Per un’etica della solidarietà
di Angelo
Dedola
Solidarietà e sussidiarietà
L’ultimo confronto elettorale ha
trovato un fertile terreno di discussione nei temi della
socialità e della solidarietà, rivelatisi sempre molto
premianti sul piano del consenso. L’argomento seguita
peraltro a mantenersi fra quelli di maggiore attualità
anche a contesa politica abbondantemente consumata. Ne
sono un sintomo eloquente alcune iniziative annunciate
di recente in ambito locale, volte al recupero di una
certa vocazione italica di tipo solidaristico, da
rilanciare addirittura a livello internazionale(1).
In chiara sintonia, del resto, con le pulsioni che
animano il vasto dibattito sulla deprecata dimensione
"globalizzante" attribuita, da qualche tempo a
questa parte, ai principali consessi europei e mondiali.
Tanto fermento offre allora l’occasione di mettere a
fuoco il significato delle posizioni dalle quali è
destinata a dipanarsi la futura dialettica politica,
nelle rinnovate sedi nazionali e locali. Soffermandosi
anzitutto sulla nota polarizzazione fra due modi, sotto
certi aspetti divergenti, di interpretare quei temi.
Da un lato, si collocano coloro i
quali individuano nei singoli e nelle formazioni sociali
minori e intermedie - in primo luogo la famiglia - i
soggetti cui demandare la risposta alle esigenze di
assistenza, di sostegno e di solidarietà espresse dalla
società. Una risposta che parte dunque "dal
basso", cioè da quei soggetti che più sono vicini
alle situazioni di disagio e che meglio ne conoscono le
specificità. Il coinvolgimento di aggregazioni via via
superiori, fino a giungere allo Stato, avviene solo
laddove il soggetto minore non è all’altezza del
compito.
È l’applicazione del concetto di
sussidiarietà, definito per la prima volta
settant’anni fa dalla chiesa cattolica
nell’enciclica Quadragesimo Anno: "Siccome
è illecito togliere agli individui ciò che essi
possono compiere con le forze e l’industria propria
per affidarlo alla comunità, così è ingiusto
rimettere a una maggiore e più alta società quello che
dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è
questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del
retto ordine della società: perché l’oggetto
naturale di qualsiasi intervento della società stessa
è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del
corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle"(2).
Concetto ripreso e puntualizzato
successivamente dall’attuale pontefice
nell’enciclica Centesimus Annus del 1991:
"Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando
la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita
di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati
pubblici, dominati da logiche burocratiche più che
dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme
crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce
meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è
ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso (…).
È urgente promuovere non solo politiche per la
famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come
principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola,
mediante l’assegnazione di adeguate risorse e di
efficienti strumenti di sostegno, sia nell’educazione
dei figli sia nella cura degli anziani"(3).
Dall’altro lato si colloca invece
chi propugna l’istituzione di uno stato sociale
"universalistico e solidale", ispirato a
criteri centralistici e redistributivi. È il sistema
fondato sul diritto, anzitutto di rango costituzionale,
che esclude il "perverso"(4)
coinvolgimento della famiglia nella sfera sociale,
privilegiando un intervento di natura
"istituzionale" a garanzia dell’esigibilità
dei diritti fondamentali della persona.
Si tratta di un’impostazione
impegnativa e ambiziosa sotto il profilo degli ideali,
che non trova tuttavia piena corrispondenza negli
effetti delle azioni che ad essa sono chiamate a dare
attuazione concreta. La connotazione
"sociale", che qualifica in modo persistente
l’intermediazione pubblica di circa la metà della
ricchezza prodotta, si innesta infatti in una visione
paternalistica dello Stato impositore e redistributore -
in un certo senso "miglioratore" della società
- che è tanto controversa da sostenere sul piano
economico(5), quanto insidiosa da accettare
sul piano morale(6). È più verosimile che
il sistema di garanzie storicamente edificato dal
solidarismo di Stato determini in realtà una
distruzione netta di risorse, perché il livello e
soprattutto la qualità dei benefici generati molto
spesso non ne giustifica il costo(7). Mentre
la paradossale marginalizzazione dei ceti più
svantaggiati, prodotta da una spesa sociale
politicizzata e schizofrenica(8), conferma
l’ampiezza del solco che separa la moralità delle
intenzioni da quella dei risultati.
La crescente dipendenza
dall’intervento pubblico implicata da questo schema
tende a fiaccare d’altro canto la cosiddetta
"etica del sacrificio e del risparmio"(9),
mentre esige una sempre più stringente subordinazione
ad improbabili schemi di "giustizia
distributiva", ovvero di "giustizia
sociale". Il cui illusorio perseguimento ha
l’unico effetto di espandere il controllo statale
sulla collettività, realizzando progressivamente un
sistema assistenziale e liberticida(10), che
evoca certi scenari immaginifici autorevolmente
incensati (è il caso di dirlo) solo qualche decennio
fa(11).
