di una organizzazione" (Furebotn e Richter, p. 8). La creazione, la protezione e la riforma delle istituzioni sono associate al primo tipo di costo di transazione, mentre il secondo tipo di costo riguarda le attività di scambio (implicite o esplicite) che hanno luogo all'interno di organizzazioni o istituzioni esistenti.

I costi di transazione discendono dalla semplice instaurazione e dal mantenimento di diritti di proprietà (indipendentemente dal loro trasferimento), che a loro volta consistono nella capacità di esercitare liberamente scelte che hanno per oggetto beni o servizi aventi un valore. Come osserva Alchian: " In ogni società i diritti degli individui all'impiego delle risorse (ossia i diritti di proprietà) devono essere costruiti e sostenuti dalla forza dell'etichetta, del costume sociale, dell'ostracismo, e di leggi formali legalmente approvate e sostenute dal potere statale di utilizzare la violenza o altre punizioni. (…) Come sistema di diritti di proprietà intendo un metodo di assegnazione a particolari individui dell''autorità' di selezionare, per specifici beni, qualsiasi impiego all'interno di una classe non proibita di impieghi. (…) Un mio diritto di proprietà implica un certo grado di protezione contro altre persone che scelgano contro la mia volontà gli impieghi di risorse, che risultano essere 'mie'" (Alchian, 1977, pp. 129-130). I diritti di proprietà di un attore si concretizzano nel sistema di vincoli formali (leggi, contratti, etc.), informali (norme sociali, consuetudini, etc.) e di meccanismi sanzionatori, e il loro valore è direttamente legato all'efficacia dei meccanismi di protezione: il riconoscimento e la garanzia da parte di altri soggetti (controllo esterno), inclusi gli agenti dello stato, e da parte dei titolari (controllo interno) sono infatti decisivi nel determinare l'ammontare dei costi di transazione (Eggertsson, 1996, p. 8).

Manifestazioni osservabili dell'esistenza di costi di transazione sono le molteplici attività che accompagnano la definizione e lo scambio di diritti, causando un dispendio di tempo e altre risorse (Eggertsson, 1990, p. 15). Esse comprendono: 1. la ricerca di informazioni su prezzi, controparti e circostanze rilevanti; 2. la negoziazione delle condizioni contrattuali; 3. la stipulazione dei contratti; 4. il controllo dell'adempimento delle controparti; 5. la sanzione e l'eventuale risarcimento in caso di inadempimento; 6. la protezione dei propri diritti contro l'azione di terzi; 7. l'organizzazione e il coordinamento di attività collettive: 8. gli sforzi volti a influenzare quei soggetti (in particolare, gli agenti pubblici) che con le loro azioni contribuiscono al mantenimento o alla modifica dell'assetto di diritti esistente.

Costi di transazione e diritti di proprietà—definendo questi ultimi in senso economico, e non legale—sono dunque due facce della stessa medaglia. I diritti di proprietà non hanno per oggetto i beni in sé, ma bensì gli infiniti attributi di risorse scarse, alcuni dei quali sono inevitabilmente destinati a restare nel pubblico dominio, dato che i costi di misurazione e di esclusione ne precludono un godimento esclusivo. Si pensi, a titolo di esempio, al diritto a godere della vista della propria Ferrari mentre si viaggia in autostrada; o alla diritto di un imprenditore di controllare il grado di impegno profuso da un dipendente in un'attività contrattualmente regolata. L'esistenza di costi di transazione fa sì che i diritti di proprietà siano specificati in modo incompleto e imperfettamente protetti, ovvero che vi siano esternalità rilevanti. Queste ultime, a loro volta, sono fonte di incentivi per i non proprietari a catturare i benefici derivanti dagli attributi rilevanti, rimasti di dominio pubblico, di tali risorse (quello del furto è un caso estremo che rientra in questa fattispecie). In modo analogo, per i titolari dei diritti nascono incentivi a utilizzare risorse per accrescerne il grado di protezione (sopperendo  ad eventuali carenze di quella fornita dall'organizzazione statale, incorporata nelle norme sociali o nei vincoli morali interiorizzati).

Questa definizione si adatta all'interpretazione di svariate modalità di "governo" delle relazioni di scambio (esplicito o implicito) che si realizzano nel mercato, nello stato, nella famiglia, nelle chiese, nei gruppi organizzati, nelle imprese, e più in generale di tutte quelle condizioni di interdipendenza legate alla presenza di effetti esterni.[9] Il costo di transazione discende dall'esigenza di affermare e proteggere la propria capacità di consumare, trarre profitto e scambiare i diritti economici sugli attributi di risorse scarse. In caso contrario, se i costi di transazione fossero nulli, la delineazione dei diritti diverrebbe del tutto irrilevante (Cheung, 1992), così come del tutto incomprensibile sarebbe la presenza di una qualsiasi vincolo contrattuale o "struttura di governo" delle relazioni sociali: tutto ciò "non sarebbe sostanzialmente diverso, in assenza di una struttura di diritti, da un 'accordo' tra i soggetti che, in stato di natura, convenissero  sulla decisione congiunta di compiere ciascuno una specifica azione, consensualmente selezionata a partire dall'insieme 'naturale' di scelta di ciascuno di essi" (Grillo, 1996, p. 29).

3. Le determinanti dei costi di transazione

Le risorse economiche non consistono in "beni" materiali o "servizi", quanto piuttosto in "panieri di diritti" sui loro (potenzialmente) infiniti attributi, ovvero sulle (potenzialmente) infinite attività che gli individui possono esercitare tramite essi. E' da queste ultime che gli esseri umani ricavano utilità, impiegando, consumando o scambiando tali attributi: "I beni, i servizi e le prestazioni degli attori hanno numerosi attributi la cui grandezza varia da un tipo o da una persona all'altra. La misurazione di tali grandezze è tropo costosa per essere accurata e completa. I costi di informazione relativi all'accertamento della dimensione degli attributi di ogni unità scambiata sono la base di questo aspetto della transazione" (North, 1994a, p. 59). La presenza di costi di informazione è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per l'esistenza di costi di transazione, poiché comporta problemi di misurazione delle caratteristiche degli attributi dei beni. Questi ultimi variano secondo fattori casuali, oppure alterabili intenzionalmente dall'uomo (Barzel, 1977).[10] D'altra parte, l'informazione incompleta (e distribuita asimmetricamente) sulle loro caratteristiche qualitative fa sì che i diritti non siano mai perfettamente delineati, e di qui nascono incentivi a utilizzare risorse per appropriarsi di tali attributi, o per difenderli dagli sforzi di cattura di altri.

