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Teorie della globalizzazione e libertà individuale

di Flavia Monceri
(Docente di Filosofia della Politica. Università di Pisa.)

La globalizzazione come problema filosofico

Il dibattito sui “processi di globalizzazione”, e sulle loro “conseguenze” per l’individuo, costituisce ormai da qualche tempo una delle costanti della riflessione scientifico-sociale. Sembra comunque non esservi ancora un accordo unanime sulla definizione teorica del concetto di “globalizzazione”, il quale spesso finisce per indicare soltanto il fatto che esiste ormai un “mercato globale” verso il quale confluiscono per lo scambio flussi di beni, servizi e risorse umane non vincolati dai tradizionali confini spazio-temporali degli stati-nazione. In questo contesto, uno degli aspetti maggiormente presenti nel dibattito scientifico è quello della datazione del fenomeno, che certamente nella sua configurazione attuale ha origini non remote, dato che la possibilità di flussi effettivamente globali si è concretamente aperta soltanto a partire dalla fine della cosiddetta “Guerra fredda”.

E’ comunque da tenere presente che il fenomeno della globalizzazione dei mercati ha origini molto più remote, il cui germe risale all’epoca delle scoperte geografiche (cfr. I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, 3 voll., Bologna, 1997). E’ certo, tuttavia, che la tendenza alla “globalizzazione” divenne più evidente a partire dall’imperialismo coloniale occidentale ottocentesco, che non solo comportò la necessità di ampliare i mercati in senso “globale”, per permettere lo scambio dei beni e dei servizi prodotti nelle colonie, ma anche l’emergere di nuovi attori economici e politici non-occidentali (per esempio il Giappone), ciò che contribuì a rendere sempre più evanescente la possibilità di rintracciare un unico centro, e a far crescere la percezione di vivere entro uno “spazio globale”.

La situazione si fa ancora più complessa sul piano della filosofia e metodologia delle scienze sociali. Certamente si può concordare sul fatto che la percezione di vivere su un “globo”, dotato di confini fluidi che costringono tendenzialmente tutti a prendere coscienza della possibilità, e a volte dell’inevitabilità, di entrare in contatto con realtà anche molto distanti dalla propria sia uno dei tratti caratteristici della nostra contemporaneità. Ma questa percezione è molto meno diffusa a livello individuale di quanto spesso gli scienziati sociali mostrino di credere, perché essa dipende da una valutazione soggettiva, e dunque dalla concreta estensione della “sfera vitale” di ogni singolo individuo.

In questo senso, la questione del rapporto fra globalizzazione e “libertà” individuale, quest’ultima intesa come assenza di vincoli nella fruizione delle possibilità offerte dallo “spazio globale”, riveste un’importanza prioritaria per la riflessione filosofica sul “problema globalizzazione”. Sembra infatti possibile affermare che la percezione di vivere in uno spazio globale sia ancora piuttosto limitata, e riguardi principalmente coloro che per professione o per vicende personali si trovano a dover spostare costantemente i confini del proprio “ambiente”. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, lo spazio globale non è che una essenza non ben definita al di là della propria, e generalmente travalica le possibilità concrete di fruizione individuale.

In altri termini, anche nel caso della “globalizzazione” la riflessione filosofica è chiamata a porsi come un “problema” ciò che a prima vista sembra essere un dato di fatto incontrovertibile. In questo contesto, il principale problema da risolvere è di tipo metodologico, e riguarda la necessità di rimettere in discussione i tradizionali strumenti della ricerca scientifico-sociale per valutarne l’applicabilità a una situazione che non era stata prevista all’epoca della loro elaborazione. In definitiva, il primo problema cui si deve cercare di dare una soluzione riguarda gli strumenti concettuali per mezzo dei quali può essere possibile ricostruire teoricamente il fenomeno della “globalizzazione”. Come è naturale, il primo concetto da porre in discussione è proprio quello di “globalizzazione”, il significato del quale non può essere dato per scontato all’inizio dell’indagine, mentre dovrebbe semmai scaturire dall’analisi dei concreti processi in atto a livello globale.

Per fare soltanto un esempio delle aporie logico-metodologiche cui può condurre l’uso del concetto di “globalizzazione” come assioma non problematico, si può sottolineare la sua ambiguità semantica. Prima di tutto, è da tenere presente che tale termine, come in generale tutti i termini correntemente in uso nelle scienze sociali, trova la sua patria d’elezione in Occidente, ed è dunque culturalmente determinato, nel senso che riassume sotto forma di concetto astratto e universale una realtà particolare. Questa origine di tipo induttivistico viene rimossa una volta elaborato il concetto, che intende presentarsi invece come uno strumento “universale”, in grado di ricomprendere anche realtà diverse da quella di partenza. In questo senso, il termine globalizzazione risulta problematico perché intende indicare una realtà universale indicandola con un concetto la cui elaborazione è avvenuta entro un contesto particolare.

In secondo luogo, il significato del termine globalizzazione è profondamente ambiguo. Tale significato naturalmente non rinvia alla sfera fisica, ossia alla scoperta che la Terra è una sfera (un globo, appunto), visto che ciò è noto fin da tempi ormai remoti. Ma esso non sembra rinviare neppure alla presa d’atto, da parte di coloro che lo impiegano come strumento metodologico, che la Terra sia un globo in senso metaforico, ossia un luogo sul quale tutti coloro che vi abitano sono destinati ad incontrarsi data l’assenza di confini spaziali (su un globo non vi sono chiusure, non vi sono “angoli”). Se così fosse, infatti, sarebbe bastato utilizzare il termine “globalità”, che indica una situazione di fatto della quale si prende atto e sulla quale non si può intervenire. Proprio qui sta il punto: “globalizzazione” (globalization, Globalisierung) non indica affatto la presa d’atto dell’esistenza di uno spazio globale nel quale non vi sono più centri dati una volta per tutte, ma un processo in corso per il quale la Terra si sta trasformando in un globo.

Non sembra un caso, allora, che tale termine abbia avuto origine nell’ambito delle scienze sociali occidentali quando esse si sono trovate a dover fare i conti con una realtà nella quale l’Occidente non poteva più essere legittimamente ritenuto il centro da un punto di vista teorico. In Occidente, e in prima linea da parte degli intellettuali dentro e fuori l’ambiente accademico, si è scelto questo termine per sottolineare il fatto che il processo in corso può e deve essere compreso e sottoposto a regole a partire da un centro: globalizzare qualcosa significa “renderlo globale”, non accettare il fatto che esso lo sia già di per sé.

Qui sta allora la principale aporia nell’uso del termine “globalizzazione”: esso rimanda a un concetto di tipo universalistico, che comporta la preliminare professione di fede nell’esistenza di sistemi di valore condivisibili ed estensibili, i cui contenuti sono tutti da ricondurre a visioni del mondo di tipo occidentale. E’ il caso di concetti-valori quali i “diritti umani”, la “democrazia”, la “libertà e l’autodeterminazione dei popoli”, e così via, alla definizione contenutistica dei quali non è previsto che partecipino anche gli esponenti delle culture da “globalizzare”, rendendo ancor più problematico il senso del rapporto fra la “globalizzazione” così intesa e la libertà di tutti gli individui che popolano lo spazio globale.

Nel seguito la problematica relativa ai processi di globalizzazione viene esaminata a partire dai diversi ambiti tematici nei quali è stato strutturato il modulo, mentre i passi significativi tratti dalle opere citate vengono riportati nell’appendice antologica.

 

1) Il dibattito teorico contemporaneo sulla globalizzazione

Nell’ambito delle scienze sociali contemporanee, il dibattito sul tema della globalizzazione continua a rivestire un ruolo centrale, soprattutto a partire dalle proposte teoriche di Francis Fukuyama e Samuel P. Huntington, le cui posizioni sono state e continuano a essere oggetto della riflessione scientifico-sociale. Entrambi gli autori riflettono sugli avvenimenti successivi al 1989, e sul nuovo ordine geopolitico mondiale da essi scaturito, traendone due teorie piuttosto diverse.

Secondo Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, trad. it. Milano, 1996) il crollo dei regimi socialisti nell’Europa orientale e il conseguente indebolimento dei regimi ad essi assimilabili nel resto del mondo, permetterebbe di affermare la “fine della storia”, intesa come processo dialettico. Infatti, nella configurazione storico-mondiale successiva al 1989 non esisterebbero più seri ostacoli alla diffusione dei regimi di stampo democratico-liberale occidentale, perché non esiste più neppure l’avversario ideologico presente nell’epoca della Guerra fredda. Da questo punto di vista, “fine della storia” significa che esiste ormai un solo praticabile sviluppo, costituito dalla diffusione capillare e dal perfezionamento del modello economico del capitalismo occidentale, accompagnato da quello politico della democrazia-liberale. Questi due modelli costituiscono insieme il fine che la storia universale doveva raggiungere e la fine della storia intesa come sede di conflitti “dialettici” fra diverse ideologie.

 Una posizione piuttosto diversa è quella di Samuel P. Huntington (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, trad. it. Milano, 1997), che non accetta la tesi della fine della storia, sostenendo anzi che la rottura dell’equilibrio bipolare, e il conseguente trapasso a una configurazione geopolitica multipolare, determina una situazione nella quale i conflitti si acuiscono e assumono un carattere irriducibile. Gli attori del mondo multipolare post-Guerra Fredda non sono più gli stati-nazione, quanto piuttosto le “civiltà”, il cui nucleo è costituito da una serie di valori condivisi dai suoi membri, di tipo principalmente religioso e culturale. Ne risulta una configurazione nella quale esiste un numero determinabile di grandi civiltà (che Huntington non riesce però precisamente a stabilire, oscillando fra le sette e le nove) che rappresentano ognuna il più ampio contesto identitario possibile per gli individui. L’appartenenza a una determinata civiltà è esclusiva, nel senso che comporta la totale lealtà verso di essa e un atteggiamento conflittuale verso tutte le altre.

Così, mentre Fukuyama sembra pronosticare un futuro di pacificazione fra le diverse culture, sulla scorta della diffusione globale del capitalismo e soprattutto della democrazia, evento che data l’univocità del processo storico appare inevitabile anche là dove meno sembra prevedibile, Huntington sembra più propenso a ritenere che i microconflitti scaturiti dalla fine del bipolarismo si trasformeranno in macroconflitti fra civiltà (occidentale, ortodossa, sinica, islamica, africana (forse), giapponese, indù, latinoamericana), determinati principalmente dalla incomunicabilità di principio fra sistemi di valore assoluti all’interno e impermeabili verso l’esterno.

