I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e
nell'amministrazione
SE SIA POSSIBILE UN GOVERNO PARLAMENTARE SENZA PARTITI
Io ho delineato nel capitolo primo i pregi ed i difetti del Governo di
partito che sono per così dire da esso inseparabili. Ho quindi toccato
nel capitolo secondo di altri difetti che facilmente vi si aggiungono e
sono anche più pericolosi perché s’insinuano nella giustizia e
nell’amministrazione, e gustandole traggono la società a mali
altrettanto gravi e intollerabili quanto quelli del dispotismo. Natural
cosa era che gli avversari del governo costituzionale ne traessero
argomenti a fortemente combatterlo, e così fecero. Taluni hanno spinto il
furore sino a chiamarlo barbarico a cagione appunto del sistema della gara
e vicenda dei partiti, e delle differenze e contrapposizioni fra i
pubblici poteri. Ma costoro messi poi alla prova d’immaginare qualche
cosa di più perfetto falliscono, o disviano sovente in pedanterie rancide
o in astrattezze impraticabili. Imperocché essi non considerano ciò che
toccai sopra, cioè che disputando di forme di governo si tratta non
d’immaginare l’ottimo, ma di riconoscere ciò che arreca maggior
numero di beni, e minore di mali, e similmente che la stessa forma di
governo non si attaglia egualmente alle condizioni di tutti i tempi e di
tutti i luoghi; e come oggi sarebbe impossibile applicare la costituzione
di Solone o di Licurgo o le istituzioni politiche romane, così il governo
parlamentare è quello che sembra meglio rispondere alle esigenze della
moderna società. Pertanto io lascio costoro alla orgogliosa ed ignorante
baldanza onde maledicendo a tutti, sé medesimi adorano.
Ma se il governo costituzionale, divenuto in alcuni paesi parlamentare,
sembra rispondere meglio alle condizioni della moderna società, pur
nondimeno esso fu introdotto troppo di recente nel mondo, perché possiamo
giudicarlo colla testimonianza dei fatti. La sola Inghilterra ci dà una
prova di oltre due secoli, veramente meravigliosa, ma oltrecché ivi la
costituzione aveva sue radici antichissime nella tradizione, e nel costume
ancor più che nelle leggi, si può dire che la vera forma parlamentare
come oggi s’intende non vi si esercita e non da trent’anni. Ebbe
adunque ragione il Principe Alberto marito della regina Vittoria quando
pronunziò quella sentenza che a taluni inglesi seppe di forte agrume:
rapresentative government is on its trial. Che se il governo
rappresentativo in Inghilterra si può riguardare come ancora in prova,
che diremo noi degli Stati continentali d’Europa, nei quali appena
comincia a svolgersi e mostrare i suoi effetti? Certamente la Francia non
ci ha dato un esempio lusinghiero colle sue vicende di monarchia e di
repubblica, e si comprende che molti n’abbian sentito disdegno e
ribrezzo. Si comprende ancora che la mente di alcuni desiderosa del
semplice, si mostri insofferente di far dipendere la buona condotta della
cosa pubblica da un sistema delicato e complicatissimo di freni, di
valvole, di contrappesi e di equilibrio: ma questi non sono argomenti
sufficienti per condannarlo, che anzi nella natura quanto più gli esseri
salgono sulla scala della perfezione, e più sono complessi e di
molteplici organi forniti: e d’altra banda bisognerebbe aver in mente un
altro sistema diverso dalle monarchie e dalle repubbliche rappresentative
consuete, e che più si attagliasse ai nostri tempi, e quindi farne
soggetto di comparizione. E invero il consiglio più pratico e direi il
solo che vien dato è di ritornare alla signoria di un solo, che però si
suppone savia, scientifica da corpi tecnici, e intenta solo al maggior
bene delle moltitudini. Si fa presto a dirlo, ma anche di ciò abbiamo
avuto saggi dolorosi. E a me pare veramente che sia da concludere col
Principe Alberto che il governo rappresentativo è in prova, e che
studiandone al lume della esperienza gli effetti, sia da tentare via via
di correggerne le imperfezioni, e di renderlo veramente efficace e
benefico a tutte le classi della società. Ma codesta è troppo ampia
materia al mio assunto, il quale è d’investigare se possa intendersi un
governo parlamentare senza partiti, e per conseguenza senza gli
inconvenienti che da essi derivano. Ove ciò apparisse possibile, quivi
sarebbe il rimedio assoluto, ed è perciò che l’indagine si chiarisce
in questo luogo opportuna. Questa possibilità di sollevare il governo al
di sopra dei partiti è vagheggiata da molti, e non solo nei casi
straordinari, ma eziandio nei casi ordinari. E ciò spiega quel certo
favore che accompagna sempre coloro che si presentano ai comizi o nelle
assemblee un proposito di personale indipendenza, e una volontà risoluta
di giudicare ed operare, in ogni singolo caso, secondo quello che stimano
bene della patria, all’infuori di ogni partito.
