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L'utopia del cambiamento: la missione culturale di Compagna

di Ernesto Mazzetti

II nome di Francesco Compagna è oggi ricordato a Napoli da un luogo e da un istituto universitario. Il luogo è la sala conferenze del Castel dell'Ovo, dove un busto in bronzo ne ricorda le fattezze. L'istituto è quello di studi geopolitici della "Federico II", l'Università dove si laureò in Legge nel 1945, e dove insegnò Geografia Politica ed Economica tra il 1959 e il 1982, l'anno della morte. Un ingrandimento fotografico lo ritrae sorridente in una delle stanze conventuali della struttura a lui intitolata. La città di Roma gli dedicò una strada già nel 1987; la sua città, che non poco gli deve, finora non ha seguito l'esempio della Capitale.
Migliaia di persone, ogni anno, passano per convegni e manifestazioni nella "sala Compagna" del vecchio Castello; dubito che tutte sappiano chi era, e che la sala in cui si trattengono è a lui intitolata perché tra le iniziative assunte da Compagna come uomo di governo fu, negli anni 70, quella di promuovere l'organico restauro di importanti monumenti napoletani. Alcune centinaia di studenti annualmente seguono i corsi dell'Istituto Geopolitico: sono pochi quelli che conoscevano qualcosa di lui prima di essere indotti dai docenti alla lettura di qualche suo testo.
Credo non mi faccia velo l'affetto del discepolo e del collaboratore, se affermo che quella di Francesco Compagna è stata una figura eminente nella vita culturale e politica della Napoli della seconda metà del Novecento. Qualsiasi studioso vorrà scrivere di storia del Mezzogiorno e della sua principale metropoli a partire dal secondo dopoguerra penso non potrà fare a meno di occuparsi di lui. Eppure, con l'obiettività e il disincanto del cronista, non mi sfugge l'affievolimento, a vent'anni dalla prematura scomparsa, del ricordo di questa personalità che fu rilevante nella vita giornalistica, negli studi, sulla scena parlamentare e governativa. E' troppo semplice attribuire ciò alla velocità del cambiamento che oggi caratterizza scena politica, dibattito intellettuale, mode e tendenze, sulla spinta di quello che i sociologi definiscono il "consumo mediatico". In realtà, se il ricordo di Compagna appare oggi affievolito, almeno nella generazione giunta alla maggiore età nell'ultimo decennio del secolo, è perchè è affievolito il sentimento, la tensione ideale verso un obiettivo cui Compagna aveva dedicato la sua vita di intellettuale e di statista: l'obiettivo meridionalistico, secondo il quale le regioni del Sud potevano e dovevano acquisire condizioni di vita e di lavoro non difformi da quelle settentrionali; e aspirare, insieme a queste ultime, ad un pieno e paritario ingresso nell'Europa unita. 
In Europa, almeno quella monetaria, il Mezzogiorno è entrato anch'esso; ma le condizioni in cui vi è entrato, ahinoi, sono ben lontane da quelle sognate da Compagna. La sua visione d'un Mezzogiorno moderno nelle strutture del territorio, nelle imprese economiche, animato da una società civile colta e consapevole, una comunità non più afflitta dalla disoccupazione e dal bisogno che spinge alla compromissione clientelare, ancor oggi trova poco o nullo riscontro nella realtà delle cose. Di fronte a tale constatazione, realistica quanto amara, del permanere nel Mezzogiorno di condizioni di inferiorità delle strutture economiche, e di lontananza, psicologica forse prima ancora, e più ancora, che culturale, di gran parte della società meridionale da quella dell'Europa nord occidentale, assai attuali appaiono tuttora gli ideali e le aspirazioni di Compagna, così come lucidi e validi gli ammonimenti e le indicazioni contenute in tante sue pagine.

Gli esordi e "Nord e Sud"
Francesco Compagna era nato a Napoli il 31 luglio 1921, da Piero e da Teresa Siciliano di Rende: ascendenza aristocratica da parte di padre, barone calabrese, e di madre. Figlio unico, ed anche nipote unico per zii e zie, i cui beni egli avrebbe aggiunti a quelli provenienti dall'eredità paterna, vasti possedimenti agricoli nel corso degli anni convertiti in proprietà edilizie urbane. Un contesto familiare tale da consentirgli vita spensierata ed opulenta, quale quella condotta dalla gran parte dei suoi coetanei di pari condizione. Una vita che egli mostrò assai presto di non gradire. Ancora studente s'arruolò volontario e fu inviato sul fronte greco-albanese. L'armistizio dell'8 settembre 1943 lo colse in licenza a Roma. Nell'impossibilità di ritornare a Napoli, e nel dissolvimento della struttura militare, risolse la sua situazione, stavolta si, in modo "baronale": si presentò al Grand Hotel, dove la sua famiglia era conosciuta, e vi prese alloggio comunicando al direttore che il conto sarebbe stato saldato a guerra finita. Amava spesso ricordare quelle circostanze ironizzando sul suo servizio militare concluso da soldato semplice "comandato" a via Veneto. Così come si compiaceva dei suoi successi tennistici. Alla pratica sportiva aveva dovuto rinunciare quando in età ancor giovanile gli si era rivelata una debolezza cardiaca: cercherà sempre di non far caso ad essa, di prescinderne nelle sue attività. In ciò fu la ragione principale della sua fine prematura. 
Quando, nel 1945, si sposò con Licia Cattaneo della Volta, ancora non era laureato; lo farà di li a poco, concludendo i suoi studi in giurisprudenza con una tesi discussa con Claudio Ferri, storico dell'economia. Ma in vista delle nozze, si rifiutava all'idea di comparire negli inviti col titolo di barone; e poiché la maturità classica conseguita al Liceo Umberto (peraltro senza sostenere l'esame finale, essendone stati esentati gli allievi in tempo di guerra) non gli conferiva alcun titolo, prese da "privatista" il diploma di ragioniere e tale qualifica volle figurasse nelle partecipazioni di matrimonio. L'understatement era una misura del suo essere aristocratico nell'animo; così il suo modo di coniugare l'inclinazione alla parsimonia nelle piccole spese con la noncurante disponibilità ad elargizioni generose, dall'aiuto discreto prestato ad amici in difficoltà alla donazione del castello avito al municipio di Corigliano Calabro. All'"Umberto", o meglio ancora ai compagni di quegli anni, restò sempre affezionato. Con alcuni - Antonio Ghirelli, Raffaele La Capria, Massimo Rosi, Giuseppe Patroni Griffi - si ritroverà in più occasioni della sua vita intellettuale. Una compagna di liceo, Rosellina Balbi, lavorerà al suo fianco per quasi un decennio come vice-direttrice della rivista da lui fondata e diretta, "Nord e Sud", prima e significativa esperienza per la successiva brillante carriera di giornalista e scrittrice.
Momento cruciale della formazione culturale di Compagna fu l'iscrizione all'Istituto di Studi Storici appena fondato da Benedetto Croce. Sino alla laurea non era stato uno studente particolarmente brillante. Ma la guerra, le tensioni ideali che animavano il dibattito politico nell'Italia che s'accingeva a divenire repubblica e a darsi la nuova costituzione, tensioni che investivano Napoli con particolare acutezza, lo avevano rapidamente maturato appassionandolo alla politica. Frequentava illustri professionisti di fede liberale vicini alla sua famiglia; leggeva le opere di Benedetto Croce, ne seguiva l'attività politica. Del filosofo non condivideva però i sentimenti monarchici: dalle vicende storiche del Mezzogiorno e da quelle recenti della nazione italiana era stato presto indotto a ritenere inscindibile la professione di fede democratica con la scelta repubblicana.
Quando Croce fondò l'Istituto nei vasti locali della sua biblioteca in Palazzo Filomarino, chiese ed ottenne di esservi ammesso. L'attività avrebbe dovuto aver inizio nel 1946; ma proprio in quell'anno morì Adolfo Omodeo che Croce desiderava assumesse la direzione dei corsi. Al funerale dello storico incontrò per la prima volta Ugo La Malfa: una conoscenza che avrebbe significato non poco nella sua vita. L'Istituto entrò in attività l'anno successivo, sotto la direzione di Federico Chabod, giovane - aveva allora 46 anni - ma già affermato storico. Furono anni, quelli della frequenza dell'Istituto e di casa Croce, di studi operosi e di coltivazione di forti interessi culturali, politici ed umani. Tante letture, e di alcuni autori scriverà in seguito d'essersi sentito allievo: Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini. Con alcuni allievi, di qualche anno più giovani di lui, Vittorio de Caprariis, Renato Giordano e Rosario Romeo nascerà un sodalizio intenso, interrotto solo dalla scomparsa assai prematura di Giordano prima e di de Caprariis poi. Ma il destino sarà solo di poco più clemente con Compagna, morto a sessantun anni, e con Romeo.
L'attività politica appassiona Francesco: partecipa alle iniziative del Partito Liberale, si candida alle elezioni amministrative del 1952 e alle politiche dell'anno successivo; non viene eletto ma tiene discorsi che gli anziani apprezzano. La politica, ma anche il giornalismo: già dal 1948 aveva cominciato a scrivere su "Il giornale", quotidiano liberale di Napoli. Poi, tra il 1950 e il 51 sarà editorialista de "Il Mattino d'Italia", una testata fondata a Napoli da Ugo Amedeo Angelillo, fratello del più celebre Renato, fondatore e direttore de "Il Tempo" di Roma. Ma ancor più significativa, dal punto di vista culturale e politico, è per lui la collaborazione che avvia col settimanale "Il Mondo" di Mario Pannunzio, sul quale scrivono intellettuali di formazione laica, liberale, democratica, voci critiche rispetto al conformismo che già pervade i partiti di massa, il comunista e il democristiano.
Nel gennaio 1950 ha visto la luce il suo primo libro, frutto della frequentazione dell'Istituto, testimonianza del suo precoce interesse per la vita politica ma anche anticipatore dell'attenzione verso le regioni meridionali d'Italia, ai cui problemi sarà da allora prevalentemente indirizzata la sua attività di studio e d'azione nella vita pubblica. Il titolo è La lotta politica italiana nel secondo dopoguerra e il Mezzogiorno; lo pubblica Laterza, l'editore di Croce: un denso saggio di oltre trecento pagine che l'autore definisce "uno sforzo di onesta critica politica, svolto secondo questa nostra amara prospettiva meridionale". Polemico verso la destra, che nel Sud acquista "connotati sanfedisti e nazionalisti", critico verso la Democrazia Cristiana cui rimprovera di acquisire col clientelismo i consensi della piccola borghesia, ostile al massimalismo comunista, Compagna argomenta che gli "interessi di vita del Mezzogiorno non possono essere rappresentati che da formazioni genuinamente democratiche". Formazioni siffatte possono scaturire "da una revisione delle posizioni tradizionali del liberalismo, revisione che sia confluente con lo sviluppo politico in senso liberale delle posizioni dottrinarie del socialismo classico" Ad esse il compito di favorire la saldatura Nord-Sud, condizione per la crescita del paese.
