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Democrazia, liberalismo, corruzione

di Raimondo Cubeddu

1. Un'analisi del fenomeno della corruzione che adoperasse gli strumenti concettuali della tradizione del liberalismo classico non potrebbe che prendere le mosse dal celebre ammonimento di Lord Acton secondo il quale «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente»[1].

Tale affermazione conserva la sua validità sebbene non siano pochi i casi di uomini politici che hanno esercitato il potere senza trarne vantaggi personali. La presenza di personaggi politici corrotti è infatti soltanto un aspetto di quel fenomeno più vasto e complesso che è la corruzione di un sistema politico: un evento che non può essere ridotto alla fenomenologia dell'ingordigia umana. Può infatti verificarsi il caso di uomini politici che, pur non essendo attratti dal diretto possesso di beni, hanno esercitato il potere loro conferito in modo tale da corrompere, con le loro scelte, la dinamica sociale ed il sistema politico. Per questo motivo, le modalità tramite le quali si acquisisce e si mantiene il potere appaiono di grande importanza al fine di comprendere il fenomeno della corruzione politica. Da questo punto di vista, il problema sul quale riflettere diventa la relazione tra la dimensione del potere politico-economico e la corruzione; ovvero se si tratti sia una correlazione empirica, oppure se la corruzione sia insita nell'esercizio stesso del potere. La questione, in entrambi i casi, concerne le modalità tramite le quali limitare i danni volontariamente o involontariamente connessi alle scelte politiche.

L'analisi del caso italiano non solo induce a pensare che la tesi di Acton sia tuttora valida, ma apre inquietanti dubbi sulla possibilità che la prassi politica delle democrazie interventistiche rappresenti, per motivi teorici ed empirici, un valido argine alla corruzione politica. Più in generale, ci si deve chiedere se i meccanismi di acquisizione e di mantenimento del consenso propri dello ‘stato sociale’ –il quale ha sovente trasformato la politica in una lotta tra gruppi che cercano di accaparrarsi benefici pubblici– non si configurino essi stessi come una modalità della corruzione politica. Di fronte agli sconfortanti esiti di questo modo di intendere la politica ritornano perciò all'attenzione, e prepotentemente, i tradizionali dubbi del pensiero liberale sull'opportunità di estendere i compiti dello stato e di farne uno strumento per realizzare una ‘società giusta’ come intesa da quei partiti che, al di là delle sfumature, attribuivano una finalità etica allo stato e lo intendevano come il mezzo per realizzare la ‘giustizia sociale’.

Il ricordato ammonimento di Lord Acton, come altri insegnamenti che possono essere ritrovati nel Padre Nostro («non ci indurre in tentazione»), nei Dieci Comandamenti («non rubare»), e nella saggezza popolare («l'occasione fa l'uomo ladro») –ma se ne potrebbero rammentare anche altri– forse sono stati troppo frettolosamente messi da parte, col risultato che oggi, avendo scordato anche che accanto alla tirannide la corruzione è uno dei mali endemici della politica, ci si chiede che cosa sia la corruzione e quale rapporto abbia con il potere politico, con la struttura dei partiti, e con i vari tipi di regime politico.

Le sofisticate analisi che vengono compiute del fenomeno della corruzione tendono in qualche modo a eludere la circostanza che esso, nell'ambito della tradizione liberale, è da sempre conosciuto e temuto. Da sempre, infatti, si è cercato di evitare tale patologia con la consapevolezza che per farlo non fossero sufficienti i controlli amministrativi, ma che anzi questi, ed in specie la loro discrezionalità ed abbondanza, fossero da annoverare tra i fattori che ne favoriscono la nascita e la diffusione. Tuttavia, per la comprensione e per la spiegazione del problema, tale tradizione ha ancora molto da insegnare: i metodi e gli accorgimenti escogitati per contenere e possibilmente ridurre il potere, possono risultare validi anche per contrastare e per combattere il fenomeno della corruzione.

La recente esperienza ha infatti mostrato come potere e corruzione siano difficilmente separabili. Per tentare di disgiungerli bisogna muovere dalla constatazione che quello della corruzione politica è un fenomeno complesso, non riducibile alla caduta del sentimento morale o all'ingordigia umana. Da ciò, quasi come un corollario, consegue anche che quanto più il potere è esteso e permeante, tanto più sarà diffusa la corruzione, e tanto meno sarà possibile controllarne gli effetti nefasti sull'intero sistema politico.

