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Per un’etica della solidarietà

di Angelo Dedola

Solidarietà e sussidiarietà

L’ultimo confronto elettorale ha trovato un fertile terreno di discussione nei temi della socialità e della solidarietà, rivelatisi sempre molto premianti sul piano del consenso. L’argomento seguita peraltro a mantenersi fra quelli di maggiore attualità anche a contesa politica abbondantemente consumata. Ne sono un sintomo eloquente alcune iniziative annunciate di recente in ambito locale, volte al recupero di una certa vocazione italica di tipo solidaristico, da rilanciare addirittura a livello internazionale(1). In chiara sintonia, del resto, con le pulsioni che animano il vasto dibattito sulla deprecata dimensione "globalizzante" attribuita, da qualche tempo a questa parte, ai principali consessi europei e mondiali. Tanto fermento offre allora l’occasione di mettere a fuoco il significato delle posizioni dalle quali è destinata a dipanarsi la futura dialettica politica, nelle rinnovate sedi nazionali e locali. Soffermandosi anzitutto sulla nota polarizzazione fra due modi, sotto certi aspetti divergenti, di interpretare quei temi.

Da un lato, si collocano coloro i quali individuano nei singoli e nelle formazioni sociali minori e intermedie - in primo luogo la famiglia - i soggetti cui demandare la risposta alle esigenze di assistenza, di sostegno e di solidarietà espresse dalla società. Una risposta che parte dunque "dal basso", cioè da quei soggetti che più sono vicini alle situazioni di disagio e che meglio ne conoscono le specificità. Il coinvolgimento di aggregazioni via via superiori, fino a giungere allo Stato, avviene solo laddove il soggetto minore non è all’altezza del compito.

È l’applicazione del concetto di sussidiarietà, definito per la prima volta settant’anni fa dalla chiesa cattolica nell’enciclica Quadragesimo Anno: "Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società: perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle"(2).

Concetto ripreso e puntualizzato successivamente dall’attuale pontefice nell’enciclica Centesimus Annus del 1991: "Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso (…). È urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l’assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell’educazione dei figli sia nella cura degli anziani"(3).

Dall’altro lato si colloca invece chi propugna l’istituzione di uno stato sociale "universalistico e solidale", ispirato a criteri centralistici e redistributivi. È il sistema fondato sul diritto, anzitutto di rango costituzionale, che esclude il "perverso"(4) coinvolgimento della famiglia nella sfera sociale, privilegiando un intervento di natura "istituzionale" a garanzia dell’esigibilità dei diritti fondamentali della persona.

Si tratta di un’impostazione impegnativa e ambiziosa sotto il profilo degli ideali, che non trova tuttavia piena corrispondenza negli effetti delle azioni che ad essa sono chiamate a dare attuazione concreta. La connotazione "sociale", che qualifica in modo persistente l’intermediazione pubblica di circa la metà della ricchezza prodotta, si innesta infatti in una visione paternalistica dello Stato impositore e redistributore - in un certo senso "miglioratore" della società - che è tanto controversa da sostenere sul piano economico(5), quanto insidiosa da accettare sul piano morale(6). È più verosimile che il sistema di garanzie storicamente edificato dal solidarismo di Stato determini in realtà una distruzione netta di risorse, perché il livello e soprattutto la qualità dei benefici generati molto spesso non ne giustifica il costo(7). Mentre la paradossale marginalizzazione dei ceti più svantaggiati, prodotta da una spesa sociale politicizzata e schizofrenica(8), conferma l’ampiezza del solco che separa la moralità delle intenzioni da quella dei risultati.

La crescente dipendenza dall’intervento pubblico implicata da questo schema tende a fiaccare d’altro canto la cosiddetta "etica del sacrificio e del risparmio"(9), mentre esige una sempre più stringente subordinazione ad improbabili schemi di "giustizia distributiva", ovvero di "giustizia sociale". Il cui illusorio perseguimento ha l’unico effetto di espandere il controllo statale sulla collettività, realizzando progressivamente un sistema assistenziale e liberticida(10), che evoca certi scenari immaginifici autorevolmente incensati (è il caso di dirlo) solo qualche decennio fa(11).

La consapevolezza della precarietà dei sistemi di welfare locali, dell’elevato tasso di abuso e della conseguente insostenibilità di un esercizio statalizzato e clientelare della solidarietà(12) rende allora pressanti le istanze federaliste. Formulate nei modi più vari, ma tutte con al fondo l’esigenza di avvicinare quanto più possibile centri decisionali e oggetti di spesa. Lungo un percorso ideale che, avendo il suo naturale capolinea proprio nella famiglia - e non certo nello Stato - rafforza l’attualità del messaggio implicito nel concetto di sussidiarietà.

