Marco Minghetti e le sue opere
Alle origini della partitocrazia
Luigi
Compagna*
A centoventi anni dalla prima edizione, I partiti politici e
l'ingerenza loro nella giustizia e nell'amministrazione (Zanichelli,
Bologna, 1881) meritano una rilettura. Della Destra Minghetti era stato
l'ultimo Presidente del Consiglio, ma fu grazie a I partiti che si percepì
in Europa come e perché la stagione di quella Destra fosse ormai
esaurita. Il libro dimostrava quanto certe trasformazioni ci fossero state
e fossero state profonde, ma anche fossero esagerati certi timori (sulla
fine della libertà parlamentare, sul potere dittatoriale delle cosiddette
macchine di partito, sul carattere "plebiscitario" del
liberalismo organizzato e via dicendo).
Minghetti faceva oggetto delle sue riflessioni di politica costituzionale
le nuove realtà dei partiti. Ma sottolineava parimenti l'attitudine del
vecchio Stato liberale a non farsene travolgere, ma anzi a farsi sempre più
Stato e sempre più liberale. Nonostante i partiti, o magari proprio
grazie ai partiti, avevano potuto radicarsi in occidente la centralità
dei parlamenti, i compromessi all'interno di essi, la continuità delle
classi dirigenti più salde (tradizionali o rivoluzionarie che fossero).
Libro concepito e realizzato al modo di un "classico" della
storia del pensiero politico, quello di Minghetti aveva preso avvio da un
"fatto personale". Francesco De Sanctis aveva denunciato
argomenti e toni offensivi del Parlamento in un discorso del
"trasformista" Minghetti del gennaio del 1880 e Minghetti
ritenne doveroso replicargli. Come si addice alla trattazione di un fatto
personale, secondo la sua replica si svolse tutta e soltanto sul piano
generale dell'analisi politica e dell'indagine storiografica.
Forse anche per questo, nella Commemorazione, fatta insieme a Ruggero
Bonghi nel 1887, Francesco Crispi ebbe a definire Minghetti "il più
nobile cavaliere del Parlamento italiano". Ed è difficile ancor oggi
sfuggire al peso di tale definizione, nel ricostruire la stagione e
l'occasione in cui nel 1881 apparvero I partiti politici e la ingerenza
loro nella giustizia e nell'amministrazione.
"Questo libro - si legge nella sua Prefazione - ebbe origine da un
fatto che in linguaggio parlamentare chiamasi fatto personale; poiché
taluni giudicarono che in un discorso pubblico da me tenuto a Napoli l'8
gennaio 1880 vi fosse offesa alle prerogative del Parlamento. Laonde a me
parve necessario di spiegare più chiaramente i miei concetti, e di
mostrare che lungi dal voler menomare il prestigio delle nostre
istituzioni, io ero sollecito di preservarle da ogni corruzione. E non
avendo potuto farlo colla parola viva dinanzi ai deputati nella Camera,
pensai di supplirvi collo scritto. Che se mi mosse un sentimento di
legittima difesa, pure ho cercato di serbarmi nei limiti della massima
temperanza; e se il lettore trovasse ciò nonostante qualche traccia di
pungente o di amaro, sappia che ciò è contrario ad ogni mia intenzione.
Quello che ho dovuto fare per necessità si è di soffermarmi alquanto
lungamente sul fatto personale. Ma pigliando quinci le mosse, ho inteso
principalmente di esaminare un quesito generale dei più importanti e dei
più ardui nelle scienze politiche: tanto più arduo in quanto che solo
ora comincia ad essere studiato, ma nei più cospicui trattati di Diritto
costituzionale non se ne trova quasi menzione.
Il problema è il seguente: - In qual modo si possa assicurare la
imparzialità nella giustizia e nell'amministrazione sotto un governo di
partito - giovi dichiararlo più distintamente. Il Governo costituzionale,
e più ancora il governo parlamentare, quale oggi prevale agli altri in
molte parti dell'Europa e dell'America con varie forme, è sempre un
governo di partito. Esso come ogni umana cosa ha pregi e difetti che gli
sono inerenti, e per l'indole sua stessa inevitabili, quand'anche il
partito che governa si tenga strettamente nella cerchia dell'azione
politica. Ma ogni partito tende naturalmente ad uscirne e ad esercitare
un'ingerenza indebita nella giustizia e nell'amministrazione, e ciò al
fine di conservare e di estendere la sua propria potenza. Gli effetti che
da questa indebita ingerenza derivano sono gravissimi, e producono
perturbazioni e iattura ai diritti e agli interessi dei cittadini che le
istituzioni libere sarebbero invece destinate a tutelare".
