I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e
nell'amministrazione
DEL GOVERNO PARLAMENTARE COME GOVERNO DI PARTITO DEI PREGI E DEI
DIFETTI CHE GLI SONO INERENTI
Io prendo per dato che, qualunque sia la forma di governo, gli uomini
che hanno nelle mani la somma della cosa pubblica, in generale mirano al
bene del civile consorzio. Codesta proposizione per taluni sarà da porre
fra le illusioni più ingenue, e degna appena di entrare in qualche
utopia. E ci recheranno innanzi il tiranno "che libito fè licito in
sua legge", le oligarchie le quali oppressero le classi misere per
mantenere nella propria le ricchezze, la potenza, i privilegi; i governi
della borghesia dove i mediocri ed intriganti tengono il campo; e infine
le democrazie antiche e moderne nelle quali dominatrice è l’invidia che
calca i buoni, ed esalta i pravi. E coroneranno questi esempi con un
argomento tratto dallo studio della natura umana; avvegnaché l’uomo
mira all’utile proprio non all’altrui, anzi è pronto a immolare
questo a quello, e rinfrescheranno una massima che soprattutto nel secolo
scorso ebbe gran voga, cioè che così l’uomo singolo, come l’unione
di molti, e ogni classe della società e ogni corporazione tendono sempre
ad esorbitare, uscendo fuori dalla sfera dei loro diritti per invadere gli
altrui; onde la scienza delle costituzioni parve la scienza dei freni.
In tutto ciò havvi molto di vero, e nondimeno volgendo lo sguardo
all’andamento generale degli eventi umani, non a questo o a quel fatto
peculiare, io sono d’avviso contrario per due cagioni che dirò breve,
non essendo qui luogo ad entrare in una discussione morale dell’indole
dell’uomo. Ma parmi certo che a chiunque regge la cosa pubblica si
parano innanzi ogni giorno molte deliberazioni da prendere, nelle quali
l’interesse proprio non ha parte, o ne ha una remotissima, per modo che
soverchia la previdenza comune, e in questi casi l’uomo tende a fare il
bene, salvo pochi efferati né quali il male per sé stesso e cagione di
diletto1 . E l’altra considerazione è che l’interesse di ciascuno
nella più parte dei casi consente coll’interesse generale, e spesso
quel che a noi pare gara, conflitto, e pugna torna a maggior utilità a
tutti. Veramente gli economisti hanno abusato di questo argomento quando
vollero dedurre dalla illimitata concorrenza in ogni tempo e in ogni luogo
il massimo dei beni della società, ma ciò non toglie che normalmente la
concorrenza non sia elemento necessario e benefico; e forse Adamo Smith
ritrasse questo vero con colori più temperati e più genuini dei suoi
seguitatori. Ma oltre a ciò si vuol notare che se la somma dei mali
prodotti dagli uomini che governano e ammaestrano i popoli più o meno
direttamente superasse la somma dei beni, non si spiegherebbe il progresso
della civiltà, anzi la società a breve andare si dissolverebbe, e
cadrebbe in totale ruina. E questo mi pare argomento precipuo contro il
pessimismo storico. Laonde facendo pur ragione dei cattivi governi e dei
tristissimi loro effetti, non posso rinunziare al concetto onde io presi
le mosse; cioè che il complesso delle azioni di coloro che reggono la
cosa pubblica, è generalmente indirizzato più al bene che al male:
maggiore o minore, secondo i luoghi ed i tempi, ma pur in tal grado che
presa una lunga tratta di secoli, il bene può prevalere al male sulla
terra.
Dalle considerazioni di filosofia morale passando a quella di filosofia
politica, gli studiosi si posero ad investigare qual sia la forma di
Governo nella quale possa presumersi che il massimo degli effetti buoni si
consegna con facilità e con sicurezza; e non ricorderò la sentenza di
Aristotele professata eziandio dai più grandi uomini a lui posteriori
sino ai dì nostri, che il governo misto sia da preferirsi; ma dirò solo
non esservi un tipo assoluto di tal fatta, acconcio a tutti i popoli in
ogni età e sotto ogni plaga di cielo. La storia dimostra primieramente
che gli ordini di governo debbono conformarsi allo stato economico,
intellettivo e morale, insomma alla civiltà dei popoli, e dimostra
inoltre che non vi ha forma di governo che sia scevra d’inconvenienti.