La consapevolezza della precarietà
dei sistemi di welfare locali, dell’elevato
tasso di abuso e della conseguente insostenibilità di
un esercizio statalizzato e clientelare della solidarietà(12)
rende allora pressanti le istanze federaliste. Formulate
nei modi più vari, ma tutte con al fondo l’esigenza
di avvicinare quanto più possibile centri decisionali e
oggetti di spesa. Lungo un percorso ideale che, avendo
il suo naturale capolinea proprio nella famiglia - e non
certo nello Stato - rafforza l’attualità del
messaggio implicito nel concetto di sussidiarietà.
A sua volta, l’evidente incapacità
del soggetto pubblico a conseguire apprezzabili livelli
di efficacia/efficienza anche negli ambiti di sua più
stretta pertinenza, stimola le ipotesi di
privatizzazione più estreme, che arrivano a lambire la
sfera in cui quasi si sublima la sacralità dello Stato.
Perché tali sono, ad esempio, quelle avanzate di
recente in relazione ad alcuni settori della giustizia
civile(13). Ipotesi che, lungi dallo
scatenare sterili "paure totemiche"(14),
andrebbero invece lette alla luce dei ben più seri e
documentati oneri imposti alla collettività da un
sistema giudiziario inefficiente e screditato come il
nostro(15).
Anche sulla scorta di questi
argomenti, diventa allora interessante provare a
ripensare il significato che normalmente siamo portati
ad attribuire all’idea di solidarietà. Liberi per una
volta dalle suggestioni della propaganda politica, che
di quell’idea favoriscono sovente una rappresentazione
impropria e distorta. Ci si accorge così che essa può
veicolare contenuti insospettati, la cui coerente
accettazione è destinata a condurre a conseguenze meno politically
correct di quanto si ritenga comunemente.
La
legge di solidarietà
Secondo un’affascinante
impostazione, permeata da uno spirito disincantato
post-sbornia rivoluzionaria che risale alla prima metà
dell’Ottocento, la cosiddetta "legge di
solidarietà" è tale per cui "gli atti e le
abitudini degli individui producono, oltre le
conseguenze che ricadono su lui medesimo, altre
conseguenze buone o cattive che si estendono ai suoi
simili. Questo è ciò che si chiama la legge di
solidarietà, che è una specie di responsabilità
collettiva"(16). Così diceva
l’economista, sociologo, a modo suo filosofo Frédéric
Bastiat, esponente di spicco del pensiero liberale,
definito da Schumpeter "il più brillante
giornalista economico mai esistito"(17).
In questa prospettiva delle scienze
sociali ed economiche, cioè, il concetto di solidarietà
rinvia al complesso intreccio di cause ed effetti,
azioni e conseguenze, che avvolge una collettività;
"allo scambio di pensieri, di prodotti, di servizi
e di lavoro, di mali e di beni, di virtù e di vizi che
fanno della grande famiglia umana una grande unità"(18).
Tutto ciò rappresenta il significato in cui si concreta
l’idea di solidarietà.
Inserita in questa cornice di
reciproci condizionamenti, la naturale inclinazione a
privilegiare situazioni di vantaggio personale,
scaricando sugli altri le eventuali conseguenze negative
delle proprie azioni, deve allora trovare un argine
efficace, affinché la legge di solidarietà possa
esplicare effetti virtuosi. Tale argine risiede nella
responsabilità individuale, che rappresenta il
necessario e inscindibile complemento di una scelta di
libertà. È indispensabile, cioè, che nella sfera
delle relazioni sociali possa operare un sistema di
"pene e di ricompense"(19),
direttamente collegato alle libere scelte individuali,
quale fattore propulsivo alle azioni virtuose e,
appunto, punitivo dei comportamenti viziosi.
La possibilità di conoscere e
valutare il nesso causale delle azioni individuali con
le relative modificazioni indotte nella collettività è,
tuttavia, condizione essenziale all’effettivo operare
di un simile meccanismo. Detto altrimenti, occorre che
gli effetti delle azioni siano facilmente conoscibili e
imputabili al loro attore, affinché su quest’ultimo e
sul suo operato possa formarsi il giudizio sociale di
apprezzamento o di biasimo(20).
Il meccanismo si inceppa quando viene
meno la responsabilità personale, per cui gli atti
compiuti dal singolo si ripercuotono sulla collettività
senza che questi possa essere chiamato a risponderne.
Subentra allora un nuovo sistema di relazioni in cui il
potere di iniziativa viene sottratto all’individuo,
divenuto ormai irresponsabile, per essere consegnato
alla collettività, cioè allo Stato, che decide per
tutti(21).
Lo spostamento del baricentro della
società dall’individuo allo Stato trae complice
impulso da una manipolazione lessicale apparentemente
innocua ma, al pari di quelle genetiche oggi in voga,
foriera in realtà di speculazioni ideologiche
scriteriate. Se, infatti, un concetto tanto elementare
quanto fondamentale come quello della responsabilità,
cambia nome per acquistare quello di
"individualismo" - alternativamente
"sfrenato" o "selvaggio", va da sé
- diventa allora più agevole disprezzarne
l’esercizio. Fino a dissolverne il significato
"nella sfera d’azione della solidarietà estesa
oltre i suoi limiti naturali"(22).