Rientra in questa fattispecie il problema delle asimmetrie informative, ossia della disponibilità di informazione privata: una delle parti di una relazione contrattuale (l'agente) può essere informata meglio dell'altra (il "principale") riguardo a certe caratteristiche qualitative del bene oggetto di scambio—come nel caso del mercato delle automobili usate, impiegato da Akerlof (1970) per introdurre il concetto di "selezione avversa"—oppure al tipo di attività (quali azioni, che grado di impegno profuso, etc.) esercitate dall'agente (problemi di "rischio morale"). Una delle parti di una transazione si trova esclusa da informazioni rilevanti per determinare se i termini della transazione sono accettabili, o se verranno rispettati. Si viene così a formare una rendita informativa che impedisce il conseguimento di quegli accordi contrattuali il cui surplus non copre la stessa rendita. Il costo di transazione produce così una perdita di efficienza, derivante dalla mancanza di incentivi, per il soggetto in possesso di informazioni, a rivelarle in modo veritiero.[11]

Una circostanza ulteriore che si associa all'emergere di costi di transazione è l'incapacità degli individui di descrivere in modo completo l'insieme di condizioni e stati del mondo cui è possibile, a livello contrattuale, associare uno specifico corso di azioni. Si pensi al caso di contratti particolarmente complessi, come quello relativo alla costruzione di una centrale idroelettrica, per i quali la previsione di tutte le possibili contingenze future, associate alle prestazioni corrispondenti a ciascuna di esse, presenta costi proibitivi. Si tratta di una condizione riconducibile all'ipotesi comportamentale di "razionalità limitata" (Simon, 1957), ovvero all'esistenza di vincoli alle capacità cognitive umane, che inducono il conseguimento di una soglia di "soddisfazione" oltre la quale il dispendio di energie nel calcolo massimizzante diventa illogico.[12]

Occorre poi considerare l'esistenza di ostacoli intrinseci al processo di negoziazione, anche in presenza di informazione completa e di razionalità perfetta: la pluralità di possibili esiti di equilibrio del "gioco di contrattazione" tra due o più agenti fa sì che l'ammontare complessivo e la spartizione dei benefici dello scambio resti indeterminata, impedendo il coordinamento tra le parti o accrescendone i costi (Milgrom e Roberts, 1990).[13] Esempi di questo tipo sono le risorse (tra cui il tempo) assorbite nei calcoli e nelle comunicazioni richieste dagli scambi che avvengono nei mercati finanziari internazionali, o a quelli connessi a ricerche di mercato, alla trasmissione delle informazioni e dei comando all'interno delle gerarchie organizzative.

Come si è visto, la definizione imprecisa dei diritti ne incrementa il costo di transazione: se gli attributi che restano nel dominio pubblico non possono essere scambiati, qualsiasi potenziale acquirente è incerto sulle caratteristiche qualitative dei "beni" acquistati e sul flusso di vantaggi futuri ricavabile da essi. I costi di misurazione e di controllo creano altresì incentivi al comportamento opportunistico, consistente nel nascondere o nel distorcere strategicamente le informazioni di cui si dispone per conseguire vantaggi (Williamson, 1985). Di qui il vantaggio di un'attività organizzata di garanzia delle intese contrattuali, che presenta anch'essa dei costi (per riscontrare e attestare violazioni, comminare sanzioni), anche se esercitata da agenzie specializzate, come quelle pubbliche.[14] Gli apparati di protezione, inoltre, sono gestite da individui che possono anch'essi avvantaggiarsi di asimmetrie informative, riducendone l'efficacia della propria attività o orientandone i risultati in modo imprevedibile. In definitiva, il costo dei meccanismi di garanzia impedisce una specificazione completa dei panieri di diritti sulle risorse: la persistenza di attributi di pubblico dominio (ovvero la presenza di esternalità) è fonte ulteriore di costo di transazione.

Non appena ci si allontana dal modello neoclassico, nel quale i beni sono "entità" qualitativamente omogenee scambiate istantaneamente, si manifesta la necessità di impiegare risorse per controllare gli attributi rilevanti dei beni o delle prestazioni. La garanzia di adempimento degli impegni contrattuali può avere fonti diverse, in quanto prodotta da vincoli informali (codici morali interiorizzati o sanzioni sociali), così come dall'azione coercitiva di una terza parte (tipicamente, ma non esclusivamente, lo stato).[15] In ogni caso, il rispetto dei patti non è garantito, e questo fattore "è (ed è sempre stato) l'ostacolo più critico all'aumento della specializzazione e della divisione del lavoro" (North, 1994a, p. 60).

4. Ambiente istituzionale e adattamenti istituzionali

Una distinzione cruciale nella teoria economica neo-istituzionalista è quella tra "ambiente istituzionale" (institutional environment) e "adattamenti istituzionali" (institutional arrangements): "L'ambiente istituzionale è l'insieme delle regole fondamentali politiche, sociali e giuridiche che definisce la base per la produzione, lo scambio e la distribuzione. Ne sono un esempio le regole che governano le elezioni, i diritti di proprietà e il diritto contrattuale. Un adattamento istituzionale è un'intesa tra unità economiche che regola le modalità con cui queste unità possono cooperare e/o competere tra loro" (Davis e North, 1971, pp. 5-6). L'ambiente istituzionale è costituito dalle "regole del gioco" di una società che governano l'interazione sociale, plasmando il sistema di incentivi e sanzioni che sono alla base degli scambi politici, economici e sociali, e determinando così le dinamiche dell'evoluzione sociale, dello sviluppo o della stagnazione economica. Tali istituzioni, che comprendono qualsiasi vincolo percepito (ma non necessariamente "costruito") dagli esseri umani per regolare i propri rapporti reciproci, hanno una funzione essenziale: "Le istituzioni riducono il tasso di incertezza creando delle regolarità nella vita di tutti i giorni" (North, 1994a, p. 24).[16] Questi vincoli possono essere frutto di una scelta collettiva consapevole, oppure sorgere spontaneamente, come esito non intenzionale delle scelte individuali (Hayek, 1973). Inoltre, "regole del gioco" che assumono la forma di regole formali esplicite (costituzioni, leggi, regolamenti) coesistono con vincoli informali o impliciti (norme sociali, convenzioni), derivanti dall'informazione diffusa nella società ed espressione dell'eredità culturale di una comunità. Parte integrante di tali vincoli è rappresentata dai rispettivi strumenti di garanzia, anch'essi centralizzati in apposite istituzioni repressive (polizia, tribunali, etc.), oppure delegati a meccanismi informali (interiorizzazione di norme, sanzioni sociali, reputazione).

Gli "adattamenti istituzionali" corrispondono invece a quelle che Williamson (1985)  chiama "strutture di governo": si tratta delle organizzazioni e, più in generale, di tutti gli strumenti contrattuali di gestione di specifiche relazioni di scambio, elaborate dai contraenti. Esempi di questo tipo sono le imprese economiche, le burocrazie, le organizzazioni del terzo settore, le intese contrattuali di lungo periodo tra imprese.

  Fig. 1: La nuova economia istituzionali

Fonte: Williamson 1994b, p. 43

Come mostra la figura 1, lo schema di analisi complessivo prevede tre livelli di analisi: le istituzioni di governo si trovano in una posizione intermedia tra i singoli individui e l'ambiente istituzionale (gli effetti principali sono rappresentati da frecce continue, quelli secondari da frecce tratteggiate). L'ambiente istituzionale determina i parametri che orientano l'adattamento organizzativo delle diverse strutture di governo, sensibili alla variazione degli incentivi all'acquisizione di conoscenze, in base alla modifica dei costi comparati delle transazioni regolate dalle strutture di governo. Le organizzazioni (politiche ed economiche) e gli imprenditori che le dirigono sono i principali attori del cambiamento istituzionale, cui danno vita e forma. La loro azione non sempre produce effetti positivi, poiché gli incentivi che ne guidano l'azione possono essere tali da indurre esiti socialmente insoddisfacenti (North, 1994a, p. 112).