A sua volta, l’evidente incapacità del soggetto pubblico a conseguire apprezzabili livelli di efficacia/efficienza anche negli ambiti di sua più stretta pertinenza, stimola le ipotesi di privatizzazione più estreme, che arrivano a lambire la sfera in cui quasi si sublima la sacralità dello Stato. Perché tali sono, ad esempio, quelle avanzate di recente in relazione ad alcuni settori della giustizia civile(13). Ipotesi che, lungi dallo scatenare sterili "paure totemiche"(14), andrebbero invece lette alla luce dei ben più seri e documentati oneri imposti alla collettività da un sistema giudiziario inefficiente e screditato come il nostro(15).

Anche sulla scorta di questi argomenti, diventa allora interessante provare a ripensare il significato che normalmente siamo portati ad attribuire all’idea di solidarietà. Liberi per una volta dalle suggestioni della propaganda politica, che di quell’idea favoriscono sovente una rappresentazione impropria e distorta. Ci si accorge così che essa può veicolare contenuti insospettati, la cui coerente accettazione è destinata a condurre a conseguenze meno politically correct di quanto si ritenga comunemente.

 La legge di solidarietà

Secondo un’affascinante impostazione, permeata da uno spirito disincantato post-sbornia rivoluzionaria che risale alla prima metà dell’Ottocento, la cosiddetta "legge di solidarietà" è tale per cui "gli atti e le abitudini degli individui producono, oltre le conseguenze che ricadono su lui medesimo, altre conseguenze buone o cattive che si estendono ai suoi simili. Questo è ciò che si chiama la legge di solidarietà, che è una specie di responsabilità collettiva"(16). Così diceva l’economista, sociologo, a modo suo filosofo Frédéric Bastiat, esponente di spicco del pensiero liberale, definito da Schumpeter "il più brillante giornalista economico mai esistito"(17).

In questa prospettiva delle scienze sociali ed economiche, cioè, il concetto di solidarietà rinvia al complesso intreccio di cause ed effetti, azioni e conseguenze, che avvolge una collettività; "allo scambio di pensieri, di prodotti, di servizi e di lavoro, di mali e di beni, di virtù e di vizi che fanno della grande famiglia umana una grande unità"(18). Tutto ciò rappresenta il significato in cui si concreta l’idea di solidarietà.

Inserita in questa cornice di reciproci condizionamenti, la naturale inclinazione a privilegiare situazioni di vantaggio personale, scaricando sugli altri le eventuali conseguenze negative delle proprie azioni, deve allora trovare un argine efficace, affinché la legge di solidarietà possa esplicare effetti virtuosi. Tale argine risiede nella responsabilità individuale, che rappresenta il necessario e inscindibile complemento di una scelta di libertà. È indispensabile, cioè, che nella sfera delle relazioni sociali possa operare un sistema di "pene e di ricompense"(19), direttamente collegato alle libere scelte individuali, quale fattore propulsivo alle azioni virtuose e, appunto, punitivo dei comportamenti viziosi.

La possibilità di conoscere e valutare il nesso causale delle azioni individuali con le relative modificazioni indotte nella collettività è, tuttavia, condizione essenziale all’effettivo operare di un simile meccanismo. Detto altrimenti, occorre che gli effetti delle azioni siano facilmente conoscibili e imputabili al loro attore, affinché su quest’ultimo e sul suo operato possa formarsi il giudizio sociale di apprezzamento o di biasimo(20).

Il meccanismo si inceppa quando viene meno la responsabilità personale, per cui gli atti compiuti dal singolo si ripercuotono sulla collettività senza che questi possa essere chiamato a risponderne. Subentra allora un nuovo sistema di relazioni in cui il potere di iniziativa viene sottratto all’individuo, divenuto ormai irresponsabile, per essere consegnato alla collettività, cioè allo Stato, che decide per tutti(21).

Lo spostamento del baricentro della società dall’individuo allo Stato trae complice impulso da una manipolazione lessicale apparentemente innocua ma, al pari di quelle genetiche oggi in voga, foriera in realtà di speculazioni ideologiche scriteriate. Se, infatti, un concetto tanto elementare quanto fondamentale come quello della responsabilità, cambia nome per acquistare quello di "individualismo" - alternativamente "sfrenato" o "selvaggio", va da sé - diventa allora più agevole disprezzarne l’esercizio. Fino a dissolverne il significato "nella sfera d’azione della solidarietà estesa oltre i suoi limiti naturali"(22).