Si compie così un piccolo capolavoro
dialettico, in cui la condanna della presunta natura
egocentrica dello spirito individualistico tende a far
leva paradossalmente proprio sull’egoismo più
autentico e sul più insidioso senso di irresponsabilità:
non importa qual è la causa del proprio disagio, né se
questa riconduce a precedenti comportamenti sbagliati,
che proprio l’abolizione della legge di responsabilità
- e del suo meccanismo di pene e di ricompense - ha
privato della fondamentale funzione, per così dire,
pedagogica. Quello che conta è che ci sarà sempre
qualcun altro che si troverà in una condizione
migliore. Sarà da lì che si dovrà attingere in ogni
caso per correggere uno squilibrio socialmente
iniquo e inaccettabile: "Il socialismo ha detto ai
disgraziati: "Non esaminate se voi soffrite in virtù
della legge di responsabilità. Ci sono dei fortunati
sulla terra, in virtù della legge di solidarietà essi
vi devono la divisione della loro felicità""(23).
Posto in questi termini, il concetto
di solidarietà viene completamente snaturato proprio
nella sua valenza etica. Esso decade conseguentemente
dalla sua funzione di premiare e diffondere i
comportamenti virtuosi, e di penalizzare e circoscrivere
quelli viziosi. Al suo posto si afferma invece una
solidarietà "fittizia", che tende tanto più
ad espandersi quanto più lo Stato si appropria di un
ruolo che compete in realtà ai singoli. Le cui risorse
vengono sottratte e poi restituite loro - talora dietro
l’illusione della gratuità - sotto forma di beni e
servizi che essi, con molta probabilità, non avrebbero
liberamente scelto(24).
Il magistero morale della
Costituzione
Quella descritta è la versione
degenerata in cui si traduce, spesso, la solidarietà
che intendono i governanti. Nel tentativo di
nobilitarla, essi la ammantano per di più di
un’improbabile connotazione morale, che è poi la
medesima che vizia l’impianto della nostra
Costituzione.
Sono eloquenti, a tale proposito, le
critiche che, durante i lavori della Costituente, furono
mosse alla parte dedicata ai rapporti civili,
etico-sociali ed economici, in considerazione della
scarsa attitudine a rappresentare i contenuti che la
legge fondamentale dello Stato dovrebbe invece
veicolare: "Non sono vere e proprie norme
giuridiche nel senso preciso e pratico della parola, ma
sono precetti morali, definizioni velleitarie,
programmi, propositi, magari manifesti elettorali;
magari sermoni"(25). Soprattutto, si
segnala la lucidità con cui venne denunciata fin
dall’inizio l’ampiezza riservata alla statuizione di
pur condivisibili principi di politica sociale, la cui
previsione costituzionale era tuttavia il preludio al
loro abuso e conseguente stravolgimento: "Purtroppo
di statalismo, l’attuale schema di costituzione puzza
cento miglia lontano (…). Anche con le più benevole
intenzioni, si deve aver paura di disposizioni così
larghe come la seguente: "La Repubblica assicura
alla famiglia le condizioni economiche necessarie alla
sua formazione, alla sua difesa e al suo sviluppo, con
speciale riguardo alle famiglie numerose". Che
vengano istituite classi familiari, aiuti alla maternità,
sussidi per le famiglie numerose, tanto dallo stato che
dalle sezioni, dai comuni, da enti assicurativi, è
giusto, doveroso e possibile. Ma quell’assicura
è talmente ampio, che sembra dare allo stato un’arma
politica di più, per ingerirsi nella stessa vita
familiare o per fare della famiglia un parassita dello
stato. Potrei ancora continuare nella raccolta di passi
simili, che invocano l’intervento dello stato ad ogni
piè sospinto, e che risolvono tutti i più assillanti
problemi con il rinvio all’autorità, all’ingerenza
ed alle casse dello stato"(26).
È infatti fondamentale che, nel
ruolo assunto durante la cosiddetta "fase
costituzionale", lo Stato si astenga dal formulare
valutazioni di ordine ideale, ponendosi unicamente quale
garante della certezza dei rapporti giuridici
liberamente intrattenuti fra i membri di una collettività(27).
Sotto questo profilo, al contrario, è stata rilevata
l’insufficiente determinazione del legislatore
costituente nel definire un quadro unitario di regole,
chiare e inderogabili, a tutela del diritto di proprietà
e delle relazioni economiche in un sistema di libero
mercato(28). E proprio tale debolezza della
Costituzione - con alcune eccezioni, rimaste peraltro
disattese(29) - è alla radice della gravosa
ingerenza statale e del conseguente basso livello di
libertà economica che tradizionalmente
contraddistinguono il nostro paese.
D’altra parte, non si può non
osservare come la pretesa - verrebbe da dire, la
"presunzione fatale"(30) - dello
Stato di elevarsi al rango di comunità morale, sia
destinata inevitabilmente a collidere (e la storia del
secolo appena trascorso ne ha offerto ampia evidenza)
con la realtà di ogni convivenza civile e libera.