L'orizzonte di Minghetti nei I partiti è ben più ampio, come si vede,
di quel profilo della giustizia dell'amministrazione, che il suo discorso
di Napoli del gennaio aveva tracciato e che sarebbe stato poi sviluppato a
Bergamo il 7 maggio da un discorso di Silvio Spaventa, destinato a
diventar più famoso di quello di Minghetti a Napoli, proprio perché,
appunto, più circoscritto. Ma non si tratta soltanto di un orizzonte più
ampio.
Evocata da Minghetti e recepita da Spaventa, la giustizia
dell'amministrazione era un tema di assai più facile acquisizione
intellettuale e politica rispetto a quello dei partiti e dell'ingerenza
loro. Sia in Italia, sia in Europa, sia nella comparazione fra sistemi
americani ed europei, di un diritto naturale dei partiti a farsi diritto
costituzionale il liberalismo del secolo XIX stentava a trovare la
consapevolezza e la determinazione fatte valer su questo terreno dal
costituzionalismo di Hume e di Burke nel secolo XVIII.
Tocqueville, certo, aveva considerato i partiti "un male dei governi
liberi" e guardato ai "grandi partiti" rispetto ai
"piccoli partiti" con lo stesso occhio col quale Hume e più
ancora Burke avevano contrapposto i partiti alle fazioni. Lo avrebbe
riscontrato Nicola Matteucci in un lavoro del '68 nel primo numero de
"Il Pensiero Politico" specificamente dedicato a questi aspetti
del pensiero di Tocqueville. Ma non c'è dubbio che nel 1881 I partiti di
Minghetti andassero assai più avanti di Tocqueville, cioè più indietro,
nel tempo: ad incontrare proprio il costituzionalismo britannico del
secolo precedente nelle sue più profonde ed incisive intuizioni. Burkeana,
oltre che esplicitamente antirousseauiana, la sua definizione del partito:
"una spontanea unione di uomini che si adoperano a conseguire il fine
del bene generale qual è da loro inteso, e con mezzi legittimi".
Burkeana, dettata da empirismo non volgare, anche la sua preoccupazione di
"indebite ingerenze" in grado di manifestarsi "là dove il
reggimento costituzionale non si svolse storicamente per una serie lunga e
non interrotta di ampliazioni e di adattamenti, ma successe di subito a un
reggimento assoluto, sia che lo Statuto venga ottriato dal Principe stesso
o strappato da impeto popolare". Burkeano il riconoscimento di una
connessione fra partiticità e vitalità delle tradizioni politiche:
"laonde non bisogna credere, come certe anime timide, che i partiti
politici siano una debolezza, malattia nello Stato moderno: imperocché
sono al contrario segno di vita, sana e forte. Il non appartenere ad alcun
partito non è virtù del cittadino, e il dire di uno statista che è
estraneo ai partiti non è lode ma biasimo".
Certo, in Italia, a differenza che in Gran Bretagna, come era chiaro a
Minghetti, la questione dei partiti era ancora impregnata di valori,
scelte, problemi, riconducibili alla rivoluzione nazionale. Parlamentari,
extra-parlamentari, anti-parlamentari, i partiti esistenti eran
difficilmente accreditabili nel nostro paese come i migliori strumenti per
governare la costituzione: alcuni sarebbero potuti apparire cavallo di
Troia delle forze anti-sistema; altri di ciò ne avrebbero potuto
approfittare per teorizzare e praticare eccessi di "ingerenza".
La ricerca di "onorevoli connessioni" fra loro recava in sé il
rischio di contaminazioni incestuose, stante la gracilità dello Stato
liberale e la precarietà degli stessi soggetti politici.
Minghetti non è che neghi, o sottovaluti, tutto questo. Ma alla questione
dei partiti, almeno dal punto di vista della "scienza politica",
non intende affatto rinunciare. "La questione - per lui, come piace
constatare a Paolo Pombeni - di che cosa siano o debbano essere i partiti
è una questione del sistema politico liberale in quanto tale e non di
componenti isolate". Non gli mancava consapevolezza di come, quanto,
perché fosse arduo trasferire nell'Italia del 1876-'81 la Gran Bretagna
dei governi Walpole. Neanche in Gran Bretagna, del resto, gli "old
whigs" di burkeana memoria potevan ormai più ergersi a garanti della
"costituzione", intesa nel senso di "country-tradition".