Si compie così un piccolo capolavoro dialettico, in cui la condanna della presunta natura egocentrica dello spirito individualistico tende a far leva paradossalmente proprio sull’egoismo più autentico e sul più insidioso senso di irresponsabilità: non importa qual è la causa del proprio disagio, né se questa riconduce a precedenti comportamenti sbagliati, che proprio l’abolizione della legge di responsabilità - e del suo meccanismo di pene e di ricompense - ha privato della fondamentale funzione, per così dire, pedagogica. Quello che conta è che ci sarà sempre qualcun altro che si troverà in una condizione migliore. Sarà da lì che si dovrà attingere in ogni caso per correggere uno squilibrio socialmente iniquo e inaccettabile: "Il socialismo ha detto ai disgraziati: "Non esaminate se voi soffrite in virtù della legge di responsabilità. Ci sono dei fortunati sulla terra, in virtù della legge di solidarietà essi vi devono la divisione della loro felicità""(23).

Posto in questi termini, il concetto di solidarietà viene completamente snaturato proprio nella sua valenza etica. Esso decade conseguentemente dalla sua funzione di premiare e diffondere i comportamenti virtuosi, e di penalizzare e circoscrivere quelli viziosi. Al suo posto si afferma invece una solidarietà "fittizia", che tende tanto più ad espandersi quanto più lo Stato si appropria di un ruolo che compete in realtà ai singoli. Le cui risorse vengono sottratte e poi restituite loro - talora dietro l’illusione della gratuità - sotto forma di beni e servizi che essi, con molta probabilità, non avrebbero liberamente scelto(24).

Il magistero morale della Costituzione

Quella descritta è la versione degenerata in cui si traduce, spesso, la solidarietà che intendono i governanti. Nel tentativo di nobilitarla, essi la ammantano per di più di un’improbabile connotazione morale, che è poi la medesima che vizia l’impianto della nostra Costituzione.

Sono eloquenti, a tale proposito, le critiche che, durante i lavori della Costituente, furono mosse alla parte dedicata ai rapporti civili, etico-sociali ed economici, in considerazione della scarsa attitudine a rappresentare i contenuti che la legge fondamentale dello Stato dovrebbe invece veicolare: "Non sono vere e proprie norme giuridiche nel senso preciso e pratico della parola, ma sono precetti morali, definizioni velleitarie, programmi, propositi, magari manifesti elettorali; magari sermoni"(25). Soprattutto, si segnala la lucidità con cui venne denunciata fin dall’inizio l’ampiezza riservata alla statuizione di pur condivisibili principi di politica sociale, la cui previsione costituzionale era tuttavia il preludio al loro abuso e conseguente stravolgimento: "Purtroppo di statalismo, l’attuale schema di costituzione puzza cento miglia lontano (…). Anche con le più benevole intenzioni, si deve aver paura di disposizioni così larghe come la seguente: "La Repubblica assicura alla famiglia le condizioni economiche necessarie alla sua formazione, alla sua difesa e al suo sviluppo, con speciale riguardo alle famiglie numerose". Che vengano istituite classi familiari, aiuti alla maternità, sussidi per le famiglie numerose, tanto dallo stato che dalle sezioni, dai comuni, da enti assicurativi, è giusto, doveroso e possibile. Ma quell’assicura è talmente ampio, che sembra dare allo stato un’arma politica di più, per ingerirsi nella stessa vita familiare o per fare della famiglia un parassita dello stato. Potrei ancora continuare nella raccolta di passi simili, che invocano l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto, e che risolvono tutti i più assillanti problemi con il rinvio all’autorità, all’ingerenza ed alle casse dello stato"(26).

È infatti fondamentale che, nel ruolo assunto durante la cosiddetta "fase costituzionale", lo Stato si astenga dal formulare valutazioni di ordine ideale, ponendosi unicamente quale garante della certezza dei rapporti giuridici liberamente intrattenuti fra i membri di una collettività(27). Sotto questo profilo, al contrario, è stata rilevata l’insufficiente determinazione del legislatore costituente nel definire un quadro unitario di regole, chiare e inderogabili, a tutela del diritto di proprietà e delle relazioni economiche in un sistema di libero mercato(28). E proprio tale debolezza della Costituzione - con alcune eccezioni, rimaste peraltro disattese(29) - è alla radice della gravosa ingerenza statale e del conseguente basso livello di libertà economica che tradizionalmente contraddistinguono il nostro paese.

D’altra parte, non si può non osservare come la pretesa - verrebbe da dire, la "presunzione fatale"(30) - dello Stato di elevarsi al rango di comunità morale, sia destinata inevitabilmente a collidere (e la storia del secolo appena trascorso ne ha offerto ampia evidenza) con la realtà di ogni convivenza civile e libera. Questa, infatti, non può che riassumere in sé "comunità morali" diverse, formate a loro volta da individui con concezioni morali diverse, ai quali deve solo essere concesso di perseguire liberamente, con mezzi pacifici e nel rispetto delle libertà altrui, ciò che essi giudicano sia il proprio benessere(31).