Per la qual cosa il filosofo e l’uomo di stato sono costretti a
scegliere quella che ne contiene minor numero relativamente alle altre e
che comporta un certo grado di civiltà e favoreggiarla come ottima. Ma
dal sopraddetto discende eziandio questo vero, che qualunque essa sia,
v’ha mestieri di contrappesi e di freni che impediscono ad ognuno che
partecipi alla potestà sovrana di trasmodare. Or quando una società è
giunta a certo grado di coltura ivi si sveglia un desiderio intenso e se
ne diffonde il sentimento, della partecipazione dei cittadini al governo,
la quale partecipazione può essere di due sorta: consultiva e
deliberativa. Consultiva è quando vi sono ordinati consessi di uomini
prudenti che il Governo interroga per avere informazione, consiglio,
apparecchio di leggi; deliberativa quando la potenza di fare le leggi, e
lo stanziamento delle entrate e delle spese appartengono ai cittadini o
direttamente o per mezzo dei loro rappresentanti.
E qui c’incontriamo nel regime rappresentativo, onde fu resa possibile
la partecipazione dei cittadini al governo anche nelle grandi e popolose
nazioni, e del quale tanto fu scritto che sarebbe superfluo ritornavi
sopra. Ma da questa forma generica si passa al regime costituzionale del
quale sono cardini fondamentali la rappresentanza elettiva del popolo in
una e spesso anche in due assemblee, e la responsabilità ministeriale
sotto un’autorità suprema che concilia i conflitti e modera
l’andamento della complicata macchina. Però nello stesso reggimento
costituzionale vi sono forme diverse. In alcuni paesi come la Germania e
l’Austria, le assemblee pur votando le leggi e il bilancio, non hanno se
non per indiretto ingerenza nell’andamento quotidiano della cosa
pubblica, e nell’indirizzo politico interno ed esterno. Se il ministro
dee alla lunga mettersi d’accordo colle assemblee, non perciò hanno
queste un influsso immediato nella sua formazione. Ma in altri governi
costituzionali non solo le Assemblee esercitano un quotidiano sindacato
sulla potestà esecutiva, ma questa non può durare se non in quanto abbia
la fiducia dell’assemblea elettiva che col suo voto la designa o
l’abbatte. Quest’ultima forma che è propriamente quella che si chiama
governo parlamentare si ritrova in Inghilterra, nel Belgio, in Spagna, in
Grecia, in Italia ed in Francia.
Ho citato anche la Francia fra questi governi; avvegnaché l’esser di
monarchia e di repubblica non muti punto la sostanza sua nella parte che
noi consideriamo. Che il magistrato supremo sia ereditario ovvero
elettivo, a vita o a tempo, ciò non toglie né menoma quegli effetti che
noi vogliamo esaminare. Ma dallo studio di queste varie forme di liberi
reggimenti, sembra derivarne come conseguenza necessaria, che la somma
della cosa pubblica debba essere affidata a coloro che esprimono in un
dato momento la opinion pubblica nella sua maggior parte, e nelle sue più
spiccate tendenze: e che qualora codesta opinione muti, anche gli uomini
cedano il governo ad altri che meglio la rappresentino. Insomma pare
inevitabile che nei reggimenti liberi al mutarsi della opinione generale
della nazione, segua un alternarsi di partiti al governo, però in grado
diverso di estensione e di rapidità. Fra tutti poi il governo
parlamentare più ancora di quello strettamente costituzionale e
rappresentativo, sembra non potersi disciogliere dalla condizione di
essere un governo di partito.
E qui bisogna definire la parola partito. Io ritornerò fra breve sulle
sue origini, ma dico che oggi s’intende per partito un’accolta di
uomini aventi voce nella cosa pubblica i quali concordano nelle massime
fondamentali circa il modo di governare, e cooperano tutti insieme affinché
siffatto modo e non altro si tenga.