La politica in Europa, aveva compreso Minghetti, per esser politica
liberale, nella seconda metà del XIX secolo, doveva farsi carico di
giustificare se stessa da sola, non potendosi più supporre che questa
giustificazione fosse qualcosa di percepibile da tutta la comunità
nazionale: in Gran Bretagna in forza della "Glorious Revolution"
del 1688, in Italia in forza della proclamazione del Regno del 1861. Nel
1848 si era avvertita, per un verso, una fortissima inattesa ed inedita
dimensione extraparlamentare della politica e, per altro verso, l'emergere
di un conservatorismo politico, ben diverso da quello dei vecchi "court-parties",
cioè delle solidarietà istituzionali delle antiche classi dirigenti.
Per diventare, o ridiventare, strutture naturali della politica nazionale,
gli stessi partiti inglesi si ridisegnano, si rimescolano, si
ridefiniscono, in una stagione segnata da una sequenza di riforme
elettorali (1832, 1867, 1884/5), non priva di implicazioni di teoria
politica sul loro ruolo, ambito, limite6 . Fin dai primi anni cinquanta,
grazie all'aver potuto far conoscenza a Londra di Palmerston, Gladstone,
Russel, il citoyen d'Europa Minghetti si sente partecipe di questi
decisivi passaggi della "scienza politica".
Nella storia del costituzionalismo italiano, Minghetti ed Arcoleo
rimarranno fra i pochi (insieme ai Balbo e ai D'Azeglio, prima di loro,
non certo ai Mosca e agli Orlando, dopo di loro) a considerare i partiti
politici come il maggior elemento di originalità e ad un tempo di
classicità del modello costituzionale inglese e, quindi, fra i pochi ad
esser a loro modo nel loro tempo scienziati della politica. Si pensi alla
definizione di "scienza della politica" avanzata da Gaetano
Arangio-Ruiz nella prefazione alla sua storia costituzionale italiana del
1898, dove si parla di lavoro "diretto a trarre dai fatti storici
l'ammaestramento per i suoi giudizi, per le proposte di riforma da
apportare alle leggi ed alle istituzioni, al fin di eliminare i mali, di
far più rifulgere i pregi"
Il che è per l'appunto quanto Minghetti faceva nel 1881. La sua terapia
seguiva una triplice direzione: diminuire le attribuzioni
dell'amministrazione, lasciando ampio margine alla libertà individuale ed
alla iniziativa privata; decentrare l'amministrazione, in modo che essa
fosse compiuta localmente o da enti autonomi; infine, ammettere i ricorsi
contro l'amministrazione stessa, da giudicarsi e risolversi in una sede
giurisdizionale indipendente, una sorta di tribunale amministrativo
supremo sul modello austro-ungarico. Egli giungeva così a far
intravvedere e sentire operante, con la cautela di non pervenire mai a
definirlo, un vitale nesso tra Amministrazione e Costituzione. Entrambe,
ovviamente, a lettere maiuscole.Il che si doveva fare per tener conto,
senza farsene "ricattare", del fatto storico della rivoluzione
nazionale italiana, che aveva appena abbandonato gli assetti assolutistici
per introdurre forme di governo rappresentativo.
"Questa transizione, però, non era stata senza difficoltà, rilevava
tre anni fa un politologo come Carlo Guanieri, nell'Introduzione alla più
recente edizione italiana de I partiti, apparsa nel gennaio del 1997 per
iniziativa di Società Aperta, undici anni dopo gli Scritti Politici,
curati da Raffaella Gherardi. I nuovi ordinamenti avevano dovuto non solo
superare l'opposizione di coloro che si sentivano legati ai passati
regimi, ma soprattutto confrontarsi con istituzioni, come
l'amministrazione, create e sviluppate dai regimi assoluti. Si trattava di
un compito estremamente delicato, anche perché, secondo la tradizione
prevalente in Europa continentale, anche la giustizia, benché con i suoi
caratteri specifici, era collocata all'interno degli apparati
amministrativi" .