In queste proposizioni c'è già la motivazione per la quale quattro anni più tardi, raccogliendo gli incoraggiamenti di Ugo La Malfa e di Mario Pannunzio, darà vita, insieme a Vittorio de Caprariis e Renato Giordano, alla sua rivista mensile, "Nord e Sud". Il titolo era stato suggerito da Mario Pannunzio e riproponeva quello del noto saggio che Francesco Saverio Nitti aveva pubblicato nel 1900 per dimostrare come lo Stato unitario andasse penalizzando le regioni meridionali nel ripartire la spesa pubblica. 
Primo editore è Mondadori: significativa scelta, favorita dal banchiere e umanista Raffaele Mattioli, oltre che da La Malfa, quella d'un grande editore settentrionale per un periodico che viene preparato a Napoli e che intende esser voce di quel filone di pensiero e azione politica che si definisce meridionalistico. Sarà comunque giocoforza, nel 1959, causa gli inconvenienti procurati dall'andirivieni di testi e bozze tra Napoli e Milano, passare ad un editore napoletano. Compagna sceglie le Edizioni Scientifiche Italiane, allora amministrate da Claudio Andalò, che ha per lui stima ed amicizia, e gli mette a disposizione anche la sede redazionale, che si trasferisce da via Carducci, dove in un appartamento al primo piano del numero 19 la Rivista aveva visto la luce, all'ultimo piano di via dei Mille 47. In via Carducci, ma al numero 29, la rivista tornerà, insieme agli uffici della Esi, nella seconda metà degli anni 60 dopo che il crollo dell'ultima rampa di scale rende inagibili i locali ed obbliga ad un repentino trasloco. Tra i redattori corre la voce, malevola, che le scale che avevano resistito al terremoto dell'agosto 1962, non erano tanto solide da reggere al passaggio d'un visitatore di Compagna, persona illustre e cortese ma aureolata di fama sinistra. L'ultimo trasferimento, negli anni 70, sarà in via del Chiatamone, al piano nobile di palazzo d'Aquino, proprio di fronte all'abitazione della famiglia Compagna.
Il rapporto tra l'editore e "Nord e Sud", specie nei primi anni, fu fecondo: il direttore della Esi, Gennaro Magliulo e poi, soprattutto, Atanasio Mozzillo che gli succedette, furono anche collaboratori della Rivista. Da Compagna e dai collaboratori della Rivista vennero stimoli ad importanti iniziative editoriali della casa editrice. Nacquero le collane "La società moderna", diretta da Compagna, sotto la cui testata uscirono due volumi ancor oggi fondamentali, Problemi demografici e questione meridionale (1959) di Beguinot, Galasso, Petriccione, Turco, e Napoli dopo un secolo (1961), una raccolta di monografie che, coordinate da Compagna , passarono in rassegna gli aspetti salienti della storia di Napoli nei cent'anni successivi all'Unità e suscitarono un dibattito assai animato. Ancora, "L'Acropoli" diretta da Giuseppe Galasso, e qualche anno più tardi "Geografica" curata da Compagna, e "Geografia regionale" curata da Ugo Leone. Due collaboratori della Rivista realizzarono per la Esi le imponenti raccolte di cartografia storica su Napoli (Cesare de Seta) e sul Mezzogiorno (il sottoscritto).
E' stato sottolineato in più occasioni il ruolo che "Nord e Sud" ha avuto, nei suoi quasi trent'anni di vita (dal 1954 al 1982, l'anno in cui Compagna morì e l'ultimo fascicolo fu pubblicato postumo, a cura del suo figliolo primogenito, Guido) nella cultura meridionale e nazionale. Credo limitativo attribuire ad essa il merito, che pur primariamente le compete, d'aver stimolato, alimentato gli approfondimenti dei temi riguardanti la problematica del divario tra il Nord e il Sud d'Italia. Gli apporti di riflessione e studio che la Rivista ha ospitato, vuoi condotti attraverso l'analisi storica, vuoi attraverso le ricerche geografiche, economiche, sociologiche, hanno configurato, nel loro complesso, un organico e coerente filone di pensiero che può definirsi del meridionalismo contemporaneo. Aggiungo questo aggettivo per distinguerlo dal meridionalismo classico di Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Antonio De Viti De Marco, per dire solo di alcuni. 
Punto di riferimento della cultura meridionale e dei meridionalisti del sud e del nord (primo fra questi certamente Pasquale Saraceno, economista illustre, presidente della Svimez e ispiratore dei programmi meridionalistici di molti governi negli anni 60 e 70), la Rivista lo è stata certamente, per tutti i 337 numeri pubblicati. Ma è stata anche una testata di discussione, approfondimento e polemica politica a tutto campo: battaglie politiche condotte quasi sempre in posizione di minoranza, con intransigenza ma anche con lucida percezione della realtà e senza alcun cedimento ai conformismi anche a rischio dell'isolamento e dell'impopolarità. Successivamente alla morte di Compagna, la casa editrice riprese la pubblicazione di "Nord e Sud": ma, pur nella continuità del titolo, si tratta d'un prodotto del tutto diverso, conforme ai tempi mutati e alle persone, anche autorevoli, che si sono alternate alla sua direzione e a quelle che scrivono sulle sue pagine.
Fronti di polemica politica furono aperti sulla sinistra come sulla destra. Un duro contrasto oppose "Nord e Sud" ai comunisti sui temi della politica interna (Compagna sosteneva la funzione della Cassa per il Mezzogiorno, alla cui istituzione il PCI era stato contrario) e della politica estera (de Caprariis analizzava la validità delle scelte italiane in tema di Patto Atlantico e criticava con durezza l'atteggiamento antiamericano dei comunisti, così come Giordano, propugnatore dell'integrazione europea). Sulla destra, in una Napoli coinvolta nei suoi ceti borghesi oltre che popolari dal predominante blocco monarchico e neofascista costruito dall'armatore Achille Lauro, la battaglia fu contro questa formazione che, a difesa d'interessi affaristici, s'alimentava tanto di sottocultura nazionalistica e di municipalismo neoborbonico quanto di sfrenato clientelismo; ma fu rivolta anche verso quegli esponenti dei partiti di centro che non disdegnavano atteggiamenti possibilisti nei confronti del laurismo, in sede locale come nazionale. 
A queste polemiche politiche dei primi anni, ne seguirono tante altre. Memorabile quella che vide Compagna, negli anni della contestazione post sessantottina, impegnato con l'abituale chiarezza a contrastare quella che definiva la feltrinellizzazione della cultura italiana, ovvero movimenti tanto chiassosi quanto confusi nei contenuti fatto salvo il generico conformismo di sinistra, anti occidentale, filoterzomondista, imperante nei media, nell'università, nei salotti. Furono anni difficili, nel corso dei quali molti collaboratori, giovani e meno giovani, abbandonarono la Rivista alla ricerca di schieramenti che apparissero loro più "progressisti". Anni divenuti drammatici, quando il movimentismo generò frange terroristiche. Compagna, che già dal 1968 era impegnato attivamente nella vita parlamentare e di governo, si espose senza esitazione, in quelli che saranno definiti gli "anni di piombo", a favore di una difesa dello Stato e delle sue istituzioni aliena da ogni cedimento verso le sanguinose violenze eversive degli estremismi di destra e di sinistra. 
Una sintesi assai efficace della linea editoriale seguita da "Nord e Sud" nel corso della sua vita, si ricava da due articoli, uno scritto da Compagna e da Giuseppe Galasso, intitolato Autobiografia di Nord e Sud, pubblicato nel gennaio 1967 nel n.85 della Seconda Serie della Rivista (n.146 della raccolta complessiva), ed un secondo, intitolato Vent'anni e pubblicato come editoriale del primo fascicolo della Terza Serie (n. 241-243 della raccolta complessiva). Sono stati entrambi ripubblicati nel volume Nord e Sud quasi trent'anni a cura del figlio secondogenito di Francesco, Luigi (che diverrà professore di Storia delle dottrine politiche e, negli anni 1992-94, senatore liberale nel collegio di Napoli), e di Mario Del Vecchio. Attraverso questi testi e gli indici degli autori e di tutti i fascicoli della Rivista, è possibile ricostruire l'intera storia della pubblicazione. 
Letteratura, costume, economia, urbanistica e geografia economica furono altri campi in cui "Nord e Sud" spaziava, ospitando nelle sue pagine contributi sia di autori affermati sia di esordienti, purché tali da innovare, interessare, incuriosire, far discutere. Redattori "organici" e di "complemento" vigilavano contro compiacimenti eruditi ed offese alla lingua italiana, citazioni maccheroniche e date imprecise e, per quanto possibile, contro le statistiche sbagliate e gli errori di stampa. Si puntava ad avere "giornalisti meno brillanti e professori meno pedanti": formula nella quale il direttore sintetizzava la sua ricerca di articoli su temi d'attualità, svolti con rigore ed approfondimento e scritti bene. 
Nello Ajello fu il capo redattore dalla fondazione fino al 1957. Poi partì per il Nord, destinazione l'Olivetti, a quel tempo"incubatrice d'intellettuali", prima tappa della prestigiosa carriera di giornalista e saggista; e giunse da Potenza Giuseppe Ciranna ("strappato a Via Pretoria", come diceva Compagna). Nel 1962, Ciranna si trasferì a Roma, per lavorare alla "Voce Repubblicana" (di cui sarebbe diventato direttore), e l'incarico passò a me. L'ho assolto per vent'anni, cercando, non senza fatica, di conciliarlo col mestiere di giornalista, che già svolgevo, e col lavoro universitario in cui Compagna m'aveva coinvolto in quello stesso 1962, l'anno in cui mi ero laureato, discutendo con lui la mia tesi in geografia politica ed economica.
Giuseppe Galasso, eminente storico e poi anche uomo politico, che fu tra i primi collaboratori e animatori della Rivista, ne divenne condirettore dal 1964 fino al 1976; Rosellina Balbi fu nello stesso periodo la rigorosissima vice direttrice. Per tutti gli anni 70, oltre che articolisti, anche i figli maggiori di Compagna, Guido e poi Luigi, ed Ugo Leone ebbero compiti redazionali. Renato Cappa ne fu segretario di redazione ininterrottamente dalla fondazione al 1982.