Sotto il governo assoluto è evidente che l’opinione del Capo dello
Stato è la sola decisiva. Se il più delle volte esso porge ascolto e si
piega al consiglio dei suoi ministri, se questi alla volta loro sentono
l’influsso dell’opinione pubblica, però la finale deliberazione
spetta ad un solo il quale non ha obbligo di consultare chicchessia, né
di render conto ad alcuno del suo operato. Vero è che anche nei governi
assoluti formasi a poco a poco una abitudine di regolarità e di legalità
che è rappresentata da quella che chiamasi burocrazia la quale talvolta
tien fronte anche ai soprusi dei superiori, ma veri e propri partiti
politici non appariscono. Vi sono bensì forze occulte, sette,
cospirazioni, congiure nel popolo, e nelle corti intrighi di anticamera, e
quindi mutazioni di politica e paci e guerre per azione segreta di
ministri, o di cortigiani: ma non è ciò che noi trattiamo al presente.
Quando invece i cittadini pigliano parte alla cosa pubblica, allora si
formano e si manifestano partiti diversi. Pongasi pure in tutti lo scopo
sincero del bene della patria, ma nel giudizio dei mezzi che vi conducono
non può non esservi diversità di opinione fra gli uomini. Onde discende
che coloro i quali intendono di seguire certi concetti loro comuni, e
vogliono che si operi ad un medesimo modo nelle parti più sostanziali del
pubblico reggimento, fanno accordo fra loro, e se non espressa pur vi ha
una tacita intesa che li collega. L’idem de republica sentire è insomma
il fondamento che natura pone al partito politico: ma siccome non tutti
possono idem sentire in tutto, indi nasce la distinzione dei partiti.
Molte poi sono le cagioni che a formarli cooperano. Dapprincipio la natura
e la disposizione dell’animo per la quale altri è spontaneamente
avventuroso e amatore di novità, altri cauto e peritoso teme che ogni
cambiamento sia un male, e questi sarà di necessità più conservatore di
quello. Alla natural disposizione bisogna aggiungere la tradizioni di
famiglia, perché se qualche antenato si è illustrato nella difesa di
alcuni principi, molto probabilmente il figlio o il nipote si terranno
legati quasi dall’onore del casato a professare le medesime idee con
vivacità e fierezza, e di ciò abbiamo in Inghilterra copiosissimi
esempi. Segue l’educazione i cui effetti nella maggior parte degli
uomini sono sommamente notevoli. E infine le circostanze in mezzo alle
quali un uomo è vissuto, gli amici della sua giovinezza, i maestri, i
compagni di studio determinano nella sua mente una maniera di giudizio che
diviene abituale, e nella quale poi l’amor proprio, il sentimento di
coerenza e di dignità lo mantengono tenacemente.
Finalmente a tutte queste cose sovrasta, e profondamente le modifica
l’interesse privato, potentissima molla dei pensieri e delle azioni, che
spinge l’uomo ad abbracciare un partiti piuttosto che un altro, secondo
la speranza ch’egli ha di trovarvi potenza, ricchezza ed onori. Però
l’interesse non è la sola molla del cuore umano come taluni pretesero.
Il dimostrarlo né si appartiene a questo libro, né sarebbe qui
opportuno; ma per riguardo ad opinioni politiche, io ricordo di aver udito
raccontare nella mia infanzia di due bolognesi dei quali la legislazione
napoleonica, improvvisamente introdotta, mutò in tutto le condizioni.
L’uno che doveva essere erede di un gran patrimonio fidecommissario
rimase pressoché misero, e l’altro per libertà del testare divenne
ricchissimo. Eppure questi perseverò nell’essere nemico giurato dei
nuovi ordini, quegli si gettò a piene vele nella tempesta della
rivoluzione. Pertanto si può concludere che i partiti hanno una necessità
razionale e storica e che molte e varie cagioni determinano gli uomini ad
aderire all’uno più che all’altro. Questo riguarda il singolo
cittadino o, per usare una locuzione moderna, il subbietto.