Questa, infatti, non può che riassumere in sé
"comunità morali" diverse, formate a loro
volta da individui con concezioni morali diverse, ai
quali deve solo essere concesso di perseguire
liberamente, con mezzi pacifici e nel rispetto delle
libertà altrui, ciò che essi giudicano sia il
proprio benessere(31).
Secondo von Hayek, "la morale,
per essere valida, deve soddisfare alcuni requisiti che
forse noi non siamo capaci di specificare, ma che si
possono trovare con un processo per tentativi ed
errori"(32). Sfortunatamente, in assenza
di libertà di scelte, i giudizi morali riferibili ai
comportamenti individuali, in questa sorta di processo
iterativo, non hanno alcun senso. E, con l’abolizione
del principio della responsabilità individuale, si
viola esattamente una legge naturale espressione di
libertà. Mentre è proprio da questa, piuttosto che da
fallaci e spesso velleitarie determinazioni statali (e
locali), che dipendono invece i risvolti morali di ogni
seria professione di solidarietà(33).
NOTE
(1) Il riferimento è
all’ambizioso progetto inserito nel proprio programma
di governo dal neo eletto sindaco di Roma Walter
Veltroni, mirato a fare della città la "capitale
della pace e della solidarietà internazionale".
(2) PIO XI (1931), p.14.
(3) GIOVANNI PAOLO II
(1991), pp.27-28.
(4) L’aggettivo è
adoperato in una nota al disegno di legge n. 4641,
cosiddetto Turco - Signorino - recante
"Disposizioni per la realizzazione del sistema
integrato di interventi e servizi" -, compilata
dall’onorevole Nicoletta Pirrotta, responsabile delle
politiche sociali presso il gruppo consiliare P.R.C.
della Regione Lombardia. Milano, ottobre 2000.
(5) A proposito del
malinteso senso dell’equità distributiva della
ricchezza prodotta, e come questa sia assai poco
efficace ai fini di un reale innalzamento della
condizione sociale ed economica di una collettività, è
utile ricordare il pensiero di Luigi Einaudi: "Gli
uomini dal temperamento socialistico (…),
contrariamente ai liberali, si sono ficcati in testa una
divulgatissima opinione; che oggi il vero problema
sociale sia quello della distribuzione della ricchezza,
e non più, come in passato, della sua produzione.
Opinione, oltrecché strana, manifestamente sbagliata.
(…) Oggi, non v’ha alcuno il quale non aspiri al
meglio e non invochi una maggior giustizia sociale, il
che vuol dire una partecipazione più larga al prodotto
sociale totale; e molti ritengono che il fine non possa
essere conseguito se non togliendo agli uni per dare
agli altri. Ben poca strada si può far tuttavia con
siffatto metodo; essendo stato dimostrato ad abbondanza
che il trapasso dagli uni agli altri, dai meno ai più,
frutterebbe miserevoli e subito spregiati incrementi di
benessere alle moltitudini". EINAUDI (1974), p.216.
Del resto, per capire quanto possano rivelarsi arbitrari
i presupposti di una condotta pubblica improntata al
perseguimento dell’equità distributiva, è
sufficiente riflettere sulle seguenti considerazioni: "What
those people who ask for equality have in mind is always
an increase in their own power to consume: in endorsing
the principle of equality as a political postulate
nobody wants to share his own income with those who have
less. When the American wage earner refers to equality,
he means that the dividends of the stockholders should
be given to him. He does not suggest a curtailment of
his own for the benefit of those 95 per cent of the
earth’s population whose income is lower than his".
MISES (1949), chap. xxxv, sec. 3. L’intervento
statale in funzione redistributiva presenta profili di
criticità anche nella visione di Pareto, in
considerazione delle commistioni che in tal modo si
vengono a determinare fra la scienza economica da un
lato, e i fondamenti etici e giuridici dello Stato di
diritto dall’altro: "La distribuzione e la
produzione sono in intimi rapporti, reciprocamente
dipendenti l’una dall’altra. L’alterazione
dell’una avrà generalmente conseguenze sull’altra.
Si deve dunque, anzitutto, risolvere un problema che
appartiene essenzialmente alla scienza economica, e, per
trovare la sua soluzione, le considerazioni etiche, di
diritto, metafisiche e altre simili non servono a nulla.
Si crede volentieri di evitare questa difficoltà,
dicendo che "lo Stato" veglierà a che la
nuova distribuzione non faccia diminuire la produzione;
ma in tal modo, invece di semplificare la questione, la
si complica, e si ha, oltre che un problema economico,
da risolvere un problema di organizzazione politica, cioè
si tratta di trovare come "lo Stato" dovrà
essere organizzato, per adempiere convenientemente le
funzioni che ad esso si vogliono affidare". Ma,
giudicando di alcune soluzioni proposte al riguardo, così
osserva Pareto: "(I sistemi socialisti) si basano
tutti, più o meno, su questa idea: che, essendo le
ricchezze tanto disugualmente distribuite, gli uni
avendo troppo e gli altri troppo poco, il rimedio è ben
semplice: basterà prendere ai ricchi ciò che hanno di
troppo, per darlo ai poveri. Non si tien conto che
questa nuova distribuzione non aumenterebbe, che assai
di poco, la somma di cui potrebbero disporre i poveri; e
non ci fermiamo ad esaminare i funesti effetti che
avrebbe sulla produzione". Ed inoltre, dischiudendo
scenari inquietanti: "La formula: a ciascuno
secondo i suoi bisogni, si muta in quella: a ciascuno
secondo ciò che decide l’autorità; ed essa vale, in
genere, quanto vale questa autorità". PARETO
(1954), pp.321-368-369. Sostanzialmente sulla stessa
linea il Nobel per l’economia von Hayek: "La
giustizia ha significato solo in quanto norma di
condotta umana, e nessuna ipotizzabile norma relativa ad
individui che si forniscono l’un l’altro beni e
servizi in un’economia di mercato produce una
distribuzione tale da poter essere sensatamente
descritta come giusta o ingiusta". HAYEK (1998-2),
p.159.