Gli individui, per conto loro, sono studiati movendo da determinati assunti comportamentali. In questo senso, l'analisi neo-istituzionalista descrive l'azione umana in termini operativamente più realistici di quanto non accada con i tradizionali modelli economici, basati sugli assunti comportamentali di un homo oeconomicus operante in un contesto di razionalità parametrica. Vengono introdotte ipotesi di razionalità limitata, vincoli alle capacità cognitive, e la possibilità che le stesse organizzazioni contribuiscano a plasmare le identità individuali attraverso processi di socializzazione.[17]

In ogni dato periodo il quadro istituzionale (variabile indipendente, in un contesto statico) influenza i costi di transazioni economiche, politiche e sociali che si riflettono sui processi di formazione delle organizzazioni (variabile dipendente), sulle modalità di perseguimento dei loro obiettivi, sull'efficacia della loro azione. A loro volta le organizzazioni (variabile indipendente, in un contesto dinamico) contribuiscono in maniera decisiva a plasmare i processi di trasformazione delle istituzioni (variabile dipendente) nel corso del tempo. Più precisamente, l'azione (guidata da "imprenditori" politici ed economici razionali) delle organizzazione influisce sul cambiamento istituzionale tramite: a. gli incentivi alla domanda di certi tipi di conoscenze; b. l'interazione tra attività economica organizzata, conoscenze scientifiche e struttura istituzionale (modifica intenzionale dei vincoli istituzionali); c. la graduale modifica dei vincoli informali, che si evolvono gradualmente a seguito delle scelte operate dai diversi soggetti economici e politici (modifica non intenzionale dei vincoli istituzionali) (North 1994, p. 118). Si tratta di un modello di spiegazione che riconduce le caratteristiche del sistema sociale alle azioni (ma non sempre alle intenzioni) degli attori che ne fanno parte, conformemente ai principi dell'individualismo metodologico.

Una teoria completa dei sistemi sociali, secondo Coleman (1990, pp. 11-13), è caratterizzata da un passaggio dal livello macro a quello micro (lo studio di come variabili relative alla società influenzano variabili relative all'individuo), da una teoria dell'azione a livello individuale (quale, ad esempio, la teoria della scelta razionale) e, infine, da un passaggio dal livello micro a quello macro. Una teoria sociale, ad esempio, dovrebbe essere in grado di spiegare preferenze e desideri individuali endogenamente, quale prodotto di stati sociali che quegli stati mentali—condizionando le scelte individuali—hanno contribuito a generare. Tale teoria dovrebbe includere "(i) la spiegazione delle azioni individuali in termini di desideri e credenze, (ii) la spiegazione dei macro-stati in termini di azioni individuali, e (iii) la spiegazione dei desideri e delle credenze in termini di macro-stati" (Elster, 1983, p. 86). Una simile teoria probabilmente è ancora ben lontana dall'essere compiutamente formulata; tuttavia, l'approccio neo-istituzionalista sembra fornire un contributo rilevante in questa direzione, movendo dall'ipotesi che le caratteristiche del sistema istituzionale influiscono sugli incentivi all'acquisizione di conoscenze e competenze (ovvero sull'ammontare e sulle caratteristiche degli investimenti in capitale umano, in capitale sociale e in ideologie), e dunque sull'identità e sulla percezione degli interessi degli individui. Questi ultimi modificano di conseguenza le loro azioni, determinando effetti—intenzionali o meno—che si riverberano sull'ambiente istituzionale.

5. Costi di transazione, efficienza economica ed evoluzione istituzionale

  Dati l'ambiente istituzionale e le ipotesi sul comportamento degli attori che in esso operano, una questione centrale è quella relativa a quali strutture di governo si mostrino in grado di regolare determinate attività socialmente rilevanti minimizzandone i relativi costi di transazione. Il legame tra una determinata strutture di diritti di proprietà e l'efficienza è stata messa in risalto da numerosi autori.[18] I diritti di proprietà determinano costi e benefici attesi dall'uso di risorse scarse, delineando il sistema di opportunità e incentivi all'azione e influenzando così le scelte operate dagli individui. Una struttura di diritti di proprietà definisce poi l'identità e il potere relativo degli attori di un sistema economico, politico o sociale, dato che assegna ai diversi soggetti l'autorità di decidere le modalità di impiego delle risorse.

Diritti di proprietà definiti con precisione, come quelli frutto di un processo di creazione spontanea del diritto (secondo il modello della common law), riducono i costi di transazione creando potenti incentivi a massimizzare il valore delle risorse su cui si esercita un controllo. Attraverso il nesso di mercato, questi benefici tendono successivamente a ricadere sulla collettività, producendo sviluppo e benessere diffuso.[19] La distribuzione ottimale di diritti è quella che massimizza i guadagni derivanti dalle attività produttive e di scambio, al netto dei costi di trasformazione e di transazione.[20] Al contrario, l'esistenza di diritti malcerti, definiti con scarsa precisione, garantiti in modo inefficace o lasciati in parte nella sfera pubblica rappresenta un pesante disincentivo alle attività produttive, data l'incertezza sull'identità dei beneficiari finali delle attività produttive, o l'interesse individuale a sfruttare in modo eccessivo le risorse comuni, fino ad esaurirle.[21]

  Qualsiasi struttura di diritti di proprietà (intesa, in senso ampio, come prodotto dell'insieme di vincoli, organizzazioni, strutture di governo e contratti) si associa a un insieme particolare di costi di trasformazione e di transazione. Accordi contrattuali, famiglie,[22] chiese,[23] governi, imprese, associazioni sono esempi di specifiche allocazioni di diritti di proprietà, che esprimono una particolare struttura di costi di transazione, più o meno efficiente a seconda del tipo di relazioni sociali che quell'insieme di diritti contribuisce a "governare" e regolare.

E' stata formulata l'ipotesi che vi sia una corrispondenza selettiva tra strutture di governo e transazioni che, a seconda delle caratteristiche di queste ultime, garantisce la minimizzazione dei relativi costi (Williamson, 1985). Gli attributi più rilevanti, per quanto concerne le attività nel settore privato, sono: a) la frequenza dello scambio, che favorisce l'introduzione di meccanismi che riducono i costi di contrattazione, di predisposizione del contratto e di risoluzione delle controversie, data la possibilità di punire le controparti inadempienti tramite sanzioni informali (come l'interruzione del rapporto); b) la complessità e il grado di incertezza, fattori che rendono impossibile prevedere l'evoluzione o il futuro manifestarsi di condizioni contrattualmente rilevanti. La difficoltà di previsione accresce la complessità, e dunque il costo negoziazione e di stipulazione del contratto, espresso in termini di diritti, obblighi e procedure più che di livelli di prestazione; c) la difficoltà di misurazione della prestazione che, accrescendo gli incentivi all'inadempimento, può indurre l'adozione di strumenti contrattuali per semplificare la prestazione, renderla più facilmente controllabile o ridurne l'importanza; d) la connessione con altre transazioni che riguardano le stesse persone. L'interdipendenza fra transazioni diverse può essere gestita rafforzando i meccanismi di coordinamento centralizzato, o riducendo il numero di soggetti coinvolti negli scambi (per abbassare i costi del relativo coordinamento) (Milgrom e Roberts, 1994, p. 65); e) la specificità, intesa come grado di dipendenza bilaterale delle parti coinvolte nel contratto. Queste ultime risultano reciprocamente vincolate, a causa d'investimenti che perderebbero molto del loro valore al di fuori di quel particolare impiego, e dunque non sono facilmente riconvertibili in altre attività. Le transazioni con investimenti specifici di solito richiedono strumenti di protezione contrattuale (contratti di lungo periodo, o controllo gerarchico) contro la possibilità di una interruzione prematura o di una ri-negoziazione strategica dell'accordo: in caso contrario, gli investimenti reciproci non saranno effettuati, causando un costo per le parti coinvolte (Williamson, 1985).