Ma ci è un’altra cagione obiettiva che contribuisce alla formazione dei
partiti, e dipende da ciò che le leggi sono proposte da pochi, ma
discusse e deliberate da molti, riuniti in una o più assemblee. Ora per
guidare un’assemblea ad un dato fine è d’uopo disciplinarla. Se
ciascun membro di essa in ogni articolo di legge volesse far prevalere il
proprio concetto a quello degli altri, e perciò votasse sempre e soltanto
secondo il proprio giudizio individuale, ne verrebbe tale una confusione
nel risultamento delle discussioni e delle votazioni da rendere l’opera
legislativa dell’assemblea piena di discrepanze. E il Ministero che
dovrebbe goderne la fiducia sarebbe di giorno in giorno messo a
repentaglio di perderla. Quando invece si formano due grandi opinioni o
partiti, in favore e contro i principii generali che informano la legge,
ivi ognuno del trionfo di questi principii pospone una parte delle sue
opinioni secondarie, sicché l’opera legislativa riesce coordinata e fra
sé medesima congruente. Così il fatto stesso di procedersi per mezzo di
assemblee rende necessaria la costituzione dei partiti. E finalmente vi
sono taluni casi nei quali è mestieri che un’assemblea voti delle leggi
o delle imposte che sono impopolari. Indarno il deputato singolo
cercherebbe in sé medesimo, o nel puro sentimento del dovere la forza di
sfidare questa impopolarità: ciò che lo anima, lo rinfranca, lo induce a
farlo, è il sentirsi strettamente unito a molti altri suoi colleghi che
hanno gli stessi interessi e gli stessi obblighi, e che prendono con lui
la responsabilità della deliberazione. Aggiungasi infine che la
Costituzione dei partiti induce necessità di stabilire principi direttivi
chiari e coerenza nel seguirli: e però fermezza di carattere in coloro
che li abbracciano, e nelle assemblee deliberanti una disciplina efficace.
Cesare Balbo in quel suo libro della monarchia rappresentativa in Italia
che sventuratamente rimase incompiuto2 pigliò apertamente la difesa delle
parti politiche non solo dal lato della necessità ma della utilità;
disse virtù dei governi liberi in generale far che le fazioni diventino
parti, virtù dei governi rappresentativi in particolare, portar le parti
della piazza alle aule parlamentari, virtù della educazione politica
ridurre le parti di numerose e complicate che si mostrano talvolta,
ridurle dico a due sole, quella che sostiene il ministero e la
opposizione. Imperocché il ministero non sia che l’una delle parti che
ha i suoi capi al governo. E invocò nelle parti la disciplina: nemico a
quei centri, mezzi centri, centri destri, centri sinistri quasi rose di
venti e di tempeste: nemicissimo a quelli che si dicono indipendenti, e
che si destreggiano fra l’una parte e l’altra senza convincimento di
sorta alcuna.
Che se guardiamo all’Inghilterra come esemplare, ci è facile di
scorgere che la divisione dei partiti è la tessera che ci conclude
attraverso la storia di quella grande nazione. Il Macaulay nel suo libro
ne registra per dir così la data del nascimento3 : "Quel giorno,
dic’egli, in cui le Camere di nuovo si radunarono (narra del Parlamento,
chiamato lungo, che dopo aver seduto per dieci mesi, e pigliato un riposo
di sei settimane, si riuniva di nuovo nell’ottobre 1641) è una delle
date più notevoli della storia inglese. Imperocché da quel giorno
presero ordinata forma i due grandi partiti che d’allora in poi
occuparono a vicenda il governo. In un certo senso può dirsi che
esistevano anche prima, e allora solo divennero manifesti, anzi può dirsi
che v’erano stati sempre, e sempre vi saranno. La differenza loro trae
origine da differenze naturali di temperamento, d’intelletto,
d’interesse le quali non verranno meno sinché le menti umane non
cessino dall’essere tirate in opposta parte dal compiacimento
dell’abitudine, o dalla vaghezza della novità. Non solo in politica, ma
in letteratura ed in arte, nelle scienze stesse, nella chirurgia, nella
meccanica, nella nautica, perfino nella matematica se ne scorgono i segni.
In ogni tempo vi furono uomini che guardavano con affetto a tutto ciò che
è antico, a anche dopo esser stati convinti della bontà ed utilità di
una innovazione, non seppero risolversi ad accettarla che a mal in cuore.
