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Marco Minghetti e le sue opere

Marco Minghetti, un liberale dimenticato **

Nicola Matteucci*

1. Un pensatore dimenticato

Il bolognese Marco Minghetti fu deputato al Parlamento italiano dal 1860, il primo dopo l'Unità, al 1886, l'anno della sua morte, nonché più volte ministro e due volte presidente del Consiglio, dal 24 marzo 1863 al 28 settembre 1864 e dal 10 luglio 1873 al 18 marzo 1876. In questi ventisei anni di impegno nella lotta politica il Minghetti scrisse anche tre grandi opere, che ormai la memoria storica ha, in larga misura, dimenticato: Dell'economia pubblica e delle sue attinenze colla morale e col diritto (1859), Stato e Chiesa (1878) e, infine, I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell'amministrazione (1881); e soltanto di quest'ultima opera si conserva il ricordo1.
Una rapida scorsa alla bibliografia degli studi su Minghetti mostra quanto essa sia povera: non certo nella qualità ma nella quantità degli scritti, dovuti in gran parte a bolognesi2, che hanno avuto il grande merito di custodire il ricordo di una personalità d'eccezione, mostrandone il ruolo in momenti decisivi nella storia del nostro paese. La sola monografia su Minghetti, purtroppo non portata a termine, resta quella di una nostra concittadina, Lilla Lipparini3. Eppure Benedetto Croce, nella sua Storia d'Italia, parlando della Destra storica che aveva governato l'Italia dalla morte di Cavour all'avvento della Sinistra, aveva ripetutamente sottolineato il ruolo di Marco Minghetti: assieme al Ricasoli, al Lamarmora, al Lanza, al Sella e allo Spaventa, egli fece parte di "una aristocrazia spirituale, gentiluomini e galan-tuomini di piena lealtà", che "di rado un popolo ebbe a capo della cosa pubblica"4. Il giudizio di Federico Chabod, nelle sue famose Premesse alla Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, è ancora più netto: l'intelligente e colto Minghetti, l'uomo delle amicizie europee" appare ormai come "la principale figura della parte moderata"5. 
Solo in tempi abbastanza recenti l'attenzione si è di nuovo rivolta al Minghetti da parte di una generazione che è meno interessata alla storia politica e più sensibile alla storia delle istituzioni e a quella dei partiti, alla storia amministrativa e a quella delle finanze, anche se non sempre si è sottolineata la stretta connessione tra l'uomo politico e il pensatore politico, che fa di Minghetti un personaggio quasi unico.
Croce non ricorda le opere del Minghetti, Federico Chabod le dissolve nel suo grande affresco di storia delle idee. Una sfortuna ancor maggiore ha incontrato Marco Minghetti con gli storici del pensiero politico. Guido De Ruggiero, nella sua Storia del Liberalismo europeo, doverosamente cita soltanto due sue opere, ma non lo ritiene un vero pensatore politico, perché lontano dalla filosofia6, mentre la testa forte della Destra sarebbe soltanto Silvio (o al più Bertrando) Spaventa. Luigi Salvatorelli, nel suo saggio dal titolo Il pensiero politico italiano dal 1700 al 18707, non ricorda neppure di sfuggita il Minghetti. Ancora: nella collana degli "Scrittori politici italiani", edita a Bologna e diretta da Felice Battaglia, il nome di Minghetti non appare, quasi che le sue opere sfigurassero accanto a quelle dei Turiello, dei De Sanctis, dei De Meis e dei Fiorentino. La sola eccezione è rappresentata da Arturo Carlo Jemolo: nella sua famosa opera Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, la figura di Marco Minghetti, con la sua ragionata tesi separatista, è messa in primo piano. Non solo: per lo Jemolo nei sei "no" al Senato all'approvazione del Concordato è presente la non morta fede nei valori del Risorgimento, nei valori che furono di Cavour e di Minghetti8.
Questo silenzio sul pensatore Minghetti, anche da parte di coloro che sono alla "ricerca di un'Italia liberale", stupisce davvero: eppure Dell'economia pubblica ha avuto in Italia tre edizioni e una traduzione in Francia; Stato e Chiesa due edizioni in Italia e due traduzioni, una in tedesco ed una in francese; I partiti politici quattro edizioni in Italia ed una parziale traduzione in tedesco. L'opera di Minghetti ha goduto all'estero di una larga accoglienza e di un'ampia discussione, sia per le tematiche affrontate, sia per il metodo seguito, sia per le soluzioni indicate: è, quindi, un pensatore dalle larghe risonanze europee9.
Oggi gli scritti del Minghetti hanno una scarsa circolazione; e dire che la sua pagina è semplice, ma non disadorna, elegante, ma non preziosa, senza cedimenti letterari, di un'altissima leggibilità senza scadere nel superficiale: nel suo stile c'è un classicismo reso essenziale e moderno da un gusto argomentativo e didascalico, che mette a frutto la lezione galileiana e manzoniana del "fare bene i conti" con i fatti, con la diligenza signorile, ma attenta, dell'"osservatore" spregiudicato del reale.
In Italia è, però, rintracciabile una presenza di Marco Minghetti più segreta e più nascosta: non nel campo della filosofia o del pensiero politico, bensì in quello delle nascenti scienze sociali. Infatti Vittorio Emanuele Orlando, il fondatore della scuola italiana del diritto pubblico, vede in Minghetti uno dei suoi maestri, mentre è sempre al Minghetti che esplicitamente desiderano riallacciarsi economisti come Luigi Luzzatti, Giuseppe Ricca-Salerno e Fedele Lampertico10. Anche Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto ricordano il Minghetti come un maestro, come un uomo di "non comune ingegno"11. Infine la più importante iniziativa editoriale sorta in Italia per introdurre le scienze politiche, amministrative e sociali, quella del Brunialti, ha come punto di riferimento il Minghetti, che era stato anche un sostenitore di una Facoltà universitaria di scienze, appunto, politiche, amministrative e sociali. Ma solo oggi si comincia a prendere coscienza di questa storia più segreta della fortuna del Minghetti. Gli economisti più ortodossamente liberisti - come Francesco Ferrara - non condivisero, tuttavia, la politica economica disponibile all'interventismo statale del Minghetti, come certamente Minghetti non si sarebbe riconosciuto nel freddo realismo di Mosca e Pareto: nei due casi erano in gioco i valori politici. Ridurre, però, il Minghetti a mero precursore delle scienze politiche, amministrative e sociali rischia di mettere in ombra il nucleo filosofico del suo pensiero politico.
Marco Minghetti uomo politico, ma anche pensatore politico di portata europea: solo strappando Minghetti alla storia patria o alla storia del Risorgimento si può rendergli debita giustizia. Infatti, nella seconda metà dell'Ottocento, l'Italia venne investita, come le altre nazioni europee, da profonde trasformazioni sociali, amministrative e istituzionali, che solo una storia comparata può meglio chiarire. Solo la coscienza storica di questi grandi processi in corso può farci penetrare meglio nel pensiero di Marco Minghetti, che è un pensatore europeo, da non comprimere in una presunta autoctona tradizione politica italiana.
In Marco Minghetti il momento del pensiero - o della riflessione teorica - e quello dell'azione politica sono strettamente connessi: sono proprio i problemi della pratica a spingerlo alla riflessione teorica, come questa, una volta fissati i principi, resta la costante ispirazione dell'azione, pur con quella indispensabile duttilità, così necessaria al politico che deve fare i conti con la realtà. Il più bell'elogio di questa interna coerenza tra il pensiero e l'azione è stato dato da uno studioso straniero, quando colse il filo conduttore, che unifica in Minghetti il pensatore e l'uomo politico, nell'esigenza di salvaguardare la libertà, mentre gli uomini di Stato - generalmente - pensano soltanto a rafforzare il proprio potere12.
Più modestamente il Minghetti definì i suoi scritti negotia in otio, ossia un momento di riflessione nelle pause della febbrile attività politica. Giova soffermarsi un momento sulle date in cui queste opere sono state pubblicate: Della economia pubb1ica e delle sue attinenze colla morale e col diritto fu pubblicato nel 1859, prima del suo pieno ingresso nella vita politica, nella quale appunto dovette mediare politicamente tra le ragioni dell'economia e quelle dell'etica: gli ultimi scritti sulla Legislazione sociale (1882) e sul Cittadino e lo Stato (1885) rispondono alla stessa iniziale impostazione teorica del problema, anche se risentono della diversa situazione costituzionale e sociale. Stato e Chiesa è pubblicato nel 1878 dopo la caduta della Destra, ma soprattutto dopo il Sillabo (1864), che aveva approfondito il fossato tra lo Stato liberale e la Chiesa cattolica: esso riprendeva i temi di scritti giovanili, come le lettere sulla Libertà religiosa (1855). Infine, il saggio in Italia assai più noto - quello su I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell'amministrazione - fu pubblicato nel 1881, nell'età del trasformismo di Agostino Depretis, quel trasformismo che il Minghetti non certo osteggiò frontalmente, come altri esponenti della Destra storica, ed anzi giustificò sul piano teorico, ma di cui riconobbe, con realistica lucidità, i pericoli che potevano derivarne per quell'idea di governo rappresentativo che lo aveva sempre animato: quel governo rappresentativo, la cui peculiare natura viene in quest'opera felicemente individuata.
Se il pensiero politico di Minghetti è così strettamente legato alla sua esperienza di uomo, bisognerà cogliere nella sua formazione e nella sua vita politica gli elementi salienti, che costituiscono il nucleo duro del suo pensiero, o - in altri termini - il formarsi delle grandi "idee madri" della sua riflessione teorica.
Pertanto questi accenni, solo apparentemente biografici, cercano di individuare le concrete esperienze esperite e vissute, che sono alla radice del suo pensiero politico.

