Il lato notturno di Isaiah Berlin
Di Giancarlo Bosetti
La discussione aperta da Eugenio Scalfari sull'Illuminismo contiene già diverse possibili diramazioni: se oggi assumere le difese della cultura dei Lumi non sia "controcorrente" più che schierarsi con i suoi vari nemici; se quella medesima contrapposizione abbia ancora senso; se le accuse di utopismo, astrattezza universalistica, determinismo rivolte all'Illuminismo siano anche solo in parte meritate; e poi ancora che cosa debba intendersi per Illuminismo, se il pensiero liberale, di cui Isaiah Berlin è uno degli interpreti più rilevanti in assoluto, coincida con la cultura dei Lumi o se ne distacchi per qualche aspetto. E infine perchè lo stesso Berlin fosse così attratto dallo studio dei nemici della "ragione" al punto da suscitare il sospetto che il suo cuore stesse con loro, con i romantici, con gli Herder, i Kierkegaard, gli Hamann più che con i philosophes.
Io parto da quest'ultima domanda, che ha il vantaggio di essere più circoscritta e precisa: "da che parte stava" il cuore di Sir Isaiah, perchè confido che se riusciamo rispondere bene a questa - che ha in effetti, almeno in apparenza, il carattere di un thriller filosofico - troviamo almeno una parte delle risposte alle altre. E questa domanda - aggiungo - mi piace molto per una ragione egoistica: me la sono posta varie volte anch'io, non unico, negli anni, quando Berlin era ancora vivo, l'ho posta a lui, e con l'aiuto dei suoi scritti, delle sue conversazioni e di alcuni altri studiosi, penso qualche volta di intravedere una risposta. Anche se mi rovino un po' il colpo di scena finale, per chiarezza di svolgimento vi anticipo la conclusione: Isaiah Berlin fece uso a piene mani degli autori del versante romantico e irrazionalistico, "oscuro" o "notturno" della storia del pensiero, amava anche sinceramente alcuni di loro per avere "praticato" la loro mente, ma "non stava dalla loro parte" in alcun modo. Essi erano parte del problema anche se del problema a volte sapevano offrire una meravigliosa visione, proprio come un grande nevrotico, che si presenta come un problema, può dare un bellissimo contributo alla storia dell'analisi psichica perchè talvolta è quello che ci fa vedere la soluzione. Che gli heideggeriani, i nichilisti e i debolisti di ogni genere (cito uno per tutti: Vattimo, il più bravo e - Habermas direbbe - il più urbanisiert) non si allarmino perchè non sto cercando di "psichiatrizzarli" alla maniera degli stalinisti, sto dicendo che Berlin cerca e raccoglie le confidenze di alcuni di loro per descrivere le loro ossessioni (il caso più evidente è quello di Johann Georg Hamann, che Berlin considera un "fanatico", "un po' pazzo") per ricavarne una migliore conoscenza dell'animo umano, ma anche dei limiti, dei pericoli, dei vizi gravi e molto nocivi che affliggono "gli altri", i razionalisti, i presunti "normali", con i loro eccessi, e le loro patologie. Come un nevrotico di oggi ci aiuta a capire non solo il suo male ma anche, a volte, i guasti della società contemporanea, così un fanatico nazionalista ci dice molto delle cause che l'hanno scatenato. Mi rovino definitivamente con un altro esempio: è come aiutarsi con Hitler per capire Stalin, con le perversioni del nazionalismo per capire le perversioni del costruttivismo comunista e dell'ingegneria sociale applicata alle masse, sterminio di kulaki compreso.