Secondo von Hayek, "la morale, per essere valida, deve soddisfare alcuni requisiti che forse noi non siamo capaci di specificare, ma che si possono trovare con un processo per tentativi ed errori"(32). Sfortunatamente, in assenza di libertà di scelte, i giudizi morali riferibili ai comportamenti individuali, in questa sorta di processo iterativo, non hanno alcun senso. E, con l’abolizione del principio della responsabilità individuale, si viola esattamente una legge naturale espressione di libertà. Mentre è proprio da questa, piuttosto che da fallaci e spesso velleitarie determinazioni statali (e locali), che dipendono invece i risvolti morali di ogni seria professione di solidarietà(33).

NOTE

(1) Il riferimento è all’ambizioso progetto inserito nel proprio programma di governo dal neo eletto sindaco di Roma Walter Veltroni, mirato a fare della città la "capitale della pace e della solidarietà internazionale".

(2) PIO XI (1931), p.14.

(3) GIOVANNI PAOLO II (1991), pp.27-28.

(4) L’aggettivo è adoperato in una nota al disegno di legge n. 4641, cosiddetto Turco - Signorino - recante "Disposizioni per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi" -, compilata dall’onorevole Nicoletta Pirrotta, responsabile delle politiche sociali presso il gruppo consiliare P.R.C. della Regione Lombardia. Milano, ottobre 2000.

(5) A proposito del malinteso senso dell’equità distributiva della ricchezza prodotta, e come questa sia assai poco efficace ai fini di un reale innalzamento della condizione sociale ed economica di una collettività, è utile ricordare il pensiero di Luigi Einaudi: "Gli uomini dal temperamento socialistico (…), contrariamente ai liberali, si sono ficcati in testa una divulgatissima opinione; che oggi il vero problema sociale sia quello della distribuzione della ricchezza, e non più, come in passato, della sua produzione. Opinione, oltrecché strana, manifestamente sbagliata. (…) Oggi, non v’ha alcuno il quale non aspiri al meglio e non invochi una maggior giustizia sociale, il che vuol dire una partecipazione più larga al prodotto sociale totale; e molti ritengono che il fine non possa essere conseguito se non togliendo agli uni per dare agli altri. Ben poca strada si può far tuttavia con siffatto metodo; essendo stato dimostrato ad abbondanza che il trapasso dagli uni agli altri, dai meno ai più, frutterebbe miserevoli e subito spregiati incrementi di benessere alle moltitudini". EINAUDI (1974), p.216. Del resto, per capire quanto possano rivelarsi arbitrari i presupposti di una condotta pubblica improntata al perseguimento dell’equità distributiva, è sufficiente riflettere sulle seguenti considerazioni: "What those people who ask for equality have in mind is always an increase in their own power to consume: in endorsing the principle of equality as a political postulate nobody wants to share his own income with those who have less. When the American wage earner refers to equality, he means that the dividends of the stockholders should be given to him. He does not suggest a curtailment of his own for the benefit of those 95 per cent of the earth’s population whose income is lower than his". MISES (1949), chap. xxxv, sec. 3. L’intervento statale in funzione redistributiva presenta profili di criticità anche nella visione di Pareto, in considerazione delle commistioni che in tal modo si vengono a determinare fra la scienza economica da un lato, e i fondamenti etici e giuridici dello Stato di diritto dall’altro: "La distribuzione e la produzione sono in intimi rapporti, reciprocamente dipendenti l’una dall’altra. L’alterazione dell’una avrà generalmente conseguenze sull’altra. Si deve dunque, anzitutto, risolvere un problema che appartiene essenzialmente alla scienza economica, e, per trovare la sua soluzione, le considerazioni etiche, di diritto, metafisiche e altre simili non servono a nulla. Si crede volentieri di evitare questa difficoltà, dicendo che "lo Stato" veglierà a che la nuova distribuzione non faccia diminuire la produzione; ma in tal modo, invece di semplificare la questione, la si complica, e si ha, oltre che un problema economico, da risolvere un problema di organizzazione politica, cioè si tratta di trovare come "lo Stato" dovrà essere organizzato, per adempiere convenientemente le funzioni che ad esso si vogliono affidare". Ma, giudicando di alcune soluzioni proposte al riguardo, così osserva Pareto: "(I sistemi socialisti) si basano tutti, più o meno, su questa idea: che, essendo le ricchezze tanto disugualmente distribuite, gli uni avendo troppo e gli altri troppo poco, il rimedio è ben semplice: basterà prendere ai ricchi ciò che hanno di troppo, per darlo ai poveri. Non si tien conto che questa nuova distribuzione non aumenterebbe, che assai di poco, la somma di cui potrebbero disporre i poveri; e non ci fermiamo ad esaminare i funesti effetti che avrebbe sulla produzione". Ed inoltre, dischiudendo scenari inquietanti: "La formula: a ciascuno secondo i suoi bisogni, si muta in quella: a ciascuno secondo ciò che decide l’autorità; ed essa vale, in genere, quanto vale questa autorità". PARETO (1954), pp.321-368-369. Sostanzialmente sulla stessa linea il Nobel per l’economia von Hayek: "La giustizia ha significato solo in quanto norma di condotta umana, e nessuna ipotizzabile norma relativa ad individui che si forniscono l’un l’altro beni e servizi in un’economia di mercato produce una distribuzione tale da poter essere sensatamente descritta come giusta o ingiusta". HAYEK (1998-2), p.159.