2. Fra viaggi e letture

Sin dalle primissime battute dei suoi Ricordi13, Marco Minghetti, pur così riluttante ad indugiare sulla sua vita privata, rammenta le sue origini contadine: gli avi erano coltivatori diretti di un piccolo fondo. La fortuna la fece il nonno con il commercio in età napoleonica, per cui egli si trovò proprietario di circa 1.600 ettari. Non nobile, apparteneva alla classe - come veniva definita allora - "mezzana"; ma fossero aristocratici come Cavour o Bettino Ricasoli, o borghesi come Minghetti, Raffaello Lambruschini o Stefano Jacini, la Destra storica aveva le sue radici nella terra e nei suoi valori: i suoi esponenti erano sostanzialmente uomini di campagna e non di città. Nel dirigere personalmente le loro proprietà erano abituati ad una vita operosa e parsimoniosa, favorevole agli onesti agi, ma lontana dal lusso, attenti al problema dell'amministrazione e del bilancio, estremamente prudenti verso ogni forma di rischio, legati alle cose concrete, con un forte senso pratico e con i piedi radicati sulla terra. La vita in campagna era, per Minghetti, insieme "sana e savia"l4. Questo dovrebbe far riflettere: il liberalismo matura in Italia in ceti agrari (nobili e non), impegnati nella modernizzazione dell'agricoltura, e in ambienti intellettuali, e non è certo l'espressione immediata del capitalismo.
L'orizzonte di Marco Minghetti non si fermava però ai confini della sua proprietà. Proprio perché impegnato nel miglioramento agricolo dei suoi poderi, coltivando prodotti per l'industria quali la canapa e il baco da seta, egli si impegnò personalmente nel processo di industrializzazione del bolognese, sempre attento a tutte le invenzioni e innovazioni tecnologiche. Minghetti non fu un avversario dichiarato della rivoluzione industriale, come gran parte dei ceti agrari: egli avvertì che il processo era inarrestabile, anche se era destinato a porre nuovi gravi problemi sociali. Avrebbe voluto soltanto uno sviluppo equilibrato tra industria e agricoltura.
C'era poi in Minghetti - fortissima - la consapevolezza che, per ogni politica di modernizzazione, era necessario far crescere le infrastrutture della società civile, affidandosi non tanto allo Stato, ma a libere associazioni o a consorzi. Per questo divenne il protagonista della Società agraria di Bologna, nella quale introdusse la discussione di temi economici e sociali; per questo impartì privatamente lezioni di economia politica e progettò asili nido; per questo partecipò alla fondazione della Cassa di Risparmio per i meno abbienti: come scriverà più tardi, era impensabile un allargamento del suffragio senza una crescita della società civile, con banche popolari, società di mutuo soccorso, cooperative. L'impegno di Minghetti si muove su questo piano, quello della massima utilizzazione dello strumento dell'associazione nella società civile. Quando la politica comincia a bussare alle porte, diventa direttore del "Felsineo", un giornale locale di ispirazione latamente liberale.
In campagna c'è una vita "sana e savia": ma, per appartenere al mondo dei savi, bisogna anche conoscere. La formazione intellettuale di Minghetti alterna lunghi viaggi e disordinate letture. In cinque viaggi percorre tutta 1'Europa, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania all'Irlanda, dalla Svizzera al Belgio e all'Olanda. Non sono viaggi di diverti-mento; e l'unica distrazione, per lui così amante dell'arte, è la conoscenza dei tesori artistici degli altri paesi. Si impratichisce delle lingue per poter parlare o leggere il francese, l'inglese e il tedesco; frequenta corsi alla Sorbona o al Collegio di Francia; conosce personalmente i principali uomini politici e i più noti dotti del tempo. Ma la sua attenta curiosità è sempre rivolta alle realtà economiche e sociali degli altri paesi: sin da fanciullo, in Inghilterra, aveva visto la prima ferrovia e la prima prova di telegrafia elettrica, che gli diedero la sensazione che il mondo stava entrando in un'età di rapida ed accelerata trasformazione. 
Poi le lunghe pause dedicate alla lettura: ricostruire l'itinerario della sua formazione intellettuale nei suoi ritmi cro-nologici è ancora impossibile. Più facile è tracciare un qua-dro del mondo culturale con cui fu in contatto, non limitandosi ai Ricordi o alle citazioni contenute nelle sue grandi opere: bisognerebbe esplorare sistematicamente i suoi manoscritti, contenuti nei cartoni depositati all'Archiginnasio, esaminare la sua Biblioteca e, infine, seguire il suo epistolario, che, già in parte ordinato e inventariato, meriterebbe di essere finalmente pubblicato. L'immagine di Marco Minghetti uomo europeo troverebbe così una facile conferma.
Dovendo parlare del suo pensiero politico, ci limiteremo a ricordare alcuni nomi di pensatori stranieri, per sottolineare ancora una volta la cultura europea del Minghetti. Ma non possiamo passare sotto silenzio la forte influenza, che ebbe su di lui il cattolicesimo liberale di Antonio Rosmini: non solo lo liberò dal giovanile sensismo, ma influenzò in parte il suo pensiero politico con la rivalutazione dell'individuo-persona e con l'avversione verso il socialismo e il comunismo, anche se non restano tracce in lui della teodicea sociale rosminiana15. Anche verso il "politico" Vincenzo Gioberti il Minghetti riconosce un particolare debito; ma stupisce - o forse non stupisce - che egli non citi mai Carlo Cattaneo. Nella generazione precedente il pensiero del Minghetti si riallaccia a quello di Giandomenico Romagnosi con la sua elaborazione di una filosofia civile, capace di equilibrare ed armonizzare le antitesi, ma non bisogna esagerare su questa influenza. Delle sue letture, oltre ai classici (Platone e Aristotele, Machiavelli e Guicciardini), ricorderemo soltanto, tra gli inglesi, Adam Smith e David Ricardo, Edmund Burke e John Stuart Mill: fra i francesi, Benjamin Constant, Francois Guizot e Alexis de Tocqueville; fra i tedeschi, Karl Wilhelm von Humboldt e Rudolf von Gneist; fra gli svizzeri Simonde de Sismondi e Johann Kaspar Bluntschli. Sino al grande tornante storico, rappresentato per il nostro paese dagli anni 1859-1860, Marco Minghetti non ha mostrato una grande passione o una prepotente vocazione per la politica. Parlando di se stesso, ironicamente un giorno affermò di voler far scrivere sulla sua tomba "nacque per essere conservatore e fu condannato ad essere rivoluzionario"16: rivoluzionario, certo, solo per prevenire l'anarchia e il disordine, la demagogia e la violenza della "plebe". Egli non fu certo un profeta o un protagonista del Risorgimento, e in politica confessò di aver sempre preferito un ruolo non di primo piano. Rispetto all'audacia di un Cavour appare un uomo "respettivo", ma fortissimo fu in lui il senso di appartenenza a una classe politica "eletta", con una ben precisa missione da compiere, anche se essa nel paese era una minoranza.
Nato nel 1818 da famiglia di sentimenti liberali (lo zio Pio Sarti fu dopo il 1830 esule a Parigi), educato alle idee liberali dal barnabita Ugo Bassi, Minghetti non rimase certo estraneo alle passioni del suo tempo e nei suoi lunghi viaggi frequentò gli ambienti dell'emigrazione. Due incontri sono da ricordare: nel 1845 conobbe a Londra Giuseppe Mazzini ed ebbe con lui diversi colloqui, nei quali discusse a lungo la soluzione rivoluzionaria, che non riteneva realistica. Più proficuo fu l'incontro, avvenuto pochi mesi prima, con il bolo-gnese Pellegrino Rossi, di cui seguì un corso al Collegio di Francia: non dobbiamo dimenticare che il Rossi fu autore di numerose opere di economia e di diritto, un tempo famose, sebbene oramai dimenticate. Accettò, così, di divenire, per poche settimane (10 marzo-1° maggio 1848), ministro dei Lavori pubblici dello Stato pontificio, dimettendosi poi per militare nelle file dell'esercito sardo alla guerra contro l'Austria, partecipando alle battaglie di Goito e di Custoza. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi si dimise pubblicamente da deputato, a causa dell'inerzia del governo nel ricercare gli autori del delitto. Con il fallimento del progetto neoguelfo egli non aderì alla Costituente romana del Mazzini, ma combatté anche contro una mera restaurazione del governo pontificio. Senza saperlo, si muoveva sulla stessa linea del ministro degli Esteri della Repubblica francese, Alexis de Tocqueville, uno dei suoi autori prediletti. Questa rimase, però, una breve parentesi politica, nella quale il Minghetti non lasciò alcuna vera impronta: forse perché aveva solo trent'anni, o forse perché non condivise sino in fondo il sogno neo-guelfo, come, invece, condividerà fra poco la scelta piemontese, seguendo - in questo - il Gioberti del Rinnovamento.
L'incontro politico decisivo fu quello con il conte di Cavour: lo conosce nel 1851, a lungo discute con lui nel 1854 l'intervento del Piemonte in Crimea, nel 1856 gli porta a Parigi un memorandum sulle condizioni dello Stato pontificio: diventa, così, l'accreditato portavoce delle Romagne presso il governo piemontese e, alla vigilia della Seconda Guerra d'Indipendenza, diventa segretario generale del ministero degli Affari esteri del Piemonte. Il primo novembre 1860 è ministro degli Interni del governo Cavour, il primo che si era insediato dopo l'unità d'Italia.
Col Cavour, più anziano di lui di otto anni, il Minghetti scoprì di avere una profonda affinità intellettuale e morale: li univano i comuni studi di economia e di agricoltura, la passione per la discussione delle idee, la fede nel governo parlamentare e, infine, la comune convinzione che la soluzione del problema italiano si giocava essenzialmente sull'azione diplomatica (piemontese) presso le corti europee e non passava certo attraverso le sette e le rivoluzioni. Poco prima di morire il Minghetti commemorò a Torino l'anniversario della morte del grande Conte: parole commosse, anche se equilibrate e sorvegliate, nelle quali tuttavia traspare, assieme all'ammirazione per l'audacia del suo maestro, la consapevolezza che negli anni 1859-1860 tutto era accaduto troppo in fretta: il ceto moderato, che aveva subito l'egemonia del Cavour, si sentiva preparato a governare uno Stato nell'Italia settentrionale, magari con le Romagne e anche la Toscana, ma poi la spedizione dei Mille e la conquista regia avevano reso più arduo ed estremamente difficile il compito di governare l'Italia unita. E il grande Conte era morto improvvisamente il 6 giugno 1861.