L'ipotesi che le transazioni siano assegnate selettivamente, a seconda dei loro attributi, alle strutture di governo che hanno la proprietà di economizzare i relativi costi di transazione è ricorrente nella teoria neo-istituzionalista. Tuttavia, utilizzare un simile meccanismo esplicativo, che individua la causa dell'esistenza di certe istituzioni nelle loro conseguenze benefiche, "equivale ad adottare un funzionalismo nascosto, ovvero la coppia di assunti secondo cui le conseguenze socialmente utili tendono ad essere realizzate, e quando esse si verificano la spiegazione deve trovarsi nella loro utilità" (Elster, 1994, p. 65).[24] Ma quali sono i meccanismi in base ai quali si dovrebbe realizzare una corrispondenza selettiva fra transazioni e strutture di governo efficienti? Una prima soluzione si affida al concetto di "selezione naturale". In una prospettiva evoluzionistica, l'azione delle forze concorrenziali dovrebbe costituire un meccanismo capace di indurre una tendenza di fondo verso l'eliminazione di assetti inefficienti.[25] Una seconda possibilità è che i vantaggi complessivi derivanti dall'adozione di forme organizzative più efficienti siano accompagnati da una redistribuzione di risorse, sufficienti ad "acquistare" il consenso degli individui svantaggiati dal cambiamento.[26]

Vi sono stati diversi tentativi di riscontrare empiricamente una corrispondenza tra strutture di governo, differenziate per costi e competenze, e tipi di transazioni esse cui si associano (ad esempio Joskow, 1991). Tuttavia, i limiti dei modelli che generalizzano l'efficienza delle forme organizzative sono apparsi evidenti, in particolare nell'analisi dei processi storici che hanno condotto alla persistenza di "regole del gioco" economico e politico sub-ottimali (North, 1981).[27] Un modello esplicativo d'impronta evoluzionistica può avere una limitata applicazione a tipi particolari di organizzazione, come le imprese, i cui processi decisionali inefficienti—ad esempio, inadeguati alla minimizzazione dei costi di produzione—sono soggetti a un preciso effetto di retroazione che, a seguito dell'operare di forze concorrenziali, ne determina in tempi relativamente brevi l'uscita dal mercato, ovvero l'eliminazione dall'ambiente economico.

L'assetto istituzionale, d'altro canto, non sembra soggetto ad analoghe pressione esogene di natura competitiva, se non in un orizzonte temporale talmente ampio da rendere inutilizzabile qualsiasi nozione di efficienza. L'adattamento istituzionale, in particolare la graduale e non intenzionale modifica dei vincoli informali (codici morali, norme sociali, valori interiorizzati), è infatti prodotto dalla somma di piccole variazioni marginali. Si viene così formando una diversa struttura di "regole del gioco"—quadro di riferimento del sistema di opportunità individuali—che, più efficiente per alcuni scambi, può incrementare il costo di altre transazioni, a seguito dell'emergere di nuove e impreviste condizioni nel corso del processo.

Inoltre, all'interno delle organizzazioni, così come nell'ambiente istituzionale, si realizza una distribuzione selettiva e differenziata del potere, corrispondente all'assetto prevalente di diritti di proprietà. Questo fattore può spiegare la persistenza nel tempo di istituzioni politiche immuni da pressioni concorrenziali, in grado di migliorarne il rendimento. Le forze della "competizione istituzionale" (ammettendo che esse siano attive, sia pure nel lungo periodo), si scontrano infatti con altre forze contrapposte (gli interessi dei governanti, dell'elite di potere, dei gruppi di pressione più influenti, etc.), in grado di ostacolare o di bloccare qualsiasi spinta verso la riduzione dei costi di transazione, o viceversa di indurre cambiamenti che vanno in direzione opposta. Ciò che conta sono la distribuzione di informazioni e il sistema di incentivi che determinano il potere contrattuale di individui e organizzazioni: "Le maggiori trasformazioni dell'ordine istituzionale avranno luogo solo quando c'è l'interesse di chi è in grado di modificare le regole formali" (North, 1994a, p. 106).

Nel corso di questo processo diventano decisive le modalità di acquisizione delle conoscenze e di interpretazione dei dati da parte dei soggetti che dispongono di poteri decisionali all'interno delle organizzazioni politiche ed economiche: "Ma le loro percezioni dipendono sia dalle informazioni che ricevono, sia dal modo in cui le usano. Se i mercati politici ed economici fossero efficienti (ossia, se i costi di transazione fossero nulli) sarebbero tali anche le scelte relative. (…) Tuttavia questa versione del modello dell'attore razionale è fuorviante. (…) I costi di transazione nei mercati della politica e dell'economia generano diritti di proprietà inefficienti, ma in più gli imperfetti modelli soggettivi di scelta dei giocatori, posti di fronte alla complessità dei problemi, possono favorire la persistenza di tali assetti dei diritti" (ibidem, pp. 29-30).

L'analisi delle dinamiche del cambiamento istituzionale è legata al contesto storico. In ogni dato momento i costumi, le norme, le credenze religiose, i vincoli morali, le leggi plasmano il sistema di opportunità entro il quale operano soggetti individuali e collettivi. In assenza di costi di transazione, il sentiero di sviluppo seguito dalle istituzioni andrebbe verso un incremento marginale di efficienza, poiché l'effetto di retroazione della disseminazione di informazioni permetterebbe di correggere le deviazioni dal percorso ottimale, imitando senza errori le forme istituzionali di successo. Gli stessi modelli di condotta degli agenti, in presenza di incertezza, sono guidati da schemi mentali rigidi, fondati su credenze, teorie (non sempre vere), dogmi, ideologie, informazioni incomplete.[28] Di qui l'affermarsi e il consolidarsi di sentieri divergenti in relazione ai punti di partenza, a seconda dei modelli teorici o ideologici prevalenti, o del tipo di conoscenze disponibili per decifrare un ambiente complesso e incerto, o di fattori del tutto casuali.

Una volta imboccato un certo sentiero, vi sono diversi fattori (tra cui la rete di esternalità positive, i processi di apprendimento nelle organizzazioni, i modelli di comportamento storicamente determinati) che ne rafforzano l'indirizzo, favorendo scelte individuali adattive che permettono di fronteggiare le condizioni di incertezza (North, 1994a, p. 144). In questo percorso i vincoli istituzionali che incentivano attività improduttive, o che privilegiano alcune parti sociali, possono presentare rendimenti crescenti, rafforzando gli incentivi al controllo militare o autoritario, al fanatismo religioso, ad attività redistributive a somma zero, piuttosto che allo sviluppo di conoscenze funzionali alla produzione di ricchezza. Questi stessi fattori creano poi le condizioni perché siano sviluppate concezioni ideologiche, teorie e idee che modellano conoscenze e identità in modo da razionalizzare ex-post la struttura istituzionale esistente, giustificandone anche i bassi rendimenti.

Lo studio del processo di sviluppo condizionato mostra l'importanza della storia nella comprensione delle istituzioni attuali: non si possono capire le scelte attuali senza ripercorrere il sentiero tracciato dalla graduale evoluzione del sistema istituzionale, analizzando le condizioni e le conseguenze del cambiamento. Il fattore "tempo" acquista così un rilievo centrale, nonostante i limiti dei tentativi di inserire tale concetto in modo soddisfacente nell'analisi. L'introduzione della variabile temporale, infatti, rende ancor meno plausibili i modelli teorici che postulano individui che hanno interessi dati, perfettamente conosciuti, e li perseguono coerentemente. Insieme al tempo entrano in gioco processi di apprendimento (individuale e collettivo, trasmesso fra generazioni diverse come eredità culturale) che modificano la struttura delle identità individuali così come le stesse concezioni di "efficienza", ridefiniscono interessi e valori, plasmano le preferenze, generando diversi modelli di condotta individuale che, a loro volta, si riverberano sulle strutture istituzionali dell'interazione umana.