Non è infrequente il caso di una classe politica che si mantiene al potere in virtù della sua capacità di distribuire benefici particolaristici; vale a dire tramite la sua abilità nel congegnare il cosiddetto ‘voto di scambio’ in modo tale da assicurarsi la maggioranza elettorale. In questo caso, e in un regime democratico non si tratta purtroppo di una mera possibilità, il reale fondamento del potere della classe politica si connetterebbe alla sua conosciuta e financo apprezzata capacità di mantenere clientele. La stessa dilatazione del debito pubblico potrebbe essere considerata come uno strumento per estendere l'area del consenso senza dover operare delle scelte e senza istituire delle priorità penalizzanti dal punto di vista elettorale: in altre parole come strumento per comprare voti. In questo modo la politica raggiungerebbe –certo per un breve lasso di tempo– l'obiettivo di rendersi completamente indipendente dall'economia; e i criteri sulla base dei quali avverrebbero le sue scelte non sarebbero più vincolati alla necessità di riprodurre nel modo più efficiente quanto consumato ed investito nei tempi precedenti. Si potrebbe perciò sostenere anche che un sistema politico che usa il debito pubblico come strumento per comprare voti, che elude il problema della ricerca dell'interesse generale nel ripartire risorse limitate di fronte a scopi alternativi, e che valuta le aspettative individuali o di gruppo solo nella prospettiva del consenso elettorale, non solo è un sistema che penalizza le generazioni future, ma è già un sistema politico corrotto.

Da tale punto di vista, non solo si potrebbe porre il problema della latente conflittualità tra la filosofia politica liberale e la filosofia politica democratica, ma si potrebbe anche affrontare un'altra delle grandi questioni che il nostro secolo –nonostante i presagi di Mosca e di Pareto– ha cercato in vari modi di esorcizzare, di eludere, o più semplicemente di dimenticare: quali siano i pericoli non tanto della concezione democratica della sovranità e della rappresentanza, quanto delle modalità con cui viene concretamente esercitato il potere che da tali concezioni risulta. Detto diversamente, se la sostanziale incapacità di un sistema democratico di porre dei vincoli efficaci al potere politico, non sia da annoverare tra le cause dirette o indirette della corruzione politica. Più in generale, se è vero, come sostiene Popper, che «il compito principale delle scienze sociali teoriche [...] consiste nel delineare le ripercussioni sociali non intenzionali, che seguono alle azioni umane intenzionali»[2], una teoria democratica non può esimersi dall'affrontare anche il problema delle conseguenze indesiderate connesse al modo in cui nel suo ambito vengono prese le decisioni che concernono il cosiddetto ‘interesse generale’: ovvero se nelle scienze sociali possa avere senso la distinzione tra conseguenze desiderate e conseguenze indesiderate.

Di fronte alla classica dicotomia tra ‘il governo degli uomini’ e ‘il governo della legge’, intesa come fondamentale distinzione tra i modelli di regime politico, la via intrapresa dalla teoria politica contemporanea è stata soprattutto quella di cercare la soluzione al problema del miglior regime politico nell'ambito della prima possibilità. Nel far questo ci si è troppo spesso dimenticati dei limiti, ed anche dei pericoli, da sempre noti come insiti in tale tipo di soluzione del problema. Con una certa dose di ingenuità si è così creduto che quei limiti e quei pericoli potessero essere scongiurati attribuendo ai rappresentati del popolo sovrano poteri che secondo i fautori del ‘governo della legge’ avrebbero ecceduto ogni reale possibilità di controllo. Tale credenza è stata indubbiamente favorita dal declino della tradizione del diritto naturale, dall'affermarsi della convinzione che i limiti della legislazione potessero essere soltanto esogeni, e dall'attenuarsi della distinzione tra ‘legge’ e ‘provvedimento amministrativo’. Il risultato è che oramai, per legge, non si intende soltanto un insieme di regole di condotta universali ed astratte, destinate a garantire i diritti civili della tradizione liberale, la pacifica coesistenza di liberi individui e la prevedibilità dei reciproci comportamenti, ma anche quel farraginoso complesso di norme aventi come fine prevalente quello di soddisfare interessi particolari (di individui e di gruppi sociali) e di regolarne le modalità. Di qui quell'inflazione legislativa e quell'incertezza del diritto che molti studiosi considerano una delle circostanze che hanno favorito la discrezionalità dell'operato dei funzionari pubblici e il dilagare delle transazioni illegali.