In ogni tempo vi furono uomini di vivide speranze, e di calda fantasia che
inoltrandosi arditamente non tennero conto dei rischi e degli
inconvenienti che le innovazioni seco adducono, volenterosi di chiamar
progresso qualsiasi mutamento. Negli uni e negli altri v’ha una parte da
approvare, ma gli esemplari loro migliori si trovano non lungi dalla
comune frontiera. Color che più si dilungano da quel mezzo da una parte
sono retrivi e bachettoni, dall’altra empirici spensierati o
temerari".
E il Grey4 notò similmente che il governo parlamentare è essenzialmente
un governo di partito, avvegnacché la condizione precipua della sua
esistenza è che i ministri della Corona possano dirigere l’opera del
Parlamento, e l’esperienza ha provato che nessuna assemblea popolare può
essere diretta con perseveranza senza capi riconosciuti, e senza un buon
ordinamento di partiti. E basta leggere gli scrittori speciali5 per esser
persuaso di quanta efficacia il sistema delle parti sia stato al governo
della cosa pubblica, e al bene nazionale.
Burke, uno degli ingegni più robusti e più acuti nelle scienze
politiche, definisce e difende il tema così: "Un partito è una
riunione di uomini collegati insieme per favorire in comune coi loro
sforzi il bene della nazione, inteso da essi secondo certi principi sui
quali sono tutti d’accordo. Gli uomini che pensano liberamente possono
in qualche punto non pensare egualmente: però siccome la maggior parte
dei provvedimenti che si debbono pigliare, hanno relazione o dipendenza da
qualche principio che si reputa di grandissima importanza per
l’andamento della cosa pubblica, così è da credere che sarebbe
disavventurato colui che nella scelta dei suoi amici politici non
accordasse con essi delle dieci almeno nove volte". E altrove:
"I buoni effetti dello spirito di partito in Inghilterra son
molteplici e importanti. Il primo è che dà stabilità alle opinioni
varie, sottili, fuggevoli degli uomini politici, rannodandole in modo
duraturo e principii saldi e costanti. Il vero uomo di parte ha in sé
certe norme generali di politica, simili alle leggi universali della
morale, secondo le quali risolve qualsivoglia questione nuova e dubbiosa.
La fede nella giustizia di quei principii lo mette in grado di resistere
alle tentazioni dell’interesse, e ai sofismi coi quali vengono innanzi o
si propugnano speciosi disegni; la sua condotta acquista un abito fermo,
che si collega alla dirittura della mente, e all’integrità
dell’animo. Infine la unione di più persone negli stessi pensieri
accresce il vigore necessario a sostenere provvedimenti che rimarrebbero
negletti o ineffettuabili, e talora a prima giunta repugnanti, i quali
nondimeno mercé gli sforzi gagliardi e indefessi di un partito, finirono
per diventar legge e produrre frutti copiosi di pubblica utilità ".
A questi pregi altri ancora se ne potrebbero aggiungere. Prima di tutto
gli uomini per la speranza di poter salire al governo quandocchessia
legittimamente, e far trionfare le opinione loro, sono indotti a vincere
la naturale impazienza che li spingerebbe a combattere a tutta oltranza ciò
che alla volontà loro si oppone, e a minacciare eziandio la pace pubblica
piuttosto che rassegnarsi ad attendere con longanimità che venga la volta
loro di governare. E’ questo un altro risguardo dell’idea già
espressa che i partiti spengono le fazioni, e che le divisioni utili
spengono le dannose: la qual cosa fu avvertita anche dal Macchiavelli come
avrò occasione di ricordare più volte. E certo se il partito opposizione
in Francia al tempo di Luigi Filippo, non fosse stato sempre troppo
rigidamente tenuto lontano dalla cosa pubblica, si può verosimilmente
credere che la rivoluzione del 1848 o non sarebbe avvenuta, o avrebbe
ritardato di assai tempo. In questo senso potrebbe dirsi che sia stato
anche giovevole all’Italia che il partito della Sinistra sia venuto al
governo nel 1876.
Taluni scorgono eziandio nelle gare dei partiti e nell’alternarsi loro
alla direzione della cosa pubblica una feconda necessità di acuire
l’ingegno e di scoprire ognora nuove provvisioni e nuove sorti di beni
pel popolo a fine di guadagnare la fiducia. Imperocché come afferma un
recente scrittore, in un paese libero nessun partito può arrogarsi il
monopolio degli statisti abili, e neppure può dirsi in certi momenti
esente da errori .