6. Politiche pubbliche e neo-istituzionalismo economico

  Come si è visto, i costi di transazione possono spiegare l'esistenza di forme istituzionali, come quella statale, che forniscono meccanismi di definizione e di garanzia dei diritti e che risulterebbero superflue qualora le relazioni sociali fossero prive di attriti. Sembra tuttavia riduttivo ricavare dal modello neo-istituzionalista l'idea che, in  presenza di una cornice adeguata di "regole del gioco", tutti i problemi di esternalità siano risolvibili in modo ottimale con soluzioni negoziali private, attraverso il libero scambio dei corrispondenti diritti.[29] Dal momento che vi sono "transazioni", implicite o esplicite, alla radice di ogni tipo di "regola del gioco", le stesse istituzioni politiche sono interpretabili come una cornice di norme di condotta che, al pari di altre, possono favorire (o viceversa ostacolare) la formazione di un ordine, e dunque ridurre (o incrementare) incertezza e prevedibilità nell'interazione sociale.

Le istituzioni sono costituite da vincoli formali e informali e dai rispettivi meccanismi di garanzia. Lo stato, in quanto soggetto collettivo che monopolizza l'impiego della coercizione, ricopre allora un ruolo centrale nel definire caratteristiche e intensità dei costi di transazione, dal momento che le sue attività comprendono: a) la produzione di regole formali del gioco (costituzioni, leggi, regolamenti); b) la fornitura di servizi protettivi di risoluzione delle dispute concernenti intese contrattuali; c) la creazione, l'allocazione e la sanzione di diritti di proprietà, tramite le politiche e la produzione di beni pubblici. Il sistema di attribuzione e garanzia legale dei diritti, in quanto elemento che condiziona la natura e l'ampiezza di tali costi, appare dunque decisivo nel favorire (così come nell'ostacolare) il conseguimento di allocazioni efficienti e lo sviluppo economico. L'azione pubblica è uno dei principali meccanismi di determinazione distribuzione dei costi di transazione nella società, non sempre secondo modalità tali da assecondarne le potenzialità di sviluppo, ma neppure in maniera sistematicamente inefficiente.

La comparazione tra governo e impresa (così come tra queste ed altre organizzazioni) è implicito all'interno della teoria dei costi di transazione. Si tratta in entrambi i casi di forme organizzative che influenzano le modalità di utilizzo delle risorse (fattori produttivi, tempo, informazioni, etc.). A questo proposito, Coase descrive il governo come una sorta di "super-impresa" che, a differenza delle imprese ordinarie, non è soggetta ai vincoli della concorrenza e può evitare del tutto di confrontarsi con il mercato: "Il governo invece, così come può costringere o delimitare la proprietà, può decretare che i fattori di produzione debbano essere utilizzati solo in questo e in quel modo. (…) Inoltre il governo ha a sua disposizione la polizia e le altre forze di sicurezza per assicurarsi che i suoi regolamenti siano rispettati" (Coase 1988, p. 221).

L'azione dello stato può ridurre i costi di transazione in alcuni campi (in particolare, nell'ambito della protezione di diritti secondo criteri generalizzabili e imparziali), così come accrescerli in altre aree di attività. Si pensi, ad esempio, alle politiche distributive o redistributive, che producono una mutevole riallocazione di diritti di proprietà secondo criteri legati alle dinamiche del sistema politico-elettorale, o agli equilibri di forze risultanti dal gioco di contrattazione e di pressione dei gruppi di interesse. Il mercato politico, infatti, è sede di un complesso intreccio di scambi che hanno ripercussioni dirette sul sistema di vincoli formali e sulla struttura di diritti di proprietà, ossia sul grado di incertezza che condiziona le scelte individuali. Alcuni contributi si sono concentrati sulle modalità con cui diversi assetti politici influenzano nel corso del tempo la struttura dei costi di transazione e, attraverso il sistema di incentivi all'acquisizione di conoscenze, le dinamiche dello sviluppo economico (in particolare, North 1981 e 1994).

  Il sistema politico presenta anche costi "interni" di transazione, connessi alle molteplici relazioni di scambio, autorità, negoziazione, influenza che ne caratterizzano il funzionamento: "Costi di transazione di vario tipo si profilano in misura maggiore in tutti i contesti di politica pubblica. (…) La natura e la severità dei costi di transazione, così come la disponibilità di mezzi per ridurli, varia da un paese all'altro e da un periodo all'altro" (Dixit, 1996, pp. 143-4). Numerosi sono i fattori che accrescono i costi di transazione nelle gerarchie pubbliche e all'interno dei mercati politici: l'incertezza, spesso legata alla durata nel tempo e alle caratteristiche qualitative dei diritti informali di proprietà connessi all'esercizio di poteri pubblici; l'adozione di politiche pubbliche soggette a incoerenza temporale o contenenti impegni non credibili; l'instabilità e la mancanza di garanzie negli accordi politici.[30] Più direttamente legati all'esistenza di asimmetrie informative e alle modalità con cui gli agenti pubblici possono avvantaggiarsene sono quei costi di transazione che si concretizzano nell'inefficienza e nel sovradimensionamento delle organizzazioni burocratiche, nella corruzione, nell'inflazione normativa, e in tutti quei "fallimenti dello stato" su cui si concentra la teoria delle scelte pubbliche. Così, ad esempio, le politiche pubbliche perseguite da un'amministrazione pubblica che dispone di informazioni parziali e fallibili, sottoposta all'influenza dei gruppi di pressione e priva di spinte concorrenziali (come quelle derivanti da un assetto federale), possono risultare assai divergenti da quelle auspicabili. Infine, entrano in gioco le condizioni che possono determinare una carenza di cooperazione in aree cruciali di attività pubblica, generando politiche burocratiche di tipo clientelare, stimolando attività improduttive di ricerca di rendite politiche, etc..

Le stesse politiche pubbliche, in questa prospettiva, sono interpretabili come forme di intervento volte ad affrontare problemi derivanti dall'esistenza di effetti esterni in determinate aree di interazione sociale, ovvero di questioni percepite come "collettivamente" significative. L'azione pubblica può essere analizzata studiandone gli effetti sui costi di transazione rilevanti in quelle aree d'interazione, ovvero esaminandone le modalità di definizione, allocazione e protezione dei diritti che scaturiscono dalle diverse politiche pubbliche. Come si è visto, i diritti di proprietà si riferiscono alla capacità di godere e disporre in via esclusiva di certi beni scarsi (materiali o immateriali), vincolando altri individui a certe norme di comportamento che prevedono sanzioni in caso d’inosservanza. Ogni politica pubblica può essere vista come un processo politico attraverso il quale i diritti sono definiti, attenutati, protetti e ridistribuiti tra i diversi soggetti sociali: in altre parole, "i governi operano allocando, riallocando, modificando o attenuando i diritti di proprietà" (Benson e Baden, 1985, p. 392).

Le politiche pubbliche implicano possono modificare i vincoli formali, ma restano per lo più al di fuori del loro raggio d'azione tanto i vincoli informali che i meccanismi sanzionatori che su questi ultimi si basano (reputazione, sanzioni sociali, norme morali, etc.). Una conoscenza più approfondita delle istituzioni informali è dunque di cruciale importanza tanto per comprendere i limiti e gli effetti non intenzionali delle politiche pubbliche, che la loro interazione con i tentativi di riformare le "regole del gioco".[31]

Ai due estremi dello spettro relativo alle possibili caratteristiche dell'azione pubblica si collocano: a) la modifica "costituzionale" delle istituzioni formali (il cambiamento delle "regole del gioco"); b) la singola scelta politica all'interno di "regole del gioco" date.[32] Ogni genere di politica pubblica si confronta con un contesto decisionale caratterizzato da complessità dei problemi, incertezza, asimmetrie informative, opportunismo. Questi fattori ostacolano con elevati costi di transazione qualsiasi tentativo di modifica "costituzionale" dello status quo (per quanto insoddisfacente quest'ultimo possa apparire), favorendo al contrario scelte politiche di adattamento contingente alle nuove condizioni, spesso incoerenti o mutevoli (o addirittura di non-decisioni). Soltanto quando i costi di transazione derivanti da un simile contesto di politica pubblica superano una soglia critica, i vantaggi attesi di un cambiamento istituzionale dei vincoli formali possono creare incentivi sufficienti a mettere in atto politiche costituenti. 