Isaiah Berlin sapeva benissimo di maneggiare una materia, apparentemente indolore, filologica, appartata, elitaria, ma in realtà altamente esplosiva, assai dolente e totalmente mescolata ai guai e ai massacri del secolo trascorso, guai che negli anni Novanta si sono riaffacciati con le pulizie etniche nei Balcani. La pubblicazione di testi degli anni Settanta in "Controcorrente" è postuma e dunque quei lavori non riflettono il suo ultimo approdo, ma la ripresa dei temi del nazionalismo e dell'antiilluminismo corrispondeva pienamente a una intenzione che era sua, non solo del curatore Henry Hardy. Tant'è vero che Berlin aveva già personalmente riproposto i suoi studi su Hamann (con "Il Mago del Nord") proprio per questa ragione. Era il suo modo di "parlare" dei violenti nazionalismi post-comunisti. Prima ancora di pubblicare il libro, nel '93 mi aveva affidato durante le vacanze a Paraggi, per i primi numeri di "Reset" che esordiva di lì a poco, un vecchio dattiloscritto su Hamann. Perchè? Perchè, mi spiegò, "cercavo l'uomo che per primo gettò la bomba contro l'Illuminismo e l'ho trovato in questo contemporaneo e concittadino di Kant - era di Koenigsberg anche lui - e ne siamo ancora tutti vittime". Del ragionamento di Berlin questa era soltanto la battuta conclusiva, le sue riflessioni a sostegno erano assai più complesse: la tradizione di pensiero antirazionalistica, anticartesiana, o se preferite antiplatonica, quella che possiamo chiamare variamente e un po' arbitrariamente storicistica, romantica, esistenzialistica, soggestivistica, quella di Vico, Herder, Goethe (e nella quale Hamann è pienamente inscritto) ha avuto il merito di rompere con la "philosophia perennis", con quello che è stato per duemilacinquecento anni il cuore della vita filosofica dell'umanità, il principio che la verità sia una sola. Ha spiegato Berlin: "Per quante differenze ci siano tra metafisici ed empiristi, tra atei e credenti, tra filosofi greci e moderni, tra positivisti e antipositivisti, su una cosa sono tutti d'accordo: una sola è la risposta vera e tutte le altre sono false". Con il Romanticismo questa unità, questo monismo della verità si rompe. Comincia Vico: la verità dipende dal centro di gravità di una cultura, dipende dall'epoca. Prosegue Herder: dipende dal luogo, dal clima, dalla varietà dei costumi. Questa scoperta apre la strada a una novità sconvolgente: il pluralismo. Hamann rappresenta una posizione rilevante su questo medesimo percorso, ma lui lancia una sfida "dinamitarda"; invece di ricavare dal pluralismo la lezione della tolleranza (come Herder) esagera con una violenza distruttiva verso la diversità degli "altri" e mette le basi del nazionalismo, inaugura una fonte inquinata che non ha ancora finito di distribuire i suoi veleni.
Se era comprensibile e necessaria una reazione alle eccessive pretese di uniformità dell'universalismo e dell'Illuminismo, la reazione eccessiva di segno opposto edifica anche l'altra ala di quella specie di arsenale da cui sono uscite tutte le disgrazie della storia contemporanea. Il risultato è che - ancora parole di Berlin - soffriamo di un male duplice: "eccesso di uniformità sul versante illuminisico ed estremismo della reazione romantica che conduce fino ai nostri guai di oggi". L'unica reazione terapeutica davvero salutare non è, ovviamente, quella che consiste nel concludere la diatriba con qualche genere di soluzione finale, per quanto vestita di panni della ragione, o del senso comune, o tanto meno di una qualsiasi patria o Kultur, ma nel concepire la convivenza di valori che si presentano come diversi, e spesso confliggenti, eppure ugualmente umani ed ugualmente aspiranti a veder riconosciuta la loro validità. Non basta accettare l'esistenza del pluralismo, che già certo è una buona cosa. Salvatore Veca, al quale si deve la pubblicazione in Italia di un libro molto importante e forse il più noto di Berlin, "Quattro saggi sul concetto di libertà", ha sintetizzato così il pluralismo, più esigente, del nostro autore: "molti e differenti sono i valori ultimi, i fini cui gli esseri umani possono aspirare restando pienamente umani, e mantenendo la capacità di riconoscersi e mutuamente comprendersi". Gli ideali buoni, in numero non infinito, sono tanti, diversi. E confliggono. E se confliggono bisogna scegliere. Ma la scelta non deve finire in massacro. Quindi, moderazione. Ancora Berlin: "Ripeto le parole dell'oracolo di Delfi: 'non andate troppo lontano'. Voglio dire, non spingetevi troppo in là. Di nulla troppo". Una filosofia dell'antieccesso. Massima suprema (di Cromwell): pensate sempre che potreste sbagliare. Concludeva Veca, ad un convegno del 1997, a Santa Margherita Ligure, dedicato al thriller delle "scorribande" di Berlin "nei paesaggi notturni della inquietudine romantica" che la sua lezione era quella non semplicemente di un illuminista ma di un "anti-antiilluminista".
Questo del thriller potrebbe sembrare il finale. Invece non è così: c'è un controfinale. Viene infatti da chiedersi, a questo punto: se la conclusione di Berlin è quella che, di fronte ai pericoli e ai danni immani che ci sono arrivati dalle esagerazioni della razionalità astratta applicata alla società (categoria nella quale iscriviamo il comunismo) da una parte, e dalle esagerazioni del soggettivismo e dell'irrazionalità nazionalistica dall'altra (categoria nella quale iscriviamo Hitler e Milosevic), dobbiamo applicare la massima della moderazione, "non esagerate", allora Berlin rappresenta una scelta di mezzo tra Illuminismo e non? Il pensiero dell'"inventore" del concetto di libertà negativa non starebbe dentro quel progetto, sia pure incompiuto, di modernità che rappresenta l'eredità dei Lumi? E' una idea sensata quella di collocarlo "fuori" a causa delle sue intense frequentazioni romantiche?