2. Che tutto questo possa avere influenza sul diffondersi della corruzione è pressoché scontato. In questa prospettiva anche il caso italiano potrebbe essere considerato come una delle conseguenze indesiderate di una teoria politica che rimane tuttavia valida. Dal punto di vista della filosofia delle scienze sociali il problema diventa così di verificare se le conseguenze indesiderate connesse ad un certo modo di intendere i compiti dello stato democratico (la burocratizzazione e la corruzione), non possano mettano in discussione anche la validità tale soluzione, e questo nonostante il fatto che a suo favore possano giocare altri tipi di considerazioni (valore morale della democrazia, sua possibilità di ridurre la conflittualità sociale, etc.).

Tuttavia, il problema della teoria politica democratica non è tanto quello delle conseguenze derivanti dall'aver accentrato nel parlamento la fonte di ogni potere –ciò che può essere considerato un peccato di ottimismo–, quanto quello d'aver sottovalutato che la concezione dello stato come uno strumento per realizzare scopi specifici avrebbe finito –per via dell'impossibilità di un efficace controllo del complesso apparato burocratico necessario a tal proposito– per favorire il diffondersi della corruzione.

Ma la critica liberale alla pretesa della democrazia di essere il metodo migliore per evitare i ricordati mali endemici della politica, non comporta una critica del metodo di prendere a maggioranza le decisioni concernenti questioni di interesse generale, e ancor meno comporta un disconoscimento della legittimità delle scelte individuali, le quali costituiscono anche il fondamento della tradizione liberale. Per la tradizione liberale, semmai, il problema è rappresentato dalla compatibilità tra la legittimità e soggettività delle scelte individuali e la concezione dello stato come strumento per risolvere i problemi sociali. Di conseguenza, non si può ancora tacere del fatto che uno dei più gravi limiti della tendenza prevalente della filosofia politica contemporanea sia di cercare la soluzione al proprio problema fondamentale: la ricerca del miglior regime politico, nell'ambito di quella che è una delle soluzioni al problema: appunto la soluzione democratica.

Il problema rimane quindi quello del rapporto tra potere e corruzione. Se è vero che in nessun tipo di regime politico è possibile disgiungere l'incremento del potere politico dall'incremento della coercizione, la specificità della soluzione democratica consiste nel non aver trasformato tale coercizione in una limitazione delle classiche libertà individuali e civili, ma in una pesante, e sovente discriminatoria, imposizione fiscale congiunta ad una asfissiante regolamentazione di ogni tipo di attività. Il risultato è stato l'incremento del potere decisionale del personale politico-burocratico che ha assunto una funzione preponderante come nodo nevralgico nello smistamento e nella regolamentazione dei traffici illeciti. Di qui l'attualità della tesi liberale che pone tra i fattori che favorisce la corruzione politica tanto la dilatazione del potere di intervento dello stato nella sfera pubblica e privata (conseguenza più o meno imprevista della teoria democratica), quanto la mancanza di un'autonoma fonte di legittimità degli organi di controllo del potere politico-governativo.

Per un liberale classico, pertanto, la ‘tangentopoli’ italiana non può destare meraviglia. Naturalmente, un liberale che ragionasse in maniera crociana, potrebbe concepire il rapporto tra democrazia e corruzione in maniera analoga a quanto osservato intorno al fascismo; ossia che quel che è accaduto in Italia non sia altro che una spiacevole parentesi, un accidente, nel percorso della democrazia. Una simile analogia appare infatti pericolosamente affine all'interpretazione del fallimento dei regimi socialisti come il risultato di erronee o di criminali scelte individuali. Molto meglio sarebbe vagliare il potere esplicativo della tesi secondo la quale quanto più il potere diviene assoluto, tanto più il sistema politico tende a diventare moralmente e materialmente corrotto. Ciò che significa focalizzare l'attenzione su quali siano i modelli di regime politico nei quali più facilmente si realizzano tali condizioni.

Se la corruzione è il mercato delle rendite politiche[3], per chiarire il nesso tra modelli di regime politico e corruzione è utile prendere le mosse dalla definizione di ‘mercato’, e vedere quali siano le condizioni per un suo efficiente funzionamento nella prospettiva di vantaggi universalizzabili. Possiamo quindi definire il mercato come un sistema per lo scambio di informazioni che funziona fintanto che le informazioni non sono false, o fintanto che non vi sia un potere che detiene il monopolio dell'introduzione di informazioni nel sistema. Queste, infatti, se false, tenderanno a mettere in crisi quel sistema di regolarità che caratterizza lo scambio di aspettative soggettive sulle quali si fonda il mercato. Se in tale sistema vengono introdotte informazioni false al fine di trarre vantaggi soggettivi ed immediati, le regolarità di cui si è parlato precedentemente non si verificano, ed il mercato entra in crisi. Le informazioni false artatamente introdotte sono comunque da tener distinte dalle aspettative soggettive che non si realizzano e che inducono alla ricerca di rendite parassitarie piuttosto che alla rendita di mercato. In quest'ultimo caso le conseguenze ricadono sui singoli, e producono nuova informazione fruibile dall'insieme dei partecipanti al mercato; nel primo caso, invece, la consapevole diffusione di informazioni false tende a modificare le regole del mercato al fine di far conseguire vantaggi per coloro che le hanno diffuse, o per modificare, a favore di individui o di finalità specifiche, i comportamenti degli altri individui che operano nel mercato.