Dal punto di vista metodologico, allora, la posizione di Fukuyama può essere definita “universalistica” nel senso che ammette la possibilità di individuare un nucleo di princìpi e di istituzioni in grado di diffondersi capillarmente fino a costituire il fondamento di una “civiltà universale” alla maniera di Immanuel Kant (Per la pace perpetua, 1795), riducendo progressivamente le occasioni di conflitto. La posizione di Huntington è invece affine al “relativismo culturale”, già proposto da Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente (1918-22), secondo il quale esistono tanti sistemi di valore assoluti quante sono le culture, sistemi che proprio per la loro assolutezza e autoreferenzialità  rendono inevitabile lo “scontro” fra le civiltà.

In effetti, universalismo e relativismo culturale rappresentano i due principali atteggiamenti metodologici a partire dai quali viene affrontato il problema della globalizzazione nelle contemporanea letteratura scientifico-sociale. Tuttavia, nonostante la loro apparente irriducibilità, i due atteggiamenti hanno in comune intanto l’origine, ciò che determina il loro comune sottolineare l’unicità della cultura occidentale all’interno della storia universale. In altri termini, tanto gli universalisti quanto i relativisti finiscono per attribuire all’Occidente un ruolo determinante dal punto di vista teorico, nel senso che esso costituisce in entrambi i casi il punto di partenza dell’indagine – il c­aso particolare da cui si cerca di desumere la teoria generale –, nonché il suo punto di approdo, consistente nella dimostrazione che la civiltà occidentale può costituire il modello di riferimento anche per tutte le altre civiltà. Queste affermazioni possono essere verificate tanto nel caso di Fukuyama (universalismo), quanto in quello di Huntington (relativismo culturale).

All’interno dell’universalismo, che rappresenta ancora l’atteggiamento metodologico dominante nell’ambito delle scienze sociali, la posizione di Ulrich Beck è importante perché analizza il problema globalizzazione avendo come punto di riferimento la cultura europea, piuttosto che quella anglo-americana cui si richiamano sia Fukuyama che Huntington. Beck rappresenta in modo esemplare una posizione piuttosto diffusa fra gli intellettuali europei, per la quale la nascita e lo sviluppo dell’Unione Europea rappresentano la prova che è possibile pensare a una futura “civiltà universale” fondata sulla democrazia e sul cosmopolitismo. L’Unione Europea rappresenta il germe di un ordinamento federale mondiale del tipo pensato a suo tempo da Kant, e nello stesso tempo essa è la dimostrazione che è possibile recuperare un ruolo centrale per la civiltà europeo-occidentale anche nell’epoca della globalizzazione.

Secondo Beck, infatti, la globalizzazione è un fenomeno che deve essere controllato sulla scorta di alcuni princìpi di tipo etico-giuridico, senza l’ausilio dei quali i processi in atto si trasformerebbero in forze incontrollabili il cui esito potrebbe essere soltanto la distruzione dell’ecosistema globale. In tale contesto, l’Unione Europea viene considerata come un primo importante passo sulla via dell’unificazione mondiale, ed essa, che per prima si è mossa sulla via del superamento degli stati-nazione in vista di un ordinamento sovranazionale, ha il compito (la missione) di renderne partecipi tutti gli altri popoli della Terra, indicando loro la via da percorrere per raggiungere il fine ultimo: la creazione di una “repubblica federale mondiale” che permetta di sottoporre a correttivi gli effetti perversi dei processi di globalizzazione (economica, ma anche culturale).

Accanto a universalismo e relativismo culturale esistono tuttavia altre posizioni metodologiche, che derivano principalmente dalle suggestioni del pensiero antropologico. Uno fra i più importanti esponenti è Clifford  Geertz, antropologo di fama mondiale che recentemente si è occupato anche di problemi connessi alla globalizzazione. Geertz rappresenta la posizione per la quale lo studio dei fenomeni globali è anche e principalmente studio delle “culture altre”, ciò che pone preliminari problemi di ordine metodologico, vista la necessità di procedere in modo comparato. La globalizzazione comporta la presa di coscienza che esistono più culture alle quali è necessario avvicinarsi in modo non pregiudiziale, vale a dire cercando di evitare che i condizionamenti della cultura di partenza influenzino l’atteggiamento nei confronti della cultura di arrivo, rendendo inaffidabile qualsiasi risultato venga raggiunto nel corso dell’indagine.

In questo senso, l’atteggiamento dell’antropologo, che pure non va immune da problemi quali quello della “traduzione culturale”, sembra essere uno fra i più utili per lo studio dei fenomeni globali, perché presuppone una “immersione totale” del ricercatore entro la cultura oggetto d’indagine, il suo prolungato soggiorno in essa e il tentativo di assimilare quanto più possibile della lingua, dei costumi e delle consuetudini dell’“altro da sé”. Certo, il fatto che il ricercatore non potrà mai far parte interamente della cultura di arrivo, e che dunque qualsiasi risultato egli abbia raggiunto sarà sempre in una certa misura viziato dal proprio contesto originario, costituisce un problema forse irrisolvibile. Comunque, questo tipo di atteggiamento antropologico permette perlomeno di evitare i più grossolani fraintendimenti cui conducono tanto l’universalismo quanto il relativismo culturale.

 

2) La globalizzazione e lo stato-nazione

Uno dei problemi più rilevanti nell’analisi dei processi di globalizzazione è costituito dalla necessità di ripensare il ruolo dello stato-nazione di tipo occidentale sulla base dei mutamenti in atto.  In altri termini, sembra essere ormai chiaro che la suddivisione dello spazio globale in numerose entità delimitate dal punto di vista territoriale non basta più a garantire che il controllo esclusivo delle attività dei membri di tali entità sia affidato a una organizzazione centralizzata, perché non è più possibile garantire che i flussi di beni, servizi e informazioni vengano prodotti e distribuiti esclusivamente all’interno delle entità finora note come stato-nazione.

E’ questo uno dei motivi per i quali gran parte dei teorici afferma la necessità di procedere alla costruzione di entità sovranazionali in grado di controllare tali flussi anche quando essi travalicano i confini della singola unità statale. Tuttavia, la creazione di istituzioni sovranazionali modellate sullo stato-nazione di vestfaliana memoria non è l’unica possibile soluzione ai problemi connessi al libero movimento di beni, servizi e informazioni a livello globale.

E’ certo che la diminuzione d’importanza dello stato-nazione coincide anche con una perdita di sovranità da parte degli stati-nazione, la quale potrebbe essere controbilanciata, come ricorda Robert J. Holton, soltanto se essi sono in grado di mantenere una funzione di raccordo e di controllo fra gruppi di interesse non solo interni ai confini dello stato che venga giudicata utile da tali gruppi. Nella nuova configurazione globale, sempre più spesso i tradizionali poteri dello stato-nazione risultano inefficaci perché gli accordi vengono raggiunti a un livello transnazionale fra gruppi di interessi, mentre ai singoli stati non resta che rendere operativi tali accordi all’interno dei propri confini. Naturalmente, questa situazione è ancora soltanto una tendenza di sviluppo in molti luoghi del globo, ma è possibile prevedere che essa continui a realizzarsi, data la maggiore flessibilità della negoziazione diretta fra i gruppi di volta in volta interessati.

Proprio il concetto di negoziazione diventa così centrale per la nuova configurazione “inter- e transnazionale”, anche come mezzo pacifico di risoluzione dei conflitti, tramite l’individuazione di convergenze di interessi. Ciò non significa tuttavia che le occasioni di conflitto scompaiano, e anzi spesso i conflitti di interesse potranno dimostrarsi talmente irriducibili da esigere una risoluzione non pacifica. In questo senso, lo stato-nazione potrebbe avere ancora la funzione di “gendarme” degli accordi e dei negoziati, potendosi presentare come il possibile garante armato degli accordi in cui siano coinvolti gruppi di interesse ritenuti interni. Da questo punto di vista, il superamento della centralità dello stato-nazione comporta anche una serie di problemi sul piano dei rapporti internazionali, non ultimi quelli di una chiara definizione del concetto di negoziazione e di una persistenza delle “asimmetrie di potere”.

In tale contesto, il rimodellarsi del globo in spazi “regionali”, secondo la definizione di Kenichi Ohmae, una realtà ormai evidente soprattutto in ambito economico, pone problemi ancora maggiori alla sopravvivenza della tradizionale forma di stato-nazione, visto che tali regioni non necessariamente sono destinate a ricomprendere unità contigue dal punto di vista spaziale o affini dal punto di vista culturale. La ridefinizione degli spazi sembra essere un processo continuo, anche se dal punto di vista politico ed economico sembra attualmente possibile individuare alcune macroregioni che stanno procedendo a un’opera di consolidamento non solo economico ma anche istituzionale. Esempi di tali macroregioni sono l’Unione Europea e l’ASEAN, anche se il loro livello di integrazione, e i princìpi sui quali essa si fonda sono piuttosto differenti.

Lo spazio globale aperto, nel quale è possibile una varietà di accordi transnazionali incrociati che comportano la negoziazione fra gruppi provenienti dalle più diverse culture, pone seri problemi teorici all’idea di una organizzazione mondiale, anche di tipo federale, che intenda presentarsi come l’erede dello stato-nazione. Tale organizzazione esigerebbe infatti l’esistenza di un nucleo di valori condivisi a partire dai quali elaborare la struttura del “governo mondiale”. Uno dei più importanti tentativi di individuare tale nucleo è l’attuale accento sul concetto di “diritti umani”, la cui corretta definizione sembra essere ritenuta il punto di partenza imprescindibile per la successiva creazione e soprattutto per il consolidamento di una organizzazione politica mondiale (di tipo democratico).

A questo punto si ripropongono però i problemi di tipo metodologico analizzati nella sezione 1), dato che il concetto di diritti umani viene pensato a partire dalla definizione che di esso si è venuta cristallizzando in Occidente, mentre non viene normalmente prevista la partecipazione delle “culture altre” a una sua ridefinizione in senso globale. Ciò comporta alcuni problemi a tutt’oggi irrisolti, il cui principale risultato può essere rinvenuto nel noto dibattito sui “valori asiatici” e sul loro rapporto con i “diritti umani”. Daniel A. Bell mette ben in luce il nucleo problematico che si trova sullo sfondo dell’almeno apparente incomunicabilità fra culture sul tema dei diritti umani, intesi come nucleo di valori condivisi proposto dall’Occidente a fondamento della “civiltà universale”.