Ma il Grant Duff disse un giorno che nella mutabilità dei ministri, la
quale è effetto appunto di codesto alternarsi delle parti al governo di
che parliamo, scorgeva anche un altro vantaggio, quello cioè che di
sciogliere le questioni tecniche dalle pastoie dicasteriche. La
burocrazia, diceva egli, finirebbe alla lunga col signoreggiare i ministri
ed imporrebbe loro una decisione a suo grado. Ma l’intelligenza fresca
del nuovo ministro vi si oppone, ed impedisce che l’amministrazione
irruginisca, divenga troppo sollecita delle forme, e invada anche il campo
della politica.
Da ciò si vede che la formazione dei partiti ha le sue cagioni naturali,
razionali, storiche, e di civile utilità. Non so che in Inghilterra
questa teoria sia stata contrastata da alcuno, che anzi forma per dir così
un articolo del credo di quegli uomini politici. Non già che non si
avvertissero nel passato, e non si avvertano anche oggi gli inconvenienti
del sistema, ma i vantaggi sembrano di gran lunga maggiori. Pure fra
coloro che fecero più amara critica dei partiti havvi lord Brougham del
quale gioverà ricordare le considerazione .
Ciò che colpisce la sua mente innanzi tutto è che quando un partito ha
il governo nelle mani, l’altro che ne rimane escluso, non può rendere
alla cosa pubblica tutti i servigi ai quali sarebbe atto. Ecco, dic’egli,
uomini illustri, saggi, eloquenti, patriotti ardentissimi. Perché
militano essi sotto opposta bandiera? Se mirano a servire la patria collo
stesso obbietto del pubblico bene, perché i loro atti si contrariano
invece di unirsi? Perché adoprano gagliardi sforzi e pongono talvolta in
atto virtù eroiche non al fine di resistere a nemici della terra nativa,
ma per combattersi fra loro? Invero chi ben guardi direbbe che la
sostituzione è una grande anomalia perché esclude dal servire la patria
una metà degli uomini più capaci, e costringe codesta metà a logorar le
sue forze in un conflitto coll’altra, anzicché riunirle insieme, e
rivolgerle al bene di tutti. Dicono i teorici, segue il Brougham, e i
caldi propugnatori del sistema, che la origine dei partiti sta nella
differenza delle opinioni e dei principii: ma chi ficca gli occhi al fondo
ci trova invece di questo testo romantico un testo più positivo, quello
degli interessi. La storia inglese è secondo il parer suo quella di
alcuni grandi uomini e di alcune nobili famiglie che si contendono la
potestà, le ricchezze, gli onori. E le due parti ebbero quasi sempre
molte idee comuni, ma quel che era bene per gli uni diventa un male se
proposto dagli altri. Le leggi di coercizione, e la sospensione anche
temporanea della costituzione, erano abborrite dai Whigs se le proponevano
i Tories: venuti sù quelli, essi stessi le proponevano egualmente. I
Whigs quando ritornavano nell’opposizione, erano per la pace e per le
economie; saliti al governo non si curavano né dell’una né delle
altre. Se Burke e Fox fossero stati ministri al momento della grande
ribellione americana, non avrebbero certo ricusato di reprimerla né si
sarebbero ritirati dall’ufficio per questa cagione: ma essendo invece
all’opposizione, divennero caldi fautori degli americani. E perché la
emancipazione dei cattolici, e le altre riforme che i Tories avevano
fieramente combattuto, furono poi da essi stessi messo innanzi per ciò
solo che riguardavano codeste riforme come mezzo di conservare il governo?
Però lo stesso autore fa poco appresso un’altra considerazione che in
parte distrugge l’efficacia del suo argomento ed ‘ la seguente. Posto
ancora che i partiti si formino per interesse e per cupidità, non è men
vero che sono costretti a scegliere un certo indirizzo e professare certi
principi determinanti che espongono al popolo con accento di persuasione.
E siccome il popolo non pone in dubbio la sincerità loro e poco si briga
d’investigare se le opinioni professate siano o no un mezzo di afferrare
il governo, ma le accetta in buona fede, così l’opinione popolare
finisce per esercitare un influsso notevole sui suoi capi, e per così
dire li incatena anche loro malgrado, alle massime che hanno proclamato.