Ripercorrendo gli indici dei trecento e passa numeri della rivista, che ebbe cadenza mensile fino al 1976, e poi trimestrale, vien facile constatare come una quota significativa di quanti, dal secondo dopoguerra, hanno fatto la storia della cultura meridionale e in non piccola misura contribuito a quella della cultura italiana, sono transitati per le pagine di " Nord e Sud". Così pure, per quanto riguarda l'evoluzione del pensiero meridionalistico dagli anni 50 in poi, la collezione della Rivista consente agevolmente di farne la storia offrendo una vasta antologia degli scritti di quanti hanno sostenuto le ragioni del Sud, sia dalle cattedre universitarie sia dalle colonne dei principali quotidiani: da Manlio Rossi Doria ad Augusto Graziani, da Saraceno a Nino Novacco, da Vittore Fiore a Giovanni Russo, da Guido Macera a Giovanni Cervigni, da Nicola Tranfaglia a Francesco Barbagallo.
Come uomo politico e di cultura Compagna, per coerenza con quelli che sentiva come impegni morali piuttosto che come logiche di schieramento partitico, si mostrava polemista agguerrito, fermo nel dissenso laddove si scontrava con posizioni contrarie alla sua, aspro di fronte alle posizioni ambigue, sarcastico verso i discorsi fumosi (o "brodosi", come definiva orazioni e prose tanto prolisse quanto vuote di contenuti). La "sbornia sociologica", battuta con la quale definì la cultura cosiddetta sessantottina, ebbe ampia circolazione. Di fronte a qualche atto di slealtà politica, a manifestazioni di plateale demagogia, non era raro che avesse reazioni di collera: "miserabile" era il maggior insulto al quale si abbandonava verso l'autore d'un voltafaccia o d'un cedimento opportunistico. 
Dal punto di vista umano, era però persona amabilissima. "Chinchino", il diminutivo che gli era rimasto appiccicato dagli anni del liceo, veniva pronunciato con affetto da quanti avevano la sua confidenza, anche se di parte avversa nei banchi parlamentari. Era estroverso, gran conversatore, totalmente privo della boria che in taluni s'accompagna a titoli e censo, e dell'arroganza e supponenza che rendono insopportabili non pochi intellettuali veri o presunti. Gran simpatico, ma per nulla bonaccione. Napoletano, sì, fino in fondo, ma senza cedimento alcuno ai "napoletanismi". In Giovanni Ansaldo, il grande giornalista che, come direttore del "Mattino", visse a Napoli l'ultimo periodo della sua vita, aveva trovato un degno interlocutore. Specie nel suo primo decennio di vita, da "Nord e Sud" partivano frequenti attacchi al quotidiano filo democristiano: Ansaldo, al quale piaceva quel giovane aristocratico d'idee radicali, in un paio d'occasioni per tutta risposta pubblicò sul suo giornale recensioni elogiative di lavori di Compagna.
Amicizia e sentimenti di rispetto caratterizzarono anche i rapporti con molti esponenti comunisti. "Nord e Sud", che idealmente era "figlia del 'Mondo' di Pannunzio" (così diceva Compagna), era nata un anno dopo "Cronache Meridionali", la rivista fondata da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, e del cui comitato direttivo fecero poi parte altri elementi di primo piano dell'intellighentzia marxista napoletana, da Giorgio Napolitano ad Abdon Alinovi, da Gerardo Chiaromonte a Pietro Valenza, da Luigi Incoronato a Paolo Ricci. Uno degli obiettivi di Compagna e dei suoi amici era certamente quello di farle da contraltare, anche se, - come scrisse insieme a Galasso nella citata Autobiografia di Nord e Sud - "ricondurre la nascita di N. e S. esclusivamente ad un bisogno di difesa o copertura a sinistra è certamente infondato". Le due riviste avevano entrambe sede in via Carducci, separate da poche decine di metri: la redazione di "Cronache Meridionali" era presso la libreria di Gaetano Macchiaroli, che ne era l'editore. Tanto frequenti, quindi, gli incontri, quanto animati i dibattiti dentro e fuori la libreria, che disponeva anche d'una piccola ed elegante sala convegni. E fu di Macchiaroli la prima bottiglia di champagne offerta nella redazione di "N. e S." per solennizzare l'uscita del fascicolo numero uno.
Se le pagine della Rivista erano un luogo di elaborazione culturale, di dibattito politico e approfondimenti scientifici, gli uffici, almeno nelle ore pomeridiane, erano di solito un salotto aperto a quanti a vario titolo legati alla Rivista, al suo direttore e redattori, avessero desiderio di intavolare conversazioni o discussioni, di sfogliare i libri o le molte pubblicazioni italiane e straniere accumulate sugli scaffali. Non c'era inviato di quotidiani o settimanali in visita a Napoli che non facesse tappa a "Nord e Sud " alla ricerca di dichiarazioni, di documentazioni e dati statistici. Qualche nome? Montanelli, Piovene, Ronchey, Levi, Ottone, Bocca, Russo, Spinosa, Emiliani, Nobécourt, Allum. "Siamo la conciergerie di Napoli", scherzava Compagna. Molti di quegli illustri giornalisti, d'altronde, erano tra i collaboratori della Rivista.
Anche dopo il suo ingresso nella vita parlamentare (1968) e di poi di governo, Compagna continuò a dedicare cure assidue alla Rivista. Certamente, in lui, la dimensione del politico e quella dell'intellettuale non erano scindibili. Tutti i suoi scritti testimoniano dell'intreccio tra la lucidità dello studioso e l'impegno dello statista, anche quelli non direttamente connessi al dibattito politico e alle scelte che egli maturava, nelle sue responsabilità di governo, in tema di Mezzogiorno e, quando fu ministro dei Lavori Pubblici e della Marina Mercantile, in tema di economia del mare, di urbanistica e di opere pubbliche. Per quanto possibile, egli cercava, comunque, di tener ben distinta la vita della redazione di "Nord e Sud" dall'attività di partito. Nelle sue giornate napoletane divideva il suo tempo tra via Chiatamone, sede della redazione, e via Depretis, sede del Partito repubblicano. E il fatto che il direttore e alcuni autorevoli collaboratori, in primis Giovanni Spadolini, fossero esponenti di primo piano del partito, non aveva snaturato in organo di partito una pubblicazione che, fino alla fine, continuò ad ospitare scritti di quanti, indipendentemente dalla appartenenza partitica, apprezzavano la linea di riformismo laico e di democrazia liberale alla quale la testata non venne mai meno.


Dal giornalismo all'Università
Anche il secondo volume di Compagna, Labirinto meridionale, pubblicato nel 1955 da Neri Pozza, può come il primo ritenersi frutto degli studi compiuti nell'Istituto di Studi Storici: meglio ancora, del prolungamento di tali studi al quale era stato indotto lavorando intorno a saggi su Gramsci, Dorso, Salvatorelli e Croce destinati a varie pubblicazioni, oltre che a "Il Mondo" e a "N. e S.". "Appunti- li definisce l'autore nell'introduzione al volume- la cui ambizione...è di costituire una sorta di introduzione politica al problema storiografico del fascismo e antifascismo nell'Italia meridionale; e quindi una esortazione alla storiografia liberale perché intraprenda lo studio di questo problema, nelle cui pieghe s'annidano i molti mali e gli insidiosi equivoci che incombono sul liberalismo italiano". Problema centrale è capire "come mai nel Mezzogiorno, ad una altissima tradizione culturale abbia corrisposto una mediocre tradizione politica..." Ben più che una raccolta di appunti, si tratta di una ricostruzione organica di posizioni politiche e storiografiche dalle quali Compagna cerca con molto acume critico di "dipanare il filo d'Arianna che aiuti a trovare lo sbocco del vecchio labirinto meridionale". 
Anche stavolta, dunque, siamo di fronte ad un lavoro di carattere storico-politico. Viene così da chiedersi com'è che di qui a pochi anni, quando Compagna alla qualificata attività saggistica e giornalistica vorrà aggiungere un impegno universitario, si cimenterà in una disciplina, la geografia politica ed economica, diversa rispetto a quelle di tipo storico nei cui ampi confini aveva svolto le sue ricerche iniziali. Sulle ragioni di questa collocazione disciplinare del suo impegno di ricerca scientifica ci siamo soffermati, Giuseppe Ciranna ed io, nelle nostre introduzioni all'antologia degli scritti di Compagna (pubblicata nel 1988 da Laterza col titolo Il Meridionalismo Liberale). "Un impulso morale e politico mi ha spinto a studiare sistematicamente la questione meridionale", confidava Compagna in un articolo scritto nel 1962; e la geografia gli forniva gli strumenti necessari ad approfondire i problemi territoriali della politica di sviluppo economico. L'impegno "a dipanare il filo d'Arianna della questione meridionale" - scriverà ancora Compagna in Meridionalismo liberale, una raccolta di saggi edita nel 1975 da Ricciardi, presuppone "una applicazione strenua alla ricerca dei rimedi ai mali che sono all'origine della questione": e la disciplina scientifica "non solo utile, ma assolutamente necessaria allo scopo è la geografia". 
La parola geografia già compare nei saggi, pubblicati nella rivista "Il Mulino" in cui, insieme a de Caprariis, era venuto analizzando i comportamenti elettorali dal 1946 al 1953. Questi saggi, ampliati, appariranno nel 1959 nel volume Studi di geografia elettorale (1946-1958). Già gli scritti che aveva pubblicato l'anno precedente nel volumetto Mezzogiorno d'Europa, sono, sì, di contenuto prevalentemente politico, ma l'argomentazione è sostenuta dal costante ricorso ai dati territoriali ed economici. Il volume stampato da Laterza nel 1959 col titolo I terroni in città, e che resta un testo importante nella bibliografia di Compagna, affronta i temi dell'emigrazione cisalpina e transalpina dei disoccupati meridionali, non solo con l'occhio attento dello studioso di questioni demografiche, economiche, sociali, ma anche con gran ricchezza di proposte circa le azioni da intraprendere tanto nelle regioni che generano i flussi migratori, quanto in quelle di arrivo. La sua tesi è che emigrazione ed industrializzazione non sono in alternativa: "se è necessaria una politica di sfollamento delle campagne meridionali e quindi una emigrazione assistita... occorre nello stesso tempo accelerare nel Mezzogiorno il processo di industrializzazione..."