(6) "Ritengo
impossibile dare senso all’obbligazione etica da parte
dell’individuo a migliorare la società. La
disponibilità di un individuo ad assumere una simile
responsabilità in regime di liberalismo, sembra essere
un’esibizione di presunzione intellettuale e morale.
È semplice amore di potere e di arricchimento; è
a-morale. Il cambiamento etico-sociale deve realizzarsi
attraverso un vero e proprio consenso morale fra
individui che raggiungono un livello di effettiva
uguaglianza e reciprocità e non si pongono fra loro uno
nel ruolo di causa e tutti gli altri nel ruolo di
effetti, con uno che fa il "vasaio" e gli
altri a fare da "creta"". KNIGHT, Frank
H., Intellectual confusion on morals and economics,
in BUCHANAN (1998), p.307. Sulla vanità della pretesa
di imporre razionalmente regole di condotta in funzione
del progresso morale e sociale, si segnala un’altra
metafora assai simile (probabilmente ispiratrice della
precedente): "I nostri pubblicisti possono
differire quando si tratta di sapere quale sia il
miglior vasaio, quale quello che impasta più
vantaggiosamente l’argilla; ma essi si accordano in
questo, che l’ufficio loro è di impastare l’argilla
a loro modo, come la parte dell’argilla è quella di
lasciarsi impastare da loro. Essi stabiliscono, sotto il
titolo di legislatori, tra loro e l’umanità dei
rapporti analoghi a quelli di tutore e di pupillo".
BASTIAT (1949), p.600. Anche Pareto nutre forti
perplessità circa i contenuti quasi divinatori che
nell’impostazione di alcune teorie stataliste vengono
attribuiti all’azione del soggetto pubblico: "I
socialisti della cattedra hanno perfettamente ragione di
osservare che, per risolvere un problema pratico bisogna
aggiungere alle considerazioni economiche delle
considerazioni etiche. Ma ve ne sono molte altre di cui
bisogna tener conto: fra cui quelle, che sono
estremamente importanti, dell’organizzazione politica
(…) Per sfuggire a questa tentazione (di levare gli
occhi fino ai poteri costituiti e discuterli), essi si
creano un dio metafisico, detto Stato, la cui santità,
infinita saggezza, onnipotenza, onniscienza sono fuori
questione, e che fa un po’ partecipi di queste qualità
i governi, suoi rappresentanti e vicari fra gli umili
mortali". Ed ancora: "Il socialismo di Stato
crede che l’intervento governativo (…) può
accrescere il benessere umano", e, nel fare ciò,
"considera gli effetti diretti delle leggi e ne
trascura quelli indiretti, crea delle entità che non
hanno nulla di reale e le dota di perfezioni
fantastiche, crede ingenuamente che un problema sia
risolto quando si è stabilito che lo Stato, il
sacrosanto Stato lo risolverà". PARETO (1954),
pp.323-324-328. Alla luce dell’esperienza storica, è
di tutta evidenza l’insidia connaturata nella
riproposizione di tesi dall’analoga caratterizzazione
ideologica e dogmatica.
(7) Il risultato
complessivamente negativo dell’attività
redistributiva svolta dallo Stato è in realtà la
sommatoria di una serie di situazioni parziali di
vantaggio e di svantaggio, godute ovvero subite da
gruppi diversi. Non sempre si riesce tuttavia a sapere a
quali fasce di reddito questi appartengano, né quindi
è possibile valutare la dimensione sociale degli
effetti prodotti da quell’attività. Cfr. MARTINO
(1987), pp.159-160. Viceversa, sono note le situazioni
di disagio e di emarginazione sostanzialmente ignorate -
e talora anzi acuite - proprio dall’intervento
pubblico. Si rinvia in proposito alla nota seguente. Su
questi argomenti si veda anche PELANDA (2000), p.35 e
ss.
(8) All’elevata
incidenza del sistema di welfare sul bilancio
pubblico non corrisponde infatti una reale valenza
sociale dei risultati ottenuti: "Siamo il paese in
Europa in cui i trasferimenti dello Stato al quinto più
povero della popolazione sono maggiormente contenuti. Il
30 per cento più povero della popolazione riceve poco
più del 10 per cento dei trasferimenti sociali contro
il 30 per cento nella media dell’Unione Europea. (…)
Conseguenza, in Italia chi è povero sta relativamente
peggio che altrove: la povertà estrema è più estrema
che altrove". BOERI (2000), pp.5-6.