Il mercato, in definitiva, da questo punto di vista, può essere un valido strumento per risolvere i problemi se esso riesce ad espellere le informazioni false: ossia quelle informazioni che hanno il fine di indurre la generalità dei partecipanti a comportamenti dai quali solo taluni individui possono trarre vantaggi. Quando il mercato non riesce ad espellere coloro i quali vi immettono informazioni che inducono alla ricerca di rendite politiche piuttosto che alla concorrenza –come, ad esempio, quella che si guadagna non soddisfacendo i consumatori, ma pagando tangenti in concorrenza con altri imprenditori– allora esso cessa di produrre informazioni delle quali tutti i partecipanti possono avvalersi per realizzare le proprie finalità individuali e, di conseguenza, entra in crisi. L'immissione di informazioni false ha infatti il fine di stimolare la produzione di certi esiti dal cui verificarsi solo alcuni possono trarre vantaggi.

Si può quindi definire la corruzione come il potere di trarre vantaggi dalle dinamiche di scambio (ad esempio allorché uno dei contraenti ha la possibilità di limitare la libertà di scelta dell'altro), o dal riconoscimento di aspettative legittime e giuridicamente tutelate; vale a dire come il tentativo di volgere a proprio favore gli esiti del processo della catallassi. Ovviamente, da questo punto di vista, fa poca differenza che il vantaggio sia rappresentato da un arricchimento personale, dall'arricchimento di un'oligarchia (partitocrazia), ovvero dal volgere a proprio favore, o a favore della propria parte –come incremento di potere politico– le regole che in maniera neutrale dovrebbero governare le dinamiche sociali. In ogni caso, si tratterebbe di vantaggi indebiti che verrebbero tratti da una dinamica sociale alla quale non viene concesso di operare in condizioni di libertà, e nella quale gli attori non sono soggetti alle medesime regole. Portando il ragionamento alle conseguenze estreme, si potrebbe anche sostenere che ogni tentativo di direzione del processo della catallassi è una forma di corruzione. Ogni finalizzazione del processo, da questo punto di vista, si configurerebbe come un abuso ai danni della minoranza; e ovviamente, per quanto questa sia la realtà del sistema democratico, da un punto di vista filosofico non si potrebbe sostenere che la minoranza è nel torto.

Ancora una volta, quindi, il problema della corruzione non può essere scisso dal problema del potere politico, della sua concentrazione e dei suoi limiti. Ciò che significa domandarsi quali siano le attribuzioni della politica, ovvero se essa debba limitarsi alla creazione e al mantenimento di regole universali ed astratte di comportamento, o se essa debba avere anche competenza sui fini e, in definitiva, avere il potere di stabilirli e di imporli. In quest'ultimo caso alla classe politica verrebbe attribuito il potere di dirigere il processo sociale. Ma in questo caso come garantirsi dagli abusi? Nella concreta dinamica delle democrazie interventistiche il problema è stato affrontato con la creazione di controlli amministrativi e tecnici sull'operato dei governanti, ma lasciando agli stessi governanti il potere di emanare tali norme. Il risultato è stato però vano se non fallimentare, e comunque molto diverso da quello sperato.

Come non prendere in seria considerazione, allora, l'amara constatazione di Hayek, secondo il quale ovunque, e con mezzi legali, i governi hanno travalicato i poteri loro assegnati dalle costituzioni alla quali si richiamano, e secondo il quale risultato di ciò è stato che «il primo tentativo di assicurare la libertà individuale per mezzo di forme costituzionali è evidentemente fallito»? Possiamo ancora evitare di sottoporre a critica l'interpretazione della democrazia come dottrina secondo la quale la maggioranza può legiferare su ogni materia particolare[4]?