E piglierò le mosse da un grande filosofo, il maggiore forse dei filosofi
del nostro tempo, Antonio Rosmini, il quale non solo nella speculazione
astratta, ma eziandio nelle indagini giuridiche e politiche mostrò acume
d’intelletto, dirittura di guidicio, libertà di sentimenti, e piglierò
il cap. 15 della Società e del suo fine nella Filosofia della Politica, là
dove egli manifestamente invoca come ideale la fine dei partiti, e spera
che possa conseguirsi mercé una sana educazione del popolo. E dice così:
"Ciò che impedisce la giustizia e la moralità sociale sono i
partiti politici. Ecco il verme che rode la società, che confonde le
previsioni dei filosofi, che rende vane le più belle teorie. I partiti
politici si possono riferire a tre origini, gli interessi materiali, le
opinioni sostenute da antiche credenze e inveterate consuetudini, e le
passioni... In qual modo adunque la civile associazione di difenderà dal
pericolo dei partiti? Ecco uno dei più difficili problemi per l’uomo di
stato, per la filosofia politica. Contro il pericolo predetto dei partiti
che tolgano la calma ai governanti e ai governati sono proposti due
espedienti:
1° Equilibrio dei partiti che si collidono. Sistema dell’antagonismo
sociale.
2° Prevalenza di un partito sull’altro in modo che questo non abbia mai
né volontà né potenza di ribellarsi. Sistema dell’assolutismo.
Il primo può bensì fare che la società non rimanga sacrificata alla balìa
di un solo partito, ma non può mai appagar gli uomini, mantenendoli in
uno stato d’irritazione. Inoltre se può esservi equilibrio per un certo
tempo fra i grandi partiti (democratico, aristocratico, monarchico) non vi
può essere fra i minori, che sono innumerevoli come gli interessi, le
opinioni, le consuetudini. Finalmente chi può mantenere l’equilibrio
dei partiti? o è un partito esso stesso, ed entriamo nel secondo
espediente, o è un Ente al disopra dei partiti, e allora si dimanda
qualche cosa di estraneo ad essi, il punto fermo di Archimede.
Né la società è meglio garantita nel secondo caso (e qui ne allega
alcuni esempi). Vero è che un partito impossessatosi del governo acquista
dal posto in cui si trova delle viste di giustizia e di equità che non
aveva prima. Ma lasciando da parte la riflessione, che dee sempre
trascorrere un poco di tempo prima che il partito cangiatosi in governo
abbia preso le abitudini di giustizia e di moralità proprio dei governi,
noi avremo allora un equo governo perché l’un dei partiti governa, ma
perché un partito ha cessato di esser partito ed è diventato un equo
governo. Inoltre le minorità a poco a poco si ordinano, s’infiammano e
finiscono per rovesciare il partito dominante". La conclusione
dell’autore è che i due mezzi sono inefficaci e che nessuna
combinazione politica è sufficiente a guarentire stabilmente la società
del cattivo effetto dei partiti politici. Rimedio solo è nell’impedire
che nascano, colla sana educazione delle generazioni venienti.