(9) Cfr. PETRONI (2000),
p.73.
(10) Cfr. HAYEK (2000),
p.270. Si ricorda, al riguardo, la lungimiranza di chi
seppe cogliere immediatamente la degenerazione
dell’intervento sociale rimesso in ogni sua direzione
alla gestione taumaturgica (e monopolistica) del
soggetto pubblico: "Ora sappiamo che il ministro
della post-bellica va studiando un progetto monstre
per trasformare un servizio occasionale che dovrebbe
finire presto, in un ministero permanente, che abbia
sotto di sé sanità, assistenza sociale, assicurazioni
e chi più ne ha più ne metta, sì da statizzare
completamente i servizi assistenziali. (…) Per
sopportare l’elefantiasi dell’accentramento, lo
stato ha preso in mano tutte le risorse del paese (…)
lo stato getta milioni e miliardi dalla finestra per
quella demagogia che è penetrata nelle ossa dei
politicanti italiani. Così nulla si salva; né lo
stato, né gli enti statali e parastatali, moltiplicati
all’infinito, né i comuni né i cittadini".
STURZO (1995), pp.62-63.
(11) Dopo aver soggiornato
per qualche tempo nell’Unione Sovietica, il decano di
Canterbury Hewlett Johnson ritenne, verso la metà del
secolo scorso, di esternare il proprio entusiastico
apprezzamento verso un’organizzazione statuale
talmente invasiva da aver rimosso dalla società ogni
forma di "timore" (e, contestualmente,
anestetizzato ogni residuo senso del dovere, della
responsabilità e del rischio individuale): "I
grandi successi morali nell’Unione Sovietica sono
dovuti in non piccola misura all’eliminazione del
timore. Il timore tormenta i lavoratori in un paese
capitalista. Timore di licenziamento (…). Timore di
disoccupazione, timore di depressione economica, timore
di malattie, timore di una vecchiaia di povertà, pesano
in modo schiacciante sullo spirito del lavoratore (…).
Il timore incatena e priva di ogni vitalità anche le
classi medie (…). Il timore uccide l’iniziativa e lo
spirito di avventura; rende alcuni servili ed altri
brutali (…). Niente colpisce più fortemente il
visitatore dell’Unione Sovietica dell’assenza del
timore. Il Piano toglie d’un colpo molti dei più ovvi
timori. Nessun timore per il mantenimento di un bambino
paralizza, alla sua nascita, i genitori sovietici.
Nessun timore per gli onorari del dottore, per le tasse
scolastiche o universitarie. Nessun timore di
diminuzione di lavoro, nessun timore di eccessivo
lavoro. Nessun timore di riduzione di salari, in un
paese dove nessuno è disoccupato". JOHNSON (1949),
p.193.
(12) È emblematico il
caso delle cosiddette "false povertà", emerso
recentemente in Sicilia. Su 2.200 presunti disoccupati
censiti nell’area di Enna, 859 sono risultati in realtà
"proprietari di case, terreni, consistenti conti
bancari, buoni postali, obbligazioni, auto di grossa
cilindrata". Per l’assistenza di questi soggetti
erano stati stanziati 27 miliardi. Cfr. CENTORRINO
(2001), p.25.
(13) Il milione di giudizi
ordinari pendenti nel 1974 tra preture e tribunali si è
quasi triplicato nell’arco di vent’anni,
raggiungendo i circa 2,7 milioni di casi in essere al
1994. Preso atto della crescita travolgente del
contenzioso civile, vi è chi ha ritenuto di indicare
una serie di ambiti - controversie con le assicurazioni
per sinistri stradali, controversie retributive in
materia di lavoro, in materia previdenziale e
condominiale - che potrebbero essere serenamente
devoluti alla giustizia privata. Assimilando in tal modo
quello della giustizia ai tanti altri monopoli pubblici
già caduti, ovvero destinati a cadere, uno dopo
l’altro, fra consensi espliciti e generalizzati. Cfr.
ZENO-ZENCOVICH (2001), p.5.
(14) Ibidem.
(15) Il primo Rapporto del
Laboratorio ABI - Bocconi sull’Economia delle Regole,
pubblicato recentemente, ha dimostrato l’esistenza di
un rapporto di causalità fra l’inefficienza
strutturale della giustizia civile e la patologia dei
comportamenti assunti dai soggetti operanti nel mercato
del credito bancario. Tale situazione trae alimento
soprattutto dall’eccessiva dilatazione dei tempi della
giustizia - sanzionata con le oltre cinquecento condanne
inflitte fino ad oggi all’Italia dalla Corte di
Strasburgo - che tende a favorire i comportamenti
devianti degli operatori più spregiudicati. Il danno
complessivo subito dal sistema è quello di un credito
di bassa qualità ed a costo più elevato, che penalizza
indistintamente tutti gli operatori economici,
intermediari e utenti. Cfr. ABI - BOCCONI (2000),
pp.7-8.