Ma se ci si movesse in questa direzione si potrebbe porre anche il quesito se è fallita anche la teoria della tripartizione dei poteri e, in caso di risposta affermativa, perché questo sia accaduto. E' solo un caso che tangentopoli sia scoppiata in seguito alla collisione tra potere politico è magistratura?; o è questo un caso che dimostra come la teoria della tripartizione dei poteri sia un valido argine al dilagare della corruzione politica? A ben guardare il bubbone è infatti scoppiato allorché il potere politico ha incontrato un altro potere, ugualmente legittimo, che non è riuscito né piegare, né a delegittimare, né a subordinare al suo tentativo di permeare e di subordinare ogni sfera della vita sociale. Ovviamente, un rischio speculare è rappresentato dalla possibilità che il potere giudiziario assuma una funzione di indirizzo politico, o che singoli magistrati abusino del potere per perseguire finalità politiche.

Il problema è ovviamente assia complesso. Ma l'esito del progressivo incremento del potere decisionale della classe politica –che è ben illustrato dall'affermazione di uno dei protagonisti di tangentopoli: Paolo Cirino Pomicino, secondo il quale «Il titolare di un diritto di proprietà in un paese democratico è il governo e il parlamento. Insomma, il potere politico»[5]– impone la ricerca di soluzioni efficaci che contemperino tanto la salvaguardia dell'indipendenza della magistratura, quanto la salvaguardia dell'autonomia del potere politico entro limiti che non possono essere modificati dal potere politico medesimo.

Di fronte all'affermazione di Cirino Pomicino ci si deve tuttavia chiedere se si sia trattato del maldestro tentativo di giustificare un ‘discutibile’ operato (nella medesima intervista, infatti, l'ex-ministro si dichiarava «amministratore delegato della Andreotti holding»); o, e questo sarebbe ancor più inquietante, della lucida teorizzazione degli effettivi limiti del potere politico in uno stato democratico. Nella tradizione liberale, allo stato spettava il compito di garantire il godimento di diritti, individuali e collettivi, che non poteva arbitrariamente modificare. Tali diritti si configurano come un limite della politica, e lo stato è inteso come uno strumento per garantirli. In tale tradizione, quindi, esiste qualcosa di indisponibile alla politica.

Nella tradizione democratica, al contrario, ogni diritto è tale se viene riconosciuto dal corpo politico: esiste in quanto riconosciuto; e come tale può essere modificato ed anche cancellato. Forse con interessato candore, Cirino Pomicino si è semplicemente limitato a dire la verità: che l'estensione dello ‘stato sociale’ si può configurare anche come l'affermazione che non esistono diritti se non previsti dalla legislazione, e che la legislazione, ossia il processo di creazione del diritto, in uno stato democratico spetta esclusivamente al potere politico. Ma allora, è giusto condannare solo chi ha tratto dei vantaggi personali dall'esercizio di un potere democraticamente attribuito, ed assolvere invece quanti hanno usato tale potere per attribuire vantaggi a una parte politica o a un gruppo sociale, e quanti hanno usato il potere per compiere delle scelte economiche e sociali che si sono rivelate fallimentari? L'aspetto dell'arricchimento personale è infatti solo una parte, anche se quella che maggiormente provoca il disgusto, della corruzione. L'attenzione degli analisti della corruzione si è concentrata sui primi due casi, col risultato di mettere chiaramente in luce che il sistema dei partiti ha operato come un organico centro di corruzione. Ma accanto a tali casi vi è anche l'aspetto, se si vuole meno evidente, della spesa pubblica che ha avuto il fine di consentire margini di utilità per i politici intesi non come singoli individui, ma come classe: in altre parole della spesa pubblica finalizzata ad un'utilità non sociale, ma elettorale, la quale ha costi altissimi non solo per le generazioni future, ma per la stessa efficienza e funzionalità del sistema economico e per la corretta dinamica politica.