Qui primieramente è da notare che l’autore definisce il partito così:
"Col vocabolo di partito politico noi significhiamo un certo numero
d’uomini che si associano espressamente o tacitamente per influire sulla
società e farla servire al proprio vantaggio. Il partito ha per iscopo il
proprio vantaggio non la giustizia, la equità, la virtù morale. Partito
adunque ed equità, giustizia e virtù morale sono cose opposte". Ora
se il governo della cosa pubblica non avesse altro criterio che la
giustizia e la virtù, si potrebbe consentire coll’autore, imperocché
due partiti in quest’ordine d’idee, non sono ammissibili. Ma il
governo della cosa pubblica sotto la suprema regola del giusto e
dell’onesto, ha un altro criterio ed è il più frequente, quello cioè
dell’utilità pubblica. Pertanto se intorno all’utilità pubblica
possono aversi idee diverse senza offendere la giustizia, non è così
assurda l’esistenza dei partiti come parve all’autore. Ed invero per
seguir l’esempio che dà egli medesimo non è egli agevole a
comprendersi che altri favoreggi la democrazia, l’aristocrazia, la
monarchia senza perciò offendere la giustizia e l’equità? per
concludere a tal modo bisognerebbe prendere le mosse da più alta
sentenza: che non vi è pensiero né atto meramente lecito, ma che tutti
sono doverosi. Se il filosofo roveretano avesse posto mente a ciò,
avrebbe inteso meglio la quasi impossibilità di togliere i partiti, e
soprattutto non avrebbe definito il partito come una riunione di uomini
aventi per unico fine l’interesse privato, e la potenza lor propria.
Certamente se si prende le mosse da quella definizione, bisogna combattere
a tutta oltranza l’esistenza stessa dei partiti, perocché sono il
contrapposto del bene pubblico. Ma il problema, mi sia lecito dire, è mal
posto. Imperocché tenendo pur fermo che in materia di giustizia non vi
possono essere più partiti, ma posto che sulla utilità pubblica siano
naturali e inevitabili le discrepanze di giudizio, come si può condannare
una spontanea unione di uomini che si adoperi a conseguire il fine del
bene generale qual è da loro inteso, e con mezzi legittimi? Così adunque
dovrebbe porsi ragionevolmente il problema: con quali modi si può
impedire che un partito si curi solo dell’utile privato, e si valga di
mezzi non legittimi. Nicolò Macchiavelli lo aveva visto chiaramente
laddove dice: "Coloro che sperano che una repubblica possa esser
unita, assai di questa speranza s’ingannano. Vera cosa è che alcune
divisioni nuociono alle repubbliche, ed altre giovano. Quelle nuocono che
sono dalle sette e dai partigiani accompagnate; quelle che senza sette e
senza partigiani si mantengono. Non potendo dunque provvedere un fondatore
d’un repubblica che non siano nimicizie in quella, ha da provvedere che
non ci siano sette... Le nimicizie di Firenze furono sempre con sette e
perciò furon sempre dannose, né stette mai una setta vincitrice unita,
se non intanto quanto la setta inimica era viva1". Per repubblica
Macchiavelli intende sempre un governo libero, e per setta formata di
partigiani quel che Rosmini chiama partito, cioè una accolta di uomini
aventi per fine unico l’interesse privato e per mezzi la forza e la
frode. Dove anche Macchiavelli giudica che le sette siano esiziali alle
repubbliche, ma non le naturali divisioni; e conforme a questo concetto
egli reputa che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e
potente la Repubblica2.