 

3) Capitalismo occidentale ed economia globale

 Una seconda dimensione problematica della globalizzazione può essere individuata nella definizione dei tratti della “economia globale”. Mentre è infatti chiaro che esiste ormai un mercato globale per i beni e i servizi prodotti in qualsiasi parte del mondo, non è altrettanto chiaro se la configurazione dell’economia nell’era della globalizzazione coinciderà con la diffusione a livello planetario del modello capitalistico occidentale, soprattutto nella sua forma più nota, ossia quella anglo-americana. Inoltre, non è neppure pacificamente accettata la tesi secondo cui l’instaurarsi di una dimensione globale per l’economia eviterebbe il risorgere di fenomeni di depressione assimilabili a quelli sperimentati nelle maggiori economie del mondo nel corso del XX secolo, con un riferimento obbligato alla cosiddetta “crisi del ‘29”.

Per quanto riguarda questo secondo problema, si possono enucleare due possibili atteggiamenti nei confronti dell’economia globale. Da un lato, si sostiene che la mancanza di confini per i mercati dei beni e dei servizi elimina tendenzialmente il pericolo di crisi da sovrapproduzione, data l’esistenza di infinite nicchie di mercato che possono servire da valvola di sfogo. In questo senso, l’esistenza di un mercato globale sembra far presagire la possibilità di una espansione economica tendenzialmente infinita, e di una progressiva limitazione delle occasioni di recessione. Dall’altro lato, si sostiene invece che il pericolo della depressione è sempre presente anche all’interno dello spazio economico globale perché è sempre possibile che si produca una scarsità nella domanda dei beni e servizi offerti, la quale tendenzialmente potrebbe investire una tale quota del mercato da rendere globale anche l’eventuale “depressione”. E’ questa la tesi di Paul Krugman, il quale fonda la propria posizione su un’attenta analisi economica della recente crisi che ha investito i mercati asiatici.

Secondo Krugman, è in primo luogo da sfatare il “mito” del “miracolo asiatico”, ossia di una particolarità di tali mercati che li renderebbe pressoché inspiegabili per la teoria economica tradizionale. D’altro lato, è però anche da sfatare la conseguente idea secondo la quale la crisi sperimentata da tali mercati sarebbe stata originata dalla troppo veloce crescita economica precedente e da una miope politica economica di tipo centralizzato e nepotistico (secondo il concetto del “crony capitalism”). Ciò infatti permetterebbe anche di affermare, come avviene da parte di molti economisti, che tale crisi non potrebbe mai estendersi ai mercati occidentali, che continuano a perseguire la “corretta” politica economica. Krugman ritiene invece che la crisi dei mercati asiatici debba essere intesa come l’avvisaglia di un possibile ritorno dell’economia della depressione a livello globale. L’esempio asiatico, in altri termini, è un caso studio privilegiato al fine di rimettere in discussione i presupposti teorici all’origine del concetto di “economia globale”.

Benché la tesi di Krugman non vada immune da critiche, essa ha almeno il merito di mettere in discussione alcuni stereotipi della teoria economica contemporanea, che non riuscendo a ricondurre ai propri modelli il fenomeno delle economie asiatiche, lo spiega come una (macroscopica) eccezione, come un miracolo. Ma mentre Krugman sembra ritenere che non vi sia una grande differenza fra i diversi tipi di economie presenti sul globo, non altrettanto può dirsi di importanti interpreti quali John Gray, che mettono in discussione proprio l’idea che esista un unico modello di “capitalismo globale”, il quale sarebbe in definitiva da identificare con il capitalismo di stampo anglo-americano. In altri termini, anche in ambito economico è necessario rimettere in discussione i tradizionali presupposti dell’indagine teorica, e prima di tutto il concetto stesso di “capitalismo”, e l’idea che esso si sia diffuso a livello globale nella sua forma originaria.

In questa prospettiva teorica, il fenomeno dell’esistenza di “capitalismi altri” non viene né negato sulla base di presupposti universalistici, né considerato come una “eccezione” data la sua irriducibilità agli usuali schemi della riflessione scientifico-sociale. L’esistenza di una pluralità di forme di capitalismo è la logica conseguenza dell’esistenza di una pluralità di sistemi culturali i quali anche quando “importano” modelli provenienti da altri contesti, li adattano alle concrete esigenze locali, dando vita a qualcosa di diverso dalla configurazione di partenza. Si tratta del fenomeno ormai definito “localizzazione”, un termine impiegato nelle scienze sociali per indicare l’adeguamento di modelli provenienti da una determinata cultura (di solito quella occidentale) al fine di renderli compatibili con la cultura di arrivo.

In altri termini, anche la diffusione del capitalismo occidentale a livello globale comporta un’opera di “traduzione culturale”, al termine della quale il modello di partenza si presenta re-interpretato e non più assimilabile alla sua configurazione originaria. Di conseguenza, neppure in ambito economico si può parlare di una civiltà universale fondata sulla progressiva estensione di un unico modello economico, il “capitalismo occidentale”, mentre sarebbe piuttosto lecito parlare di una pluralità di modelli capitalistici per analizzare i quali è necessaria una ridefinizione del tradizionale strumentario concettuale delle scienze sociali. In definitiva, anche il capitalismo è un fenomeno culturalmente determinato, vale a dire un fenomeno che si richiama a un sistema di valori ben determinato, il quale quasi sempre viene rifiutato dalle culture che accettano il modello esterno in quanto insieme di strumenti economici (in quanto sistema di mezzi e non di fini), ma soltanto procedendo contemporaneamente a un’opera di interpolazione delle strutture istituzionali e culturali già presenti sul territorio. La localizzazione, dunque, può essere ulteriormente specificata nel senso di una “ibridazione” fra modelli culturali.

 

4) L’esperienza religiosa in un contesto globale

Nell’ambito della teoria della “modernizzazione”, dominante nelle scienze sociali almeno fino agli anni Settanta del Novecento, lo spazio riservato alla “religione” era piuttosto limitato. Secondo tale teoria, infatti, si può individuare una linea di sviluppo che tutte le società si trovano a dover percorrere, la cui tappa fondamentale è costituita dal passaggio da uno stadio “premoderno” a uno “moderno”. Detto in termini piuttosto schematici, lo stadio della modernità coincide con la trasformazione della società da agricola a industriale, da autoritaria (o feudale) a liberal-democratica, da “magica” a “razionale”. In questo senso, la religione, intesa come insieme di pratiche che facilitano la coesione del gruppo e come sistema di interpretazione complessiva del mondo, è destinata a perdere di importanza man mano che la società procede lungo la via della modernizzazione.

Questo schema teorico era stato dapprima elaborato in ambito occidentale, per esempio da Georg Simmel e da Max Weber, che lo ritenevano applicabile al solo Occidente. I teorici della modernizzazione successivi, invece, ritennero possibile estendere lo schema e trasformarlo in una legge universale di sviluppo per la quale in qualsiasi società si attua il passaggio dallo stadio premoderno a quello moderno, mentre in questo passaggio la “religione” subisce una sempre crescente perdita d’importanza. Infine, man mano che la modernizzazione si diffonde, i sistemi religiosi sono destinati a dissolversi, sopravvivendo forse soltanto nella sfera individuale.

Ora, come in molti altri aspetti, anche nel caso delle previsioni sulla religione la teoria della modernizzazione ha fallito. Infatti, nel contemporaneo sistema tendenzialmente globale, si può dimostrare intanto che le religioni “tradizionali” non sono affatto scomparse, mentre il fatto nuovo del proliferare di cosiddette “nuove religioni” revoca completamente in dubbio l’attendibilità delle teorie della modernizzazione. Neppure nelle società cosiddette “in via di sviluppo”, che fino a pochi decenni fa venivano ascritte allo stadio “premoderno”, la modernizzazione accelerata, che ha comportato profondi mutamenti della struttura socio-culturale, ha avuto il risultato di diminuire o di annullare il ruolo della “religione”.

Il fenomeno cui si sta assistendo è piuttosto quello di una sempre maggiore riduzione dell’esperienza religiosa a fenomeno individuale, con il risultato che è possibile per chiunque connotare in modo originale e irripetibile il proprio “credo” attingendo dalla numerosa messe di “prodotti” accessibili sul mercato globale delle idee religiose. Ma accanto a questa tendenza, ne esiste un’altra per la quale continuano a sorgere nuovi “sistemi” religiosi rivolti a una qualche “comunità di fedeli”. Oltre al fenomeno piuttosto studiato dagli scienziati sociali del sorgere di “nuove religioni” in Giappone, alcune ben note anche in Italia (come la Soka Gakkai, variante del buddhismo della scuola Nichiren), un importante esempio della possibilità di creare nuove forme di esperienza religiosa è costituito senza dubbio dal movimento “New Age”, che si è diffuso nei Paesi occidentali nel corso degli ultimi decenni del Novecento.

In questo caso, non si tratta di una religione unitaria fornita di un unico credo e di una qualche forma di istituzione, quanto piuttosto di una serie di attività individuali e di gruppo che hanno in qualche modo a che fare con la “dimensione spirituale”. Le due caratteristiche più interessanti della New Age sono rappresentate da un lato dalla possibilità di attagliare la pratica religiosa all’individuo che la sceglie, data l’assenza di qualsiasi vincolo dottrinario; dall’altro dal carattere “transnazionale” del movimento, nel quale per esempio rivestono un ruolo fondamentale le idee e le pratiche provenienti dalle “religioni orientali”. Si tratta certamente di un modo di intendere il termine religione ancora inusuale, ma molto probabilmente destinato a perdurare.

Il risorgere dell’interesse per la religione, almeno al livello individuale, è un fenomeno innegabilmente presente nella società contemporanea che non può essere tuttavia ricondotto agli usuali schemi delle scienze sociali, che nella sociologia della religione sono ancora largamente debitori delle tesi weberiane. Lester J. Kurtz, per esempio, cerca di trattare il problema della religione nell’era globale sulla scorta dei concetti ereditati dal pensiero weberiano, il quale tuttavia si proponeva soltanto di ricostruire l’unicità occidentale, dimostrandosi dunque inadeguato in funzione di strumento metodologico di tipo comparativo.