Sicchè, proprio il tema della "giustizia nell'amministrazione"
- minghettiano, spaventiano, della Destra storica italiana (seppur poi la
Quarta Sezione del Consiglio di Stato avrebbe visto la luce in tempi
successivi, col governo Crispi) - esigeva un nuovo raccordo fra
Amministrazione e Costituzione: perché l'una non fosse né potesse
sentirsi "corpo separato" rispetto all'altra. Accanto al saggio
di Minghetti, il 1881 registrava, con lo stesso timbro, pure quello di
Giorgio Arcoleo, Il Gabinetto nei governi parlamentari, che faceva
anch'esso rientrare a pieno titolo i partiti nella dinamica della forma di
governo.
I libri di Minghetti e di Arcoleo reinserivano il costituzionalismo di
Burke nella Gran Bretagna del secolo XIX, riconnettendo al volto dei
partiti il volto di quella peculiare istituzione politica che ormai, alla
fine dell'ottocento, improntava di sé tutto il sistema inglese: il
Gabinetto. All'Inghilterra dei partiti, quella di Gladstone e Disraeli,
radicatasi un secolo e mezzo dopo quella di Walpole e Bolingbroke,
l'anziano statista bolognese e il giovane studioso siciliano erano
arrivati grazie ad una intensissima e appassionata consuetudine con la
dottrina tedesca, attingendo a Blüntschli (tradotto a Napoli negli anni
settanta), a Röhmer, a Gneist (Arcoleo anche a Laband).
Se si prende come termine a quo la sconfitta elettorale subita da un
governo in carica (quello del duca di Wellington nel 1830) e come termine
ad quem l'instaurarsi definitivo e generalizzato di un tipo di lotta
politica che facesse del risultato elettorale il cardine del sistema (come
dalla metà degli anni '80), la vicenda politica e costituzionale
britannica offre uno sviluppo sempre più costituzionale dei partiti e
sempre più partitico della Costituzione. Si assiste ad una sempre più
accentuata rivalutazione dell'esecutivo, come momento squisitamente
politico del government, già affiorato nel precedente costituzionalismo
liberale ed ora lucidamente descritto dai classici Elements of Politics di
Henry Sidgwick del 1891 (che sarebbe davvero ingiusto ed ingeneroso non
vedere largamente e non in superficie anticipati dieci anni prima dai
libri di Minghetti su I partiti e di Arcoleo su Il Gabinetto).
Perfino in Inghilterra al principio degli anni '40 la realtà dei due
partiti storici sembravano più un portato della tradizione ideale che un
effettivo dato politico ed organizzativo. In Parlamento l'instabilità
delle appartenenze era la regola. Gli stessi Gladstone e Disraeli, prima
di divenire simboli di liberalismo aperto il primo e di conservatorismo
popolare l'altro, avevano vissuto appartenenze diverse ed incerte. Fra il
'48 e gli anni '70 in Europa l'irrompere in politica di "nouvelles
couches", per usare la fatidica espressione di Gambetta11, non aveva
risparmiato l'Inghilterra, i suoi partiti, il suo parlamentarismo, la sua
società.
Se esiste un sistema costituzionale europeo, nel senso in cui ne parla
Paolo Pombeni, esso implica per i partiti politici "l'assegnazione di
un ruolo preciso e definito alla loro azione ed il consenso su una loro
funzione certamente positiva". Dalla legittimità di una libertà
delle opinioni si deve dedurre la legittimità di una loro
istituzionalizzazione permanente. Almeno due capitoli, il ventottesimo ed
il ventinovesimo (intitolato Parties and party government), degli Elements
di Sidgwick del 1891 avrebbero già potuto leggersi sui libri di Minghetti
e Arcoleo del 1881.
"Il concetto del Gabinetto in Inghilterra - si legge in una pagina de
I partiti di Minghetti, che si direbbe scritta a quattro mani con l'Arcoleo
de Il Gabinetto - fu opera lenta, e ognor progressiva durante due secoli.