3. L'avventura politica

Iniziò così l'attività politica di Marco Minghetti. La Destra storica governò per quindici anni dalla morte di Cavour (6 giugno 1861) all'avvento della Sinistra (marzo 1876): fu questo un periodo di grande instabilità governativa, dato che si avvicendarono ben tredici governi, la cui durata, nel maggiore dei casi, non arrivò ad un anno. Sole eccezioni il governo Lanza e i due ministeri Minghetti, soprattutto il secondo, che precedette l'awento della Sinistra.
Minghetti fu più volte ministro, anche nei governi che presiedeva. E interessante notare le sue opzioni: una (o due volte, se consideriamo il ministero Cavour) ministro degli Interni, tre volte alle Finanze (da ricordare i suoi importanti scritti in materia finanziaria), una alla Agricoltura, industria e commercio (da ricordare la promozione delle due famose inchieste, industriale e agraria). Come presidente del Consiglio ebbe al suo fianco, agli Esteri, Emilio Visconti Venosta, il grande stratega della diplomazia italiana, che molti considerano il suo allievo.
Queste scelte fanno pensare: Minghetti sembra preferire dicasteri allora considerati non politici, nei quali più forte era l'impatto amministrativo, anche se le grandi scelte a monte restavano politiche. Si tratta di una chiara scelta politica: per consolidare l'unità italiana, dopo la politica estera, il problema centrale era - come egli ripetutamente ribadì - la "questione amministrativa": nel gennaio del 1860 Minghetti si dichiarò ottimista per le prospettive politiche, decisamente pessimista per il procedere amministrativo17. L'ultimo suo governo, che non poggiava su una solida base parlamentare, fu essenzialmente un governo di tecnici, che egli definì una working majority, disposta ad accettare voti dalla Sinistra storica. Minghetti fu, così, uno dei pochissimi uomini, che ebbe - altissimo - il senso dell'amministrazione, della sua autonomia dal politico e della sua importanza nel funzionamento di uno Stato, che voglia essere libero: un'amministrazione oggettiva e neutrale, tecnica, che consenta però alla politica di poggiare su solide basi.
Minghetti si alternò alle Finanze con Quintino Sella: con orgoglio proclamò, nel suo ultimo governo, di avere finalmente raggiunto il pareggio, convinto di avere con questo risolto un grande problema politico, perché, con un bilancio dissestato, si aprono le porte alle "rivoluzioni col codazzo dell'anarchia e del dispotismo"18. Minghetti volle mettere ordine in casa ed affrontare i nuovi problemi, che la trasformazione economico-sociale imponeva: si trattasse del riscatto dei privati delle ferrovie o di promuovere misure di legislazione sociale a favore dei bambini e delle donne, tutte queste erano, per Minghetti, decisioni amministrative, che rispondevano all'esigenza di una "casa" ben ordinata e non a principi ideologici o filosofici.
A questo senso dell'amministrazione rispondevano anche i progetti che Minghetti presentò, come ministro degli Interni, nel 1860-61 sulle autonomie locali e non al fine di un mero decentramento burocratico. Essi prevedevano un sindaco elettivo, l'erezione della Provincia - vero centro del sistema - ad ente autonomo dotato di proprie competenze, l'elettorato attivo anche per gli analfabeti che pagassero imposte dirette, e, infine, i Consorzi di Province (che sono una cosa ben diversa dal regionalismo e dal federalismo), anch'essi dotati di proprie competenze19. Fedele alla lezione di Alexis de Tocqueville, il Minghetti riteneva, come il Cavour, che le autonomie locali fossero la prima palestra della libertà politica; ma nell'ottobre 1861 venne sconfitto con i decreti accentratori emanati dal governo Ricasoli. Eguale sorte era già toccata ad Alexis de Tocqueville, nel 1848, nella Commissione incaricata di stendere una nuova Costituzione per la Francia.
Fortissimo senso dell'amministrazione, dunque, ma anche grandissima sensibilità nel cogliere il mutarsi degli equilibri politici e nel trovare un nuovo punto di equilibrio. L'anglofilo Minghetti, con il suo ultimo governo, mostrò di non credere più all'ortodossia del bipartitismo, cercando un sostegno nella Sinistra storica: aprì così la strada al trasformismo di Agostino Depretis, di cui - diversamente da molti dei suoi vecchi amici - fu un sostenitore, con argomentazioni teoriche sotto l'influsso del Bluntschli. Nel linguaggio politico "trasformismo" resta ancora una brutta parola, nonostante che Benedetto Croce20 e Federico Chabod21, ed anche Adolfo Omodeo22 e Rosario Romeo23, ne abbiano mo-strato la storica necessità per l'equilibrio del sistema politico italiano. Le differenze tra la Destra e la Sinistra si erano venute in quel quindicennio attenuando e sfumando, mentre alle due estreme si erano venute formando e coagulando due nuove opposizioni, in gran parte estranee (ad eccezione dei repubblicani) al moto risorgimentale il sistema politico presentava così tendenze alla polarizzazione. Contro l'astratta e dottrinaria teoria del bipartitismo il politico Minghetti giustamente vedeva come, in Italia, la migliore attuazione del regime parlamentare passasse, invece, attraverso un partito di centro o di centro-sinistro (come si diceva allora): dal connubio di Cavour, al trasformismo di Depretis alle mediazioni di Giolitti.
Riassumendo e concludendo questi accenni ai momenti salienti della biografia di Marco Minghetti, conviene sottolineare tre momenti: la consapevolezza che la società è uno spazio positivo per l'operosità umana e per l'azione sociale, il cui dinamismo è una ricchezza per la comunità tutta, che non può far dipendere le sue sorti solo dal governo; la scoperta che, per ben governare, è indispensabile una razionale ed efficiente amministrazione, astretta ai nuovi principi dello Stato di diritto. La tradizione inglese del self-government, che non poteva non far breccia sul ceto terriero cui il Minghetti apparteneva, aveva il suo apice nel governo rappresentativo; ma in Minghetti questa tradizione si sposava - per necessità storiche - con la tradizione continentale dello Stato amministrativo, che si voleva imparziale e neutrale nei confronti del cittadino. Al di sopra il politico, che deve favorire l'autonomia della società civile e dare impulso alla macchina amministrativa.
Sul Minghetti uomo politico abbiamo, infine, opposte versioni: c'è chi lo descrive cauto, prudente, attento a ponderare le opposte tesi sino al punto di mostrare poca decisione e scarsa mancanza di energia24, per timidezza d'animo o per la natura problematica della sua mente; c'è, invece, chi coglie il nocciolo duro del suo carattere, scoprendo, al momento della decisione, "una mano di ferro sotto il guanto di velluto"25. Ma in realtà, forse, i due giudizi non sono inconciliabili, dato che, nel momento della deliberazione, Marco Minghetti amava - per un'attitudine congenita alla sua mente - ponderare tutti i dati, mentre, una volta presa una decisione, era difficile farlo recedere: infatti, detestando la vanità, che per lui era un grande peccato in politica, non cercò mai la popolarità o un facile protagonismo.