(6) "Ritengo impossibile dare senso all’obbligazione etica da parte dell’individuo a migliorare la società. La disponibilità di un individuo ad assumere una simile responsabilità in regime di liberalismo, sembra essere un’esibizione di presunzione intellettuale e morale. È semplice amore di potere e di arricchimento; è a-morale. Il cambiamento etico-sociale deve realizzarsi attraverso un vero e proprio consenso morale fra individui che raggiungono un livello di effettiva uguaglianza e reciprocità e non si pongono fra loro uno nel ruolo di causa e tutti gli altri nel ruolo di effetti, con uno che fa il "vasaio" e gli altri a fare da "creta"". KNIGHT, Frank H., Intellectual confusion on morals and economics, in BUCHANAN (1998), p.307. Sulla vanità della pretesa di imporre razionalmente regole di condotta in funzione del progresso morale e sociale, si segnala un’altra metafora assai simile (probabilmente ispiratrice della precedente): "I nostri pubblicisti possono differire quando si tratta di sapere quale sia il miglior vasaio, quale quello che impasta più vantaggiosamente l’argilla; ma essi si accordano in questo, che l’ufficio loro è di impastare l’argilla a loro modo, come la parte dell’argilla è quella di lasciarsi impastare da loro. Essi stabiliscono, sotto il titolo di legislatori, tra loro e l’umanità dei rapporti analoghi a quelli di tutore e di pupillo". BASTIAT (1949), p.600. Anche Pareto nutre forti perplessità circa i contenuti quasi divinatori che nell’impostazione di alcune teorie stataliste vengono attribuiti all’azione del soggetto pubblico: "I socialisti della cattedra hanno perfettamente ragione di osservare che, per risolvere un problema pratico bisogna aggiungere alle considerazioni economiche delle considerazioni etiche. Ma ve ne sono molte altre di cui bisogna tener conto: fra cui quelle, che sono estremamente importanti, dell’organizzazione politica (…) Per sfuggire a questa tentazione (di levare gli occhi fino ai poteri costituiti e discuterli), essi si creano un dio metafisico, detto Stato, la cui santità, infinita saggezza, onnipotenza, onniscienza sono fuori questione, e che fa un po’ partecipi di queste qualità i governi, suoi rappresentanti e vicari fra gli umili mortali". Ed ancora: "Il socialismo di Stato crede che l’intervento governativo (…) può accrescere il benessere umano", e, nel fare ciò, "considera gli effetti diretti delle leggi e ne trascura quelli indiretti, crea delle entità che non hanno nulla di reale e le dota di perfezioni fantastiche, crede ingenuamente che un problema sia risolto quando si è stabilito che lo Stato, il sacrosanto Stato lo risolverà". PARETO (1954), pp.323-324-328. Alla luce dell’esperienza storica, è di tutta evidenza l’insidia connaturata nella riproposizione di tesi dall’analoga caratterizzazione ideologica e dogmatica.

(7) Il risultato complessivamente negativo dell’attività redistributiva svolta dallo Stato è in realtà la sommatoria di una serie di situazioni parziali di vantaggio e di svantaggio, godute ovvero subite da gruppi diversi. Non sempre si riesce tuttavia a sapere a quali fasce di reddito questi appartengano, né quindi è possibile valutare la dimensione sociale degli effetti prodotti da quell’attività. Cfr. MARTINO (1987), pp.159-160. Viceversa, sono note le situazioni di disagio e di emarginazione sostanzialmente ignorate - e talora anzi acuite - proprio dall’intervento pubblico. Si rinvia in proposito alla nota seguente. Su questi argomenti si veda anche PELANDA (2000), p.35 e ss.

(8) All’elevata incidenza del sistema di welfare sul bilancio pubblico non corrisponde infatti una reale valenza sociale dei risultati ottenuti: "Siamo il paese in Europa in cui i trasferimenti dello Stato al quinto più povero della popolazione sono maggiormente contenuti. Il 30 per cento più povero della popolazione riceve poco più del 10 per cento dei trasferimenti sociali contro il 30 per cento nella media dell’Unione Europea. (…) Conseguenza, in Italia chi è povero sta relativamente peggio che altrove: la povertà estrema è più estrema che altrove". BOERI (2000), pp.5-6.

(9) Cfr. PETRONI (2000), p.73.