Ma rimane pur sempre vero che da codesto sistema due mali inevitabilmente
provengo: la impotenza nella quale tutta una schiera di uomini abilissimi
è messa di servire utilmente il paese, perché non appartiene al partito
che governa; e la perdita di forze utili che nel giuoco dei partiti troppo
sovente si logorano per combattersi a vicenda anche a discapito del vero e
del giusto.
Nondimeno dopo tutte queste considerazioni il Brougham non sa escogitare
miglior forma di reggimento, anzi non immagina pure che un’altra le si
possa sostituire, onde la necessità di accettare gli inconvenienti in
risguardo ai benefici, dei quali a vero dire usufruì largamente il gran
Cancelliere: se non che potrebbe dirsi che mentre esso fu eccessivo ed
ingiusto nell’assegnare ai partiti come origine il solo interesse
privato, non fu poi abbastanza profondo nell’analizzare gli
inconvenienti.
E per vero anche rimanendo nello stesso ordine di idee da lui messe
avanti, quello cioè che una parte degli uomini più eletti sono rimossi
per cagioni di partito dal prestare utili servigi alla patria, egli
avrebbe potuto andare più innanzi, e deplorare altre conseguenze; come
questa per esempio che un ministro abilissimo talvolta sia costretto a
rinunziare al suo ufficio per una questione che non lo riguarda punto, e
forse appena tocca l’indirizzo generale della cosa pubblica. Poniamo un
militare valoroso, sapiente ordinatore di eserciti, servo nel mantenere la
disciplina, pronto a cogliere e usufruttuare al bene della sua nazione
ogni miglioramento che la scienza e l’arte discoprono: eppure
quest’uomo potrà esser costretto a lasciar le redini del suo dicastero
per una questione di tariffe doganali, di relazioni fra Stato e Chiesa o
checché altro, quando il primo ministro ne abbia fatto argomento di
fiducia o di sfiducia dell’assemblea. E però non è destituita di
fondamento l’osservazione di uno scrittore americano che nel governo
parlamentare rade volte l’uomo può esercitare a prò della patria tutte
le facoltà ond’è dotato, e n’é impedito tal fiata per cagioni al
tutto estranee alla propria abilità. E se si aggiunge che il Parlamento
piglia gran parte della sua giornata, non solo per giustificarsi quanto ha
operato, ma altresì per maneggiare quella che chiamasi tattica delle
assemblee, e che perciò egli deve in cose estranee al còmpito suo,
dissipare parte di quelle forze che più utilmente sarebbero state
adoperate nell’ufficio assegnatogli, se ne trae la conclusione che la
forma parlamentare non sia atta a cogliere il massimo e miglior lavoro che
ciaschedun uomo potrebbe, secondo la sua idoneità, fornire allo Stato.
Chi volesse ritrarre tutti gli argomenti che dalle condizioni dei partiti
hanno cavato le varie scuole filosofiche o politiche che per varie cagioni
avversano il reggimento costituzionale, avrebbe gran messe. Ma non potendo
dilungarmi troppo, né entrare in considerazioni spesso estrinseche al
subbietto, dico solo che il Brougham ha dimenticato più altri
inconvenienti che pur colpiscono la mente di chi media sull’argomento.
Gravissima è per me la contraddizione fra il motivo onde gli uomini
politici sono innalzati al governo della cosa pubblica, e una delle
tendenze più spiccate del tempo moderno. Imperocché il progresso delle
scienze, e la divisione del lavoro che ognor più si attua in ogni maniera
di opere, e di produzione, sembrano richiedere che il governo sia posto
nelle mani non solo degli uomini più capaci in modo generico, ma di
quelli che sono più specialmente versati, e propriamente periti nelle
parti che debbono esercitare. Avverta bene questo punto il lettore, che al
nostro tempo ogni pubblico servigio tende a diventare scientifico e
tecnico. Ora la forma parlamentare e il governo di partito sono
l’antitesi di questo principio. Imperocché nella scelta di un ministro
più che della competenza si dee tener conto delle opinioni politiche che
egli professa: laonde se le due cose si trovano riunite in un uomo, egli
è più per accidente che per intrinseca necessità. Si direbbe quasi che
l’uomo di partito debba avere per virtù infusa tutte le attitudini,
avvegnacché non sia raro il caso che venga chiamato indifferentemente a
reggere le finanze, la marina o i lavori pubblici. Il quale difetto si
riscontra eziandio presso di noi, e fa pietà veder tal fiata collocati a
reggere un dicastero tecnicissimo degli uomini che in vita loro nulla mai
conobbero, nulla mai studiarono della materia.