Come ben osserva il Gladstone: la teoria del governo misto e dei tre
poteri, trasmessaci dagli antichi e soprattutto da Cicerone è troppo
fredda e cruda, né corrisponde all'indole della costituzione inglese,
mancandovi un elemento conciliatore, una specie di organo di
compensazione, che mantenga in bilancia le forze politiche, le coordini
fra loro, e le indirizzi ai fini del civile consorzio....Il gabinetto è
forse la più singolare creazione del mondo politico nei tempi moderni,
non per la sua dignità, ma per la sua sottigliezza, elasticità e varietà,
ed apparisce come il complemento di un intero sistema: sul quale sembra
poter sfidare tutti i pericoli anche nelle età future, né a tale scopo
altro richiede che una perfetta lealtà, e una discreta intelligenza in
coloro che lo adoperano. Questa istituzione che ha tanta parte nella vita
politica inglese, agisce per tacito consenso, senza che la legge scritta o
la costituzione contengano pur un verso che determini le sue relazioni col
monarca, col parlamento e colla nazione, né tengono le relazioni dei suoi
membri fra loro e col loro capo. Essa non fu il portato di un'idea
preconcetta, né l'attuazione di un disegno filosofico o di un principio
astratto; ma l'azione lenta di forze invisibili gli diede la struttura che
il mondo oggi ammira. Crebbe senza rumore, e si può dire di essa quel che
il poeta dice del tempio di Gerusalemme: non risuonarono acciai battenti
del pesante martello, ma il superbo edificio sorse come una palma
gigantesca. Ora questa istituzione mentre dà maggior unità e consenso a
tutti gli atti del governo, per quanto riguarda la questione che
trattiamo, ha reso e tende a rendere più equa e temperata l'azione di
ciaschedun ministro, e ad attutire in esso gli spiriti partigiani che
deploriamo" .
Ritornare col lessico dei nostri giorni al Gabinetto come istituzione
di party government, che i Minghetti e gli Arcoleo indicavano nel 1881
come forma irrinunciabile di parliamentary government, non è affatto
difficile. Una partiticità esplicita e visibile doveva subentrare ad una
partitocrazia implicita e invisibile. D'altro canto, questo soprattutto
aveva significato Gladstone e la sua idea del Gabinetto nella
trasformazione e ricomposizione del liberalismo d'oltre Manica in quegli
anni.
Cavouriano impenitente, Minghetti aveva continuato, negli anni seguiti
alla morte di Cavour, a coltivare simpatia intellettuale per Gladstone.
Riferimenti continui a Gladstone, Macaulay, Burke rendono I partiti di
Minghetti un libro di trasparente filosofia whig, nella stessa accezione
per cui Hayek, ne La società libera, amava anch'egli definirsi un old
whig, al quale sarebbe piaciuto poter ancora "parlare con lord Acton
di Burke, Macaulay e Gladstone come dei tre più grandi liberali".
Proponendosi la trasformazione e ricomposizione dei partiti storici
italiani, di quella Destra e di quella Sinistra legate al piccolo mondo
antico del parlamentarismo subalpino, ma certo incomparabili ai
"nuovi" vecchi partiti politici del grande mondo moderno
britannico, Minghetti incontrò un singolare destino. Gli toccò di
favorire quel fenomeno di formazione contingente delle maggioranze sulla
presidenza del consiglio che prese il nome di "trasformismo";
gli toccò di avere come inflessibile oppositore del trasformismo proprio
quel Crispi, destinato poi fra il 1887 e il 1896 a fare del criterio della
centralità del presidente del consiglio una sorta di principio
"monarchico" di garanzia dello Stato nazionale; gli toccò,
insomma, anticipare nelle sue pagine del 1881 tutte le pene (crispine,
giolittiane, fasciste, democratiche) sofferte dall'Italia a trovare un
proprio ubi consistam di costituzionalismo liberale.
La lotta contro l'uso partigiano della giustizia e dell'amministrazione
aveva per Minghetti l'obiettivo di garantire i diritti di libertà dei
cittadini. A tenere il potere del governo - e del parlamento da cui trae
la sua investitura - il più possibile distinto e separato da quello
dell'amministrazione, e soprattutto della giustizia, lo aveva guidato la
preoccupazione di una pericolosa concentrazione di potere in capo alla
maggioranza politica: preoccupazione in comune con i grandi liberali del
secolo, da Tocqueville a Mill.
Nefasta gli pareva già allora la spinta dei partiti a controllare
l'amministrazione al fine di adoperarla per mantenere ed espandere il
consenso elettorale; perniciosa l'idea di mettere l'amministrazione della
giustizia in diretta concorrenza con le altre istituzioni, allargando
smisuratamente i confini della responsabilità penale a scapito di quelli
della responsabilità politica. E non c'è dubbio che l'ascesa e la
discesa dei partiti di massa nell'ultimo cinquantennio italiano ci abbia
fatto vivere molte delle degenerazioni paventate da Minghetti. Ivi
compreso quel perverso sconvolgimento di ogni costituzionalismo liberale,
che egli avrebbe voluto esorcizzare in forza del Gabinetto all'inglese,
quando ad una prassi di mediazione delle questioni politiche riguardanti
rapporti, accordi e contrasti tra i partiti operata dal governo andò
subentrando una prassi di mediazione delle questioni di governo e dei
rapporti, accordi e contrasti che esse comportano operata dai partiti.