Anche l'analisi normativa delle politiche pubbliche assume quale criterio di riferimento, nella valutazione degli esiti auspicabili del "disegno" istituzionale di definizione dei diritti, una valutazione  della natura e della conseguenza dei costi di transazione che caratterizzano ciascuna fattispecie d'intervento (Grillo, 1995, p. 36). Tuttavia, una caratteristica comune all'approccio neo-istituzionalista è la riluttanza a ricavare implicazioni prescrittive di politica pubblica dall'analisi positiva (Allen, 2000, p. 899): non essendovi meccanismi di allocazione ottimali, i "fallimenti del mercato" vanno di pari passo coi "fallimenti del governo", e ugualmente vulnerabili all'inefficienza sono gli svariati meccanismi organizzativi di governo delle transazioni.

8.Alcune osservazioni conclusive

Il sistema dei prezzi è un particolare meccanismo di allocazione di diritti di proprietà e di "governo" di transazioni che può essere confrontato con altri meccanismo allocativi, come l'impresa o lo stato: ciascuno di essi presenta costi e benefici, e nessuno domina gli altri in tutti i possibili contesti d'interazione sociale. Lo stesso intervento pubblico non è che una tra le risposte istituzionali immaginabili all'esistenza di esternalità e di costi di transazione. La libera negoziazione tra le parti interessate dei diritti che entrano in gioco o l'"internalizzazione" dell'esternalità entro una struttura gerarchica privata (l'impresa), oppure entro associazioni cooperative spontanee rappresentano soluzioni alternative, che hanno a loro volta costi diversi (corrispondenti alle caratteristiche delle transazioni rilevanti nei relativi contesti).[33] Più che a un'ineliminabile tensione tra stato e mercato, ovvero tra soluzioni del tipo "mano invisibile" e l'azione della "mano visibile" pubblica, si può pensare che all'interno di ogni forma istituzionale coesistano elementi organizzativi di carattere spontaneo ed altri frutto di disegno intenzionale, e che entrambi possano contribuire alla formazione di un ordine sociale (Williamson, 1994a). Come osserva Coase: "Sarebbe chiaramente desiderabile compiere solo quelle azioni in cui ciò che viene guadagnato valga di più di quello che viene perso. Ma nello scegliere tra organizzazioni sociali che definiscono il contesto in cui vengono prese le decisioni individuali, è necessario considerare che un cambiamento nel sistema esistente che porterebbe a un miglioramento in alcune decisioni potrebbe ben portare a un peggioramento in altre. Inoltre, dobbiamo prendere in considerazione i costi di funzionamento delle varie forme di organizzazione sociale (sia che si tratti del funzionamento di un mercato o di quello di un dipartimento governativo), così come i costi di adozione di un nuovo sistema. Nell'escogitare e scegliere tra organizzazioni sociali, bisognerebbe tenere presente l'effetto complessivo" (Coase, 1988, pp. 258-9).

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1. Il problema dell'ordine sociale: scambio, diritti, autorità

 

da: J. Elster, The Cement of Society, Cambridge, Cambridge University Press, 1989, traduzione italiana Il cemento della società. Uno studio sull'ordine sociale, Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 11-13, traduzione italiana di Paola Palminiello.

Esaminerò due concetti di ordine sociale: quello che rimanda a modelli di comportamento stabili, regolari e prevedibili, e quello incentrato sul comportamento cooperativo. In corrispondenza a questi due concetti di ordine ne esistono due due di disordine. Il primo definisce il disordine come mancanza di prevedibilità, ed è espresso nella visione della vita del Macbeth, per la quale essa "è una storia raccontata da un idiota, piena di clamori e di furia, che non significa niente'. In base al secondo, il disordine consiste nell'assenza di cooperazione, ed è illustrato dalla descrizione di Hobbes della vita nello stato di natura, come 'miserevole, brutale e breve". […].

Per comprendere il problema dell'imprevedibilità dovremmo piuttosto guardare alla struttura dell'azione e interazione sociale. Talvolta le persone sanno troppo poco riguardo agli altri per anticipare ciò che essi faranno e prevedere il risultato delle loro azioni. Altre volte sanno troppo. Può inoltre capitare che essi non riescano ad utilizzare la conoscenza di cui dispongono. E talvolta, infine, nessuna quantità di informazione, anche se ingegnosamente usata, può essere d'aiuto.

 

 

da: J. S. Coleman, Foundations of Social Theory, Cambridge, Mass, and London, The Belknap Press of Harvard University Press., 1990, pp. 28-9, pp. 32-34, p. 49-50, p. 52, pp. 63-4, p. 66, pp. 67-8, p. 71 (traduzione di A. Vannucci)

Vi sono due tipi di elementi nel sistema minimo e due modalità con cui sono collegati. Gli elementi sono gli attori e le cose su cui esercitano un controllo e verso le quali hanno un interesse. Chiamerò queste cose risorse o eventi, a seconda delle loro caratteristiche. Le relazioni tra attori e risorse sono, come appena detto, controllo e interesse. […]

Se gli attori controllano le risorse che li interessano, le loro azioni sono dirette: semplicemente, essi esercitano il controllo secondo modalità che soddisfano il loro interesse  (ad esempio, se il bene è il cibo, essi esercitano il controllo mangiandolo). Ciò che crea un sistema sociale, differenziandolo da un insieme di individui che esercitano il loro controllo indipendente su attività che soddisfano i loro interessi, è un semplice fatto strutturale: gli attori non hanno un pieno controllo delle attività che possono soddisfare i loro interessi, ma trovano alcune di quelle attività parzialmente o completamente sotto il controllo di altri attori. Il perseguimento dei propri interessi in una tale struttura richiede che si allaccino transazioni con qualche genere di attore. Queste transazioni includono non soltanto quello cui normalmente si pensa come scambio, ma anche una varietà di altre azioni che rientrano in una concezione più ampia di scambio. Tali azioni includono tangenti, minacce, promesse, investimenti di risorse. E' attraverso queste transazioni, o interazioni sociali, che le persone sono in grado di impiegare le risorse che controllano ma che verso le quali hanno poco interesse, in modo da realizzare i propri interessi verso risorse che sono sotto il controllo di altri attori. […].

In questa concezione parsimoniosa di sistema di azione, i tipi di azione disponibili agli attori sono severamente limitati. Tutte sono compiute con un singolo fine—accrescere la soddisfazione individuale degli interessi. Vi sono, naturalmente, diversi tipi di azione, che dipendono dai vincoli situazionali, che è utile descrivere in questa sede.

Il primo è il semplice esercizio di controllo su risorse su cui si ha un interesse e che si controllano, per soddisfare i propri interessi, Questa azione, comunque, è socialmente insignificante (a meno che non abbia effetti su altri) e può essere ignorata, dato che non coinvolge altri attori.