Per fare soltanto l’esempio più importante, il concetto di “religione” non viene problematizzato, ma anzi si accetta la tradizionale definizione secondo la quale la religione coincide con la “confessione” religiosa, ciò che a una più attenta analisi risulta inapplicabile per esempio nel caso delle “religioni” orientali. Anche in questo ambito d’indagine, si cerca di trasformare un concetto culturalmente determinato in strumento metodologico universale, dimenticando che sullo sfondo del concetto di religione inteso in senso occidentale si trova l’intera dimensione cosmologica e storico-culturale nella quale esso è sorto, che ne ha profondamente influenzato l’estensione semantica.

La proposta di Kurtz per rendere possibile un reale multiculturalismo religioso sembra pertanto soffrire dello stesso vizio di fondo insito nella proposta dei diritti umani quale nucleo fondamentale di valori politici condivisibili a livello globale. Infatti, alla sua definizione non è previsto che partecipino esponenti del “resto”, visto che tutte le categorie esplicative necessarie sono ritenute presenti nella tradizionale scienza sociologica occidentale.

 

5) Cultura globale

Le nuove tecnologie applicate allo scambio delle informazioni, il rinnovato sviluppo dei media in virtù delle comunicazioni satellitari e della tecnologia digitale, e soprattutto il diffondersi di Internet rendono la dimensione culturale della globalizzazione uno fra i fenomeni più rilevanti per il dibattito scientifico-sociale. Quello della “cultura” è forse l’ambito nel quale più sembra incontrovertibile l’affermazione secondo la quale viviamo in un mondo ormai globalizzato, che tendenzialmente annulla le differenze fra “consumatori” della cultura, rendendo standard persino le preferenze individuali.

Pochi sono a tutt’oggi i teorici che come Mike Featherstone cercano di rendere problematico il nesso fra globalizzazione e cultura, avvertendo che i processi di globalizzazione sono piuttosto complessi e non necessariamente univoci. La localizzazione di cui si è detto può avvenire, e di fatto avviene, anche nel caso dell’importazione di prodotti culturali, rendendo piuttosto problematica l’assunzione che sia ormai in atto una omogeneizzazione delle preferenze e dei comportamenti individuali. Nonostante ciò, la maggior parte degli studiosi sembra ritenere che sia in atto un processo irreversibile di standardizzazione che riguarda tutti gli ambiti della vita individuale, compreso quello culturale.

E’ interessante notare, comunque, che standardizzazione e omogeneizzazione sono quasi sempre sinonimi di “americanizzazione”, ossia di un processo per il quale la globalizzazione della cultura starebbe avvenendo nel senso di una diffusione di prodotti, servizi e modelli americani su tutto il globo. In altri termini globalizzazione e americanizzazione sarebbero sinonimi perché gli Stati Uniti d’America devono essere ancora ritenuti la potenza globale per eccellenza anche dal punto di vista della creazione di modelli culturali. Inutile sottolineare quanto questa affermazione sia più data per scontata che verificata sul campo. Esemplari, in questo contesto, sono le proposte teoriche di Benjamin R. Barber e di George Ritzer. 

Barber presenta uno scenario di tipo dialettico nel quale si affrontano due opposte forze: McWorld, che rappresenta l’insieme dell’Occidente fondato sul consumismo ma anche sulla democrazia, e Jihad, che rappresenta tutto “il resto” fondato su valori di tipo premoderno. Benché Jihad si presenti come una forza temibile, che intende mobilitare tutta l’energia dei suoi membri per contrastare l’avanzata di McWorld (nello spirito del fondamentalismo islamico, da cui il termine deriva), la vittoria non potrà spettare che a McWorld. Infatti nel mondo contemporaneo, anche le tendenze e le opposizioni di tipo premoderno sono costrette a far uso degli strumenti offerti dal McWorld soprattutto nell’ambito dello scambio di informazioni, prestando così il fianco a una lenta ma irreversibile trasformazione interna che rende più debole la loro resistenza.

McWorld coincide con la cultura e con la lingua americana, e la sua vittoria è la vittoria dell’America nel mondo, una vittoria che secondo Barber deve essere anche paventata, visto che McWorld è principalmente l’espressione del consumismo sfrenato e della preminenza della sfera economica su quella politica. Ecco perché si deve sottoporre a correttivi la logica del McWorld a partire da un recupero dei princìpi democratici che pure fanno parte della sua configurazione. In definitiva, mentre Jihad non può essere sottoposta a correttivi perché deriva da istanze premoderne, nelle quali non c’è alcuno spazio per la democrazia, McWorld opportunamente guidato può costituire lo strumento di diffusione globale anche della democrazia, fino alla costituzione di una democrazia mondiale.

La tesi di George Ritzer, ormai celebre nell’ambito delle scienze sociali, consiste nell’affermazione che il “modello McDonald’s” (da cui il termine “McDonaldizzazione”) costituisce il fenomeno più adatto a prendere il posto della “burocrazia” weberiana, intesa come il simbolo della diffusione del processo di razionalizzazione nella moderna civiltà occidentale. Lo scopo di Ritzer sembra quello di attribuire validità euristica alla sua teoria della McDonaldizzazione in un ambito escluso dalla considerazione weberiana, ossia il contesto globale. In Weber, infatti, la teoria della razionalizzazione è uno strumento metodologico elaborato all’esclusivo fine di indagare la specificità dell’Occidente nella cerchia delle culture mondiali, e proprio perciò i risultati raggiunti tramite la sua adozione non possono essere ritenuti validi fuori dall’Occidente.

 Il problema di questo tipo di atteggiamento metodologico consiste nel fatto che i fenomeni in atto a livello globale vengono tutti ricondotti a un unico processo la cui origine è occidentale, anche quando essi avvengono all’interno delle “culture altre”. In altri termini, l’occidentalizzazione (o “americanizzazione”) del globo non è considerata soltanto come un processo di progressiva estensione di un modello omogeneizzante, ma è anche ritenuta l’origine delle “risposte” culturalmente diverse che “il resto del globo” elabora per far fronte a tale espansione. La conseguenza più importante della trasformazione di un fenomeno particolare in una teoria di validità “globale” consiste allora nel fatto che ancora una volta la scienza sociale sceglie di aderire a una prospettiva di stampo universalistico per la quale esiste un unico “motore” dei processi di globalizzazione il cui centro è in Occidente.

 

 

 

 

1. Il dibattito teorico contemporaneo sulla globalizzazione

 

da: Ulrich Beck Was ist Globalisierung?, Frankfurt am Main, Suhrkamp Verlag, 1997, trad. it. Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Roma, Carocci, 1999, traduzione di Emanuele Cafagna e Carlo Sandrelli, pp. 22-27; 188-190.

In questo libro vorrei schierarmi contro quel megafantasma che si aggira per l’Europa sostenendo una distinzione radicale, e cioè quella tra globalismo da un lato, globalità  e globalizzazione dall’altro.[…]

Con globalismo indico il punto di vista secondo cui il mercato mondiale rimuove o sostituisce l’azione politica, vale a dire l’ideologia del dominio del mercato mondiale, l’ideologia del neoliberismo. Essa procede in maniera monocausale, economicistica, riduce la multidimensionalità della globalizzazione ad una sola dimensione (quella economica, a sua volta pensata in maniera lineare) e considera tutte le altre dimensioni – globalizzazione ecologica, culturale, politica, civile – se pure lo fa, solo subordinandole al predominio del sistema del mercato mondiale. Naturalmente non si intende con ciò negare o ridurre il significato centrale della globalizzazione economica, anche come opzione e percezione degli attori imprenditoriali. Il nucleo ideologico del globalismo sta tutto piuttosto nel fatto che in esso viene liquidata una differenza fondamentale della prima modernità, e cioè quella tra politica ed economia. […]

Globalità significa: viviamo da tempo in una società mondiale, e questo nel senso che la rappresentazione di spazi chiusi diviene fittizia. Nessun paese, nessun gruppo si può isolare dall’altro. In tal modo si scontrano l’una contro l’altra le diverse forme economiche, culturali, politiche, e ciò che si dava per scontato, anche del modello occidentale, deve trovare una nuova giustificazione. “Società mondiale” significa perciò l’insieme dei rapporti sociali che non sono integrati nella politica dello Stato nazionale o non sono da essa determinati o determinabili. In questo l’autopercezione (inscenata massmediaticamente su scala nazionale) gioca un ruolo cruciale, così che società mondiale (in senso stretto) – per proporre un criterio operativo (anche politicamente rilevante) – significa società mondiale percepita, riflessiva. […]

Globalizzazione  significa invece il processo in seguito al quale gli Stati nazionali e la loro sovranità vengono condizionati e connessi trasversalmente da attori transnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità e reti. […]

La specificità del processo di globalizzazione oggi (e certamente anche in futuro) consiste nell’estensione, densità e stabilità, empiricamente rilevabili, delle reti di relazioni reciproche regional-globali e della loro autodefinizione massmediale, così come degli spazi sociali e dei loro flussi d’immagine a livello culturale, politico, finanziario, militare ed economico. […]

Globalizzazione significa quindi anche: non-Stato mondiale. Meglio: società mondiale senza Stato mondiale e senza governo mondiale. Si espande un capitalismo globale dis-organizzato, perché non ci sono una potenza egemone e un regime internazionale, né economico né politico. […]

 

Il punto centrale, la chiave d’accesso è che senza Europa non c’è risposta alla globalizzazione. Ciò che l’Europa è o vuole essere non deve essere tirato fuori magicamente dal passato, ma deve essere concepito come risposta politica alle domande del futuro, in tutti i campi tematici: mercato del lavoro, ecologia, Stato sociale, migrazione internazionale, libertà politiche, diritti fondamentali. Solo nello spazio transnazionale dell’Europa le politiche dei singoli Stati possono divenire, da oggetto minacciato, soggetto di una globalizzazione organizzata.[…]

Non c'è una via d’uscita nazionale dalla trappola della globalizzazione. Un’istituzione della grandezza del’Unione Europea potrebbe ristabilire la priorità della politica, la capacità d’azione sociale ed economica per gli Stati che cooperano, controllabile democraticamente. Di fatto, un’Unione Europea forte e democratica potrebbe impiegare il suo potere come la più grande potenza commerciale del mondo per introdurre riforme effettive verso l’interno come verso l’esterno. L’organizzazione del mercato mondiale sarebbe da riformare ancora una volta dalle fondamenta. Devono essere introdotti urgentemente standard minimi sociali ed ecologici. Non sulla base di un’intenzione protezionistica, ma per superare la doppia morale europea secondo la quale non vale per gli uomini in altri paesi ciò che l’Europa definisce e protegge come dignità umana: […] Dobbiamo aiutare altri paesi a produrre per il proprio mercato e renderne partecipe la propria popolazione. Globalizzazione significa, come si è detto, ri-regionalizzazione, sub- e sovranazionale.