La risposta è decisamente: no. Per molte ragioni, di cui qui posso dirne soltanto una. La lezione di Berlin, di tutta la sua traiettoria intellettuale e politica (per la quale si raccomanda la splendida lettura della recente biografia di Michael Ignatieff, pubblicata da Carocci), è forse la più intelligente e sofisticata prosecuzione di uno dei "pacchetti" centrali delle idee illuministiche. Si tratta del "pacchetto" kantiano che va sotto il nome di "legno storto". "Da un legno storto, come quello di cui l'uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto". Kant impiegava questa immagine per dire dei limiti entro i quali è possibile perseguire un progetto politico razionale: tradurre in realtà degli ideali è possibile a condizione che non si aspiri a realizzare in terra uno "stato perfetto", soprattutto se con "governanti perfetti". Vi si oppone la natura umana, carica di difetti irriducibili. Berlin ha intitolato così la raccolta dei suoi scritti degli ultimi anni (Il legno storto dell'umanità). Ed il saggio più importante, che è il discorso pronunciato a Torino per l'accettazione del premio Senatore Agnelli nel.....1991???, contiene la più compiuta formulazione del pluralismo degli ideali e della necessità di perseguirli nei limiti di una visione realistica della natura umana, ed ammaestrati dalla lezione di Machiavelli, Vico, Herder. E soprattutto di Kant, il cui pensiero contiene la principale sintesi filosofica dell'Illuminismo. Ma non si tratta solo di un legame filologico con il più importante pensatore di Koenigsberg; la stessa idea della mutua intellegibilità degli ideali umani, pur diversi e confliggenti, di cui Veca ha rimarcato la centralità in Berlin, è alle radici di quella "etica del discorso" che coglie nel linguaggio le premesse per una comunicazione razionale tra gli appartenenti alla nostra specie. Quel "calcolemus" che Umberto Eco trova, con Leibniz, come modo per trovare soluzioni ragionevoli e pragmatiche ai conflitti presuppone molte più cose di quelle che di solito le filosofie postmoderniste hanno voglia di riconoscere, dal momento che qualunque "fondamento" o "premessa" razionale mette in crisi il loro rifiuto di ogni genere di entità "sottostante". Ma senza scomodare adesso nessuna metafisica, e senza confondere Berlin con Habermas, così diverso per tantissime ragioni, si può ben riconoscere la collocazione illuministica del pensiero di Berlin. E rispondere alla domanda su "da che parte sta" se non l'intero suo cuore, l'intera sua testa.
Certo ha ragione Scalfari quando rivendica una visione più adeguata del bagaglio dell'Illuminismo francese, che Berlin non ha approfondito con la stessa passione che ha dedicato ai suoi amati autori baltici e russi. Spesso la rappresentazione "cimiteriale", dogmatica e astratta dei philosophes precettori della Ragione, ad opera dei loro e dei nostri contemporanei, trascura che erano consapevoli del "pacchetto" del "legno storto" sicuramente molto più di Robespierre, con il quale non vanno confusi. In particolare Diderot. E non solo per la molteplice "concretezza" delle loro attività scientifiche, tecniche, imprenditoriali (l'Encyclopédie), ma anche per chiarezza teorica. Sono tipici tratti degli illuministi francesi la rivendicazione del diritto all'errore e al dubbio. "Si deve esigere da me che io cerchi la verità, non già che la trovi", scriveva Diderot nelle "Pensées philosophiques", la difesa dello scetticismo: "Ciò che non è mai stato posto in questione non è affatto provato". E anche nella sfera politica Diderot sapeva bene che il perseguimento di un ideale di progresso non dava esiti univoci, la visione della avanzata delle umane sorti, anche in epoca di Lumi, era temperata dalla convizione che la perdita di una condizione naturale di innocenza comportava anche una decadenza morale e che, per di più, anche nella civilizzazione si annidava il rischio della tirannide. "Diffidate di colui che vuol mettere ordine", diceva Diderot. "Di nulla, troppo", direbbe Berlin, il legno è storto. La filosofia dell'antieccesso, come vedete, non lo allontanava dai fondatori del mondo moderno.
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