4. Il progetto di un ordine politico liberale

Sullo sfondo di questa biografia di Marco Minghetti - colta nelle profonde esperienze vissute - vanno esaminate le sue opere, perché - come si è detto - esse nascono da problemi pratici e sono dirette a risolvere problemi pratici: Minghetti non è certo un uomo che ami la pura speculazione, ma piuttosto un politico - ripetiamo: un raro politico - che vuole rinfrancarsi e corroborarsi nella riflessione teorica. Sbaglia, pertanto, chí dissolve o appiattisce il suo pensiero, riducendolo a mero momento dell'azione, perché la mirabile coesistenza in lui fra lo scrittore e il politico non si risolve, però, in una perfetta coincidenza. Infatti, il politico Minghetti mostrò sempre una grande duttilità e una notevole finezza nel perseguire solo il possibile, sino al punto da essere accusato d'eccessiva arrendevolezza; ma lo scrittore Minghetti mostrò una profonda coe-renza nei suoi principi e una ferma intransigenza nei suoi valori, anche se fu pienamente consapevole che essi dovessero di-versamente articolarsi a seconda delle varie situazioni storiche. Pertanto l'interprete deve sapere tener ben distinti i due piani e non mettere sullo stesso piatto un'opera e un discorso politico, perché quest'ultimo nasce spesso nella contingenza e per la contingenza (lo stesso vale per gli inediti). Stato e Chiesa, l'opera pensata per risolvere negli anni a venire il problema politico centrale dell'Italia unita, non ebbe certo - per ragioni diverse - il pieno consenso degli uomini del suo partito, come Bettino Ricasoli, Silvio Spaventa, Emilio Visconti Venosta, Quintino Sella, Pasquale Stanislao Mancini, Della economia pubblica, che ispirò la sua politica economica, trovò avversari proprio negli economisti più decisamente liberisti; e, infine, il saggio su I partiti politici suonò anche per alcuni come un duro atto di accusa contro il trasformismo, che pure egli aveva contribuito a promuovere.
Chi studia il pensiero del Minghetti si imbatte subito in una definizione, vera soltanto perché ripetuta: Minghetti è un eclettico. In cosa poi consista questo eclettismo non è dato chiaramente sapere. Si possono formulare soltanto tre ipotesi. Minghetti sarebbe un eclettico perché si sarebbe occupato di tre temi tra loro assai lontani; ma l'autentico pensatore politico, che si pone - anche su un piano teorico - i problemi concretissimi delle questioni politiche, non mira a costruire un sistema dottrinario apparentemente coerente, bensì risolve, di volta in volta, i problemi storici del suo tempo: è su questo piano che il Minghetti va giudicato, verificando soltanto se vi sia una coerenza interna nel suo pensiero al livello della metodologia e dei principi. Minghetti sarebbe un eclettico per la ricchissima erudizione, che nutre le sue opere; ma l'autentico pensatore politico deve essere estremamente attento alla realtà che lo circonda, nelle teorie e nelle prassi, e solo gli autodidatti credono di poter fare da soli nel dare un modello di società. Minghetti, in vero, ha una conoscenza diretta di quanto avviene e si scrive in Francia, in Inghilterra, in Germania e Stati Uniti. Infine, Minghetti sarebbe un eclettico perché, con il principio dell'"armonia" o della "proporzione", dell'"architettonica" o dell'"ordine", o - in sintesi - della "medietà", sembra voler conciliare teorie diverse; ma allora l'accusa dovrebbe essere quella di sincretismo, mostrando, però, come quell'armonia non regga sul piano di una filosofia pratica, che, per sua natura, deve essere aperta ai contenuti delle diverse discipline, che studiano il comportamento dell'uomo nella società politica. Certamente Marco Minghetti non è un pensatore geniale e originale come Alexis de Tocqueville, ed è piuttosto un coerente sistematore di quanto nei campi più diversi e disparati pensatori liberali avevano scritto; e il suo merito consiste nella coerenza del suo progetto politico.
I temi, che il Minghetti affronta nelle sue opere, sono i temi forti e duri della filosofia e della teoria politica: il rapporto tra la morale e l'economia, la coesistenza dello Stato con la Chiesa, l'ufficio dei partiti nel loro nesso con le istituzioni. Sono proprio i temi che, in chiave più speculativa e meno politica, affronterà nel nostro secolo il liberale Benedetto Croce. Pertanto la domanda corretta, che ci dobbiamo rivolgere, è la seguente: su questi temi, che superano la contingenza storica, il Minghetti ha ancora qualcosa da dirci, non ovviamente nelle immediate soluzioni pratiche, ma nelle profonde idee ispiratrici? Infatti il Minghetti possiamo leggerlo mossi soltanto da una doverosa curiosità storiografica, che deve ricostruire il patrimonio della nostra tradizione politica anche nei suoi pensatori minori; ma può anche essere letto per instaurare un dialogo con lui sotto l'urgere dei nostri problemi. In questo secondo caso le sue opere acquistano una dimensione di classicità, perché sono sottratte al tempo. Un problema di tale portata non può essere certo risolto in questa sede; ma questo interrogativo bisogna finalmente pur porselo.
Nel pensiero politico di Marco Minghetti vi è - a nostro avviso - una profonda coerenza nel metodo e nei principi. Nel metodo, che è, insieme, razionale e storico: egli fermamente respinge, per la sua natura profondamente illiberale, il dottrinarismo settecentesco, o meglio quel razionalismo costruttivistico dell'Illuminismo francese, che, posti alcuni principi, da essi deduce tutta l'ideale architettonica della società, e, di conseguenza, pretende di rimodellare e di ricostruire tutto dalle fondamenta. Egli aveva appreso il senso della storia, che non è nostalgia verso il passato, dal liberalismo francese dell'età della restaurazione; e questo senso della storia si era facilmente sposato alla tradizione empiristica di un John Stuart Mill, nella misura in cui queste diverse tradizioni imponevano di fare i conti con la realtà, che sempre si presenta in guise diverse. Ma in questa realtà, così diversa e così sfuggente, la mente umana rischia di disperdersi e poi di perdersi: il Minghetti, sin dagli scritti giovanili, insiste sul fatto che la diversità della storia, la molteplicità delle esperienze è tutta riconducibile alla profonda unità della specie umana e all'identità della sua natura, all'uomo cioè, che può mutare nelle sue manifestazioni storiche, pur restando sempre uguale a se stesso. In altri termini, egli cerca l'unità nella molteplicità, senza mai perdere nessuno dei due momenti, forse suggestionato da Giambattista Vico, di cui conosceva le opere.
La chiave del suo pensiero politico, va, così, rintracciata nella sua antropologia filosofica (sottolineo: filosofica). Negli uomini, secondo Minghetti, troviamo le stesse "disposizioni o facoltà", che però si mescolano diversamente: primordiale ed elementare è la spinta all'utile, che si riferisce "ai bisogni fisici e materiali", ma poi viene il desiderio del vero, l'amore per il bello, e, infine, la tendenza verso il bene, nella quale la morale, sovente, si confonde o si identifica con la religione. Bello e vero, utile e giusto sono, per Minghetti, valori ben distinti, anche se fra loro "in strettissima relazione", dovendo però ciascuno esercitare le "funzioni sue proprie" e perseguire il suo "fine speciale"26. Unità, quindi, nella distinzione: quell'unità, che deve esprimersi nell'armonia, nell'equilibrio; quell'armonia, dove tutti gli elementi collaborano assieme, mentre la loro dissonanza provoca soltanto uno squilibrio nell'individuo e una crisi nella società.
In Minghetti, forse per una reminiscenza platonica, questa distinzione delle "disposizioni o facoltà" (e quindi dei valori) è valida sia per profilare un ideale di uomo, sia per prospettare una società a più dimensioni. Ma, venendo a tempi più recenti, attraverso Minghetti si può scoprire il significato liberale della "Filosofia dei distinti" di Benedetto Croce (interprete del Vico), anche se il filosofo napoletano giunge a questa teoria attraverso una via meramente speculativa, mentre il nostro Minghetti la prospetta per un impegno civile, senza però approfondire sino in fondo la sua giovanile intuizione.