(16) BASTIAT (1949),
p.591.
(17) Cfr. Sergio Ricossa,
in prefazione al volume BASTIAT - DE MOLINARI (1994),
p.10.
(18) BASTIAT (1949),
p.593.
(19) Ibidem, p.594.
(20) Sul punto si
richiamano anche le considerazioni di von Hayek: "È
necessario che l’individuo sia lodato o biasimato,
comunque l’attesa della lode o del biasimo possa di
fatto influire o non influire sull’azione. (…) La
società libera esige dall’uomo un senso di
responsabilità nelle proprie azioni che va oltre i
doveri richiesti dalla legge ed esige anche un generale
consenso sul punto che gl’individui debbano essere
ritenuti responsabili sia del successo sia del
fallimento delle loro azioni". HAYEK (1998),
pp.115-116.
(21) "Perché dal
momento che colui che agisce non risponde lui
personalmente degli effetti buoni o cattivi del suo
atto, il suo diritto di agire isolatamente non esiste più.
Se ciascun movimento dell’individuo deve riverberare
con la serie dei suoi effetti sulla società intiera,
l’iniziativa di ciascun movimento non può più essere
abbandonata all’individuo; essa appartiene alla società.
La comunità sola deve decidere di tutti, regolare
tutto: educazione, nutrimento, salari, piaceri,
locomozione, affezioni, famiglie, ecc. ecc.".
BASTIAT (1949), p.587.
(22) Ibidem.
(23) Ibidem. Del resto, è
proprio sull’elevata sensibilità collettiva rispetto
a situazioni di disparità economica e sociale, che i
politici spesso fanno leva nel denunciare come
"difetti del mercato" quelli che altro non
sono che rischi non assicurabili. Diventa inevitabile,
allora, finanziare, a spese della collettività,
"le scelte immorali, ad esempio l’imprevidenza,
la pigrizia, la negligenza di chi non potrebbe, senza
l’intervento statale, far pagare ad altri le
conseguenze dei propri atti". SALIN (1997), p.198.
(24) In questo senso, lo
Stato sostituisce una solidarietà consapevole e
diretta, come è, ad esempio, quella che si esplica
all’interno della famiglia, con una solidarietà
burocratica e improduttiva, che oltretutto costringe il
contribuente a pagare due volte uno stesso servizio: una
prima volta con le tasse, una seconda, quando sceglie
liberamente sul mercato il servizio rispondente alle
proprie esigenze, e decide di pagare per esso il prezzo da
lui giudicato equo. Su questi aspetti, si vedano
SALIN (1997), pp.195 e 268; BOERI (2000), p.27.
(25) CALAMANDREI, Piero,
seduta dell’11 marzo 1947, in F.I.A.P. (Federazione
Italiana Associazioni Partigiane), La Costituzione ha
cinquant'anni. I discorsi alla Costituente, Milano
1995, in GALLI DELLA LOGGIA (1999), p.188. Su questo
aspetto della nostra Costituzione, si richiama anche un
altro giudizio dai toni analogamente critici: "Una
certa ridondanza di affermazioni astratte, di formule
vaghe, esortative, a volte perfino retoriche, di
enunciazioni ideali che, magari nobilissime, appaiano
tuttavia prive di quel tagliente e preciso rigore delle
norme giuridiche, da cui scaturiscono diritti e obblighi
ben definiti". GALANTE GARRONE, Alessandro, in DE
FELICE (1979), p.182.
(26) STURZO (2000), p.57.
(27) "Nella fase
costituzionale, lo stato si configura come l’agenzia o
l’istituzione che garantisce la conformità, ed è
esterna - da un punto di vista concettuale - alle parti
contraenti, con la sola responsabilità di far
rispettare i diritti e le rivendicazioni pattuiti, e
insieme i contratti che hanno ad oggetto le transazioni
di questi stessi diritti, volontariamente negoziati. In
questo ruolo "protettivo", lo stato non
produce "bene" o "giustizia", in
quanto tali, come qualcosa di diverso da ciò che è
indirettamente compreso in un regime di esecuzione
contrattuale. Per dirlo più chiaramente, non si può
concepire lo stato come una qualche rappresentazione
collettiva di ideali astratti, che prende forma al
di sopra e al di là delle realizzazioni degli
individui. Quest’ultimo concetto è e deve restare
estraneo ad ogni visione o modello contrattuale o
individualistico di ordine sociale". BUCHANAN
(1998), pp.146-147.
(28) "If the
proper economic role of the state in a market economy
requires the protection of the property rights of
individuals, as much recent literature has argued, the
Italian Constitution, at least in its formal
declarations, is surely reluctant to assign that role to
the state. It should, thus, not be surprising that
economic policies and institutions in Italy have
developed in line with the Italian Constitution and have,
at times, allowed policies (rent controls, expropriation
of land with very low compensation, etc.) that are not
consistent with the principle of protection of property
rights or with the development of the market. This may
also explain why Italy has one of the lowest scores, in
terms of "economic liberty", among the many
countries assessed by the experts of the Economic
Freedom Network". TANZI (2000), p.9.