La pratica del ‘voto di scambio’ viene giustamente condannata, ma la democrazia interventistica non è forse qualcosa di diverso da un colossale voto di scambio in cui i politici ottengono voti in cambio di benefici a favore di categorie o di gruppi sociali? Stando ai risultati delle analisi scientifiche e dei pronunciamenti giudiziari, viene da pensare che il sistema politico italiano fosse in realtà una sorta di società per azioni, con tanto di ‘patto di sindacato’, nel cui ambito le elezioni politiche servivano essenzialmente per stabilire la ripartizione delle azioni e successivamente la nomina dell'‘amministratore delegato’ da parte degli ‘azionisti’. A tale ‘patto di sindacato’ partecipavano i partiti che condividevano l'‘oggetto sociale’, o che –più o meno pelesemente– si alleavano al fine di stabilirlo. La spartizione del potere, e la connessa possibilità di influenza su settori economici, sembrava avvenire sulla base delle azioni detenute. Tutto ciò, con tutte le variazioni dovute all'esito elettorale, avveniva sia nel caso della spartizione del potere centrale, sia nelle più minute realtà periferiche. I partiti stabilivano così come ripartire le zone di influenza negli negli enti pubblici ed in tutti gli organismi che servivano da strumenti per la realizzazione di quelli che venivano definiti ‘fini sociali’. Tale sistema aveva il vantaggio di mantenere viva la dialettica politica e tutte le sembianze della democrazia rappresentativa. Non è vero che la lotta politica fosse un vuoto simulacro per mascherare un diffuso ed effettivo consociativismo, ovvero un sostanziale accordo tra i politici. La lotta politica era reale sia perché riguardava l'esito di elezioni che avrebbero deciso la ripartizione delle azioni, sia perché all'interno di ogni partito si svolgeva una lotta senza quartiere avente per oggetto il controllo delle tessere in base alle quali venivano ulteriormente attribuite le ‘azioni’ spettanti al partito. Il controllo delle tessere, a sua volta, diventava così indispensabile per controllare quelle attività dalle quali erano ricavati introiti che potevano essere incamerati personalmente dai referenti del partito o della corrente, ovvero servire o per finanziare l'attività di partito o di corrente (ciò che poteva assicurare maggiori chances nelle future competizioni elettorali). Tutto ciò, come è noto, avveniva tramite regole e procedure consolidate, condivise, ed accettate dai ‘partecipanti al gioco’. L'accordo tra i partiti, in realtà, non era relativo solo alle regole del gioco, ma derivava da un altro accordo concernente le finalità dell'associazione d'impresa, mentre per il controllo della medesima la lotta era senza esclusioni di colpi. In altre parole, il valore condiviso era lo stato sociale, e la competizione elettorale serviva solo per stabilire chi doveva amministrarlo (con un ovvio ‘premio di maggioranza’). I partiti che non si riconoscevano nei valori dello stato sociale venivano così rigorosamente tenuti al di fuori del ’patto di sindacato’, e le azioni che eventualmente riuscivano ad acquistare nel corso della competizione elettorale, finivano per non ‘pesare’.



3. L'errore dei politologi (ad iniziare da Schumpeter) è stato forse quello di non aver tempestivamente capito che le polemiche e le contrapposizioni tra i protagonisti della vita politica non riguardavano il modello di stato, ma erano finalizzate ad acquisire il consenso necessario per poterlo dirigere. Ciò che spiega anche perché, dopo le elezioni, tali contrapposizioni finivano per ricomporsi dando vita a equilibri di potere nei quali si riflettevano i mutati rapporti di forza elettorale[6].

Il quadro è forse irriverente, ma aiuta a comprendere il funzionamento empirico di una ‘democrazia corrotta’. La questione diventa però inquietante se ci si chiede se ci si trova di fronte ad un caso patologico, o al funzionamento fisiologico di una democrazia interventistica fondata su valori altamente diffusi e condivisi (Welfare State) che riduttivamente concepisce la lotta elettorale come il momento per stabilire soltanto chi debba dirigere e gestire lo stato e il suo complesso apparato burocratico.

Non pochi studiosi della corruzione hanno imputato tale degenerazione del ruolo dei partiti ad una diminuzione della loro capacità programmatica ed ideologica, ma occorre anche chiedersi se tale diminuzione non sia stata anche l'esito di un sostanziale accordo tra i partiti circa il modello di stato. In altre parole, occorre chiedersi se, nell'ambito dello Welfare State, i partiti politici potevano svolgere un ruolo diverso. Agli esponenti dei partiti, o a persone da loro indicate, finivano infatti per essere attribuite quelle funzioni dirigenziali necessarie per far funzionare le innumerevoli attività dello Wealfare State. Di conseguenza era abbastanza difficile che si formasse una classe burocratica indipendente dalla classe politica, e che essa si ponesse all'esclusivo servizio degli interessi dello stato e degli utenti dei servizi da esso erogati. La degenerazione delle funzioni dei partiti politici può quindi essere vista come l'effetto di un sostanziale accordo tra i medesimi sul modello di stato. Non a caso, i partiti meno coinvolti in ‘tangentopoli’ sono stati quelli che non condividevano quel modello di stato; ovvero i partiti che erano esclusi, o si auto-escludevano, dal ‘patto di sindacato’.