Il secondo tipo di azione è quello più importante, che rende conto di buona parte del comportamento sociale—un attore consegue il controllo di quelle cose che gli interessano. Ciò di solito è accompagnato dall'impiego di quelle risorse di cui dispone, scambiando il controllo di risorse di scarso interesse con il controllo di risorse di maggiore interesse. Questo processo persegue lo scopo complessivo di favorire la realizzazione dei propri interessi, con l'assunzione che quegli interessi possono essere meglio realizzati se il soggetto controlla risorse, e non viceversa. Di solito, si può assumere che il controllo di una risorsa da parte di un attore renda possibile la realizzazione di qualsiasi interesse quell'attore abbia in essa.

Un terzo tipo di azione, che può essere e di fatto è ampiamente praticata nei sistemi sociali, consiste nel trasferimento unilaterale del controllo su ricorse su cui si ha un interesse. Tale trasferimento è attuato quando non vale più l'assunzione sulla quale si fonda il secondo tipo di azione (che si può soddisfare meglio il proprio interesse ottenendo un controllo delle risorse cui si è interessati). In altre parole, un attore trasferisce unilateralmente il controllo su certe risorse quando crede che l'esercizio di un controllo su quelle risorse da pare dell'altro potrà soddisfare meglio i suoi interessi di quanto non potrebbe l'esercizio del suo controllo. […].

 

Le risorse di ciascun attore su cui altri hanno interesse includono un'ampia varietà di cose. Le più ovvie sono quelli che gli economisti chiamano beni privati. […] Ma i beni privati divisibili sono soltanto una dei diversi tipi di cose su cui gli attori esercitano un controllo e su cui hanno interessi.

Gli attori possono avere controllo di eventi che hanno conseguenze su un certo numero di altri attori (ossia di eventi su cui altri attori hanno interesse). Nel caso in cui il controllo su tale evento sia suddiviso tra due o più attori, come quando una decisione collettiva viene presa con una votazione, ciascun attore ha solo un controllo parziale sull'evento.

Gli attori possono esercitare un controllo delle proprie azioni e, se hanno certi attributi verso i quali altri nutrono un interesse, come l'abilità o la bellezza, possono cedere i diritti di controllo di alcune delle loro azioni. Si noti che in questo caso ho impiegato l'espressione "cedere i diritti di controllo" piuttosto che "cedere il controllo". La ragione è che il controllo diretto sulle proprie azioni non può essere ceduto: è inalienabile. Ciò che può, comunque, essere ceduto è il diritto a controllare l'azione. L'inalienabilità fisica di se stessi non è il solo tipo di inalienabilità. Anche le regole legali possono prescrivere l'inalienabilità dei diritti di controllo su cose fisicamente alienabili. Per esempio, secondo le regole in molte decisioni collettive i voti sono inalienabili, ma in alcuni sistemi si può votare per procura.

Gli attori possono anche avere il controllo di risorse che non sono di diretto interesse di altri, ma che sono efficaci nel determinare, del tutto o in parte, eventi sui cui risultati altri attori abbiano un interesse. […]

Com'è evidente, vi sono diverse proprietà che distinguono tipi diversi di risorse, proprietà che hanno importanti conseguenze per i tipi di sistemi di azione che emergono. Queste proprietà sono la divisibilità, l'alienabilità, la rivalità, il tempo di erogazione, e l'assenza di esternalità. Gli economisti, che normalmente concepiscono sistemi economici composto da beni, hanno impiegato la distinzione tra beni privati e beni pubblici. Nei termini di queste caratteristiche, un bene privato non ha esternalità e manifesta rivalità nel consumo. Un bene pubblico non ha rivalità nel consumo e si trova agli estremi quanto a esternalità, in quanto ha conseguenze per tutti (o, per usare la terminologia degli economisti, è un bene che non può essere fornito a un soggetto senza essere fornito a tutti). Anche il bene privato archetipico è divisibile, alienabile ed erogabile correntemente; in altri termini, ha tutte le proprietà descritte.

 

Per concepire i diritti come oggetto di scambio occorre prima esaminare la questione di come concepire cosa sia un diritto. In primo luogo, un diritto definito in modo o costituzionalmente può essere descritto piuttosto semplicemente. Se una persona ha il diritto legale di compiere un'azione, o di usare o disporre di un bene o di una risorsa, o di controllare il risultato di un evento, ciò implica che quella persona può farlo senza alcuna interferenza dell'autorità legale. Se un diritto è protetto dalla legge, allora l'interferenza di un altro attore nell'esercizio di quel diritto da parte del possessore sarà vincolato dalle autorità.

[…] I problemi sorgono nella vasta area di diritti non coperti dalla legge. Cosa costituisce un diritto in questi casi? Parte della risposta è che il diritto intrinsecamente coinvolge più di una persona. […] Si può dire, per adesso, che un attore ha un diritto a compiere una certa azione o a far compiere una certa azione quando tutti quelli che sono influenzati dall'esercizio di quel diritto accettano l'azione senza controversie. […] Questa concezione dei diritti implica che non vi sia una sola struttura "oggettiva" dei diritti di controllo, ma una struttura di controllo assunta soggettivamente da ciascun attore nel sistema, e che si possa parlare del diritto di controllo di un evento da parte di un attore solo quando tale diritto esiste nella struttura soggettiva fatta propria da ogni attore influenzato dall'esercizio di quel diritto.

Vi sono, in effetti, tanti mondi privati quanti sono gli attori. Il mondo privato di un attore consiste nella completa distribuzione dei diritti, così com'è percepita dall'attore, e nei suoi interessi. Vi sono due fonti di conflitto in questo sistema di mondi privati. La prima è la divergenza nelle percezioni di dove si collochi un diritto: un attore sente che un diritto gli appartiene, mentre un secondo attore non lo attribuisce al primo attore, ma a sé. La seconda fonte è il conflitto di interessi, che può emergere anche quando gli attori condividono la medesima percezione della distribuzione dei diritti. […]

La dipendenza di un diritto sia dal potere che dal riconoscimento degli altri emerge chiaramente nel caso della pretesa di un diritto. Un attore può avere la pretesa di esercitare una certa azione, ma a meno che gli altri non riconoscano quella pretesa, egli non ha alcun diritto. A quali condizioni la pretesa sarà riconosciuta? Gli altri possono riconoscerla se non hanno alcun interesse nelle conseguenze dell'azione. Se invece hanno un interesse nelle sue conseguenze, possono ancora riconoscere la pretesa se l'attore ha sufficiente potere da imporla. Anche se egli non ha questo potere, la pretesa può essere riconosciuta come parte di una pretesa più generale che un certo numero di attori ha sul diritto di esercitare azioni di quel tipo, se l'interesse e il potere di quegli attori è sufficiente per far rispettare la pretesa. Il modo con cui l'assegnazione di un diritto è socialmente determinata risulta intimamente connesso al modo con cui emerge una norma.

 

Le risorse impiegate negli scambi economici, sociali e politici hanno un attributo comune: esse consistono in diritti di agire, o in qualche caso in panieri di diritti di agire in modi diversi. La qualità essenziale di un diritto è il suo fondamento sociale. I diritti nascono, scompaiono e sono trasferiti da un attore a un altro in base al riconoscimento sociale. Ma per la loro garanzia i diritti dipendono anche dal potere, sia dal potere di chi detiene il diritto di far rispettare la sua pretesa, che dal potere di altri attori, diversi dal detentore, di sancire la loro allocazione di diritti.

Le risorse, come panieri di diritti, possono essere consumate, suddivise e scambiate. La differenza cruciale nell'uso e nel trasferimento delle risorse dipende dalla loro divisibilità e assenza di esternalità, ovvero se possono essere suddivise in maniera tale che l'azione concernente il diritto (impiego e consumo del bene o risultato dell'evento) abbia conseguenze soltanto per l'attore. […] Le risorse con caratteristiche di eventi indivisibili creano particolari difficoltà nella suddivisione, così come nel trasferimento e nell'uso.