L'intreccio tra approfondimento scientifico e analisi politica che caratterizza gli scritti del primo decennio di attività di Compagna, resterà una costante anche della produzione successiva: sempre più matura, profonda e continuamente arricchita dal contatto con altri autori, soprattutto francesi, la conoscenza dei problemi di assetto territoriale e sviluppo economico, sempre più pertinente e lungimirante la parte propositiva che egli rivolge agli interlocutori politici.
L'ingresso nell'università avviene nel 1959, quando Vittorio de Caprariis, giovanissimo vincitore del concorso a cattedra in Storia delle dottrine politiche, viene chiamato a Messina e lascia, nella Facoltà di Giurisprudenza napoletana, non solo questo insegnamento, ma anche quello di Geografia politica ed economica che ricopriva come supplente per il corso di laurea in Scienze Politiche. Auspice il Rettore, lo storico Ernesto Pontieri, la Facoltà invita Compagna ad assumere l'incarico di Geografia. 
Dire che i geografi "ufficiali" accolsero malvolentieri l'affidamento di quest'incarico a Compagna, è appena un eufemismo. In quegli anni, su circa ottanta insegnamenti geografici presenti nelle università italiane, i professori di ruolo erano soltanto una ventina. La geografia appariva un'area scientifica il cui decoroso grigiore era rotto da pochi bagliori culturali: "regione depressa" l'aveva definita Lucio Gambi in uno scritto del 1962. I cattedratici sceglievano tra i loro allievi coloro che dovevano ricoprire per incarico o supplenza le cattedre non di ruolo, assicurandosi che adottassero i testi da loro scritti o a loro graditi. Alcuni si ergevano a custodi di quello che ritenevano il pensiero geografico ortodosso, onde in nome di tale ortodossia decretavano ciò che dovesse ritenersi "geografico" o "non geografico". Compagna fu subito bollato come "non geografo": era un outsider proveniente dal giornalismo e dalla politica, come tale da tenere a distanza. L'acrimonia della "geografia ufficiale" durò a lungo e ritardò alquanto l'andata in cattedra sua e dei suoi allievi. Ma, come scrisse anni dopo Ernesto Massi, un geografo più anziano di lui e politicamente assai distante, "Compagna era un signore, non soltanto nel tratto e nei rapporti umani...nel giornalismo e nella polemica, anche quando la sua non incontrastata ascesa ai vertici della carriera universitaria gli procurò qualche amarezza". 
Il disappunto per l'"intrusione" di Compagna, che geografi come Carmelo Colamonico ed Elio Migliorini, cattedratici a Napoli, manifestavano apertamente, d'altronde era basato anche sulla diversità delle matrici culturali: prevalente la derivazione positivista di scuola germanica nella geografia ufficiale, e dominante l'intento descrittivo, tassonomico; vigile la cura a delimitare i confini con altre discipline, nel timore di contaminazioni. Compagna, di formazione storicistica, il suo bagaglio di cultura geografica se l'era fatto soprattutto sugli autori francesi da Pierre George a Maurice Le Lannou; e si mostrava convinto che, poiché allo studio dell'uomo e del territorio, oggetto principale della ricerca geografica, si applicano anche altre scienze, non c'è ragione per cui un'opera di geografia non s'avvalga, laddove utili, dei risultati ai quali queste ultime, su problemi specifici, siano già pervenute. In opere di grandi storici come Lucien Febvre e Fernand Braudel, sosteneva, a giusta ragione, che non solo era dato rinvenire elementi fondamentali per la conoscenza dell'evoluzione del rapporto tra uomo e territorio in Europa e nel bacino mediterraneo, ma anche significative suggestioni di metodo dalle quali uno studioso di geografia umana non può prescindere.
Il problema specifico di Compagna era il Mezzogiorno, onde le sue indagini si rivolgevano alle ragioni geografiche e storiche dell'"inferiorità" meridionale, ma più ancora alle condizioni che era opportuno determinare perchè tale inferiorità prendesse a scomparire. Egli ammirava Giustino Fortunato, ma non ne condivideva il "pessimismo geografico". Come contestare che la Calabria fosse "uno sfasciume geologico pendulo tra due mari", secondo la dolente immagine fortunatiana? E come non giudicare fallace, di fronte alla miseria della campagne meridionale, l'immagine del "giardino delle Esperidi" cara a tanti viaggiatori stranieri che, a partire da fine Settecento, erano venuti osservando il paesaggio meridionale con il filtro del mito della classicità? Eppure la geografia contemporanea non conosce condanne inappellabili emesse su riscontri geologici e climatici. Il geografo, accompagnato dallo storico, può valutare come, pur a parità di condizioni dell'ambiente fisico, comunità umane abbiano avuto comportamenti diversi, e dato vita a società ora meno, ora più organizzate e prospere. Logico, quindi, che fosse molto interessato agli studi di "geografia applicata" o di aménagement du territoire di colleghi francesi quali Phlipponneau, Gravier, Labasse, Perroux. Ed era costante il confronto, al quale egli s'applicava, tra le politiche che riteneva giuste e valide e le azioni concretamente poste in essere, per il Mezzogiorno e nel Mezzogiorno, da governo, classi dirigenti, partiti, categorie.
Nel 1962 l'editore Garzanti lo invitò a scrivere per la sua collana "Saper tutto" un volume che illustrasse i termini della Questione meridionale. Sulla "Questione" era apparso sette anni prima l'ampio saggio dell'economista svizzero Fredrich Vöchting: opera pregevole, ma che dimensioni (oltre 650 pagine) e tiratura (nell'edizione italiana promossa dalla Cassa per il Mezzogiorno) rendevano accessibile sono agli addetti ai lavori. Occorreva invece uno studio che al rigore unisse efficacia espositiva, così da estendere ad una vasta platea di lettori la conoscenza di questi temi. Compagna vi si dedicò con passione pari alla competenza, ed ancor oggi questo libro, pur nella sua sinteticità, resta un classico per comprendere le ragioni storiche e geografiche per cui il Mezzogiorno all'indomani dell'Unità d'Italia divenne una "questione" di rilievo nazionale ed europeo, e per ripercorrere l'evoluzione del pensiero e delle azioni politiche circa le possibili soluzioni da dare ad essa. 
L'anno successivo, pubblicò L'Europa delle regioni, un titolo che sottintendeva un intento polemico nei confronti delle tesi del presidente della Repubblica francese generale De Gaulle circa l'"Europa delle patrie". L'idea che paesi dell'occidente europeo, che pur presentavano tanti tratti comuni di cultura e storia, potessero unirsi, dopo secoli di conflitti, in una politica comune, con l'obiettivo finale d'una costruzione federalistica, gli appariva, in consonanza col pensiero di Renato Giordano e Altiero Spinelli, la principale "grande idea del dopoguerra". Nel libro disegnava scenari di crescita equilibrata delle grandi regioni europee, equilibrio visto come condizione essenziale per il rafforzamento del disegno comunitario, che avrebbe dovuto coinvolgere, come poi è stato, un numero crescente di paesi. 
Non valsero ancora questi titoli, i numerosi saggi pubblicati su varie riviste e le relazioni tenute a convegni di studi, a fargli conseguire la cattedra. Ma cominciava a farsi strada nella pur ristretta comunità dei geografi, la valutazione che da Compagna e dalla sua scuola venivano fuori "idee nuove e stimolanti" (come scriverà qualche anno dopo Berardo Cori). Ai lavori di Compagna prestavano attenzione geografi anziani, come Umberto Toschi e Giovanni Merlini, e un numero crescente di studiosi della sua generazione che già erano in cattedra o s'accingevano ad andarvi. Con Giuseppe Barbieri, Aldo Pecora, e soprattutto con Lucio Gambi e Calogero Muscarà ci fu dialogo fitto e un fecondo scambio scientifico. Ed anche se provenienti da altre scuole, geografi più giovani, quali Giacomo Corna Pellegrini, Adalberto Vallega, Piergiorgio Landini, Elio Manzi, Vittorio Ruggiero, Pasquale Coppola, Franco Salvatori avranno frequenza di rapporti con Compagna e pubblicheranno loro lavori sulla sua Rivista. 
Il riconoscimento della cattedra giunse nel 1968, lo stesso anno della sua elezione a deputato. Venne chiamato dalla Facoltà di Magistero di Lecce, e si sottopose a molte fatiche per rispettare appieno l'impegno didattico e, insieme, quello politico. Tre anni dopo rientrò a Napoli, prima all'Istituto Universitario Navale, quindi a Scienze Politiche, una volta divenuta questa facoltà autonoma nell'Università "Federico II".
Per Compagna gli studi sulla questione meridionale e, a scala europea, quelli sulla distribuzione ineguale dello sviluppo economico tra le regioni "forti" e le regioni "deboli" erano divenuti sempre più apparentati con la geografia umana da quando i problemi dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione avevano cominciato ad acquistare maggiore rilevanza ed attualità. Il saggio che pubblicò con Laterza nel 1967, La politica della città, segna una svolta importante nelle ricerche di Compagna e apre nuove strade nell'impostazione della politica meridionalistica. Egli, che dalla pagine della Questione meridionale, aveva già ammonito che "o la creazione di una parte ubicata a Sud del sistema industriale italiano provocherà una sempre più civile urbanizzazione del Mezzogiorno, o la fuga dalle regioni sottosviluppate provocherà un sempre più miserabile urbanesimo nel Nord", in quest'ultimo libro individua negli interventi volti ad ammodernare il sistema urbano del Mezzogiorno, a inserire funzioni più qualificate nelle città che possono aspirare a ruoli di metropoli regionali, come Napoli e Palermo, un modo nuovo ed efficace per attirare a Sud capitali ed attività. E', questo, lo studio in cui viene teorizzata la possibilità della creazione dell'"asse Roma-Napoli" inteso come asse di riequilibrio rispetto agli assi che, nel Nord, congiungono Milano, Torino, Genova e che già alla fine degli anni 60 palesavano quella tendenza, che si rafforzerà nel decennio successivo, a prolungarsi verso Emilia e Veneto. 
Dall'accentuarsi dell'attenzione di Compagna verso l'importanza del fattore urbano nelle politiche di sviluppo, e segnatamente del ruolo delle metropoli come strutture ordinatrici e animatrici degli spazi regionali, deriva il suo rapporto con Jean Gottmann, l'autore di Megalopolis e di altri studi che ne fanno il maggiore tra i geografi urbani della seconda metà del nostro secolo. E sarà Gottmann, nel 1977, ad invitare Compagna a tenere una lecture sul Mezzogiorno italiano agli allievi di Oxford, la sua università. Un riconoscimento, quello che gli viene dalla prestigiosa istituzione britannica, che segue l'ormai consolidata affermazione della personalità scientifica di Compagna nella geografia italiana. Negli anni 70 si susseguono le sollecitazioni ad intervenire come relatore ad assise scientifiche; nel medesimo periodo i geografi lo eleggono nel direttivo della Società Geografica Italiana e, auspice Ernesto Massi, alla vice presidenza, che egli terrà fino alla morte, adoperandosi perchè l'antico sodalizio acquisti prestigio ancor maggiore e, soprattutto, la sua sede, l'antico palazzetto Mattei in Villa Celimontana venga sottratta al degrado con appropriati interventi pubblici.