Da questa premessa antropologica egli trae la conclusione che il vero progresso non risiede tanto nello sviluppo materiale finalizzato al mero "ben essere", ma nel "perfezionamento" o nell'incivilimento, possibile solo nelle "facoltà intellettuali e morali". Non si tratta di due strade opposte, perché bisogna contemperare le due tendenze, cercando quelle istituzioni "che sono mezzo al maggior possibile benessere e perfezionamento degli uomini". Entra in scena, in tal modo, anche la politica, come arte regia o architettonica per l'ordine nella vita sociale: "quando gli elementi della società non sono nelle debite relazioni, non conducono a civiltà vera"27. A questo punto è opportuno sottolineare due cose: da un lato, il Minghetti mostra l'autonomia e il ruolo delle istituzioni rispetto alla dinamica economica; dall'altro, la sua teoria della storia o dell'incivilimento28 non è debitrice - come alcuni credono - verso la teoria positivistica dell'evoluzione (e tanto meno a quella della lotta per la vita), perché le sue fonti si trovano negli scrittori settecenteschi e dell'età della restaurazione, che hanno messo a fuoco il lento formarsi della vita civile, cioè l'incivilimento.
"Fossi e cavedagne benedicon le campagne": questo antico detto delle terre emiliane può farci penetrare nella psicologia del Minghetti, pensatore politico intento a tracciar fossi, più o meno profondi, o ad aprire cavedagne, più o meno percorribili, fra i diversi campi della politica e della società. Nessuno l'ha notato, ma tutte le sue opere politiche,- sin dal titolo, s'ispirano al principio della distinzione, a distinzioni che non sono empiriche, ma di concetti, e pertanto appartengono alla filosofia e alla teoria politica: politica e morale, Stato e Chiesa, partiti e istituzioni sono distinzioni al fondo delle quali si agita lo stesso problema pratico, quello di una libertà da realizzare in un ben delineato ordine politico. Su questo piano concettuale naufragano i così ripetuti rilievi rivolti al Minghetti di eclettismo o di sincretismo. Eclettica è forse l'informazione o la letteratura su cui fonda la sua indagine; ma il Minghetti non è persona di scuola che ripete le parole del maestro Sincretistico può apparire il suo pensiero a chi non ha colto questo difficile problema dell'unità nella distinzione, che è un problema teorico, ma che in Minghetti nasce dalla pratica e per la pratica: il suo è il problema di un possibile, ma libero, ordine politico, ottenuto trasferendo la distinzione delle facoltà umane alle dimensioni della società. L'analisi delle sue singole opere potrà ora meglio chiarire questo problema.
Sulle orme di Adam Smith e David Ricardo il Minghetti analizza la nuova scienza economica, la quale si occupa delle leggi che governano la produzione, la ripartizione, lo scambio e il consumo delle ricchezze. Il rilievo fondamentale, che muove all'economia classica sulle orme di John Stuart Mill, è quello di essersi occupata soltanto del momento della produzione della ricchezza, non di quello della sua distribuzione, dell'economia e non dell'economia pubblica. Minghetti è fautore e sostenitore del progresso economico, ma non è un ideologo del mero sviluppo, quando questo entra in disarmonia con i valori etici, producendo ricchezza, ma non incivilimento. La produzione è il regno del mercato, la distribuzione è quello della politica, di una politica, però, che non uccida il mercato.
Il vero problema del Minghetti è così diverso da quello di Adam Smith, anche se gli riconosce il grande merito di aver dedicato la sua attenzione al problema etico. Nell'Economia pubblica il problema centrale è quello di mostrare come l'economia sia "distinta, ma non segregata, connessa, ma non confusa"29 con la morale; e ritiene di natura filosofica il problema di stabilire la loro relazione. Da questo suo assunto derivano tre conseguenze: in primo luogo, il puro economista ha ragione nel suo campo, che però è astratto e unilaterale, per cui, solo se dilata il proprio orizzonte conoscitivo acquista una percezione della realtà più chiara e più profonda, e può così risolvere problemi altrimenti difficilmente superabili per lui. In secondo luogo, nel delineare una filosofia della pratica bisogna evitare di porre in assoluta contraddizione l'utile (o il piacere) e il buono (o il dovere), ma anche di identificarli, seguendo l'utilitarismo: l'economia, pur distinta dalla morale, resta - in ultima istanza - circoscritta e limitata dai grandi principi dell'etica. In terzo luogo, la politica è - come si è detto - lo strumento per realizzare l'armonia fra questi due momenti, fra l'aumento della ricchezza e una vita sociale ben ordinata: per agire bisogna conoscere l'economia, ma essere consapevoli di questo suo limite. Tutta questa impostazione nasce da una sfiducia nel puro liberismo, negli automatismi del mercato, perché Minghetti considera troppo potente - come causa di disarmonia e di disordine - la tendenza agli interessi materiali, non più equilibrata da fattori morali: per questa ragione si rende talvolta necessario l'intervento del governo sia nel campo della carità legale o pubblica, perché lo Stato - oltre a garantire i diritti - deve tutelare i deboli, sia quando gli individui - da soli o associati - non sono in grado di affrontare e risolvere problemi di interesse generale.
Stato e Chiesa, invece, si ispira al più rigido separatismo, ostile ai compromessi concordatari, risultato dalla "fatalissima"30 ricerca della via del mezzo. Ma il separatismo implica, però - e qui è presente la lezione di Alexis de Tocqueville - la ricerca di un'unione morale nelle coscienze e, quindi, nella società, senza una contrapposizione di valori, per evitare quel disordine che inevitabilmente nasce quando la Chiesa, col clericalismo, diventa un partito, e lo Stato, con il laicismo positivista, si fa portatore di una nuova religione intollerante: il Minghetti aspira - ricordando il Manzoni e il Rosmini - ad una conciliazione della religione cattolica con le moderne libertà liberali. A fondamento della sua tesi separatista c'è un preciso valore: non quello della tolleranza, proprio degli Stati più o meno assoluti, ma quello del diritto per ciascun individuo alla libertà di religione e di culto, in un regime di eguaglianza. Vengono, così, posti - alla Humboldt - chiari limiti allo Stato: la sua funzione primaria è la tutela o la garanzia - alla Constant - dei diritti individuali e quella secondaria è la salvaguardia degli interessi generali della società. Solo in questo senso abbiamo uno Stato giuridico, il quale ha il monopolio della coazione, ma al quale non compete di intervenire nella coscienza dei cittadini, privilegiando una religione, definendo un dogma, proclamando una eticità statale. Sul piano della religione e della morale lo Stato deve essere neutrale, perché in questo campo sovrana è soltanto la coscienza, salvo però sempre il suo diritto-dovere di difendere i diritti degli altri cittadini nonché l'ordine pubblico in caso di violazione. Questa concezione dei limiti dello Stato (o dello Stato giuridico) si fonda su una ben precisa premessa teorica: lo Stato è soltanto un organo (necessario) della società, ma non è la società e con essa non coincide. La società è assai più vasta e più complessa, ed esercita funzioni che non sono dello Stato, il quale pertanto non può avere una dignità superiore al tutto, essendo di essa soltanto una parte31.