 

 

da: Clifford Geertz, Eine Welt in Stücken, in Welt in Stücken. Kultur und Politik am Ende des 20. Jahrhunderts, Wien, Passagen Verlag 1996, pp. 13-35; trad. it Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Bologna, il Mulino, 1999, traduzione di Andrea Michler e Marco Santoro, pp. 30-31; 62-63.

Lentamente si sta facendo strada l’idea che la nascita, in Asia e in Africa, di questo gran numero di paesi di grandi, piccole e medie dimensioni non rappresenta un recupero o una imitazione del modello di “stato nazionale” quale è venuto formandosi in Europa tra il Seicento e l’Ottocento. Solo ora comprendiamo che il Terzo mondo, quello “sottosviluppato”, “arretrato”, più che confermare o reincarnare questo modello, lo ha, per molti versi, messo in discussione. Per troppo tempo è prevalsa l’idea che il mondo moderno fosse un prodotto dell’Europa settentrionale e occidentale, estesosi al resto del mondo a macchia d’olio. Eppure diversi sviluppi negli Stati Uniti e in America Latina – per non parlare della Liberia, di Haiti, della Thailandia o del Giappone – avrebbero dovuto farci comprendere che queste nuove entità, chiamate a loro volta “paesi”, si costituiscono secondo tutt’altri modelli, e precisamente in modo da esporre a un crescente bisogno di giustificazione la concezione europea, tutt’altro che incontrastata, del significato e del fondamento del concetto di “paese”. Sono queste le implicazioni veramente radicali della decolonizzazione, e solo ora ce ne stiamo rendendo conto. Quale che sia la nostra posizione, è indubbio che la dinamica occidentale che ha portato alla costituzione delle nazioni non si sta ripetendo e che ciò a cui assistiamo è un’altra cosa.

Due sono le premesse per scoprire di che cosa potrebbe trattarsi: da un lato un uso di concetti come “nazione”, “stato”, “popolo” e “società” che non sussuma questi con i logori concetti dell’analisi politica sotto un modello comune e riprodotto ciecamente, dall’altro un ricorso a concetti come “identità”, “tradizione”, “appartenenza” e “coesione” che non riduca il lessico della descrizione di culture, a mala pena meno banale e trito, a una comprensione schematica di uniformità e stessa mentalità […]

 

A fronte della frammentazione del nostro mondo, la concezione tesa a individuare nella cultura – in una data cultura, in questa cultura – un consenso circa idee di fondo, sentimenti e valori comuni non regge più. Sono invece i rifiuti e le fratture che oggi delineano il paesaggio delle identità collettive. Quale che sia la cosa che definisce un’identità nel capitalismo senza frontiere o nel villaggio globale, non è certo l’armonia profonda su questioni di fondo. E’ piuttosto qualcosa che assomiglia al ritorno di differenze familiari, all’ostinarsi in scontri e alla residua presenza di minacce – la convinzione che, qualsiasi cosa succeda, l’ordine delle differenze va mantenuto.

In realtà non sappiamo come affrontare un mondo che non è ben articolato né forma un’unità economica, psicologica, o quant’altro, trascendente. Non possiamo più dare per scontato che il vero ordine e la vera unità sono nascosti sotto un sottile, superficiale e ingannevole strato che si tratta solo di rompere. Siamo invece confrontati a un campo di differenze e legami così grande che è impossibile abbracciarlo con lo sguardo. Orgoglio e odio, festival culturali e pulizie etniche, lotte di liberazione e killing fields non solo sono vicini, affiancati, ma addirittura trapassano, con sconcertante facilità, gli uni negli altri. Per il momento non esistono teorie politiche che prendano atto di questa situazione e siano disposte a confrontarsi con essa. Invano cercheremmo approcci capaci di scomporre e interrogare l’ordina delle differenze, anziché perfezionare la nostra erudizione scolastica sulla guerra di Hobbes o la pace di Kant. Molto dipenderà dallo sviluppo e dalla diffusione di simili approcci. E’ possibile incidere solo su ciò che si conosce.

 

 

2. La globalizzazione e lo stato-nazione

 

da: Robert J. Holton, Globalization and the Nation-State, London, Macmillan, 1998, pp. 86-91 (trad. di F. Monceri).

La sovranità assoluta può ben essere un mito storico, ma si dice ancora comunemente che la sovranità dello stato-nazione viene minata dalla globalizzazione. Ciò vale tanto nel caso che la minaccia sembri provenire dalle imprese multinazionali quanto nel caso di corpi regolatori transnazionali. Le proteste contro l’interferenza di gruppi esterni negli affari interni sono piuttosto diffuse. Ciò nonostante, la protesta si rivolge raramente contro il principio dell’interferenza esterna. Piuttosto, differenti tipi di gruppi d’interesse protesteranno contro aspetti differenti dell’“interferenza” globale mentre ne saluteranno altri. […]

L’attuale idea della sovranità nazionale deriva principalmente dal seicentesco dibattito europeo nell’ambito della teoria politica e del diritto internazionale. Autori quali Bodin e Hobbes elaborarono teorie della sovranità che puntavano l’attenzione sulla necessità di conferire il potere a una singola entità centralizzata e unitaria, generalmente una monarchia. [Tale dibattito] sollevò un’altra questione, ossia quella della distinzione fra sovranità interna entro un dato territorio e sovranità esterna, che si manifesta nelle relazioni fra stati. […] Chiaramente, gli aspetti esterni della sovranità nazionale, come si sono venuti sviluppando nel sistema interstatale a partire dal diciassettesimo secolo dipendono dalla sensazione dell’esistenza di regole comunemente accettate che presiedono alla reciprocità politica fra stati sovrani. Dalla pace di Vestfalia nel 1648, il diritto internazionale si è sviluppato sulla base dell’immunità legale degli stati dal perseguimento nei tribunali di un altro stato per azioni rientranti nella sfera della sovranità nazionale. Gli stati sono convenzionalmente considerati come i soggetti appropriati del diritto internazionale, di fronte al quale essi godono di uguaglianza giuridica. […]

Perché la sovranità possa sopravvivere in una qualche forma, è necessario che gli stati rimangano istituzioni che hanno capacità di agire tali da essere potenzialmente vantaggiose per particolari insiemi di interessi. Queste capacità possono includere una serie di aree che spaziano dalla definizione delle norme economiche, dai regolamenti delle relazioni industriali e dalla politica fiscale, a capacità che si riferiscono alla legittimazione di particolari configurazioni istituzionali. […] I tipi di interesse in gioco possono includere organizzazioni interne quali gruppi d’affari, organizzazioni sindacali, consumatori e tutti coloro che hanno interessi nell’integrità culturale della nazione. Tali gruppi possono, singolarmente o tramite alleanze, fare pressione sullo stato perché assicuri un commercio più libero o più protetto, perché ratifichi o rifiuti trattati e convenzioni internazionali e perché espanda o contragga il flusso degli immigrati. Contemporaneamente, interessi esterni come quelli delle imprese multinazionali, organismi regolativi internazionali come il FMI e il GATT e organismi internazionali non-governativi come Amnesty International o Greenpeace International possono fare pressione per ottenere cambiamenti nella politica nazionale, influenzando temi quali i controlli sugli investimenti esteri, la politica fiscale o la pratica dei diritti umani. […]

Le relazioni fra interessi nazionali e transnazionali possono comportare la negoziazione e la ricerca di interessi comuni e complementari. Tuttavia, esse possono significare anche conflitto e a volte coercizione quando gli interessi divergono. Un elemento determinante in questo caso è la struttura sottostante dell’interdipendenza, per la quale i vari interessi esterni dipendono da elementi di sostegno statale, mentre le istituzioni statali dipendono da varie risorse esterne. I limiti dei modelli fondati sulla contrattazione sono due. Prima di tutto, c’è il limite costituito da irriducibili conflitti d’interesse. In secondo luogo, ci sono i limiti che sorgono quando le asimmetrie di potere fra particolari interessi esterni e lo stato sono tanto grandi che la dominazione sostituisce la contrattazione. Mentre il fondamentale modello delle “asimmetrie di potere” è largamente propagandato nella teoria del sistema-mondo, ci sono notevoli prove a favore dell’approccio alternativo qui suggerito, che si fonda sull’analisi di Keohane della contrattazione e sulla nozione della possibilità di una complementarietà d’interessi fra imprese multinazionali e stati-nazione.

 

 

da: Kenichi Ohmae, The End of the Nation State, Mc Kinsey & Company, Inc., New York, The Free Press 1995; trad. it. La fine dello Stato-nazione, Milano, Baldini&Castoldi 1996, traduzione di Enrica Angelini

Ciò a cui stiamo assistendo è l’effetto prodotto dal progressivo accumularsi di mutamenti radicali nei grandi flussi dell’attività economica mondiale. Questi flussi hanno acquisito una potenza tale da riuscire a ritagliarsi interi canali totalmente nuovi che nulla hanno a che fare con le linee di demarcazione così come appaiono sulle carte politiche tradizionali. In sintesi, in termini di flussi reali dell’attività economica, gli Stati-nazione hanno già perso il proprio ruolo di unità significative in grado di partecipare agli sviluppi dell’economia globale nell’odierno mondo senza frontiere.

Creati in un lontano passato secondo criteri puramente politici, gli Stati oggi hanno innanzi tutto molto meno da dare. E godono di minore libertà per darlo. L’aspetto dolorosamente paradossale è che, spinti dal preciso proposito di elevare il livello generale del benessere economico, si sforzano di affermare forme tradizionali di sovranità economica sulle popolazioni e sulle regioni che si trovano entro i loro confini, ottenendo in realtà l’effetto opposto. I rigurgiti di nazionalismo rendono impossibile il successo economico, in quanto l’economia globale punisce chi ne è vittima dirottando altrove i flussi degli investimenti e delle informazioni. […]

Le culture e le civiltà sono aggregati significativi rispetto ai quali interpretare l’attività economica? Pensiamo, per un momento, ai paesi dell’Asean. In che senso è utile considerarli come un’unica area economica definita da caratteri culturali comuni? Nella misura in cui influiscono sulle pratiche locali nell’ambito del lavoro, del commercio e dell’industria, le differenze interne tra le rispettive tradizioni buddista, islamica, cattolica (nelle Filippine e nel Sabah, uno Stato della Malaysia) e confuciana sono altrettanto consistenti o addirittura più grandi di quelle che separano una qualunque di queste tradizioni dalla cultura del business che predomina a New York, a Londra o a Parigi.