Da un altro punto di vista, quindi, non avevano del tutto torto quei leaders politici i quali alle accuse di corruzione rispondevano sostenendo che le accuse al sistema dei partiti erano, o nascondevano, una critica alla democrazia. L'errore, semmai, ma non si trattò solo di un errore dei politici, consisteva nello scambiare la partitocrazia con la democrazia. Ma occorre anche chiedersi se in una democrazia interventistica i partiti avrebbero potuto svolgere una funzione diversa da quella che hanno purtroppo svolto, ovvero se gli apparati dei partiti avrebbero potuto funzionare senza forme di finanziamento illeciti, e se le falangi di rappresentanti dei partiti nei tanti consigli di amministrazione di enti statali o parastatali avrebbero potuto resistere alle lusinghe degli arricchimenti illeciti e alle richieste dei loro referenti politici. In un regime interventistico, il destino di ogni partito politico non è tanto quello di elaborare e di sostenere proposte e programmi di carattere politico, bensì quello di fornire e di selezionare le persone che i partiti delegano a rappresentarli nei vari enti. Il problema è che tale selezione, come è oramai noto, non avviene in base della professionalità dei possibili candidati, ma in base ai ‘pacchetti’ di voti che essi controllano. Di conseguenza, è vano sperare che la ‘moralizzazione’ della vita politica e dei partiti possa avvenire in maniera diversa da quella che passa per la diminuzione delle competenze dello stato e per la restituzione al mercato di gran parte di quelle attività economiche attualmente controllate dal potere politico, e, in definitiva, dagli stessi partiti.

Mai come in questi anni si è cercato di giustificare con motivazioni etiche –giustizia sociale, ridistribuzione della ricchezza– l'incremento della spesa pubblica. Purtroppo, a ben guardare, di tale incremento –come è noto– non hanno tratto vantaggio tanto gli utenti quanto gli erogatori dei servizi sociali, ovvero, dato che 350.000 dipendenti pubblici su 600.000 negli ultimi quindici anni sono stati assunti senza concorsi pubblici, persone in qualche modo collegate ai partiti politici.

Indubbiamente è vero che la corruzione può esistere ed essere diffusa anche se non accertata in via giudiziaria, e che quanto più il potere, o l'élite politica, è forte tanto meno la corruzione ha possibilità di essere denunciata ed accertata, ma si potrebbe anche tentare di falsificare la tesi affermante che quanto più un regime politico interviene nella sfera socio-economica con provvedimenti amministrativi tendenti al raggiungimento di fini particolari, tanto più si diffonde e diventa pervasivo il fenomeno della corruzione. Non a caso, essa non esiste nel sistema di scambi privati, dove, tutt'al più, si può parlare di imbrogli o di raggiri.

Se guardiamo al caso italiano, i pochi –fino a non molto tempo fa– esponenti del liberalismo classico avevano chiaramente denunciato che l'attribuzione allo stato del potere di imporre regole e finalità al sistema di mercato si sarebbe risolto nel mancato funzionamento del mercato stesso, in uno spreco di risorse e nell'incremento del potere discrezionale di coloro che erano deputati ad introdurre in esso informazioni (suggerendo o imponendo finalità politiche, etiche e sociali di vario tipo). Hanno, in altre parole, denunciato il fatto che il mancato funzionamento del mercato avrebbe prodotto corruzione.

Tuttavia, l'interventismo dello stato nel campo delle scelte economiche, politiche e sociali può essere messo in correlazione con l'aumento della corruzione non tanto per il fatto che esso produce direttamente corruzione, quanto perché la complessità e l'esorbitante numero di provvedimenti amministrativi di carattere finalistico da un lato favorisce la discrezionalità degli organi amministrativi preposti al conseguimento delle finalità specifiche; e dall'altro lato vanifica la possibilità di un effettivo controllo delle procedure e delle spese. D'altra parte, tale controllo, ad esempio quello relativo agli enti locali, è stato demandato ad organismi di nomina politica, come pure è forte il controllo politico nell'ingresso agli organismi amministrativi.

Purtroppo bisogna anche dire che la cultura politica che ha propugnato l'interventismo ha volutamente e pervicacemente tentato di eludere la riflessione sulla possibilità che tale tipo di gestione della cosa pubblica potesse favorire il diffondersi della corruzione. Al contrario, tale cultura ha posto l'attenzione sui presunti vantaggi di ordine etico ed economico dell'interventismo statale, sostenendo che il pericolo della corruzione latente in ogni incremento del potere decisionale della classe politica avrebbe potuto essere scongiurato da controlli di carattere amministrativo le cui modalità erano però stabilite dal medesimo potere politico.