Un altro difetto dei governi di partito è la esagerazione delle proprie
idee che nasce dal continuo considerare i fatti sotto un solo aspetto, e
dall’abitudine di contraddire ad ogni idea opposta alla propria, e
quindi la ostinazione nell’errore, la quale si coonesta col nome di
fedeltà al partito, e si glorifica come virtù. Di tal guisa l’uomo
diviene unilaterale nei suoi giudizi; e riesce poi inetto a scorgere ciò
che può esservi altrove di vero; e questa esagerazione delle proprie
idee, e questa ostinazione nel negare ciò che può esservi di buono nelle
idee diverse, abitua gli spiriti alla parzialità dei giudizi e il difetto
ripetuto diventa vizio. Finalmente si forma quello spirito politico che se
non nerro il nostro abate Galiani parlando degli inglesi chiamava
monacale, onde un’accolta d’uomini che pur hanno libero pensiero, e
digiogata volontà, si acconciano a severa disciplina infrenatrice
dell’uno e castigatrice dell’altra; e si vantano di vivere in
soggezione, fino al punto che qualunque deviazione dalle idee del partito
pare loro apostasia e delitto. Lascio stare il patronato e la clientela
che si forma di questa guisa, per la qual cosa si cerca sempre di
innalzare gli amici proprii, colmarli di favori, respingere gli altri, e
chiuder loro al possibile l’ardito a salire: ma di ciò più innanzi.
Egli è certo che pel maggior bene della cosa pubblica sarebbe a
desiderarsi che i dissensi fra coloro che rappresentano il popolo fossero
men lati, e men aspri che sia possibile, e si cercasse colla persuasione
di accostarli, o almeno di toglier loro ogni acerbità. Ma in quella vece
lo spirito di parte infervorandosi produce l’effetto contrario, rende
cioè ogni dissenso più spiegato ed acre, più ancora che nol sarebbe per
sé medesimo naturalmente. Di guisa che può dirsi che se la discrepanza
delle opinioni è cagione prima dei partiti, la costituzione dei partiti a
sua volta stimola la discrepanza delle opinioni, e ne allontana la
conciliazione. Imperocché quando si sono formate delle aderenze e delle
tradizioni, sciolto un problema che formava oggetto di disputa si va in
traccia di un altro: sicché in taluni casi non è la questione variamente
intesa e risoluta che giustifica il partito, ma è il partito che suscita
la questione nel proprio interesse.
Ognun vede che di fronte ai pregi del governo di partito stanno non pochi
difetti. Oltre a quelli accennati da Lord Brougham, io vi scorgo la
negazione della tendenza scientifica e tecnica, la parzialità e la
esagerazione delle idee, la repugnanza infine a conciliare i dissidi col
partito avverso, anche laddove il farlo sia agevole ed utile alla patria.
Sarebbe possibile aver un governo libero, costituzionale, parlamentare,
senza che sia governo di partito? Questo fu proposto da alcuni, e fu anche
tentato di risolvere, ma ne parlerò più particolarmente nel capitolo
terzo. Per ora mi ristringo a dire che i difetti che abbiamo descritto
sopra sembrano insiti a tutte le forme di libero governo, ed esercitano un
influsso notevole sulla politica, sull’indirizzo generale interno ed
esterno, e più o meno eziandio sulla formazione delle leggi. Ma non sono
i soli difetti. Ve n’hanno altri i quali non sembrano così connaturali
al governo di parte, ma che però facilmente vi si aggiungono ed arrecano
mali gravissimi. Uopo è dunque che li esaminiamo con qualche diligenza,
poiché, come porta anche il titolo del libro, è intorno ad essi che si
svolge principalmente la nostra trattazione. |
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