Nei Paesi dell’Asean, però, queste differenze se non altro non provocano lo stesso genere di conflitti che spesso esplodono altrove. […] Sono pochi […] quelli che sanno che anche indonesiani e malaysiani possono comunicare senza problemi. O che, nelle regioni presso il confine tra Thailandia e Malaysia, come Phuket, esistono villaggi che interagiscono economicamente in tutta tranquillità, anche se in alcuni prevale la religione buddista e in altri quella islamica. Queste realtà locali concrete hanno permesso ai leader dell’Asean di accettare e rafforzare, senza grandi timori di attriti interni, lo sviluppo di relazioni economiche transnazionali.

[…] Il progressivo disfacimento dell’assetto dominato dal bipolarismo delle “grandi potenze” che oggi tanto influisce sulla nostra vita non sta accadendo nel secolo XVIII o XIX, bensì negli anni Novanta del XX secolo. Ciò significa che si verifica in un mondo in cui i popoli, a prescindere dalle distanze geografiche o culturali che li separano, sono in larga misura collegati alle stesse fonti di informazioni. L’immediatezza e la completezza dell’accesso a queste fonti possono ovviamente variare, e talvolta sono gli stessi governi a cercare di imporre restrizioni e meccanismi di controllo. Tuttavia, anche in questi casi, le barriere che vengono erette non sono eterne: col trascorrere del tempo, anche in quei baluardi si apriranno delle brecce. In realtà, questo collegamento ai flussi globali delle informazioni è un elemento centrale, forse il tratto distintivo in assoluto della nostra epoca. Quale che sia la sua civiltà di appartenenza, oggi qualunque gruppo di persone ha la possibilità di sapere in che modo vivono altri gruppi, che genere di prodotti acquistano, in quale direzione si modificano i loro gusti e le loro preferenze di consumatori e a quali stili di vita aspirano. […]     

In altri termini, il legame di natura emotiva rappresentato dalla cultura non è il solo tessuto di interessi condivisi in grado di contenere tutti i processi di disintegrazione scatenati dal riaffiorare delle vecchie linee di frattura. Anche la partecipazione all’economia globale favorita dall’accesso all’informazione può svolgere questo ruolo, e sicuramente con maggior efficacia dell’ardente quanto vuota esibizione di un nazionalismo da quattro soldi o di un messianismo culturale.

 

 

da: Daniel A. Bell, East Meets West, Princeton, NJ, Princeton University Press, 2000, pp. 3-6 (trad. di F. Monceri).

Un piccolo nucleo di diritti umani cruciali è accettato, almeno in teoria, da tutti i governi del mondo. I più ovvi sono la proibizione della schiavitù, del genocidio, dell’assassinio, della tortura, della detenzione arbitraria prolungata, e della sistematica discriminazione razziale. Questi diritti sono divenuti parte del diritto internazionale consuetudinario, e non sono messi in discussione nella retorica pubblica dell’arena internazionale. Naturalmente, non ufficialmente hanno contemporaneamente luogo molte gravi violazioni dei diritti umani, e gruppi quali Amnesty International si propongono di rendere palese il gap esistente fra la pubblica fedeltà ai diritti e la triste realtà dei persistenti abusi. […]

Tuttavia, i pensatori e gli attivisti politici di tutto il mondo possono avere e di fatto hanno posizioni differenti nei confronti di molte pressanti questioni relative ai diritti umani, che cadono fuori dalla sfera del diritto internazionale consuetudinario. Questa zona grigia del dibattito include il diritto penale, il diritto di famiglia, i diritti delle donne, i diritti economici e sociali, i diritti dei popoli indigeni, nonché il tentativo di universalizzare le pratiche democratiche di stile occidentale. Alcune di tali questioni vengono contestate su basi culturali, altre dipendono da quali diritti vengono ritenuti prioritari nelle nazioni in via di sviluppo, e talvolta la questione è proprio se adottare o meno il linguaggio dei diritti. Non tutti i valori e le pratiche dei diritti umani approvati dai paesi occidentali sono automaticamente accettati altrove, ed è necessario il dialogo fra le parti interessate al fine di identificare aree di comunanza e di differenza giustificabile.

Ciò non dovrebbe essere troppo controverso. Il problema, tuttavia, è che molte voci rilevanti dell’Occidente sembrano precludere la possibilità di un dialogo costruttivo con “il resto”. […]

Gli ideali e le istituzioni democratici suscitano nelle società occidentali una fedeltà quasi universale. Questo fenomeno deve essere compreso alla luce della storia e della cultura condivise in Occidente. Tuttavia, con quello che sembra un errore teoretico fin troppo ovvio, si presume spesso senza alcuna argomentazione che la democrazia liberale vada anche incontro alle più profonde aspirazioni del resto del mondo. Come non è neppure il caso di sottolineare, siamo andati oltre il breve momento di euforia seguito al collasso del comunismo nel blocco sovietico. Adesso si accetta comunemente il fatto che brutali guerre etniche, paralizzante povertà, degradazione ambientale e corruzione diffusa, per menzionare soltanto alcuni dei guai più evidenti che affliggono il mondo “in via di sviluppo”, pongono seri ostacoli al successo dell’affermazione e del consolidamento di configurazioni politiche di tipo liberal-democratico. Ma tutto ciò è visto come un insieme di afflizioni sciagurate (e si spera transitorie) che possono ritardare la “fine della storia”, quando la democrazia liberale avrà finalmente trionfato sui propri rivali. Non si ritiene, invece, che ciò possa sfidare l’ideale della democrazia liberale. Si assume perlopiù che la democrazia liberale sia qualcosa che tutti gli individui razionali vorrebbero se potessero “averla”.

Più in concreto, questa cieca fede nel potenziale universalistico della democrazia liberale prende la forma di una politica del governo statunitense che promuove i diritti umani e la democrazia all’estero, senza alcun riguardo per i bisogni, le abitudini e le tradizioni locali. […] Ancora più sorprendente, forse, è il fatto che persino i critici del dibattito sui diritti umani di stile americano – che identifica i diritti civili e politici con i diritti umani in generale – sembrano spesso escludere la possibilità che possa esserci qualcosa da imparare dal mondo non-occidentale. […] La situazione non migliora certo nell’ambito della teoria politica normativa. I più influenti filosofi politici anglo-americani sembrano ancora oggi irresistibilmente spinti da una tradizione di argomentazione morale di tipo universalistico che propone una soluzione finale alla questione della politica ideale che paradossalmente si fonda soltanto sulle aspirazioni morali e sulle pratiche politiche rintracciabili nelle società occidentali.[…]

In breve, queste prospettive occidento-centriche [West-centric] pongono seri ostacoli al dialogo interculturale costruttivo. Da un lato, esse bloccano lo sviluppo di un regime dei diritti umani veramente internazionale che possa adattarsi completamente ai bisogni dei popoli non-occidentali. Dall’altro, esse non lasciano spazio alla possibilità che possano esservi aree di differenza giustificabile fra i valori politici dell’Occidente e del “resto”.

 

 

3. Capitalismo occidentale ed economia globale

 

da: Paul Krugman, The Return of Depression Economics, W.W. Norton 1999; trad. It. Il ritorno dell’economia della depressione, Milano, Garzanti, 1999, traduzione di Nicolò Regazzoni, pp. 5-6; 186-88.

La maggior parte degli economisti, se per caso hanno avuto una propria opinione in merito, considerano la Grande Depressione degli anni ’30 una tragedia di cui si poteva tranquillamente fare a meno.[…] E poiché economisti e politici hanno imparato la lezione […] niente di simile alla Grande Depressione potrà mai fare ritorno.

E se non fosse vero? Nel corso degli ultimi due anni sette sistemi economici – da cui ancora dipende circa un quarto della produzione mondiale, con una popolazione di oltre 650 milioni di persone – hanno vissuto una recessione economica che ricorda molto da vicino la Grande Depressione. Oggi come ieri la crisi ha cominciato a dare i primi segnali in un cielo azzurro e sereno, quando la maggior parte degli esperti prevedeva che il boom sarebbe comunque continuato, anche se la recessione si stava avvicinando; oggi come ieri i tradizionali interventi macroeconomici si sono rivelati inefficaci, forse anche controproducenti. E’ vero: a eccezione dell’Indonesia nessuno dei sistemi economici colpiti ha sofferto un calo della produzione a livelli veramente da Depressione; e, sebbene il diffondersi della tempesta ha minacciato di rovesciare sistemi economici quali quelli del Sud Africa e dell’Argentina, tuttavia l’economia mondiale nel suo insieme ha continuato a crescere. Ma, mentre le cose sarebbero potute (e potrebbero ancora) andare peggio, il fatto che qualcosa di simile possa comunque accadere nel mondo moderno dovrebbe far venire i brividi a chiunque abbia un minimo senso della storia.

 

Che cosa vuol dire che è ritornata l’economia della depressione? Essenzialmente vuol dire che, per la prima volta da due generazioni, la scarsità della domanda – una spesa privata non sufficiente a sfruttare la capacità produttiva che abbiamo a disposizione – è ormai diventata un chiaro ostacolo al benessere di gran parte del mondo.

Noi – e con questo mi riferisco agli economisti, ma anche ai politici e in generale a tutti quelli che hanno un buon livello d’istruzione – non ce l’aspettavamo. Quell’insieme di nozioni che prende il nome di “economia dell’offerta” costituisce una teoria che funziona male, e che avrebbe avuto poco successo se non avesse fatto presa sui preconcetti della gente; ciò nonostante, negli ultimi anni, il pensiero economico si è sempre più spinto a enfatizzare il ruolo dell’offerta, piuttosto che quello della domanda. […]

Paradossalmente, se le debolezze dell’economia che si basa sulla domanda sono uno dei motivi per cui eravamo impreparati al ritorno dell’economia della depressione, lo stesso si può dire a proposito dei suoi successi. Mentre gli economisti discutevano tra di loro se la politica monetaria doveva essere utilizzata per tirare fuori un’economia dalla recessione, le banche centrali avevano tagliato corto e si erano semplicemente messe a farlo – e lo avevano fatto così bene che sembrava improponibile l’idea che una prolungata recessione economica potesse essere motivata da una scarsità di domanda.[…]

Ancora oggi molti economisti continuano a considerare le recessioni come un problema di secondo piano, un oggetto di studio poco degno d’attenzione; attualmente le ricerche si concentrano su argomenti quali il progresso tecnologico e la crescita di lungo periodo. Sono argomenti interessanti, problemi importanti, e nel lungo periodo sono quelli che conteranno di più – ma, come ha sottolineato Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

Nel frattempo, nel breve periodo, il mondo sta passando da una crisi all’altra, e ognuna di questa indica che il problema più importante è oggi quello di mantenere abbastanza elevato il livello della domanda. Il Giappone sta scoprendo che le tradizionali politiche monetarie e fiscali non bastano più; se è capitato al Giappone, come possiamo essere sicuri che un’economia europea, o addirittura un’economia in crescita come quella degli Stati Uniti, non possa cadere a sua volta nella stessa trappola? Il Messico, la Thailandia, la Malesia, L’Indonesia, la Corea, il Brasile: un paese in via di sviluppo dopo l’altro è passato attraverso una recessione che, almeno temporaneamente, ha distrutto anni di progresso economico, e ha scoperto che le ricette economiche tradizionali servono solo a peggiorare le cose. Una volta di più la vera domanda è come mantenere il livello della domanda abbastanza elevato per utilizzare appieno la capacità produttiva disponibile. L’economia della depressione è tornata.