In termini generali, si potrebbe perciò osservare che la riduzione a mero simulacro della teoria della divisione dei poteri –conseguente all'affermarsi della concezione secondo la quale in uno stato democratico il diritto ha origine solo da un atto legislativo, ed è quindi, in definitiva, il prodotto del volere di una maggioranza politica– ha avuto influenza sulla diffusione della corruzione politica. Il nodo reale della questione non è tuttavia quello relativo all'attribuzione alla maggioranza di stabilire norme generali ed astratte concernenti i comportamenti individuali da tenere in vista del conseguimento dei fini soggettivi, bensì quello dell'attribuzione ai rappresentanti della maggioranza della possibilità di stabilire fini vincolanti anche per la minoranza.

In questa prospettiva, le perplessità classiche riespresse recentemente da Franco Viola sui «limiti al potere politico e all'onnipotenza del legislatore» in uno stato di diritto il quale, ponendole come limiti interni «allo stesso sistema giuridico», ha «introiettato in una certa misura il vecchio diritto naturale, privandolo sotto questo aspetto della sua ragione d'essere»[7], appaiono pertinenti anche riguardo al problema della corruzione politica. Infatti, l'eclisse del diritto naturale come costellazione di riferimento per la legislazione ha in qualche modo favorito il diffondersi di quella credenza nell'onnipotenza del legislatore e della classe politica che, in modo più o meno consapevole, è alla base della ‘teoria politica e giuridica’ di Cirino Pomicino. Analizzando la questione con una certa dose di cinismo, viene quasi spontaneo osservare che egli si è limitato a giustificare il proprio comportamento facendo riferimento ad una concezione dei limiti del potere politico largamente condivisa la quale, per l'appunto, è la logica conseguenza della mancanza dei limiti alla legislazione propria del sistema democratico che non riconosce altro diritto oltre a quello che promana dalle decisioni della maggioranza.

I limiti al potere di intervento dello stato, quali che siano le sue motivazioni, non possano quindi essere solo interni alla costituzione. In termini più generali, si è forse fatto l'errore di muovere dalla credenza che l'intervento dello stato fosse necessario per trovare una soluzione razionale e giusta a problemi che la libera dinamica sociale non consentiva di risolvere per il prevalere degli interessi individuali, e contemporaneamente credere che tali problemi potessero essere risolti da una classe politica ipotizzata come non soggetta alle medesime passioni. Salvo poi accorgersi –ma si trattava di un'eventualità da sempre denunciata dagli inascoltati oppositori dello stato interventista– che gran parte di tali interventi erano finalizzati alla possibilità di trarne vantaggi illeciti, e che la procedura democratica per l'assegnazione del potere non garantiva affatto sulla sua trasparenza, bontà e benevolenza.

In conclusione, per quanto sia un imperativo morale irrinunciabile, è vano sperare che la corruzione possa essere completamente eliminata dalla vita politica, e che nelle scelte dei governanti non interferiscano considerazioni di carattere elettorale. Ciò che invece è realistico proporsi è di evitare che tali scelte vengano compiute sulla base di un calcolo economico avente per oggetto i vantaggi in termini di introiti illeciti per i singoli o per i partiti. Ma per avere qualche possibilità di conseguire questi risultati, oltre ad una riformulazione delle norme relative agli appalti, alla gestione degli enti pubblici, e al controllo dell'operato del personale a ciò preposto, occorre soprattutto chiedersi quali modelli di regime politico siano maggiormente esposti al pericolo della corruzione, e quali offrano le maggiori possibilità di controllare gli abusi di chi detiene il potere.

E' per questo che le tradizionali apprensioni della filosofia politica liberale sulle conseguenze indesiderate connesse all'estensione delle attribuzioni dello stato sono quanto mai attuali, come pure essenziale è che a fissare i limiti della sua attività non siano gli stessi politici. Ma per far questo, più che discutere sul modo in cui selezionare e scegliere i migliori governanti e affidare loro il potere sperando che non ne abusiono, è importante «elaborare delle istituzioni che impediscano, anche ai cattivi governanti, di provocare danni eccessivi»[8].


[1] Acton (1985), p. 383.
[2] Popper (1963), trad. it. p. 580.
[3] A tale proposito si veda Buchanan (1980), pp. 3-15.
[4] Cfr. Hayek (1973-79), I, trad. it. pp. 5-6.
[5] "la Repubblica", 14-15 febbraio 1993, p. 5.
[6] A tal proposito si veda Pizzorno (1993), pp. 285ss.
[7] Cfr. Viola (1993), p. 62.
[8] Popper (1963), trad. it. p. 585.

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