(29) Soprattutto
all’interventismo statale che prende la forma di spese
poco giustificate da reali esigenze economiche - con
conseguenti effetti di spiazzamento dell’offerta
privata -, si cercò di porre un argine attraverso il
divieto, contenuto nell’articolo 81, di disporre,
successivamente alla legge di bilancio, leggi di spesa
prive di copertura finanziaria. Norma, questa,
improntata al senso del buon governo che si coglie nelle
parole del suo ispiratore: "Se, poi, il disegno di
legge non è corredato della segnalazione dei mezzi di
copertura della spesa eventualmente richiesta per la
applicazione - e le proposte le quali non importino
spesa sono rarissime e, salvo eccezioni ancora più
rare, fraudolente - esso è una mera dichiarazione
retorica di voler fare qualcosa che al tempo stesso si
riconosce non potere o non volere intraprendere".
EINAUDI (1974), pp.203-204. È noto, tuttavia, che negli
anni recenti tale argine è stato sistematicamente
aggirato attraverso il meccanismo della legge
finanziaria, introdotta nel nostro ordinamento con la
legge 5 agosto 1978, n. 468, con il fine precipuo di
ovviare agli inconvenienti connessi con la "rigidità"
del bilancio. La rigidità in questione era, appunto, la
tendenza al pareggio del bilancio dello Stato che
l’articolo 81 sanciva costituzionalmente, stimolando
in tal modo il senso di responsabilità
nell’amministrazione pubblica. Per un approfondimento
di questi argomenti, si veda MARTINO (1997), p.58 e ss.
In questa sede, tuttavia, non si può fare a meno di
osservare che il criterio di sana amministrazione che il
Parlamento italiano ha cercato di eludere, è tornato
prepotentemente di attualità attraverso le disposizioni
contenute nel Patto di Stabilità sancito ad Amsterdam
il 17 giugno 1997, e come tali vincolanti per tutti i
paesi aderenti all’Unione Economica e Monetaria. In
presenza di condizioni economiche normali, infatti, i
governi sono tenuti a realizzare consistenti avanzi
primari, sia pure nell’ambito della regola del
"quasi pareggio", che consente di mantenere
gli stabilizzatori di bilancio senza superare un
disavanzo del 3 per cento in caso di recessione.
(30) Il riferimento è
all’omonima opera di von Hayek, in cui si afferma, in
sostanza, che il progresso dell’umanità dipende,
tanto nella sua evoluzione, quanto, e soprattutto, nella
sua salvaguardia, dal cosiddetto "ordine esteso
della cooperazione umana (…) che non è derivato da un
disegno o da un’intenzione umana ma è un risultato
spontaneo". Cfr. HAYEK (1997), p.33. Viene in tal
modo negata ogni consistenza all’idea che i principi
della morale possano essere prodotti della ragione, e
che quindi un’autorità in qualsiasi modo definita
possa pretendere di imporre regole di condotta uniformi
alla collettività in funzione di una "riprogettazione
della nostra morale tradizionale, del nostro diritto e
del nostro linguaggio". Ibidem, p.121.
(31) "We will need
to recognize that the common authority of secular
societies such as Italy, Texas, and the United States
cannot be derived either from God or from sound rational
argument. It must instead by default be derived from
moral agents, persons. To recognize persons as the
source of secular morality that can bind moral strangers
is also to understand the importance in our contemporary
world of both the free market and limited democracies.
(…) The limits of secular moral reason lead not only
to the recognition of limited democracies as morally
inescapable, but to the recognition as well that
national societies cannot be moral communities. They
must instead be civil societies within which diverse
moral communities and individuals of diverse moral
commitments by default have a moral right peaceably to
pursue their own understandings of human flourishing".
ENGELHARDT (2000), pp.3 e 6. "Se la civiltà è
il risultato di cambiamenti graduali e non voluti nella
moralità, allora, per quanto si possa essere riluttanti
ad accettarlo, nessun sistema universalmente valido di
etica può essere da noi conosciuto. (…) La realtà è
che meritano il nome di morale soltanto quelle regole
generali e astratte che ciascuno deve prendere in
considerazione nelle decisioni individuali in accordo
con scopi individuali". HAYEK (1997), pp.53 e 118.
(32) HAYEK (2000), p.304.
(33) "La libertà è
essenziale alla moralità, e nessuna azione umana, in
sua assenza, è mai suscettibile di una qualsiasi qualità
morale o può essere oggetto, vuoi di approvazione, vuoi
di disapprovazione. Infatti, siccome le azioni sono
oggetti del nostro sentimento morale solamente nella
misura in cui sono indicazioni del carattere, delle
passioni e degli affetti interni, è impossibile che
esse possano suscitare, vuoi la lode, vuoi il biasimo,
se non procedono da questi principi, ma derivano
completamente da violenza esterna". HUME (1980),
p.254. Si comprende allora il giudizio critico che è
stato espresso nei confronti della solidarietà
esercitata dagli uomini di governo: "amorale, in
quanto obbligatoria, immorale, perché incondizionata, e
ingiusta, perché finanziata con la forza". Cfr.
SALIN (1997), p.201.
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