Tra le opere successive di Compagna, le raccolte di saggi Il Mezzogiorno tra due legislature, edito da Il saggiatore nel 1968, che coincide con il suo passaggio alla politica attiva; Le regioni più deboli (Etas Kompass, 1971), e Il Mezzogiorno nella crisi (Edizioni della Voce, 1976) testimoniano ancora della stretta contiguità che c'è nei suoi lavori tra riflessione scientifica e proposta politica. D'altronde, se è vero che l'analisi dello studioso è condotta sovente con l'ottica del politico, altrettanto vero è che non pochi dei suoi interventi parlamentari in qualità di relatore di proposte di legge sull'agricoltura, sull'industria a partecipazione statale, sui programmi economici, sono stati giudicati rispondenti al rigore di lezioni universitarie piuttosto che a canoni d'oratoria assembleare. 
Tra questi volumi, e le successive raccolte di saggi e discorsi L'agricoltura nella crisi (Edizioni della Voce, 1979) e Mezzogiorno in salita (Editoriale Nuova, 1980), che egualmente rientrano tra i lavori legati al suo duplice impegno sul fronte politico e su quello scientifico, hanno un posto a sé stante Campania in trasformazione (Il Saggiatore, 1968) e Meridionalismo Liberale (Ricciardi, 1975). Nel primo Compagna coordinò una serie di studi affidati a suoi allievi sui diversi settori d'attività economica dai quali era lecito attendersi una accelerazione dello sviluppo della regione, ed introdusse la ricerca con un suo saggio in cui si soffermava sulle condizioni che il territorio e la classe dirigente regionale avrebbero dovuto offrire perchè lo sviluppo fosse reso possibile. Nell'altro volume egli tornava a riflettere sulle pagine di suoi maestri, Croce, Salvemini, Fortunato. Come osserverà successivamente Rosario Romeo, "si deve a Compagna ...l'individuazione del rapporto tra interpretazione della 'Storia del Regno di Napoli' e meridionalismo secondo la tesi criticamente dimostrata che, in realtà, nell'opera crociana vi sono le fondamenta per un'azione meridionalista, e non per la sua negazione"; e che, contrariamente a quanto poi sostenuto da studiosi di formazione marxista, "il meridionalismo liberale non è affatto la copertura ideologica della struttura che ha determinato il problema meridionale, ma che al contrario, è una forza che ha come suo principale obiettivo quello di combatterlo". 
Ancora una raccolta di saggi e, insieme, interventi politici Compagna pubblicò nel 1981, col titolo Dal terremoto alla ricostruzione: lucide analisi degli effetti sociali, economici d'una catastrofe che colpiva il Mezzogiorno. E, in filigrana, cronaca di eventi collettivi e problemi politici da lui vissuti come dramma personale. Uno stato d'animo, ne sono convinto, che accelerò la sua prematura scomparsa. Per questo, del volume, e del contesto in cui fu maturato dall'Autore, dirò a conclusione del capitolo.
L'ultimo libro firmato da Francesco Compagna uscì postumo, nel 1983, col titolo Appunti di geografia urbana, nei "Quaderni" della Facoltà di Scienze Politiche napoletana. Per desiderio della Facoltà, allora presieduta da Giuseppe Cuomo, riordinai in questo volumetto suoi scritti e discorsi ancora inediti sui temi che era venuto negli ultimi anni prediligendo, di riassetto territoriale, politica edilizia e politica delle infrastrutture. 
A lato della bibliografia di Compagna va anche detto che alla sua attività di ricerca sono collegati, e ancor oggi collegabili, numerosi lavori di studiosi, formatisi negli anni alla sua scuola o entrati in contatto con essa, e quasi tutti attivi in varie università italiane: quelli di Tullio D'Aponte sulle regioni d'Europa, di Giuseppe Sacco su ricerca scientifica e sviluppo industriale, di Italo Talia sulle reti urbane, di Ugo Leone sulla politica dell'ambiente, di Antonio Rao sull'area napoletana, di Italico Santoro sull'industria siderurgica, di Andrea Cendali sulla pianificazione regionale. 
In occasione della commemorazione svoltasi nel gennaio 1983 alla Società Geografica Italiana, Adalberto Vallega osservò che nel pensiero di Compagna "lo studio dei luoghi si risolve anche in una rivendicazione di libertà, e che da ciò deriva un messaggio sul quale la comunità dei geografi non può evitare di riflettere quando si accinga a mettere a punto modelli di comportamento, nei riguardi della ricerca e nei riguardi della società". Ed in questo senso risulta ancor oggi del tutto giusta l'affermazione con la quale il presidente della Società, Ernesto Massi diede inizio alla cerimonia: "Francesco Compagna appartiene a tutta la geografia italiana".


L'esperienza politica e l'azione di governo
Tra la giovanile esperienza di candidatura nelle fila del partito Liberale, alle elezioni politiche del 1953, e l'ingresso alla Camera dei Deputati nel maggio 1968 trascorrono quindici anni. Un lungo arco di tempo in cui l'attività di Compagna venne prevalentemente rivolta al giornalismo e agli impegni di ricerca e di didattica universitaria. Se diverso è stato il modo di manifestarla, la sua attenzione per la politica non era certo scemata. Dopo la scissione del partito Liberale, che vide l'uscita del gruppo di sinistra capeggiato da Nicolò Carandini e Mario Pannunzio, insieme con loro Compagna fu, nel 1955, tra i fondatori del Partito Radicale (i "quattro gatti", come venivano indicati con irrisione giustificata dal numero, non certo dall'incidenza culturale). Non visse da militante le vicende di questa piccola formazione, ma partecipò attivamente alle iniziative e ai convegni degli intellettuali che si riconoscevano come "Amici del Mondo", dal titolo del settimanale pannunziano. La lotta ai monopoli, la laicità della scuola, la programmazione economica, il meridionalismo erano, d'altronde, alcuni tra i suoi temi di dibattito e d'impegno ideale, prima ancora che ideologico.
L'avvio, negli anni 60, di quella che fu allora denominata la politica di centrosinistra, e che implicò l'inizio della collaborazione di governo tra i democristiani e i socialisti, fu seguito con molta attenzione sulle pagine di "Nord e Sud". Compagna aveva a lungo auspicato quella svolta, ma lo allarmava la possibilità che essa si traducesse soltanto in un'operazione di allargamento del consenso parlamentare per nuove formazioni governative, piuttosto che in scelte concrete ed efficaci nella direzione che egli riteneva prioritaria: il superamento della condizione dualistica dell'economia e della società italiana, con un Nord sempre più vicino all'Europa, ed un Mezzogiorno sempre a rischio di "affondare nel Mediterraneo", come egli paventava. 
L'affinità con Ugo La Malfa, che datava dagli anni 50, si era fatta più stretta da quando, divenuto questi ministro del Bilancio, aveva teorizzato e cercato di rendere operativa una politica di piano volta a contenere consumi e redditi per privilegiare investimenti pubblici in grandi opere e sostenere lo sviluppo produttivo, in una visione di generale ammodernamento e riequilibrio del Paese. In un Mezzogiorno e in una Napoli ormai "bonificati" dal fenomeno del laurismo, ma certamente ancora caratterizzati dal trasformismo cui indulgeva tanta parte della classe dirigente, e dal clientelismo che continuava ad alimentare la macchina del consenso politico, Compagna giocava una battaglia di opposizione intellettuale. Elitaria senza dubbio, dal momento che le sue matrici culturali lo tenevano distante dalla maggior forza politica d'opposizione, quella comunista: battaglia, tuttavia non priva di risonanza, all'interno e fuori dal Mezzogiorno, tanto da fare di lui, e del "gruppo di Nord e Sud" degli interlocutori politici, nel dissenso come nel consenso, per lo schieramento di centro come per quello di sinistra. 
La scelta di trasferire sul campo della politica attiva un'azione sino ad allora condotta su giornali e libri matura nella seconda metà degli anni 60. Anche stavolta, come fu nel 1954 per la nascita di "Nord e Sud", è l'incitamento di Ugo La Malfa a determinarla. Il partito Repubblicano, sotto il cui simbolo Compagna accetta di candidarsi alle politiche del 1968, in qualità di capolista per la Camera dei Deputati nel collegio Napoli-Caserta, è un piccolo partito, con qualche punto di forza nel Centro Nord, ma con esigua o nulla consistenza elettorale nel Mezzogiorno. Nel collegio, le poche sezioni del partito sono concentrate nel capoluogo. Sono rette da intellettuali e professionisti, come Giuseppe Galasso e Mario Del Vecchio: ma scarseggiano i militanti e i mezzi. A non pochi amici, la candidatura di "Chinchino" sembra un azzardo, anche se tutti la giudicano una bella novità per lo scenario politico della regione. La campagna elettorale è condotta con impegno pari al dilettantismo. Collaborano in tanti, e la stima per Compagna sovrasta rispetto all'adesione che in alcuni è verso partiti diversi dal Repubblicano. Rosellina Balbi scrive testi e slogan per opuscoli e manifesti elettorali, alla cui grafica sovrintende l'allora giovane studioso di storia dell'architettura Cesare de Seta. Vecchi e nuovi amici, con telefonate e visite porta a porta, ricercano consensi nei centri della provincia. Compagna tiene decine di comizi, incontri e scontri con esponenti locali, rappresentanti di categorie, sindacalisti. Da qualche amico riceve piccoli contributi finanziari, modesto è quello della direzione del partito; le spese della campagna, sebbene contenute, gravano su di lui. La lista raccoglie 23mila voti, quanto basta per assicurare l'elezione di Compagna, sia pur con i resti. Pochi avrebbero scommesso su questo risultato. Il meridionalismo acquista in Parlamento anche un altro autorevole sostenitore: Manlio Rossi Doria entra al Senato, eletto sotto il simbolo dei socialisti. 