De te fabula narratur: sembrano dire, a centoventi anni di distanza, le
considerazioni di Minghetti rispetto ad una storia che ha visto il più
imperioso apogeo (fino al più scomposto declino) dei partiti di massa,
l'arrembante esorbitanza di pubblici ministeri autonominatisi giudici in
forza di poteri impliciti (fino alla dottrina e prassi della ricerca
esplicita del consenso) nell'esercizio della azione penale.
Sull'amministrazione e sulla giustizia l'"ingerenza loro" si è
dilatata fino a registrare negli ultimi anni, nati molto spesso proprio in
seno all'amministrazione, alla giustizia e, comunque, al di fuori di ogni
circuito di democrazia liberale, l'avvento di "partiti
personali": quelli che Hume aveva considerato tipici del mondo
medievale . A rileggere oggi Minghetti la sensazione è di una storia
d'Italia avvitata su se stessa senza mai aver trovato quell'ubi consistam
di costituzionalismo liberale che aveva spinto l'intellettuale Minghetti
sulle orme di Burke, Macaulay, Gladstone, con la stessa loyalty di cui lo
statista Minghetti aveva dato prova nei confronti di Cavour.
All'Inghilterra Minghetti, non diversamente da Spaventa, arrivava
attraverso la Germania. Non tanto tramite l'hegeliano di centro Karl
Rosenkranz, il quale in una nota conferenza del 1843 sul concetto di
partito aveva fatto derivare il partito dal concetto di stato, sicché lo
stato sarebbe la forma contenitrice della libertà etica di un popolo ed
il partito strumento dalla dialettica del continuo perfezionarsi di tale
libertà. Ed ancor meno tramite il saggio del 1853 di Robert von Mohl,
teso a raccordare integralmente "partiticità" e "statualità".
Piuttosto, tramite quel maestro di dottrina giuridica, Rhudolf Gneist, che
con più acume di ogni altro, secondo Minghetti, aveva nel 1869 indicato
gli effetti di un governo di partito impiantato sull'ordinamento
amministrativo di uno stato monarchico assoluto.
"Insomma,- era la conclusione che Minghetti deduceva da Gneist,
pensando alla politica costituzionale italiana - allorché si congiunge
insieme il sistema costituzionale inglese col sistema amministrativo
continentale non ne deriva già come in Inghilterra un partito che
governa, ma un governo partigiano, e il ministero non è come in
Inghilterra il centro degli ordinamenti legislativi, ma è lo strumento
d'interessi collegati che hanno in loro balia tutte le forze di
un'amministrazione assoluta. Laonde a breve andare si manifesta la sua
impotenza a tutelare il diritto dei cittadini, e per rimbalzo a mantenere
integre le stesse istituzioni politiche, le quali non bastano da sole a
costituire un governo secondo la legge".
Insomma se lo Stato di diritto arretra, si insinua lo Stato etico: magari
come società dei partiti, incapace di farsi Stato dei partiti.
Se è vero che, come volle definirlo Crispi, Minghetti fu "il più
nobile cavaliere del Parlamento italiano", non c'è dubbio che nel
1881 egli si proponesse di esserlo altrettanto Del governo parlamentare
come governo di partito (per citare il titolo del capitolo primo del
libro). Non a caso, I partiti facevano proprie le parole con le quali si
concludeva l'altro libro edito nel 1881, Il Gabinetto nei governi
parlamentari, che parevano anch'esse scritte a quattro mani da Minghetti
ed Arcoleo, a proposito di quel "difetto nello spirito delle
istituzioni più o meno dissimulato dal rapido e progressivo sviluppo
delle forme rappresentative. Ciò che al volgo non pare, e cerca
raggiungere l'ideale suo con l'allargamento del suffragio, con
l'onnipotenza parlamentare, combattendo l'ingerenza dello Stato, la
burocrazia, le tradizioni, la gerarchia, proclamando come diritto
fondamentale la partecipazione di tutti ai poteri pubblici, considerati
come mezzi al benessere di ciascheduno, in modo che l'organismo dello
stato medesimo diventi un problema sociale da risolvere: ma la scienza
deve preoccuparsi della instabilità continua delle istituzioni, della
mancanza di senso giuridico della vita pubblica, del pericolo che la
Politica uccida il Diritto... Il problema più grave delle società
moderne è: come accordare un governo secondo legge con un governo secondo
i partiti? Senza la prima attenenza mancherebbe la tutela dei diritti,
senza la seconda mancherebbe la guarentigia delle forme
parlamentari".