Nell'ultima sua grande opera la distinzione tra partiti e amministrazione è assoluta, anche se entrambi, sia pure in guise diverse, concorrono, adempiendo alla propria funzione, alla realizzazione dell'ordine politico. Il problema teorico e pratico, che l'italiano Minghetti affronta, è - come si è detto - quello di conciliare il sistema costituzionale inglese e il sistema amministrativo continentale, il governo parlamentare e la burocrazia, o, in sintesi, la politica e l'amministrazione. Il governo parlamentare (o rappresentativo della società civile) non può essere che un governo di partito: è, questa, la prima chiara difesa in Italia in chiave teorica del partito politico, che il Minghetti fonda in un dimenticato scritto di Edmund Burke. Il partito, proprio in quanto "parte" rispetto al tutto, si fonda su un insieme di uomini animati da un idem de repubblica sentire, cioè da una particolare interpretazione (e qui si distacca dal Rosmini) del bene comune: I'indirizzo generale del paese appartiene alla politica, cioè ai partiti. Ma vi è anche una distinzione radicale tra il fare e l'applicare una legge: l'amministrazione e la giustizia, preposti a questo secondo compito, devono essere imparziali, neutrali ed oggettivi, cioè non di "parte". Queste strutture burocratiche e gerarchiche costituiscono "una grande macchina" al servizio di tutti i cittadini, per cui "la giustizia di partito e l'amministrazione di partito sono la negazione dell'essenza e dello scopo medesimo dello Stato"32. In questo caso non abbiamo più "partiti" politici, ma vere e proprie "fazioni" che sottomettono l'interesse pubblico ai loro propri interessi, abusando delle istituzioni, che devono essere al servizio di tutti. Ma la partitocrazia - cioè l'ingerenza dei partiti nella giustizia e nell'amministrazione - non è, per Minghetti, una conseguenza necessaria del regime parlamentare. Il Minghetti, per difendere l'amministrazione dalle fazioni, recupera da Rudolf von Gneist il concetto tedesco di Rechtsstaat; tuttavia è necessario rilevare una differenza rispetto ai suoi colleghi d'oltralpe. I tedeschi avevano allora una monarchia costituzionale o limitata, non un governo parlamentare, per cui affidavano allo Stato - e non certo ai partiti - il monopolio del "politico"; e nell'unità dello Stato il momento amministrativo aveva un ruolo preponderante nella figura del re, capo dell'esecutivo. Riassumendo e concludendo: è facile vedere come, in opere così. diverse per argomento, sia operante una stessa teoria dello Stato (limitato) o meglio del governo rappresentativo, proprio perché il Minghetti usa il termine Stato in una accezione estremamente debole. Il governo rappresentativo è solo il momento politico della società civile, non la sua sintesi: esso è limitato dalla funzione primaria che ha, che è quella di garantire i diritti dei cittadini; le sue altre funzioni si limitano alla tutela dei deboli e agli interessi generali, ma non ha compiti religiosi, etici o educativi". Se deve intervenire nell'economia e nella società, lo deve fare soltanto per risolvere problemi pratici, non in nome di astratte e dottrinarie teorie: non si tratta di governare di più o di meno, si tratta di governare meglio33. Uno Stato tutto delineato, quindi, in vista della libertà, un bene nel campo economico, nel campo religioso, nel campo politico, tenendo però presente che "tutte le libertà si attraggono e si danno la mano", per cui, alla fine, la libertà è una ed indivisibile: essa è il bene più prezioso dell'uomo34. "Il soffio della vita non può venire che dalla coscienza individuale": il sereno ottimismo del Minghetti affonda in questa profonda convinzione, per cui egli teme una sola cosa: "da sfiducia nella libertà"35.
Una rilettura delle opere del Minghetti dimostra quanto poco il suo pensiero sia eclettico, anche se abbraccia i campi più diversi e più disparati del sapere pratico. Certo, egli parla continuamente di armonia, di ordine, di temperamento, di giusta proporzione, di "assiomi medi", di tendenza media contro ogni unilateralità. Si è vista in questa sua insistenza una mera estensione al campo della teoria della politica del juste milieu, del giusto mezzo fra gli estremi, proprio del liberalismo dell'età della restaurazione. Ma, in tal modo, non si è approfondito il quadro concettuale, che sta dietro alla teoria dell'armonia del Minghetti: la sua teoria dei distinti lo porta a mettere in luce la diversità delle funzioni di una società ben ordinata, funzioni che devono essere armonizzate nella loro autonomia e non già mediate per confonderle Inoltre la sua mentalità analitica lo porta a ridefinire il concetto autentico, che si nasconde dietro alle parole comuni, per evitare ogni confusione pratica di tipo trasformistico, che nell'eclettismo può trovare il suo fondamento. Nel rigido separatismo fra Stato e Chiesa, nella radicale separazione tra politica ed amministrazione non c'è, certo, traccia di un giusto mezzo politico, perché queste distinzioni sono l'espressione di una radicale coerenza teorica. Il problema dei rapporti tra l'economia e la morale è - come si è detto - assai più complesso, perché il fine è quello di mediarle e non già di separarle. Ma la soluzione, che il Minghetti offre sul piano teorico, non si fonda certo su un opportunistico e contingente giusto mezzo, su un com-promesso politico fra le opposte forze in campo. Nel pensiero di Marco Minghetti c'è, però, un'altra novità: le distinzioni sono l'impianto teorico - Minghetti direbbe "filosofico" - sul quale egli innesta la valorizzazione delle allora nascenti (in Italia) scienze sociali, per cui tanti lo riconobbero poi in questo campo come un precursore.
L'affermazione della distinzione dello Stato dalla Chiesa lo porta a porre le basi del diritto pubblico, cioè di una teoria giuridica dello Stato. La scoperta dell'autonoma funzione burocratica lo porta a farsi promotore dello studio delle scienze amministrative, le quali forniscono una cultura non politica, ma essenziale ai complessi meccanismi di uno Stato moderno. Più complesso, invece, è il rapporto tra economia e morale, rapporto che, in ultima istanza, ha solo nella politica il suo momento di mediazione, perché essa resta l'arte architettonica del vivere sociale. Ma la soluzione di questa mediazione il Minghetti non l'affida al politico puro, che fiuta il giusto mezzo per raggiungere un mero compromesso. Per conciliare praticamente questa antitesi fra economia e morale bisogna, innanzitutto, conoscere le leggi dell'economia per non sperperare inutilmente ricchezza; in secondo luogo bisogna conoscere la situazione del paese, perché l'azione dello Stato nel campo economico deve essere di mera "supplenza" all'impossibilità degli individui e delle associazioni di provvedere da soli, con il fine ultimo, però, di favorire non la crescita dello Stato, ma quella della società civile, nella quale gli uomini debbono essere stimolati dallo Stato ad agire da soli o fra loro associati. Col termine "supplenza" il Minghetti volutamente indica una politica provvisoria, destinata a non essere più legittima, quando vengono meno i presupposti storici che l'hanno favorita. E ancora: per decidere, bisogna conoscere la realtà in cui si opera, adottare un metodo sperimentale, lontano da ogni estremismo ideologico, pronti a rettificare la rotta, se si hanno risultati perversi; inoltre bisogna calcolare il rapporto dei costi con i benefici o quello dei fini con i mezzi atti a raggiungerli. Per fare della politica il ponte fra l'economia e la morale era pertanto necessaria una cultura politica nuova, che si fondasse sulle scienze sociali, delle quali oggi - giustamente - si comincia a riconoscere essere stato il Minghetti in Italia un precursore. La mediazione e il giusto mezzo, per essere positivi, devono così fondarsi sul conoscere. Gli scritti dell'ultimo Minghetti, quali la Legislazione sociale o il Cittadino e lo Stato, pur avendo una finalità più pratica, restano fedeli alle premesse teoriche del suo primo volume, quello sull'Economia pubblica.
Marco Minghetti fu pienamente consapevole di vivere in un'età di crisi, segnata non solo da grandi rivolgimenti politici e da profonde trasformazioni sociali ed economiche, ma anche dall'incertezza delle menti e dall'irrequietezza degli animi, in seguito al processo di secolarizzazione provocato dalla scienza36. A questo contrappose con coerenza il suo progetto di ordine politico, fondato sull'armonia e sulla giusta proporzione, sulla chiarezza concettuale e sulla distinzione delle funzioni, per avere un ordine libero. Questa costruzione concettuale rispondeva, in fondo, al suo temperamento, sempre calmo ed equilibrato, lontano dalle polemiche e privo di rabbie, portato a dare ad ogni cosa il suo giusto posto.