Quattro anni dopo, Compagna è capolista per un partito Repubblicano alquanto più organizzato e diffuso, con le sue sezioni, nei maggiori centri del collegio Napoli-Caserta. Per la conduzione della campagna elettorale del maggio 1972 può contare anche sull'apporto di Antonio Duva che, più esperto di organizzazione politica, giunge da Roma ad affiancare i vecchi amici. L'anno successivo alla rielezione, quando l'on. Rumor forma il suo quarto governo, Compagna riceve il suo primo incarico di sottosegretario per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Negli uffici di via Boncompagni, dove chiama come collaboratori Renato Cappa e il giovane allievo Italo Talia, resta dal giugno 1973 al marzo 1974; viene riconfermato nel novembre dello stesso anno, quando Moro forma il suo quarto governo, e dura in carica fino al febbraio 1976, data dello scioglimento anticipato delle Camere. 
Anni non facili, sul fronte meridionalistico: il sistema produttivo italiano perde colpi, dai centri di potere settentrionali si moltiplicano gli attacchi alla politica di intervento straordinario e se ne lamentano gli sprechi e gli errori. Compagna, nel mentre rintuzza con decisione le interessate critiche di parte nordista, dimostrando con dovizia di cifre quanto esigua sia stata la spesa per il Sud a fronte degli investimenti di cui in vario modo hanno beneficiato le regioni del Centro Nord, non è tuttavia tenero verso gli errori compiuti forzando l'industrializzazione in modi e luoghi non idonei a conseguire risultati apprezzabili in termini di nuova occupazione operaia, e osserva con sospetto l'emergere di un "meridionalismo di potere", fatto di parassitismo burocratico e politico, che si sovrappone al "meridionalismo di pensiero". Nel suo ruolo governativo cerca di incanalare su binari di razionalità e coerenza l'attività legislativa riguardante il Mezzogiorno. Ci riesce solo parzialmente, ed è costante la sua amarezza di fronte al prevalere di logiche di parte, che trovano sostegno ora nelle Regioni, ora nelle forze sindacali e di categoria. Gli tocca affrontare prima la difficile situazione provocata dall'infezione di colera a Napoli, poi la crisi occupazionale della Regione. Nel gestire la "vertenza Campania", come venne allora chiamata, riesce ad evitare che gli stanziamenti disposti dal governo finiscano in rivoli d'assistenzialismo e fa in modo che si concentrino nel miglioramento dei porti minori della regione e in opere di restauro di monumenti napoletani degradati.
Nella legislatura successiva, quando l'on. Andreotti forma il suo quinto governo, Compagna vi entra come ministro dei Lavori Pubblici. Un dicastero importante, anche se privato delle molte competenze trasferite alle Regioni, verso le quali, o almeno verso quelle che si caratterizzano per l'inerzia, Compagna non esita a lanciare strali. "Nel momento in cui sono diventati più complessi i problemi dell'organizzazione del territorio,- scrive nel IV capitolo di Mezzogiorno in salita, (1980)- tali problemi sono passati alla competenza delle regioni: e queste, specialmente nel Sud, sono anche più inefficienti di quanto non temessero i regionalisti più dubbiosi". Chiama nella sua segreteria Raffaele Minicucci, allora giovane dirigente delle partecipazioni statali, e l'ancor più giovane commercialista Francesco Serao; tra i dirigenti ministeriali collaborano strettamente con lui Giovanni Travaglini e Vezio De Lucia. Orienta la sua azione verso una politica di nuove infrastrutture, avviando la ripresa di alcuni importanti opere autostradali, e verso l'edilizia residenziale pubblica, col duplice obiettivo di "realizzare effetti addizionali di occupazione" e di "rinvigorire le armature urbane meridionali". 
Il 1978 è l'anno drammatico del sequestro e dell'assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse: il venir meno dell'intesa parlamentare tra i partiti del centrosinistra e i comunisti porta di nuovo allo scioglimento anticipato delle Camere. Il 3 giugno 1979 Compagna viene rieletto alla Camera per la quarta volta con più di 24mila voti di preferenza: un successo personale significativo considerando che negli ultimi anni il suo atteggiamento critico, o quantomeno scettico, verso i cosiddetti "equilibri più avanzati" che presuppongono alleanze col partito Comunista, lo ha collocato in una posizione di minoranza nel partito Repubblicano, sia in sede nazionale, dove peraltro resta salda l'antica amicizia col suo leader Ugo La Malfa, che in sede regionale. 
Nella nuova legislatura viene nominato presidente della Commissione intercamerale di controllo per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno: suo obiettivo principale è la ripresa degli investimenti da cui "dipende ora la possibilità per l'Italia di avviare la riconversione industriale e di correggere i suoi squilibri". Ma afferma forte e chiaro che tale ripresa "dipende dalla possibilità di ridurre la spesa pubblica e il costo del lavoro: le due principali cause endogene dell'inflazione". Un giudizio che aveva espresso già nella lezione agli studenti di Oxford nel 1977, quando aveva definito gli anni 70 "anni di 'controrivoluzione industriale" in cui era stato spento lo slancio che aveva caratterizzato l'evoluzione dell'economia italiana a partire dalla ricostruzione postbellica, soprattutto perchè si erano diffusi "elementi di rigidità" tali da fermare lo sviluppo, col rischio "di staccare l'Italia dall'Europa e di staccare fra loro le due Italie".
Nei sette mesi del governo Cossiga, dall'aprile all'ottobre 1980, è di nuovo ministro dei Lavori Pubblici. Quando Forlani subentra alla guida del governo, gli viene affidata la Marina Mercantile: un dicastero, secondo le graduatorie politiche, ritenuto di minor rilievo. Anche qui, comunque, Compagna non s'appaga della gestione ordinaria: promuove una "Conferenza nazionale del mare" per passare in rassegna e trovare soluzioni ai non pochi problemi che riguardano l'armamento marittimo, l'organizzazione dei porti, le costruzioni navali, e ne fissa la sede a Napoli. Si svolgerà l'anno successivo, e sarà uno dei primi eventi di respiro nazionale ad aver luogo nella città che molto lentamente sta riprendendo la vita normale dopo il dramma del terremoto verificatosi il 23 novembre 1980. Compagna vi interviene non più da ministro della Marina Mercantile ma da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, l'incarico che ha accettato di ricoprire nel maggio 1981, per lavorare a fianco di Giovanni Spadolini nel primo governo costituito sotto la guida d'un esponente del partito Repubblicano. 


Il terremoto e la crisi del meridionalismo
Il terremoto che nel 1980 sconvolse Basilicata ed Irpinia fu devastante per queste aree e la loro popolazione. In quell'anno, alle 7,35 pomeridiane di domenica 23 novembre, sotto il monte Marzano, in Campania, la terra ebbe un sussulto e cominciò a tremare. Il tremito fu lungo, circa settanta secondi, si propagò per la valle del Sele verso monte e verso la piana, percorse le valli dell'Ofanto, del Serino, del Calore, del Tanagro, imboccò il corridoio segnato dal fiume Melandro a ridosso del rilievo che marca il confine tra il Potentino e il vallo di Diano e si spinse verso il capoluogo lucano attraverso la frattura di Picerno. Dalla parte opposta scosse il monte Cervialto e il monte Terminio, percorse la valle del Sarno e, pur se meno intenso, si diffuse nella pianura napoletana investendo la conurbazione costiera. 
Al termine di quei settanta secondi il terremoto aveva ucciso oltre tremila persone e investito un territorio tra Campania e Basilicata racchiuso in un rombo irregolare con i vertici a Potenza e Napoli, lungo la diagonale est-ovest, per una lunghezza in linea d'aria di circa 200 chilometri, e Battipaglia e Bisaccia lungo la diagonale sud-nord, per una lunghezza di circa 60 chilometri.
Gli effetti più gravi si ebbero, com'è ovvio, in prossimità dell'epicentro: Laviano, Calabritto, Caposele, Conza, Teora, Sant'Angelo dei Lombardi subirono devastazioni pressoché totali. Ma l'andamento delle distruzioni di case e vite umane non fu costantemente proporzionale alla distanza dall'epicentro, poiché, in rapporto a particolari situazioni geologiche, gli effetti del sommovimento sismico determinarono distruzioni ora più, ora meno estese in località pur comprese nel medesimo raggio dall'epicentro. 
Sconvolta fu soprattutto la Campania interna: in primo luogo, per estensione colpita, l'Irpinia, fino a coinvolgere la fascia confinante del Sannio; in misura minore la cornice montuosa della Piana del Sele e i contrafforti delle valli dell'Irno e del Sarno, nel Salernitano. Onde, per le caratteristiche prevalenti dell'insediamento nelle aree epicentrali e a ridosso dell'epicentro, le distruzioni interessarono soprattutto centri inferiori ai diecimila abitanti, con danneggiamenti sovente superiori al 60 per cento del patrimonio edilizio (e punte oltre il 90 per cento); mentre le città capoluogo, Potenza e Avellino, subirono danni minori in valore percentuale, anche se, in cifra assoluta, rilevanti, dato il numero delle abitazioni e delle persone interessate. 
Tuttavia, la maggior distanza dall'epicentro, se valse a far giungere attenuata di almeno tre gradi della scala Mercalli (6-7 contro i 9-10 gradi dell'area epicentrale) l'intensità della scossa, non per questo sottrasse la conurbazione costiera, e in particolare il centro antico di Napoli, da un diffuso dissesto le cui proporzioni vennero delineandosi in tutta la loro vastità solo nei giorni successivi al 23 novembre. Onde fu subito chiaro a tutti che nuovi, terribilmente cospicui elementi di crisi venivano sovrapposti dal terremoto ai due antichi, e ben noti, dati problematici del territorio (e della popolazione) meridionale: il problema delle zone interne, spopolate e depresse, e il problema della conurbazione costiera, sovrappopolata e carente di adeguate risorse produttive. 
Il cataclisma senza dubbio rafforzò (e c'è da aggiungere: purtroppo) la visione di un Mezzogiorno "altro" rispetto all'Italia e all'Europa, e assecondò la tendenza a considerare la problematica meridionale un male cronico dell'organismo Italia, da contenere attraverso terapie sintomatiche, locali, piuttosto che da affrontare alla radice con interventi generali. Il Sud come crisi. Crisi sociale, per la presenza di strati di popolazione che hanno di meno, che vivono peggio. Crisi economica, per l'assenza di strutture produttive paragonabili in quantità, tipologia, efficienza a quelle d'altre regioni d'Italia e d'Europa. Crisi urbana, perché appaiono diversi, nell'immagine esteriore come nei dati funzionali (ricavabili attraverso gli indicatori della geografia urbana) gli insediamenti meridionali: sia i grandi agglomerati, densi di popolazione racchiusa in tessuti edilizi congestionati, solcati da limacciosi flussi di auto, sia i piccoli nuclei marcati dall'isolamento rispetto alle direttrici tracciate nel territorio dalle ferrovie e dalle autostrade. Crisi politica, per il persistere nelle regioni meridionali di meccanismi di formazione della classe dirigente basati sulla cooptazione e l'affìliazione, la clientela e la parentela (ma è davvero peculiarità meridionale?), piuttosto che sulla selezione meritocratica. 