(10) Cfr. HAYEK (2000), p.270. Si ricorda, al riguardo, la lungimiranza di chi seppe cogliere immediatamente la degenerazione dell’intervento sociale rimesso in ogni sua direzione alla gestione taumaturgica (e monopolistica) del soggetto pubblico: "Ora sappiamo che il ministro della post-bellica va studiando un progetto monstre per trasformare un servizio occasionale che dovrebbe finire presto, in un ministero permanente, che abbia sotto di sé sanità, assistenza sociale, assicurazioni e chi più ne ha più ne metta, sì da statizzare completamente i servizi assistenziali. (…) Per sopportare l’elefantiasi dell’accentramento, lo stato ha preso in mano tutte le risorse del paese (…) lo stato getta milioni e miliardi dalla finestra per quella demagogia che è penetrata nelle ossa dei politicanti italiani. Così nulla si salva; né lo stato, né gli enti statali e parastatali, moltiplicati all’infinito, né i comuni né i cittadini". STURZO (1995), pp.62-63.

(11) Dopo aver soggiornato per qualche tempo nell’Unione Sovietica, il decano di Canterbury Hewlett Johnson ritenne, verso la metà del secolo scorso, di esternare il proprio entusiastico apprezzamento verso un’organizzazione statuale talmente invasiva da aver rimosso dalla società ogni forma di "timore" (e, contestualmente, anestetizzato ogni residuo senso del dovere, della responsabilità e del rischio individuale): "I grandi successi morali nell’Unione Sovietica sono dovuti in non piccola misura all’eliminazione del timore. Il timore tormenta i lavoratori in un paese capitalista. Timore di licenziamento (…). Timore di disoccupazione, timore di depressione economica, timore di malattie, timore di una vecchiaia di povertà, pesano in modo schiacciante sullo spirito del lavoratore (…). Il timore incatena e priva di ogni vitalità anche le classi medie (…). Il timore uccide l’iniziativa e lo spirito di avventura; rende alcuni servili ed altri brutali (…). Niente colpisce più fortemente il visitatore dell’Unione Sovietica dell’assenza del timore. Il Piano toglie d’un colpo molti dei più ovvi timori. Nessun timore per il mantenimento di un bambino paralizza, alla sua nascita, i genitori sovietici. Nessun timore per gli onorari del dottore, per le tasse scolastiche o universitarie. Nessun timore di diminuzione di lavoro, nessun timore di eccessivo lavoro. Nessun timore di riduzione di salari, in un paese dove nessuno è disoccupato". JOHNSON (1949), p.193.

(12) È emblematico il caso delle cosiddette "false povertà", emerso recentemente in Sicilia. Su 2.200 presunti disoccupati censiti nell’area di Enna, 859 sono risultati in realtà "proprietari di case, terreni, consistenti conti bancari, buoni postali, obbligazioni, auto di grossa cilindrata". Per l’assistenza di questi soggetti erano stati stanziati 27 miliardi. Cfr. CENTORRINO (2001), p.25.

(13) Il milione di giudizi ordinari pendenti nel 1974 tra preture e tribunali si è quasi triplicato nell’arco di vent’anni, raggiungendo i circa 2,7 milioni di casi in essere al 1994. Preso atto della crescita travolgente del contenzioso civile, vi è chi ha ritenuto di indicare una serie di ambiti - controversie con le assicurazioni per sinistri stradali, controversie retributive in materia di lavoro, in materia previdenziale e condominiale - che potrebbero essere serenamente devoluti alla giustizia privata. Assimilando in tal modo quello della giustizia ai tanti altri monopoli pubblici già caduti, ovvero destinati a cadere, uno dopo l’altro, fra consensi espliciti e generalizzati. Cfr. ZENO-ZENCOVICH (2001), p.5.

(14) Ibidem.

(15) Il primo Rapporto del Laboratorio ABI - Bocconi sull’Economia delle Regole, pubblicato recentemente, ha dimostrato l’esistenza di un rapporto di causalità fra l’inefficienza strutturale della giustizia civile e la patologia dei comportamenti assunti dai soggetti operanti nel mercato del credito bancario. Tale situazione trae alimento soprattutto dall’eccessiva dilatazione dei tempi della giustizia - sanzionata con le oltre cinquecento condanne inflitte fino ad oggi all’Italia dalla Corte di Strasburgo - che tende a favorire i comportamenti devianti degli operatori più spregiudicati. Il danno complessivo subito dal sistema è quello di un credito di bassa qualità ed a costo più elevato, che penalizza indistintamente tutti gli operatori economici, intermediari e utenti. Cfr. ABI - BOCCONI (2000), pp.7-8.

(16) BASTIAT (1949), p.591.

(17) Cfr. Sergio Ricossa, in prefazione al volume BASTIAT - DE MOLINARI (1994), p.10.