 

 

da: John Gray, False Dawn. The Delusions of Global Capitalism, Granta publications 1998; trad. it Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento, Milano, Ponte alle Grazie, 1998, traduzione di Caterina Ranchetti e Maria Grazia Gini, pp. 9-13; 29-30.

Un mercato globale unico è il progetto illuminista di una civiltà universale in quella che è probabilmente la sua forma finale, ma non è la sola variante di quel progetto a essere stata tentata in un secolo ricco di false utopie. Quella che una volta era l’Unione Sovietica incarnava un’utopia illuministica rivale, l’utopia di una civiltà universale nella quale i mercati fossero sostituiti dalla pianificazione centrale. I costi umani di questa defunta utopia sono stati incalcolabili. […] L’utopia del mercato libero globale non ha richiesto costi umani paragonabili a quelli del comunismo. Col tempo, tuttavia, quanto a sofferenze inflitte potrebbe giungere a rivaleggiare con esso. […]

Un mercato libero globale presuppone che la modernizzazione economica significhi ovunque la stessa cosa. Esso intende la globalizzazione dell’economia (la diffusione della produzione industriale in economie di mercato interconnesse in tutto il mondo) come l’inesorabile avanzata di un unico tipo di capitalismo occidentale: il mercato libero americano.

La storia più recente ci dimostra che è vero il contrario. La modernizzazione economica non replica il sistema del mercato libero americano in tutto il mondo. Va nella direzione opposta al mercato libero. Diffonde tipi indigeni di capitalismo che devono poco a qualsiasi modello occidentale.

Le economie di mercato dell’Asia orientale divergono profondamente l’una dall’altra, basti guardare alle differenze esemplari tra il capitalismo della Cina e quello del Giappone. O al capitalismo russo, che differisce in maniera profonda dal capitalismo cinese. L’unica cosa che queste nuove specie di capitalismo hanno in comune è che non stanno convergendo su alcun modello occidentale.

L’insorgere di un’economia realmente globale non implica l’estensione di valori e istituzioni occidentali al resto dell’umanità. Significa la fine dell’era della supremazia occidentale globale. Le originali economie moderne dell’Inghilterra, dell’Europa occidentale e del nord America non sono modelli per i nuovi tipi di capitalismo creati dal mercato globale. La maggioranza dei paesi che cercano di rimodellare le loro economie sul modello dei mercati liberi anglosassoni non raggiungerà una modernità sostenibile.[…]

E neppure si può dire che la crescita di un’economia mondiale stia favorendo la diffusione universale della democrazia liberale occidentale. […] L’economia mondiale non rende universale un unico regime, il “capitalismo democratico”. Essa propaga nuovi tipi di regimi mano a mano che moltiplica nuovi tipi di capitalismo. L’economia globale attualmente in costruzione non garantirà il futuro del mercato libero. Scatenerà una nuova competizione tra le restanti economie del mercato sociale e i mercati liberi, competizione nella quale i mercati sociali dovranno riformarsi in profondità o venire distrutti. Paradossalmente, in questa competizione le economie del mercato libero non saranno le vincitrici, poiché anch’esse stanno subendo una trasformazione al di là del riconoscibile a opera della competizione globale. […]

La globalizzazione economica, cioè la diffusione a livello mondiale della produzione industriale e delle nuove tecnologie, promossa dalla mobilità non vincolata dei capitali e dalla libertà di commercio, in realtà è una minaccia alla stabilità del mercato globale unico che le organizzazioni transnazionali guidate dall’America stanno costruendo. […]

 

E’ necessaria una riforma dell’economia mondiale, riforma che accetti come una realtà permanente la diversità di culture, regimi e economie di mercato. Un libero mercato globale è qualcosa che appartiene a un mondo in cui sembrava assicurata l’egemonia occidentale. Come tutte le altre varianti dell’“utopia illuminista” di una civiltà universale, presuppone la supremazia occidentale. Non si concilia con un mondo pluralista in cui non c’è alcuna potenza che possa sperare di esercitare l’egemonia che Gran Bretagna, Stati Uniti e altri stati occidentali possedettero in passato. Non viene incontro alle esigenze di un tempo in cui le istituzioni e i valori occidentali non sono più dotati di autorità universale. Non consente alle molteplici culture del mondo di raggiungere una modernizzazione adeguata alla loro storia, contingenza e bisogni specifici. […]

In economie avanzate governate con competenza e intelligenza si può trovare il modo di attenuare i rischi imposti ai cittadini dai mercati mondiali. Nei paesi più poveri, il laissez faire globale produce regimi fondamentalisti e opera come catalizzatore della disintegrazione dello stato moderno. Sia a livello globale che a quello dello stato-nazione, il mercato libero non favorisce né la stabilità né la democrazia. Il capitalismo democratico globale è una condizione altrettanto irrealizzabile del comunismo mondiale.

 

 

4: L’esperienza religiosa in un contesto globale

 

da: Lester R. Kurtz, Gods in the Global Villane. The World’s Religions in Sociological Perspective, Thousand Oaks, CA, Pine Forge Press 1995; trad. it. Le religioni nell’era della globalizzazione. Una prospettiva sociologica, Bologna, il Mulino, 2000, traduzione di Lucia Scarnecchia, pp. 73-75; 227-228; 323-324.

Alcuni fili comuni, come il sistema etico che ordina la vita di tutti i giorni, attraversano le varie religioni. Stili culturali distinti emergono entro tradizioni religiose diverse, ed in ogni caso queste persistono per lunghi periodi di tempo e spazio; essi influenzano il modo in cui le persone amano e lottano fra di loro e stabiliscono un tono generale e lo stile di vita di un popolo (il loro ethos). Benché esistano enormi variazioni all’interno di ogni vasta struttura culturale, alcune tendenze generali attraversano intere civiltà. Noi possiamo vedere questi grandi modelli più chiaramente confrontando le religioni e le culture occidentali con quelle orientali.

Una tendenza generale che troviamo nelle religioni occidentali contemporanee (principalmente ebraismo, cristianesimo e islam) è l’idea di un Dio che creò l’universo e che interviene regolarmente nella storia. Il messaggio implicito rivolto ai credenti è «Vai e fai altrettanto»; quindi, ci troviamo di fronte a una divinità attiva che costantemente modella e crea il mondo e si aspetta che i suoi fedeli facciano altrettanto. Dio spesso invia gli uomini in missioni per compiere opere divine nel mondo ed in alcuni casi anche attività economiche; ciò viene definito come una “chiamata” da Dio. Di conseguenza, una tendenza verso un orientamento così terreno, che enfatizza l’azione nel mondo per ordine del divino, è evidente nella maggior parte delle religioni occidentali, benché ognuna di loro possieda anche una teologia ultraterrena.

Le religioni orientali tendono invece a venerare sia le molte divinità, specializzate secondo le diverse funzioni, sia gli uomini che vengono divinizzati, come Buddha o Confucio. Queste divinità, piuttosto che impartire ordini ed intervenire nella storia, preferiscono semplicemente spiegare come opera l’universo e suggerire agli uomini come ottenere il meglio con quello che è stato loro predestinato in questa vita. Essi istruiscono la collettività a determinare il loro dharma (obbligo religioso/dovere) in un momento particolare della loro esistenza e ad adempierlo al meglio delle loro abilità: A causa del karma (la legge causa-effetto che governa l’universo) essi saranno premiati se fedeli all’impegno verso il loro dharma, o saranno puniti se falliranno nell’adempierlo. Quindi, il dovere di ognuno non è cambiare il mondo, come per le religioni occidentali, ma seguire i suoi precetti per sfuggire al suo controllo. La ricompensa abituale, secondo la tradizione indù e quella buddista, è un’incarnazione più benevola nella vita successiva, mentre la prevedibile punizione è un’incarnazione inn un’esistenza seguente meno favorevole. Non si tratta quindi di essere o meno morale o immorale, oppure di fare o non fare ciò che gli dei suggeriscono, ma di essere armoniosamente allineato con l’universo. […]

 

In una società strutturalmente differenziata, ad ogni istituzione è attribuita una funzione specifica; il compito delle istituzioni religiose è quello di prendersi cura delle questioni spirituali e morali. La religione, comunque, interviene in tutti gli altri ambiti poiché la sua etica generalmente si rivolge a tutte le aree della vita. La società moderna divide le istituzioni in compartimenti, ma non si possono compartimentalizzare le persone. La vita culturale del villaggio globale è il risultato dell’interazione tra le diverse tradizioni religiose, o di ognuna di esse con tutti gli altri con cui entrano in contatto con l’emergere del villaggio globale. Non si tratta di un fenomeno nuovo; ognuna delle principali tradizioni culturali è, dopo tutto, il risultato di incontri multiculturali. Inoltre, la crisi multiculturale della fine del nostro secolo è simile, sia nella forma sia nel contenuto, alla crisi modernista di un secolo fa. Ciò che risulta nuovo sono la misura e la portata di tale processo.