La più fondamentale questione concernente le strutture di autorità è come esse possano esistere, ovvero come, all'interno dello schema concettuale sviluppato in precedenza, se ne possa concepire l'esistenza. Se il fondamento teorico vede un insieme di individui indipendenti, ciascuno dei quali controlla certi eventi o risorse che interessano altri, come può svilupparsi una struttura sociale nella quale alcune azioni di certi individui non sono sotto il loro controllo, ma sotto l'autorità di un altro attore (un individuo o un attore collettivo)? La risposta è immediata se si riconosce che tra le risorse su cui gli individui esercitano un controllo ci sono le loro stesse azioni. Gli individui possono, dietro minacce, o promesse, o altrimenti perché lo ritengono nel loro maggior interesse, cedere il diritto di controllo di alcune delle loro azioni. E' il diritto di controllare l'azione di un altro che forma la definizione corrente di autorità […]. Un attore esercita autorità sopra un certo dominio di azioni di un altro attore quando il primo ha il diritto di dirigere le azioni del secondo in quel dominio. […]

In termini più generali, una persona può non avere il diritto di controllare le sue azioni per una delle seguenti ragioni: primo, il diritto può essere posseduto da altri, anche senza essere stato trasferito dalla persona all'altro; secondo, il diritto può non esistere. […] Un diritto esiste solo quando c'è un consenso generalizzato tra gli attori rilevanti su quale attore detenga il diritto. Quando non c'è tale consenso, allora il diritto non esiste. E quando c'è consenso nel porre il diritto di controllare le azioni dell'attore A nelle mani dell'attore B (come solitamente, ad esempio, c'è consenso nel porre molti diritti di controllo delle azioni dei bambini nelle mani dei loro genitori), allora l'attore B possiede il diritto. Alla questione di quali attori siano rilevanti per determinare se c'è un consenso si può rispondere che la rilevanza è stabilita dal potere e dall'interesse: un attore è rilevante nella determinazione di dove un diritto si collochi solo se ha un interesse nell'azione o nell'evento in questione e se ha il potere di sostenere la sua pretesa di essere rilevante; e l'importanza della voce di un attore nel determinare il luogo del diritto è determinata dall'intensità del suo interesse, amplificata dal suo potere. […]

Una scelta esiste sempre, anche per le persone soggette all'autorità più dispotica. Ci si può chiedere allora perché una persona si sottometta all'autorità. In alcuni casi la risposta può essere fornita facilmente: perché, in caso contrario, il soggetto in posizione di autorità dispone di risorse così estese ed è disposto a impiegarle in misura tale da imporre serie conseguenze negative. Questa risposta indica che anche la coercizione può essere vista come una transazione. Come nota Simmel, se un despota accompagna un ordine a una minaccia di punizione o a un'offerta di ricompense, ciò indica che egli è disposto ad essere vincolato dagli esiti del suo comando. Il subordinato ha così una pretesa sul despota, condizionata alle proprie azioni. Nelle relazioni di autorità sostenute dalla coercizione, lo scambio è di tipo speciale, nel senso che il sovraordinato acconsente ad evitare un'azione che renderebbe peggiore la condizione del subordinato, in cambio dell'obbedienza del subordinato al sovraordinato.

 

 

2. Diritti di proprietà e costi di transazione

 

da: A. A. Alchian. Property Rights, in The New Palgrave, The Invisibile Hand, a cura di J. Eatwell, M. Milgate, P. Newman, New York, Norton, 1989, pp. 232-233 (traduzione di A. Vannucci)

Un diritto di proprietà è un diritto sanzionato socialmente di scegliere come utilizzare un bene economico. Un diritto privato di proprietà è un diritto assegnato a una specifica persona, alienabile in cambio di analoghi diritti su altri beni. La sua forza è misurata dalla sua probabilità e dai costi della sanzione, che dipendono dal governo, da azioni sociali informali e dalle norme prevalenti di carattere etico e morale. In termini più semplici, nessuno può legalmente usare o influenzare le caratteristiche fisiche di beni verso i quali tu abbia un diritto privato di proprietà senza la tua approvazione o senza compensazione. Con ipotetici diritti di proprietà perfetti nessuna delle azioni relative alle mie risorse può influenzare gli attributi fisici dei diritti di proprietà di qualsiasi altra persona. […]

I diritti individuali di proprietà sono assegnazioni di diritti a scegliere tra impieghi inevitabilmente incompatibili. Essi non sono restrizioni inventate o imposte agli impieghi realizzabili, ma assegnazioni di diritti esclusivi a scegliere tra tali usi. […] Inoltre, dato che tali restrizioni sono tipicamente imposte soltanto contro alcune persone, quelli che non sono così vincolati ottengono un "monopolio legale" in attività nelle quali altri siano stati vincolati in modo non necessario.

In un sistema di diritti privati di proprietà qualsiasi termine contrattuale reciprocamente pattuito è possibile, anche se non tutti sono necessariamente sostenuti dalla sanzione del governo. Nella misura in cui alcuni accordi contrattuali sono proibiti, i diritti privati di proprietà sono negati. […]

Una formulazione analitica di successo dei diritti privati di proprietà ha portato alla spiegazione del metodo di direzione e coordinamento delle risorse economiche in un sistema di proprietà privata (ovvero un sistema capitalista di libera impresa). Tale analisi si basa su preferenze convesse e su due vincoli: il vincolo delle possibilità produttive e il vincolo dello scambio di proprietà private, esprimibile biblicamente con il "non rubare", o matematicamente con la conservazione del valore di scambio dei propri beni.

Affinché il coordinamento decentralizzato della specializzazione produttiva funzioni bene, coerentemente con il ben noto principio dei vantaggi comparati, in una società con conoscenze diffuse, le persone devono avere diritti di proprietà sicuri e alienabili in risorse produttive e in prodotti scambiabili a prezzi reciprocamente pattuibili a un basso costo di negoziazione degli scambi. La capacità del sistema di coordinare informazioni diffuse produce un'accresciuta disponibilità dei beni valutati maggiormente, così come di quelli che diventano meno costosi da produrre. L'ammontare di diritti su beni che un soggetto è disposto a scambiare, e dei quali sia titolare di diritti privati di proprietà, è la misura del valore; e tale ammontare non è equivalente a un'uguale quantità di beni di cui non vi sia un proprietario (per esempio, beni di proprietà governativa). Non c'è presumibilmente dubbio alcuno che i diritti di proprietà più forti hanno più valore dei diritti più deboli, cioè che un venditore di un bene con diritti di proprietà più deboli ne offrirebbe un ammontare maggiore di quello offerto nel caso in cui i diritti fossero più forti.

 

 

da: S. Pejovich, The Economics of Property Rights: Toward a Theory of Comparative Systems, Dordrecht, Kluwer, 1990, pp.38-9, p. 41, p. 65 (traduzione di A. Vannucci).

Il fallimento del sistema dei prezzi nello spiegare alcuni eventi non dovrebbe oscurare la sua capacità di spiegare la maggior parte degli eventi. La pratica effettiva della concorrenza di prezzo presuppone diritti di proprietà sulle risorse e libertà contrattuale. Ogni restrizione o interferenza con questi diritti ridurrebbe l'estensione degli scambi, o l'efficienza nell'allocazione delle risorse. I fattori che più frequentemente interferiscono con l'efficacia della concorrenza di prezzo sono i costi di transazione positivi, l'attenuazione dei diritti di proprietà privata, e il reddito non pecuniario.

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