Il Sud come crisi, perenne, quasi ineluttabile. Una valutazione che non di rado induce non pochi che vivono fuori del Mezzogiorno alla riluttanza, se non al rigetto, d'ogni ulteriore azione politica o scelta economica che voglia, ancora, far carico all'intero Paese, d'una "questione" sentita ormai come "palla al piede". E che alimenta, all'interno del Mezzogiorno, un rivendicazionismo frammentario, localistico, che rende difficile incanalare la problematica meridionalista in una concezione unitaria, di politica economica nazionale. 
Il terremoto esasperò problemi "vecchi", ne aggravò gli aspetti quantitativi, rallentò o bloccò del tutto lo svolgimento di piani d'intervento già da tempo predisposti nel territorio colpito. Creò, purtroppo, problemi nuovi, di moralità politica, di ordine pubblico. "Il terremoto non è una palingenesi e neppure una paralisi: è un formidabile acceleratore di processi di cambiamento già avviati ed intensi" dichiarò Compagna in un'intervista rilasciata alla giornalista Tornabuoni una settimana dopo la scossa sismica. Giudizio responsabile, che richiamava alla necessità di analisi non emotive delle conseguenze del sisma e dei criteri con i quali fronteggiarle. Imponeva di valutare le politiche già in atto nelle aree colpite per individuare in che modo, e con quali correzioni, si potesse renderle in grado di assorbire anche i danni causati dal sisma senza farle deviare dagli scopi di rianimazione economica e di riassetto territoriale per i quali erano state pensate. Od anche, alla correzione di tali politiche per gli aspetti che risultassero inadeguati o superati di fronte a situazioni nuove e più gravi, o in rapporto a mutate esigenze di localizzazione di residenze e attività determinate dalle distruzioni. 
Secondo Compagna il grande scenario in cui muoversi nel difficile percorso dal terremoto alla ricostruzione doveva restare ben saldo. Restava, cioè, valido l'obiettivo di fondo del riequilibrio a scala nazionale, né era lecito ritenerlo contraddetto dalla perdita di una quota, pur rilevante, del patrimonio abitativo preesistente, della dotazione di infrastrutture e della disponibilità di impianti industriali e commerciali. Così pure, restavano valide, all'interno del Mezzogiorno, le due linee guida della politica del territorio. Da una parte il recupero delle zone interne collinari e montane in un circuito di produzione e di reddito non soltanto marginale. Bisognava "rimodellarle" quelle sedi, quei "nidi umani" di cui scriveva Ettore Ciccotti alla fine del secolo scorso, quei villaggi "appesi ad una cresta, rinserrati in una gola, spesso l'uno nascosto dall'altro", la cui condizione è l'isolamento. Dall'altra parte il risanamento del grande agglomerato urbano costiero chiamato Napoli (ma i cui confini superano largamente quelli del comune di Napoli), la cui congestione edilizia impediva (come ancor oggi impedisce) di svolgere le funzioni di servizio urbano che le potenzialità metropolitane sue proprie vorrebbero venissero esercitate nei confronti del territorio regionale. 
Il disastro non contraddiceva queste due linee guida, le confermava. "Rimodellamento", dopo le devastazioni apportate dal terremoto, nella parte alta delle valli dell'Ofanto, del Calore e del Sele, nelle aree del Terminio e del Tanagro in Campania, e nelle zone del Platano e del Melandro in Basilicata. Ricostruzione e rianimazione economica, di fronte ai danni cospicui provocati dalle scosse nella città di Avellino; e di fronte al continuo palesarsi di condizioni di inagibilità in edifici pubblici e privati nei quartieri più antichi di Napoli, subdolo effetto di quello che Compagna definiva il "terremoto freddo", col dramma sociale dei settantamila senzatetto da ospitare in una precarietà che rammentava i momenti più gravi dell'ultima guerra.
Il motivo conduttore degli scritti che Francesco Compagna venne pubblicando all'indomani del tragico 23 novembre, fu anzitutto il richiamo ad una azione politica da tutelare dagli attacchi di un risorgente antimeridionalismo, che cercava di far leva sulle vere o presunte distorsioni che pur era dato cogliere nel modo in cui negli ultimi decenni s'è venuto manifestando l'intervento della "mano pubblica" nel Sud. C'era anche, in quegli scritti, la critica all'oggettiva astrattezza di quel meridionalismo di opposizione che avrebbe voluto cancellare certi strumenti dell'intervento pubblico, come la Cassa che, per quanto svigoriti da negligenze e disfunzioni, tuttavia, nel suo pensiero, avevano pur sempre garantito la continuità dell'intervento medesimo.
Non sfuggivano a Compagna gli effetti drammatici che il sisma era destinato a provocare sul territorio e la società delle regioni colpite, anche perché era sopraggiunto in una fase in cui lo sviluppo economico italiano ristagnava, e nel Mezzogiorno non solo appariva lontano l'avvio di quella crescita industriale autopropulsiva da tanti anni vagheggiata e con varie formule perseguita, ma si avvertivano gli scricchiolii d'un sistema produttivo basato soprattutto sulla grande impresa, a forte intensità di capitale e a prevalente partecipazione pubblica. Temeva, Compagna, non meno che i danni del "terremoto caldo", misurabili in termini di vite troncate e paesi distrutti nell'alta e media dorsale della Campania interna e in Basilicata, quelli provocati dal "terremoto freddo" che aveva colpito Napoli, portando al collasso un organismo edilizio dalla vitalità già precaria. Vetustà, sovraffollamento, insufficiente manutenzione erano caratteristiche note della struttura urbana: il sisma acuiva il dramma di un'area metropolitana di oltre tre milioni di abitanti, con un tessuto sociale disgregato e un tessuto produttivo fragile. 
Anche stavolta, mentre da politico, investito di responsabilità ministeriali, si dava carico di promuovere gli interventi più urgenti, da studioso si poneva il problema di orientare i piani di ricostruzione nel senso del riequilibrio urbanistico della fascia costiera napoletana e delle zone interne. L'occasione tragica del terremoto poteva essere trasformata in una occasione utile purché la ricostruzione obbedisse alle logiche di un disegno urbano più funzionale. I "presepi" appenninici, venuti su nei secoli passati con ubicazioni rispondenti alle esigenze di una economia agro silvo pastorale, avrebbero potuto, in fase di ricostruzione, venir dislocati in siti più funzionali ai fini del loro collegamento a reti di infrastrutture stradali e in corrispondenza di aree che presentassero caratteristiche morfologiche idonee all'insediamento di attività produttive. Nella fascia costiera, la conurbazione napoletana avrebbe dovuto essere alleggerita di popolazione ed attività, da spostare verso l'interno, e restituita a funzioni direzionali, conformi al ruolo di metropoli regionale che Napoli doveva assolvere.
Gli scritti che dedica a questi temi sono raccolti nel volume, stampato dalla Esi nel 1981, intitolato Dal terremoto alla ricostruzione. Suscita emozione rileggerli ed avvedersi di quanto egli vivesse con un senso di profonda angoscia il contrasto tra la razionalità delle proposte operative, che la sua coscienza e competenza gli imponevano di formulare, e la percezione lucida della mancanza delle condizioni politiche necessarie per la loro attuazione, a causa della tormentosa dialettica tra interlocutori nazionali e regionali. "...Più che mai intendo profondere tutto l'impegno possibile per una Napoli migliore di quella in cui sono vissuto e cresciuto. Ma so che, a me sessantenne, sarà difficile vederla e viverla, questa Napoli migliore, sognata per tutta la vita". 
Terribile presagio, questo di Compagna, destinato di lì ad un anno a soccombere prematuramente all'infarto. E, forse, frase dettata da consapevole stoicismo: in passato già due volte aveva subito lesioni cardiache (la prima quando non aveva quarant'anni), e ben sapeva che le sue condizioni di salute mal si conciliavano con il fervore col quale si dedicava alla vita pubblica e allo studio. L'ultimo incarico di governo, onerosissimo, l'aveva assunto appunto nel 1981, accettando l'invito ad entrare, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel primo governo di Giovanni Spadolini. Ancora un altro lucido presagio, politico stavolta, e non personale, chiude la raccolta di scritti sul terremoto: "... Si tratta - egli scrive - del serpeggiante razzismo che nel Nord è stato suscitato dal terremoto...la virulenza di certi atteggiamenti e risentimenti nei confronti dei meridionali... non può non preoccupare chi crede che la questione meridionale sia una questione italiana. E io mi domando se non avesse ragione Giustino Fortunato quando temeva che la regionalizzazione dell'Italia ne avrebbe provocato anche il disfacimento".


L'idealista senza illusioni
Già provato fisicamente dal lavoro svolto tra Napoli e Roma per proporre, intervenire, polemizzare in materia di iniziative politiche e legislative a favore dei territori colpiti dal terremoto, si trova, a Palazzo Chigi, a svolgere un'attività intensa, di non rado febbrile. Da un lato vi sono gli impegni cui deve assolvere in funzione vicaria del capo del governo: incontri politici, estenuanti riunioni con rappresentanze di categorie e sindacati. Dall'altro lato non si risparmia nel continuare a seguire i problemi di Napoli e delle altre province meridionali. 
Chi gli è vicino s'avvede di quanto sia sovraffaticato e, più ancora, amareggiato. Ai problemi antichi della sua città, della sua regione, dell'intero Sud, a quelli della ricostruzione delle province colpite, se ne aggiunge uno nuovo: il deterioramento della vita civile. L'afflusso di fondi per la ricostruzione ha suscitato la cupidigia della criminalità organizzata. L'infiltrazione camorristica nel tessuto economico diviene più pervasiva; emergono crescenti collusioni tra camorristi, imprenditori, politici. Le informazioni che raccoglie dai servizi riservati che fanno capo alla Presidenza del Consiglio lo allarmano; alla redazione di "Nord e Sud" chiede di elaborare un rapporto sulla origine, l'evoluzione e le caratteristiche delle camorre operanti a Napoli e dintorni. Lo invia al presidente del Consiglio con una sua lettera in cui sottolinea come, dopo gli "anni di piombo" dell'attacco terroristico allo Stato, le istituzioni debbono ora misurarsi con la nuova emergenza costituita dal rafforzamento e dall'estensione delle organizzazioni criminali. Questo testo appare anche nel fascicolo di aprile-giugno 1982 di "Nord e Sud".