A Minghetti le parole di Arcoleo sembravano una forma di
accompagnamento musicale alle sue. Esse ritmavano il necessario confine
fra politica "liberale" e politica "sociale"; per
richiamare l'irrinunciabile distinzione fra priorità di liberalismo e
pressioni della democrazia. La problematica dell'indirizzo politico, di
solito poco presente nei giuristi dell'età liberale, veniva intuita da
Arcoleo nei suoi tratti caratterizzanti lo svolgimento della forma di
governo, peraltro per fissarne argini giuridici in grado di contenere,
appunto, l'"ingerenza loro".
Non dovevano i partiti, rispetto all'ordinamento, diventare istituzioni di
diritto pubblico. Come in Johan Kaspar Blüntschli, a garantire il Diritto
dal non esser ucciso dalla Politica, Minghetti ed Arcoleo credevano che la
giusta imparzialità dello Stato avrebbe parificato e a suo modo
pacificato la giusta parzialità dei partiti. Essi, a voler proseguire con
il lessico di Arcoleo, dal canto loro sarebbero anche serviti a garantire
la Politica dal non esser uccisa dal Diritto. "I più grandi uomini
politici romani ed inglesi - aveva notato Blüntschli - furono sempre
magistrati e ministri imparziali, e noti capi di partito".
Ovviamente, la lettura di Minghetti e Arcoleo dell'esperienza
costituzionale inglese degli ultimi cinquant'anni non coincideva con
quella, assai più incentrata sulla tradizionale dialettica
Corona-Parlamento, che sempre in quel 1881 veniva suggerita da Attilio
Brunialti. Decisivo per entrambi era il gladstoniano "quarto
potere" del Gabinetto: "pouvoir conciliateur, una sorte de
clearing-house des forces politiques, qui attire tout a lui,met tout en
ordre et en balance". Entrambi, comunque, alla Gran Bretagna di
Gladstone, capace di far respirare all'Europa qualcosa di nuovo, anzi
d'antico, cioè il costituzionalismo di Hume e di Burke, erano approdati
attraverso un sentimento kantiano dello Stato di diritto appreso dalla
dottrina tedesca. Il che, per Arcoleo, era avvenuto per risorse di
storicismo insite nella sua formazione.
Esisteva, secondo Gneist, nella realtà inglese un fondamentale profondo
fattore di equilibrio: l'autonomia nell'applicazione e nell'esecuzione
delle leggi. Tale fattore - Self-government rettamente inteso, al di fuori
di ogni fraintendimento continentale - impediva, e sempre avrebbe
impedito, il degenerare dello "spirito di partito" nel
reggimento della cosa pubblica in "spirito di fazione",
arginando ab origine ogni prepotenza dei vincitori sui vinti, secondo
Minghetti.
Il Self-government inglese, concepito nel suo vero senso, non già di
decentramento o di esercizio di locali franchigie, ma d'una obbedienza
spontanea alle leggi generali della "civil society", era il solo
efficace correttivo della "tirannia" delle maggioranze e
dell'alternarsi dei partiti politici al governo dello Stato. E questo
modulo d'amministrazione non toglieva al governo alcuna delle sue
necessarie attribuzioni, né restringeva arbitrariamente la sfera di
competenza del potere centrale. Anzi, esso presentava l'opportunità di
consentire una giurisdizione amministrativa equa e ad un tempo severa, con
la quale si esercitava un controllo permanente su tutti i pubblici
funzionari stipendiati ed onorifici.
Tanto il Self-government quanto la giurisdizione amministrativa che ad
esso era sottesa, sviluppata con una vastissima giurisprudenza di
precedenti parlamentari e giudiziari, si trovavano in Inghilterra già
radicati nel tessuto delle istituzioni e dei costumi, prima che la
naturale evoluzione del sistema parlamentare producesse come obbligata
conseguenza il governo di gabinetto. Nella piena sicurezza che
l'applicazione della legge non venisse deviata, e magari fuorviata, in
senso partigiano, la nazione inglese poteva rimettersi con fiducia al
governo della maggioranza ed alla competizione fra i partiti.