5. I pregiudizi ideologici e filosofici di un oblio

Abbiamo iniziato sottolineando la scarsa cittadinanza, che ha il pensiero di Marco Minghetti nella storia del pensiero politico italiano. Per concludere, giova tornare su questo tema, perché un così generalizzato silenzio non può essere ascritto soltanto a dimenticanza o a malevolenza. A guardare le cose sino in fondo tre possono essere i motivi storici di tale dimenticanza, due dei quali affondano nel periodo stesso in cui il nostro stese le sue opere, un periodo di profonda trasformazione e di mutamento dei valori politici.
Marco Minghetti, anche per la sua età, non appartiene alla stagione eroica del Risorgimento; egli ne è perfettamente consapevole, tanto che, nel noto discorso del 1875 a Cologna Veneta, affermò che alla sua generazione era spettato il compito non della poesia, ma quello della prosa, un motivo della pubblicistica del tempo, a cui forse il Croce si ispirò per le prime battute della sua Storia d'Italia. Uomo della prosa e dell'ancor più prosaica amministrazione, in Minghetti non troviamo la passione dei grandi miti del nostro Risorgimento: non certamente quelli della Sinistra, come la rivoluzione e la repubblica, ma neppure quelli condivisi dalla Destra, come la nazione, l'unità e l'indipendenza. Quando scrive cominciano a maturare altre passioni e altri ideali, che non potevano, per forza di cose, riallacciarsi al suo insegnamento di cattolico liberale moderato: il dibattito politico è sempre più occupato dall'opposizione cattolica, che non poteva, naturalmente, avere il suo testo in Stato e Chiesa, e dai movimenti socialisti, che non potevano certo ispirarsi alla Legislazione sociale, opera destinata allora ad apparire paternalistica. Inoltre nel secondo dopoguerra si è privilegiata la ricerca - sotto sollecitazioni politiche - del filone democratico (e socialista) del nostro Risorgimento, quasi per tracciare una continuità dai giacobini al Partito d'Azione: ci si muove però in un orizzonte meramente ideologico, che non si confronta con la tradizione liberale, per soppesare lo spessore dei diversi autori e per verificare l'attualità delle loro soluzioni istituzionali e delle loro indicazioni politiche per i problemi di oggi.
In secondo luogo, dal 1870 assistiamo in Europa ad un grande tornante, nel quale i valori politici della prima metà dell'Ottocento vengono dimenticati o osteggiati. Per vie diverse trionfano nazionalismo e imperialismo, realismo politico e statalismo (alla Bismarck), industrialismo e capitalismo, edonismo e decadentismo, positivismo e materialismo. Un mondo di valori del tutto estraneo a Marco Minghetti: egli ispirò la politica estera saggia e prudente di Visconti Venosta, una politica nazionale senza alcun accenno nazionalistico o imperialistico; accettò e anche promosse l'industrializzazione italiana, ritenendola necessaria, ma sempre da controllare da parte di quel mondo di savi, che solo nella terra hanno le loro radici; contro l'edonismo e il decadentismo scrisse sin da giovane37, polemizzando contro la tendenza agli interessi materiali del suo secolo; dal positivismo (anche liberale)38 e a maggior ragione dal materialismo si sentì sempre estraneo, perché li considerava incapaci di risolvere il suo problema, che era un problema di libertà morale ed insieme politica. Fu accusato di bismarckismo, ma il suo realismo politico era quello di tutti gli uomini politici: era il senso della realtà e non una dottrina politica, che azzerasse i valori e gli ideali39.
Nella legislazione sociale continuamente ammoniva doversi seguire, se possibile, la via inglese, che puntava sulle libere associazioni della società civile, e non quella bismarckiana, che tutto affidava allo Stato, perché questa scelta finiva per ridurre il cittadino a mero suddito.
Marco Minghetti, vissuto in un'età di transizione, resta però profondamente legato ai valori del Risorgimento, anche se non si abbandona mai a grandi miti o ad ostentate passioni. E un uomo europeo nel pensare e nell'agire, per cui l'idea di nazione non sfocia nel nazionalismo; e l'unità e l'indipendenza resta per lui eminentemente un problema di politica estera. Il valore della libertà si è ormai tradotto in un compito assai più prosaico, quello pratico della costruzione di uno Stato rappresentativo di diritto, in un periodo in cui diventa dominante e centrale il problema amministrativo: il problema politico fondamentale, quello della Costituzione, era stato risolto con la monarchia e il governo rappresentativo, e ora si trattava di costruire l'amministrazione dello Stato, dalle autonomie locali alle finanze, dalla promozione dello sviluppo economico alla legislazione sociale, per non dimenticare il problema centrale di ogni amministrazione liberale, quello dello Stato di diritto. Un lavoro più oscuro, che spesso sfugge agli studiosi che amano puntualizzare le idee-passioni, perché sono esse a creare nuove stagioni storiche. Minghetti resta solo un esecutore, un amministratore degli ideali liberali del Risorgimento, ma con una profondità di pensiero che altri raramente ebbero.
La scarsa o scarsissima attenzione verso il pensiero del Minghetti è dovuta, però, anche ad un'altra causa, e questa, forse, è la più importante. Tutti gli storici sottolineano che, nella Destra, la vera testa pensante fu quella di Silvio Spaventa, rappresentante dello hegelismo napoletano (e non del pensiero meridionale). Questo è dovuto ad un grave pregiudizio filosofico, che porta a non intendere, o meglio a fraintendere, la vera natura del pensiero politico, che non può essere ridotto ad una mera identificazione del "politico" con lo Stato: in questo caso, infatti, nell'Ottocento, fra i maestri, si salva solo lo Hegel e devono essere ignorati i Tocqueville o i Mill. Un pregiudizio filosofico imposto fra le due guerre, dall'idealismo con le sue teorie dello Stato etico, e ripreso, nel secondo dopoguerra da un certo marxi-smo, che riscopriva in Spaventa il ruolo dello Stato nella realizzazione della giustizia e dell'eguaglianza.
Sul piano pratico Marco Minghetti e Silvio Spaventa potevano consentire su molte cose, sul riscatto delle ferrovie, sulla critica delle degenerazioni del parlamentarismo, nel quale i deputati erano soltanto portavoce di interessi locali o corporativi e non di valori generali, sulla difesa di una giustizia amministrativa40 contro le ingerenze della partitocrazia, che poteva far facilmente leva sulla mentalità di una burocrazia cresciuta sotto gli Stati assoluti. Ma entrambi, in un pacatissimo dialogo a distanza negli anni 1879-18814l, erano perfettamente consapevoli che i loro presupposti teorici erano assai lontani, anzi opposti. Lo storico non può privilegiare, perché "forte", il presupposto teorico di Silvio Spaventa contro quello "debole" di Marco Minghetti, perché nel loro dialogo assistiamo al perenne scontro fra monisti e pluralisti, fra chi privilegia lo Stato, massima sintesi dell'unità politica, e chi guarda alla società civile, come ad un nuovo spazio per il vivere libero.
Per gli hegeliani di Napoli lo Stato è la verità dell'individuo, della famiglia, della società civile, per cui lo Stato "che ci comanda, ci obbliga e ci sforza al bene comune, è il nostro volere stesso": lo Stato è "la coscienza direttiva" che deve guidare una nazione42, dirigere tutta la vita del paese. Il "formale" Stato di diritto non basta, se non realizza un'eguaglianza "sostanziale"43, convertendosi - per dirla con termini attuali - in Stato di giustizia (attraverso l'azione amministrativa). Marco Minghetti, invece, non vede nello Stato il protagonista dell'azione sociale e gli riconosce soltanto una mera funzione di supplenza quando gli individui da soli o associati - sono carenti. Proprio per questo non usa come termine chiave la parola Stato, ma quella di go-verno rappresentativo, che altro non è che un governo dei partiti, al quale egli vuole sottrarre soltanto l'autonomia, nel suo compito specifico, dell'amministrazione. L'unità politica non è un fatto imposto dall'alto, ma un processo che sale dal basso, tramite i partiti, gli organi di autogoverno locale, i consorzi pubblici e privati, gli enti morali autonomi, le li-bere associazioni della società civile44. Per la sua visione pluralistica il Minghetti è ostile ad ogni monismo, che definisce "cattolicismo statuale". E pensiero debole, questo? Io credo che - oggi - tutti noi stiamo vivendo, con i nostri peculiari problemi, proprio in quella tradizione o in quel filone di pensieri, a cui - a pieno diritto - Marco Minghetti appartiene come pensatore politico. Sono ancor oggi ogni giorno sul tappeto la questione del problematico rapporto fra le ragioni dell'economia e quelle dell'etica, la riscoperta della distinzione tra Stato e Chiesa, la difesa dell'amministrazione dalle ingerenze della partitocrazia, la ricerca di un equilibrio fra professionismo politico e compe-tenza tecnica.
Una città, una regione, un paese può trovare forza ed alimento nel prendere coscienza di una parte della propria storia: le piazze e le strade, che s'intitolano ai protagonisti del nostro passato, dovrebbero ogni tanto animarsi anche dei loro pensieri e accompagnarci, così, nel nostro camminare nella città politica.