Dedica le poche ore libere a consegnare alla pagina scritta riflessioni e proposte. Al saggio che destina alla "Nuova Antologia", la rivista diretta da Spadolini, e nel quale si sofferma sulle conseguenze soprattutto morali e politiche del terremoto, dà un titolo significativo: Sfasciumi. Una metafora della condizione meridionale. Amarezza, delusione, preoccupazione: sono i sentimenti che prova e che però non valgono a raffrenarne l'impegno. "Il mio - confida, citando i prediletti autori dell'età classica del meridionalismo, Fortunato, Salvemini, Croce, - è un idealismo senza illusioni".
All'estate del 1982, una estate piena di calura, arriva assai stanco. Nei mesi precedenti non s'è risparmiato in alcun modo: in marzo ha parlato alla Conferenza sulle Partecipazioni Statali, ha tenuto discorsi sulla situazione politica, in aprile ha svolto una relazione sui problemi dell'edilizia residenziale, in maggio una lezione sulla "megalopoli italiana". Ogni volta il testo se l'è costruito da solo, leggendo libri e rapporti e consultando dati, non affidandolo ai soliti "negri" com'è d'uso tra i politici. Un lavoro che s'è aggiunto al ritmo già estenuante di Palazzo Chigi: riunioni, consultazioni, polemiche tra i partiti, gli strascichi dei contrasti tra gli esponenti della maggioranza sulla "guerra delle Falkland" tra Gran Bretagna e Argentina. Nella serata di venerdì 23 luglio approda a Capri; l'indomani è a mare, ai "bagni di Tiberio" con la moglie e il nipotino, l'ultimogenito di Luigi. Qualche minuto dopo che è sceso in acqua lo si vede afflosciarsi a pochi metri dalla riva: viene soccorso, ma invano. La salma resterà esposta nell'antica Certosa caprese di San Giacomo. Al funerale nella chiesa dei Pellegrini in Napoli, il lunedì successivo, ci sarà folla venuta da tutta Italia: uomini politici, intellettuali, giornalisti e tanta gente comune, in un omaggio davvero commosso all'uomo popolare e stimato, non per il tributo a un potente. 
Già, perché Compagna, che ha amato la politica sin dagli anni giovanili, vivendola dapprima nella dimensione intellettuale e poi immergendosi in essa nella dimensione operativa, della politica ha privilegiato soprattutto l'aspetto ideologico, dialettico, propositivo. E' stato, insomma, - e si può ben dirlo senza alcuna enfasi - affascinato dalla politica come ideale, non dalla politica come potere. Del potere, dei giuochi del potere temeva sempre, e cercava di evitare, le contaminazioni. Nonostante che i fatti non di rado lo deludessero, era convinto che la bontà delle idee e la capacità di tradurle in azioni concrete dovessero prima o poi imporsi a dispetto della quantità dei voti, e della propensione a distribuire benefici. Chiedeva a chi ambiva ad essergli vicino, nel lavoro politico come in quello culturale, atteggiamenti e comportamenti analoghi: "chi desidera collaborare con me deve farlo perchè ci crede,- era solito ripetere - non perchè si riserva di presentarmi il conto". 
In regime partitocratico, era comunque difficile estraniarsi dalle trattative, regionali come nazionali, per l'assegnazione di incarichi cosiddetti di sottogoverno; e quando le logiche politiche volevano che toccasse a lui, Compagna, scegliere persone da collocare in enti, istituti, banche e quant'altro rientrava nella sfera pubblica, il criterio cui s'atteneva con rigore era quello di escludere familiari, amici ed allievi, quali ne fossero le qualità. Da un lato voleva sottrarsi ad ogni sospetto di nepotismo; dall'altro porsi al riparo da ogni ricaduta sulla sua persona di errori, negligenze, colpe in cui malauguratamente persone a lui intrinseche si trovassero ad incorrere. S'addolorò quando uno stretto collaboratore gli obiettò che in tal modo commetteva "peccati di saturnismo", nella misura in cui sacrificava, solo perchè tali, figli naturali e putativi; ma restò coerente a questo criterio, ch'era uno dei tanti in ragione dei quali si distingueva rispetto agli usi e costumi correnti nella vita politica napoletana e nazionale. 
Il pensiero politico di Francesco Compagna va ricostruito entro l'arco temporale scandito dai suoi scritti, dal saggio d'esordio sulla lotta politica nel Mezzogiorno, che è del 1950, alle riflessioni suggeritegli dalla calamità sismica nel 1981: molti libri, moltissimi articoli pubblicati sui maggiori quotidiani e settimanali oltre che su riviste culturali. In una progressiva maturazione per quanto riguarda i contenuti e le proposte d'azione, resta sempre saldamente ancorato nella sua originaria collocazione nel filone del pensiero liberale che, nella lezione crociana, considera il liberismo economico come un mezzo e non un fine. Infatti, il meridionalismo di Compagna postula in premessa l'interventismo dei poteri pubblici finalizzato ad attenuare le condizioni di inferiorità in cui natura e storia hanno posto territori e popolazioni di alcune regioni dell'Italia e dell'Europa. Meno estesa nel tempo, la partecipazione attiva di Compagna alla vita politica, che va dal 1968, anno della sua elezione alla Camera, al 1982, l'anno della morte, costituisce un esempio abbastanza raro di stretta coerenza tra le tesi propugnate e l'azione concreta.
Certamente non si può dire che gli sia riuscito di realizzare come politico tutto quanto elaborava come studioso; ma con pari certezza si può dire che tra le scelte politiche a lui riconducibili o di cui era compartecipe è difficile trovarne che non rispondano appieno alle idee da lui professate. Il potere restava per lui uno strumento, non l'obiettivo dell'azione politica: da adoperare con moderazione, dignità, rigore. Era troppo intelligente per non avvedersi che tale sua visione risultava quantomeno inattuale rispetto alle dominanti logiche della partitocrazia, delle "lottizzazioni", della ricerca clientelare dei consensi; onde non ostentava i suoi modelli di comportamento. Per lui era una esigenza interiore far costante riferimento a tali modelli nel suo agire politico, in Parlamento, al governo, nel partito; un punto d'onore del cui rispetto s'ergeva ad unico arbitro. 
"Tangentopoli" era ancora di là da venire, ma le pratiche spregiudicate, le commistioni tra affari e politica erano frequenti anche negli anni di attività politica di Compagna. Che da tali pratiche egli si tenesse ben lontano era scontato e, per poco che lo si conoscesse, a nessuno veniva in mente di proporgliene. Così come cercava di tenersi a distanza da persone, ambienti e questioni in cui intravedeva contorni poco chiari, egualmente diffidava dei moralismi troppo esibiti. 
Al suo radicato spirito laico inducevano fastidio tutte le professioni di fede, o di certezze, non mediate da senso critico, non filtrate dal dubbio, dalla riflessione e dal confronto. Disprezzava e combatteva speculatori e malversatori, ma non amava quelli che riteneva moralisti di mestiere, né risparmiava ironie verso coloro che definiva gli "ayatollah ecologici". Memore delle sue antiche polemiche con quanti, negli anni 50, considerava almeno idealmente corresponsabili dell'immobilismo meridionale perchè fautori di una "civiltà contadina" dai valori non precisati, individuava negli atteggiamenti che gli sembravano dettati dall'oltranzismo protezionistico di quanti vivevano l'"ambientalismo" quasi come una nevrosi, ostacoli aggiuntivi ai già difficili tentativi di pianificare in Italia l'ammodernamento di aree urbane degradate e, nel Sud, lo sviluppo di province economicamente depresse. E così come non temeva il rischio di apparire fuori tempo per quanto riguardava la sua visione della morale nella vita pubblica, egualmente non si preoccupava d'essere attaccato per la sua scarsa condiscendenza verso mode e tendenze ideologiche. 
E' doveroso serbare memoria di Francesco Compagna, in quanto continuatore di quelle tradizioni culturali d'illuminismo e di idealismo che nobilitano la storia di Napoli negli ultimi secoli. Non è difficile, ripercorrendo le vicende del Mezzogiorno e della sua principale metropoli nel corso del Novecento, individuare gli apporti di miglioramento che si debbono al politico e allo statista Compagna. Non meno importante, credo, sia conservare memoria di lui come una personalità di grande interesse, in anni segnati dalla velocità e dall'intensità dei cambiamenti, nella vita intellettuale non solo di Napoli ma dell'intero Paese, per il non conformismo, il rigore morale, lo spirito brillante e, insieme, la grande umanità. 


N.B. Per la stesura di questo capitolo ho utilizzato, e in parte rielaborato, il profilo biografico di F.C. che ho scritto per il volume di più autori, Napoli nel 900 dell'ed. F. Fiorentino.


NOTA BIBLIOGRAFICA
Ho elencato nel testo del capitolo tutti i volumi pubblicati da F. C. Per una bibliografia completa dei suoi scritti rimando a quella curata da UGO LEONE ed apparsa negli Atti del seminario in onore di F.C. svoltosi in Villa Celimontana in Roma il 20 gennaio 1983, pubblicati, con cura redazionale di F. SALVATORI, dalla Società Geografica Italiana. Del 1983 è la pubblicazione d'un fascicolo de "La Nuova Antologia" che ospita scritti di ARNALDI, FENOALTEA, ROMEO, ROSSI DORIA, SARACENO, SPADOLINI, VALIANI dedicati a F.C. e la democrazia nel Mezzogiorno; del 1984 è il volume Vecchi e nuovi termini della questione meridionale. Scritti in onore di F.C. (a cura di U. LEONE, ed. CCIAA, Napoli); del 1987 la pubblicazione degli Atti del convegno dedicato a F.C. Un Mezzogiorno europeo, ed. Quaderni Radicali, Roma; del 1988 il già citato volume Il meridionalismo liberale. Antologia degli scritti di F.C. a cura di G. CIRANNA ed E. MAZZETTI, Laterza, Bari; del 1993 la pubblicazione di un fascicolo della rivista "Nord e Sud" riproducente i testi degli interventi svolti in Napoli il 18 giugno 1992 ad un convegno commemorativo del decennale della scomparsa. Gli indici completi dei fascicoli e degli autori della rivista "Nord e Sud" sono nel volume Nord e Sud, quasi trent'anni, a cura dei figli di F.C., GUIDO, LUIGI, ANNA MARIA, PIERO, ed. S.E.N., Napoli 1985.

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