"La nazione inglese - secondo Gneist - era divenuta nel XVIII secolo
su tali basi una società governantesi da se stessa nel suo intimo
organismo. La fiducia nella volontà arbitraria del re, un tempo così
potente, era stata scossa profondamente dalle gravi colpe degli Stuardi,
da quattro cangiamenti di dinastia, da un abuso senza esempio del potere
politico ed ecclesiastico. La poca importanza della burocrazia e la
posizione precaria dell'esercito permanente accanto all'importanza d'una
potente aristocrazia territoriale ed al diritto delle Camere di consentire
il bilancio, posero sempre più il centro di gravità del Governo nel
Parlamento, specialmente nella Camera Bassa.
Ma prima ancora che si affermasse questa onnipotenza del Parlamento,
l'Inghilterra aveva stabilito il Governo giuridico e lo aveva assicurato
contro gli abusi dei partiti politici. Limiti precisi erano stati posti
all'ingerenza dei partiti nel Governo, l'approvazione del bilancio fu
sottoposta alla legge, il controllo del Parlamento nell'amministrazione
era limitato dai tribunali e così si era garantito il carattere di un
governo secondo le leggi. L'interpretazione delle leggi e l'intiera sfera
dell'amministrazione interna furono sottratte all'arbitrio ministeriale.
I capi di partito che dal Parlamento passano nel Consiglio ristretto della
Corona trovano funzioni ben definite, con una giurisprudenza
amministrativa completa, e con una precisa giurisdizione in ogni
contestazione amministrativa. Ogni ministro ha davanti a sé una sfera ben
tracciata d'attribuzioni, nella quale il più zelante uomo di partito non
può rendere equivoca la norma amministrativa, o mutarla altrimenti che
per via di legge, cioè col consenso del re e dell'Alta Camera. Non si
cambia una massima, non un copista nell'amministrazione comunale e
provinciale, in seguito al mutarsi dei ministri. Che un ministero Whig od
uno Tory sia al potere, ciò non ha influenza sull'amministrazione interna
del paese".
La storia d'Italia ha avuto tutt'altro corso.
Settimane addietro, proprio alla riunione a Roma dei circoli di Società
libera del 28 ottobre del 2000 Gianfranco Ciaurro, intellettuale che ha
avuto esperienze ai vertici dell'amministrazione della Camera dei
deputati, del Consiglio di Stato, ministro del primo governo Amato e più
recentemente anche Sindaco di Terni, ha ricordato uno dei casi meno
vistosi eppur più ricorrenti di "ingerenza loro". Si tratta
dell'ormai diffusissimo "bypassare" l'amministrazione con
strutture consultive del potere politico, da esso scelte, retribuite con
contratti di diritto privato e per un arco di tempo che "bypassi"
la durata in carica di chi ha titolo a procedere alle nomine. Minghetti
sarebbe inorridito da questo spoil-system all'amatriciana.
Anche perché lo spoil-system non gli piaceva neanche all'americana.
Proprio il quadriennale "power of public plunder" era fra le
ragioni annoverate da Minghetti a favore della superiorità della
monarchia inglese sulla repubblica statunitense: nella funzione
stabilizzatrice, a tutela delle minoranze, del re costituzionale liberali
come Minghetti continuavano a ravvisare un'importante risorsa di
"potere neutro".
Quel "potere neutro" che molti in Italia si dichiarano oggi
orgogliosi di cancellare o di arruolare. C'è chi su "proprie"
strutture consultive costruisce il "proprio" partito personale.
Un politologo come Giuseppe Calise ha posto il fenomeno al centro della
sua analisi della crisi dei partiti "reali" nell'Italia di oggi
e dell'emergere dei partiti "personali". Insomma
l'amministrazione intesa e praticata fuori della costituzione, se non
contro la costituzione, è degenerazione - tutta a lettere minuscole - più
attuale che mai.
L'Italia di Minghetti, di Spaventa, della Destra proprio non lo meritava.
Del resto liberali "thatcheriani" e liberali "blairiani"
nelle cronache nostrane imperversano. Sono liberalismi facili. Quello
gladstoniano è, invece, un liberalismo in salita: nel 2000, forse, ancor
più arduo che nel 1881.
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Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche LUISS Roma |
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