(18) BASTIAT (1949), p.593.

(19) Ibidem, p.594.

(20) Sul punto si richiamano anche le considerazioni di von Hayek: "È necessario che l’individuo sia lodato o biasimato, comunque l’attesa della lode o del biasimo possa di fatto influire o non influire sull’azione. (…) La società libera esige dall’uomo un senso di responsabilità nelle proprie azioni che va oltre i doveri richiesti dalla legge ed esige anche un generale consenso sul punto che gl’individui debbano essere ritenuti responsabili sia del successo sia del fallimento delle loro azioni". HAYEK (1998), pp.115-116.

(21) "Perché dal momento che colui che agisce non risponde lui personalmente degli effetti buoni o cattivi del suo atto, il suo diritto di agire isolatamente non esiste più. Se ciascun movimento dell’individuo deve riverberare con la serie dei suoi effetti sulla società intiera, l’iniziativa di ciascun movimento non può più essere abbandonata all’individuo; essa appartiene alla società. La comunità sola deve decidere di tutti, regolare tutto: educazione, nutrimento, salari, piaceri, locomozione, affezioni, famiglie, ecc. ecc.". BASTIAT (1949), p.587.

(22) Ibidem.

(23) Ibidem. Del resto, è proprio sull’elevata sensibilità collettiva rispetto a situazioni di disparità economica e sociale, che i politici spesso fanno leva nel denunciare come "difetti del mercato" quelli che altro non sono che rischi non assicurabili. Diventa inevitabile, allora, finanziare, a spese della collettività, "le scelte immorali, ad esempio l’imprevidenza, la pigrizia, la negligenza di chi non potrebbe, senza l’intervento statale, far pagare ad altri le conseguenze dei propri atti". SALIN (1997), p.198.

(24) In questo senso, lo Stato sostituisce una solidarietà consapevole e diretta, come è, ad esempio, quella che si esplica all’interno della famiglia, con una solidarietà burocratica e improduttiva, che oltretutto costringe il contribuente a pagare due volte uno stesso servizio: una prima volta con le tasse, una seconda, quando sceglie liberamente sul mercato il servizio rispondente alle proprie esigenze, e decide di pagare per esso il prezzo da lui giudicato equo. Su questi aspetti, si vedano SALIN (1997), pp.195 e 268; BOERI (2000), p.27.

(25) CALAMANDREI, Piero, seduta dell’11 marzo 1947, in F.I.A.P. (Federazione Italiana Associazioni Partigiane), La Costituzione ha cinquant'anni. I discorsi alla Costituente, Milano 1995, in GALLI DELLA LOGGIA (1999), p.188. Su questo aspetto della nostra Costituzione, si richiama anche un altro giudizio dai toni analogamente critici: "Una certa ridondanza di affermazioni astratte, di formule vaghe, esortative, a volte perfino retoriche, di enunciazioni ideali che, magari nobilissime, appaiano tuttavia prive di quel tagliente e preciso rigore delle norme giuridiche, da cui scaturiscono diritti e obblighi ben definiti". GALANTE GARRONE, Alessandro, in DE FELICE (1979), p.182.

(26) STURZO (2000), p.57.

(27) "Nella fase costituzionale, lo stato si configura come l’agenzia o l’istituzione che garantisce la conformità, ed è esterna - da un punto di vista concettuale - alle parti contraenti, con la sola responsabilità di far rispettare i diritti e le rivendicazioni pattuiti, e insieme i contratti che hanno ad oggetto le transazioni di questi stessi diritti, volontariamente negoziati. In questo ruolo "protettivo", lo stato non produce "bene" o "giustizia", in quanto tali, come qualcosa di diverso da ciò che è indirettamente compreso in un regime di esecuzione contrattuale. Per dirlo più chiaramente, non si può concepire lo stato come una qualche rappresentazione collettiva di ideali astratti, che prende forma al di sopra e al di là delle realizzazioni degli individui. Quest’ultimo concetto è e deve restare estraneo ad ogni visione o modello contrattuale o individualistico di ordine sociale". BUCHANAN (1998), pp.146-147.

(28) "If the proper economic role of the state in a market economy requires the protection of the property rights of individuals, as much recent literature has argued, the Italian Constitution, at least in its formal declarations, is surely reluctant to assign that role to the state. It should, thus, not be surprising that economic policies and institutions in Italy have developed in line with the Italian Constitution and have, at times, allowed policies (rent controls, expropriation of land with very low compensation, etc.) that are not consistent with the principle of protection of property rights or with the development of the market. This may also explain why Italy has one of the lowest scores, in terms of "economic liberty", among the many countries assessed by the experts of the Economic Freedom Network". TANZI (2000), p.9.