1 Questi volumi, assieme ai saggi dal titolo La legislazione sociale (1882) e Il cittadino e lo Stato (1885), sono stati ripubblicati in M. Minghetti, Scritti politici, a cura di Raffaella Gherardi, Roma, Direzione generale delle informazioni dell'editoria e della proprietà letteraria artistica e scientifica, 1986; questa edizione si avvale di una Prefazione di Rosario Romeo, di una Introduzione e di una Bio-bibliografia di Raffaella Gherardi. A questa edizione, quando è possibile, faremo sempre riferimento.
2 Cfr. soprattutto i lavori di A. Berselli e di U. Marcelli in Gherardi Bio-bibliografia, cit.
3 L. Lipparini, Minghetti, con prefazione di N. Rodolico, 2 voll., Bologna, 1942.
4 B. Croce, Storia d'ltalia dal 1871 al 1915 (1927), Bari, 1943, p. 5.
5 F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, vol. I, Le Premesse, Bari, 1951, p. 652
6 G. de Ruggiero, Storia del Liberalismo europeo (1925), Bari, 1945, pp. 344-359
7 L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870 (1935), Torino, 1943. E.A. Albertoni, nella sua Storia delle dottrine politiche italiane, Milano, 1985, p. 317, dedica al Minghetti due righe. 
8 A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino, 1948, p. 656, ma cfr. pp. 156-8, 297-9 e passim. Un allievo di A.C. Jemolo ha scritto un intelligente volume sul tema: cfr. G. Caputo, La libertà della Chiesa nel pensiero di M. Minghetti, Milano, 1965. 
9 Cfr. R. Gherardi, Introduzione a Minghetti, in Scritti politici, cit.
10 Ibidem
11 V Pareto. Scritti politici Torino. 1974 vol. 1, p. 378. ma cfr. anche pp. 523 e 547
12 Così Armand Lévy, citato da R. Gherardi nella già ricordata Introduzione, p. 5.
13 M. Minghetti, Ricordi, 3 voll., Torino, 1888-1890, vol. I, p. 2.
14 Ibidem, p 152.
15 Cfr. Minghetti, Della economia pubblica, in Scritti politici, cit, p. 597
16 Cit. in R. Zangheri, Bologna, Roma-Bari, p. 32. Ma cfr. anche M. Minghetti, La legislazione sociale, in Scritti politici, cit., p. 783.
17 Cfr. Zangheri, Bologna cit., p. 35.
18 M. Minghetti, Discorso ai suoi elettori prununziato a Legnago alli 4 ottobre 1874 Roma, 1874.
19 Sui progetti del Minghetti cfr. A. Petracchi, Le origini dell"ordinamento comunale e provinciale italiano Venezia, 1962; C. Pavone, Amministrazione centrale e amministrazione periferica da Rattazzi a Ricasoli Milano, 1964; R Gherardi, Le autonomie locali nel liberalismo italiano (1861-1900) Milano, 1984.
20 Croce, Storia d'Italia cit., pp. 18-20, 75.
21 Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 385, 638-9.
22 A Omodeo, L'opera politica del conte di Cavour, Firenze, 1945, vol. I, p. 144.
23 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. I, Bari, 1969, pp. 539-40.
24 Così Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., p. 652, che segue il giudizio di Riccardo Bacchelli 
25 L'affermazione è del Crispi, riportata da D. Zanichelli nella sua Introduzione a M. Minghetti, Scritti vari, a cura di A. Dallolio, Bologna, 1896, p. LXIII; e su questa linea si muove giustamente R. Romeo nella Prefazione già citata, agli Scritti politici: basti pensare al comportamento del Minghetti nella repressione del brigantaggio o dei tumulti scoppiati in seguito all'annuncio della Convenzione di settembre (1864), Convenzione per la quale dovette dimettersi da Presidente del Consiglio, ma che fu un'abilissima e spregiudicata mossa diplomatica.
26 M. Minghetti, Intorno alla tendenza agli interessi materiali che è nel secolo presente (1841), ora in Scritti vari, cit., pp. 24-28. Ma cfr. anche Della economia pubblica, in Scritti politici, cit., p. 423, e Stato Chiesa, in Scritti politici, cit., pp. 457-8, 585.
27 Minghetti, Della tendenza agli interessi materiali, cit. pp. 25-28.
28 Minghetti, Ricordi, cit. vol. I, pp. 84-5, Stato e Chiesa, cit, pp. 589 ss.
29 Minghetti, Della economia pubblica, cit., pp. 114, 295, 297.
30 Minghetti, Stato e Chiesa, cit., p. 476.
31 Minghetti, Stato e Chiesa, cit., p 482.
32 Minghetti, I partiti politici, in Scritti politici, cit, p. 647.
33 M. Minghetti, Discorso all'Associazione Costituzionale delle Romagne pronunciato in Bologna il 17 novembre 1878, Bologna, 1878, pp. 14-15. 
34 Minghetti, Della economia pubblica, cit., pp. 418, 253.
35 Minghetti, Stato e Chiesa, cit., pp. 472, 553.
36 M. Minghetti, Dalla economia pubblica, cit., p. 349, e Stato e Chiesa, cit., pp. 569 ss.
37 Minghetti, Intorno alla tendenza agli interessi materiali, cit 
38 Minghetti, Ricordi, cit., vol III, pp 55, 79
39 "Noi credevamo alla giustizia e alla libertà, oggi si crede alla forza, ed al numero": così il Minghetti a Luigi Torelli il 21 ottobre 1886, in Chabod, Storia della politica estera italiana, cit, p. 104.
40 Cfr. Minghetti, I partiti politici, cit., pp. 711, 725-737: in fondo il Minghetti sembra però preferire i tribunali ordinari a quelli amministrativi. 
41 La polemica fra Marco Minghetti e Silvio Spaventa (e anche Francesco De Sanctis) va letta nella seguente sequenza: 21 marzo 1879: S. Spaventa, La politica e l'amministrazione della Destra e l'opera della Sinistra (ora in La politica della Destra, a cura di B. Croce, Bari, 1910, pp. 25-52), 8 gennaio 1880: Discorso di M. Minghetti nella Associazione Costituzionale di Napoli (Firenze, 1880); 7 maggio 1880: S Spaventa, La giustizia nell'amministrazione (ora in La politica della Destra, cit., pp. 53-106);1881: M. Minghetti, I partiti politici; 1882: S. Spaventa, L'allargamento del suffragio e i partiti politici (inedito, ora in La politica della Destra, cit., pp 459-476); 20 settembre 1886: Il potere temporale e l'Italia nuova (ora in La politica della Destra, cit., pp. 181-202).
Sempre polemico con Marco Minghetti, del quale non conosce le opere, è Francesco De Sanctis, che ora lo attacca duramente per il Discorso tenuto a Napoli: egli avrebbe utilizzato un suo saggio per una bassa polemica contro la Sinistra, dimostrando di essere incapace di salire a "quell'altezza dalla quale io guardava" (cfr. F. De Sanctis, I partiti e l'educazione della nuova Italia, Torino, 1970, pp. 389 e 95 ss.). Marco Minghetti rispose con I partiti politici, dimostrando, invece, di sapersi porre ad un livello concettuale ben superiore a quello del De Sanctis. Il dibattito sui partiti e sul parlamentarismo inizia con Stefano Jacini (I conservatori e l'evoluzione naturale dei partiti politici in Italia, Milano 1877) e impegna tutti i principali pubblicisti del tempo sino a Gaetano Mosca e Vittorio Emanuele Orlando, un dibattito che meriterebbe di essere ulteriormente approfondito.
42 S. Spaventa, La politica della Destra, cit., pp. 198-199, 226-227, e anche pp. 65-66.
43 Ibidem, pp. 419-420.
44 Minghetti, I partiti politici, cit., pp. 718 ss. e passim.

*Professore Emerito di Filosofia Morale - Università di Bologna

** Il saggio appare nel volume Filosofi politici contemporanei - Ed. Il Mulino, 2001, pp. 187-218

 

Elenco testi

Introduzione

Marco Minghetti: un liberale bolognese dal respiro europeo

Marco Minghetti: il liberalismo italiano tra scienza e politica

Minghetti e la destra storica

I "limiti razionali" dell'economia politica

Libera Chiesa in libero Stato

Alle origini della partitocrazia

Marco Minghetti, un liberale dimenticato