[…] Il multiculturalismo crea una crisi, ma offre anche un’opportunità. Si può imparare dai successi e dalle sconfitte del passato e, con immaginazione sociologica, costruire nuove tradizioni religiose. La questione non è se lo faremo, ma come lo faremo, e che tipo di nuova tradizione emergerà. In ogni caso, la creazione di nuove forme sociali e culturali non costituisce mai un processo semplice e la crisi del multiculturalismo, che ha seguito la scia del modernismo, ha accelerato le guerre culturali nel mondo. […]

 

Se dobbiamo vivere pacificamente con gli altri su questo pianeta, senza ridividerlo in una serie di feudi isolati, si assisterà a una sempre maggiore accentuazione dell’unità e diversità delle culture e tradizioni religiose del mondo. […] Ognuna delle principali tradizioni religiose contiene modelli etici in grado di promuovere un senso fondamentale di giustizia e compassione capace di trasformare la situazione odierna, se applicati nella vita quotidiana e nella  costruzione di istituzioni sociali. Una serie di norme culturali minimali ed un ethos globale che ci protegge gli uni dagli altri devono essere codificati attraverso mezzi secolari. La tradizione dei diritti dell’uomo, ad esempio, che è emersa a livello globale negli ultimi decenni, afferma che a ogni essere umano è conferito un insieme di diritti fondamentali ed un processo che li salvaguardi; questa tradizione è stata ampiamente accettata ed è sostenuta da rituali ed istituzioni laiche, come le Nazioni Unite. E’ improbabile, inoltre, che le ingiustizie dell’attuale ordine economico globale, dove metà della popolazione vive al limite dell’inedia e manca delle condizioni minime per quanto concerne l’abitazione ed il vestiario, possano mantenere il mondo nella pace. Le tradizioni religiose devono legittimare un ethos globale prima di poter essere largamente accettate e (cosa ancor più importante) praticate.

 

 

5. Cultura globale

 

da: Mike Featherstone, Global Culture: An Introduction, in M. Featherstone (ed.), Global Culture. Nationalism, Globalization and Modernity, London-Thousand Oaks-New Dehli, Sage Publications, 1990, pp. 1-15, pp. 1-3; 11-12 (trad. di F. Monceri).

Esiste una cultura globale? Se per cultura globale intendiamo qualcosa di simile alla cultura dello stato-nazione intesa in senso lato, allora la risposta è evidentemente negativa. In questo paragone, il concetto di una cultura globale fallisce soprattutto perché l’immagine della cultura propria dello stato-nazione generalmente pone l’accento sulla omogeneità culturale e sull’integrazione. Secondo questo modo di ragionare, sarebbe impossibile identificare una cultura globale integrata senza la formazione di uno stato mondiale – una prospettiva altamente improbabile. Tuttavia, se prendiamo le distanze dalla polarizzazione statica suggerita dalla nostra domanda originaria, e cerchiamo di impiegare una definizione più ampia di cultura, pensando maggiormente in termini di processi, potrebbe essere possibile riferirsi alla globalizzazione della cultura. In questo caso, possiamo richiamare l’attenzione sui processi di integrazione e di disintegrazione culturale che avvengono non soltanto al livello intra-statale, ma anche su processi che trascendono l’unità socio-statale e che dunque si può ritenere accadano a un livello trans-nazionale o trans-sociale. Potrebbe allora essere possibile appuntare l’attenzione su processi culturali trans-sociali che assumono una pluralità di forme, alcune delle quali hanno preceduto le relazioni inter-statali nelle quali si può ritenere che gli stati-nazione siano coinvolti, e su processi che favoriscono lo scambio e il flusso di beni, persone, informazioni, conoscenza e immagini che danno origine a processi di comunicazione in grado di acquisire una qualche autonomia a livello globale. Di conseguenza, potrebbero emergere insiemi di “culture terze”, i quali rappresentano a loro volta condutture per i più diversi generi di flussi culturali, che non possono essere semplicemente intesi come prodotto degli scambi bilaterali fra stati-nazione. Pertanto, è fuorviante concepire una cultura globale come necessariamente implicante un indebolimento della sovranità degli stati-nazione che sotto l’impeto di una qualche forma di evoluzionismo teleologico o di una qualche altra logica principale verrebbero necessariamente assorbiti entro unità più ampie, ed eventualmente entro uno stato mondiale che produce omogeneità e integrazione culturali. E’ altrettanto fuorviante considerare l’emergenza di culture terze come l’incarnazione di una logica tendente all’omogeneizzazione. La logica binaria che sembra ricomprendere la cultura per mezzo di alcune coppie terminologiche formate da termini reciprocamente esclusivi (omogeneità/eterogeneità, integrazione/disintegrazione, unità/diversità) deve essere rifiutata. Al massimo queste coppie concettuali funzionano soltanto per la superficie del prisma complesso che è la cultura. Piuttosto, abbiamo bisogno di indagare i fondamenti, i vari processi genetici che implicano la formazione delle immagini e delle tradizioni culturali, nonché gli scontri e le reciproche dipendenze intra-gruppo che hanno fatto sì che tali opposizioni concettuali divenissero schemi di riferimento per comprendere la cultura entro lo stato-nazione, il quale soltanto dopo  venne proiettato sul globo. […]

[…] Nell’ambito delle scienze sociali, della storia e della filosofia troviamo molti indirizzi che non solo si accontentano di universalizzare i modelli occidentali di modernizzazione, razionalizzazione, industrializzazione, rivoluzione e cittadinanza al resto del mondo, un mondo inteso come tenuto insieme da una storia universale; ma troviamo anche l’universalizzazione di una ansietà egalitaria che renda giustizia alle particolarità e alle differenze, in una parola all’umanità. Dal punto di vista di coloro che stanno sul fronte dell’insorgenza di interesse nella cultura e di prospettive quali il post-modernismo, gli assunti dei modelli di razionalizzazione, modernizzazione e industrializzazione devono essere considerati con sospetto. In effetti, l’assunto è che abbiamo superato la logica del processo di razionalizzazione inteso come “gabbia d’acciaio” universale. […]

 

[…] E’ anche fin troppo evidente che il dibattito relativo a una cultura globale è generato entro un tempo, uno spazio e una pratica particolari. Si tratta dell’ambiente accademico europeo occidentale che si esprime in inglese, mentre ci stiamo avvicinando alla fine del ventesimo secolo. E’ difficile per noi immaginare il passaggio dalla centralità del nostro discorso accademico inglese, come Walter Benjamin sottolinea, perché dobbiamo riflettere sui problemi derivanti dalla traduzione del nostro linguaggio in quello di lingue non-occidentali, e sul come tale operazione potrebbe influenzare il loro senso dello spazio entro il mondo. Tuttavia, è evidente che lo scienziato indiano o l’intellettuale di New Dehli che voglia sviluppare contatti per scambiare informazioni con i suoi corrispondenti giapponesi, è obbligato a farlo in inglese. Stiamo diventando lentamente consapevoli del fatto che l’Occidente da un lato è un particolare in se stesso, e dall’altro costituisce il punto di vista universale di riferimento in relazione al quale gli altri si riconoscono come particolarità. I dibattiti relativi al modo in cui caratterizzare il Giappone sulla base del continuum occidentale di premodernità, modernità e postmodernità porta in primo piano questo problema. Mentre il Giappone è divenuto economicamente una presenza di spicco nel panorama globale, i flussi di cultura globale verso l’interno, e soprattutto verso l’esterno del Giappone sono stati ben regolati. I confini entro i quali il discorso sulla nuova “età della cultura”, avvenuto in Giappone negli anni 1980, si materializzerà in un consapevole progetto culturale globale sono ancora da verificare. Nondimeno, stiamo diventando consapevoli che la “orientalizzazione del mondo” è un distinto processo globale – sebbene il compito di sviluppare la gamma di associazioni culturali riassunte in questo concetto, e il loro posto entro le continue lotte per definire l’ordine culturale globale debba ancora essere assolto.

 

 

da: Benjamin R. Barber, Jihad Vs. McWorld. How Globalism and Tribalism are Reshaping the World, New York, Ballantine Books, 1996, pp. 4; 82-84; 291 (trad. di F. Monceri).

Il primo scenario, radicato nella razza, offre l’aspra prospettiva di una nuova tribalizzazione in forza di larghi falcidiamenti di esseri umani dovuti a guerre e massacri: una minacciosa balcanizzazione di stati nazione nei quali la cultura viene opposta alla cultura, un popolo ad un altro, una tribù all’altra, una Jihad nel nome di un centinaio di fedi concepite in modo ristretto, opposte a qualsiasi tipo di interdipendenza, a qualsiasi tipo di cooperazione e mutualismo sociali di natura artificiale: contro la tecnologia, contro la cultura popolare e contro i mercati integrati; contro la modernità stessa al pari del futuro cui la modernità si rivolge? Il secondo dipinge quello stesso futuro in colori pastello scintillanti, un vivido ritratto di forze economiche, tecnologiche ed ecologiche avanzanti, che richiedono integrazione e uniformità e che affascinano le persone in ogni luogo con musica “fast”, computer “fast” e fast food – MTV, Macintosh e McDonald’s – comprimendo le nazioni in un parco giochi globale a tema, un McWorld tenuto insieme dalle comunicazioni, dall’informazione e dal commercio. Invischiato fra Babele e Disneyland, il pianeta sta cadendo precipitosamente a pezzi e si sta agglomerando in modo riluttante  proprio nello stesso tempo. […]

 

In effetti, la mia previsione che Jihad verrà probabilmente (anche se non subito) sconfitta da McWorld si basa quasi interamente sulla capacità di lungo periodo dell’informazione globale e della cultura globale di sopraffare il parrocchialismo e di integrare o di annientare le identità particolari. Se la scelta definitiva sarà (come ha sostenuto il francese Debray) “fra l’ayatollah locale e la Coca-Cola” […] i mullah perderanno, perché contro la televisione via satellite e contro le videocassette non hanno alcuna difesa duratura. […] Altri insisteranno sul fatto che la cultura pop globale non è realmente americana, che essa è divenuta internazionale grazie alla musica pop inglese, all’alta moda francese, allo stile italiano, al minimalismo scandinavo e alla tecnologia giapponese; e naturalmente avranno ragione. Ma se “internazionale” significa null’altro che una collezione di immagini euro/anglo/americane impacchettate e messe sul mercato a New York e trasformate in audiocassette e in celluloide a Memphis o a Hollywood, “internazionale” è soltanto un altro modo per dire americano-globale, ossia in definitiva monoculturale.

La cosa più importante è che la cultura globale parla inglese – o meglio americano. […] L’inglese americano è divenuta la prima  lingua transnazionale del mondo, nella cultura e nelle arti come nella scienza, nella tecnologia, nel commercio, nei trasporti e nelle operazioni bancarie. Il dibattito sulla questione della leadership globale americana o giapponese viene condotto in inglese.