(29) Soprattutto all’interventismo statale che prende la forma di spese poco giustificate da reali esigenze economiche - con conseguenti effetti di spiazzamento dell’offerta privata -, si cercò di porre un argine attraverso il divieto, contenuto nell’articolo 81, di disporre, successivamente alla legge di bilancio, leggi di spesa prive di copertura finanziaria. Norma, questa, improntata al senso del buon governo che si coglie nelle parole del suo ispiratore: "Se, poi, il disegno di legge non è corredato della segnalazione dei mezzi di copertura della spesa eventualmente richiesta per la applicazione - e le proposte le quali non importino spesa sono rarissime e, salvo eccezioni ancora più rare, fraudolente - esso è una mera dichiarazione retorica di voler fare qualcosa che al tempo stesso si riconosce non potere o non volere intraprendere". EINAUDI (1974), pp.203-204. È noto, tuttavia, che negli anni recenti tale argine è stato sistematicamente aggirato attraverso il meccanismo della legge finanziaria, introdotta nel nostro ordinamento con la legge 5 agosto 1978, n. 468, con il fine precipuo di ovviare agli inconvenienti connessi con la "rigidità" del bilancio. La rigidità in questione era, appunto, la tendenza al pareggio del bilancio dello Stato che l’articolo 81 sanciva costituzionalmente, stimolando in tal modo il senso di responsabilità nell’amministrazione pubblica. Per un approfondimento di questi argomenti, si veda MARTINO (1997), p.58 e ss. In questa sede, tuttavia, non si può fare a meno di osservare che il criterio di sana amministrazione che il Parlamento italiano ha cercato di eludere, è tornato prepotentemente di attualità attraverso le disposizioni contenute nel Patto di Stabilità sancito ad Amsterdam il 17 giugno 1997, e come tali vincolanti per tutti i paesi aderenti all’Unione Economica e Monetaria. In presenza di condizioni economiche normali, infatti, i governi sono tenuti a realizzare consistenti avanzi primari, sia pure nell’ambito della regola del "quasi pareggio", che consente di mantenere gli stabilizzatori di bilancio senza superare un disavanzo del 3 per cento in caso di recessione.

(30) Il riferimento è all’omonima opera di von Hayek, in cui si afferma, in sostanza, che il progresso dell’umanità dipende, tanto nella sua evoluzione, quanto, e soprattutto, nella sua salvaguardia, dal cosiddetto "ordine esteso della cooperazione umana (…) che non è derivato da un disegno o da un’intenzione umana ma è un risultato spontaneo". Cfr. HAYEK (1997), p.33. Viene in tal modo negata ogni consistenza all’idea che i principi della morale possano essere prodotti della ragione, e che quindi un’autorità in qualsiasi modo definita possa pretendere di imporre regole di condotta uniformi alla collettività in funzione di una "riprogettazione della nostra morale tradizionale, del nostro diritto e del nostro linguaggio". Ibidem, p.121.

(31) "We will need to recognize that the common authority of secular societies such as Italy, Texas, and the United States cannot be derived either from God or from sound rational argument. It must instead by default be derived from moral agents, persons. To recognize persons as the source of secular morality that can bind moral strangers is also to understand the importance in our contemporary world of both the free market and limited democracies. (…) The limits of secular moral reason lead not only to the recognition of limited democracies as morally inescapable, but to the recognition as well that national societies cannot be moral communities. They must instead be civil societies within which diverse moral communities and individuals of diverse moral commitments by default have a moral right peaceably to pursue their own understandings of human flourishing". ENGELHARDT (2000), pp.3 e 6. "Se la civiltà è il risultato di cambiamenti graduali e non voluti nella moralità, allora, per quanto si possa essere riluttanti ad accettarlo, nessun sistema universalmente valido di etica può essere da noi conosciuto. (…) La realtà è che meritano il nome di morale soltanto quelle regole generali e astratte che ciascuno deve prendere in considerazione nelle decisioni individuali in accordo con scopi individuali". HAYEK (1997), pp.53 e 118.

(32) HAYEK (2000), p.304.

(33) "La libertà è essenziale alla moralità, e nessuna azione umana, in sua assenza, è mai suscettibile di una qualsiasi qualità morale o può essere oggetto, vuoi di approvazione, vuoi di disapprovazione. Infatti, siccome le azioni sono oggetti del nostro sentimento morale solamente nella misura in cui sono indicazioni del carattere, delle passioni e degli affetti interni, è impossibile che esse possano suscitare, vuoi la lode, vuoi il biasimo, se non procedono da questi principi, ma derivano completamente da violenza esterna". HUME (1980), p.254. Si comprende allora il giudizio critico che è stato espresso nei confronti della solidarietà esercitata dagli uomini di governo: "amorale, in quanto obbligatoria, immorale, perché incondizionata, e ingiusta, perché finanziata con la forza". Cfr. SALIN (1997), p.201.

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