Certo è che per stare alla storia moderna, il medio evo ebbe sette
anzicché partiti, sebbene anche nell’intimo senso dei Guelfi e dei
Ghibellini si trovi un’idea morale; ma le passioni imperversavano, la
violenza era stimata il solo mezzo per trionfare e l’odio e la vendetta
rendevano le discordie implacabili. Il Burckardt nel suo bel libro del
Rinascimento italiano afferma che in quell’epoca cominciassero a
piegarsi i partiti, siccome noi li intendiano. Colla fine della libertà e
colla formazione delle grandi monarchie e dei principati assoluti, i
partiti vengono meno: anzi la stanchezza di loro iniquie opere fu una
delle cagioni principalissime perché i popoli si volgessero ad un
Principe. Nel secolo passato, quando dalla filosofia mosse di nuovo la
scintilla che doveva accender negli animi il desiderio di uno stato
libero, questo punto non si trova, per quanto è a mia notizia, esaminato
da alcuno di quegli scrittori che s’immaginavano di ricostruire la
società dai fondamenti. Essi volevano rifare al XVIII secolo Atene, e
Sparta e Roma, e pur facevano astrazione dalle fazioni che avevano
insanguinato quelle città, e forse l’essere cessato i partiti da due
secoli aveva loro fatto obbliare intieramente questo pericolo. Solo il
Montesquieu ne dà un accenno. "Le divisioni si pacificano più
agevolmente negli stati governati a monarchia, perché il sovrano ha nelle
sue mani una potenza coercitiva che riconduce i due partiti; ma in una
repubblica sono più durevoli, perché il male s’attacca alla potenza
stessa che potrebbe guarirle". Montesquieu vede nella repubblica (ed
egli con questo nome intende come Macchiavelli ogni paese libero) un
partito che s’impossessa della cosa pubblica, e quindi lungi dal far
cessare la divisione ha interesse a tenerla viva, o almeno non può
spegner l’altro: ma non va più oltre di questa semplice considerazione.
Nell’Enciclopedia che raccoglie il fiore della dottrina francese del
secolo scorso, trovi alla voce partito la definizione che segue: "Una
fazione, potenza, o interesse, che si considera opposto ad un altro".
Né Voltaire, né Rousseau che diedero come il vangelo alla rivoluzione
francese, fanno motto della questione che ora ci occupa. Napoleone I trovò
la Francia stanca delle fazioni e volle porsi sopra di loro, e le schiacciò
come diremo appresso. In quel tempo il Burke formulava forse pel primo la
teorica dei partiti come ho detto sopra, ma i francesi poco
l’avvertivano. Più tardi gli scrittori più eminenti di diritto
costituzionale come il Benjamin Constant e gli altri che lo seguirono
appresso, non ne fanno quasi menzione, o almeno non veggono le difficoltà
che potevan sorgere dal contrapporsi dei partiti e dall’alternarsi loro
al governo.
Del Rosmini ho dato ragguaglio sopra: il Gioberti collega la questione
delle parti colla dialettica e ne parla così: "Le voci di parte e di
setta accennando disgiuntamente e rottura di un tutto, significano un non
so che di privativo, di manchevole, il vizioso, e però nella buona lingua
le parti e sette politiche si chiamano anche divisioni, quasi eresie
speculative e scismi pratici verso l’opinione e unità nazionale. E
invero ciascuna di esse rappresenta un solo aspetto dell’idea moltiforme
che genere ed abbraccia compitamente il concetto ed il fatto, il genio e
l’essere della nazione... E siccome nel lavorio dello spirito
l’affetto ritrae dal concetto, elle sono rissose e non pacifiche,
intolleranti e non conciliative, parziali e non eque, eccessive e non
moderate, volgari e non generose, sollecite di se stesse anzi che della
patria, e licenziose intorno ai mezzi per sortire l’intento loro. Tanto
che assommata ogni cosa tengono più o meno del rovinoso e del retrogrado
anche quando si credono progressive o conservatrici. Non si vuol però
inferire che tutto sia falso nei loro dettati, o reo delle loro pratiche,
perché se fosse, non potrebbero avere vita, credito e potenza. Ogni setta
è l’esagerazione di un vero e di un bene parziale, nei quali sta il
merito e il vizio, l’efficacia e l’impotenza loro, atteso che anche il
vero ed il bene si corrompono ogni volta che trasmodano a pregiudizio di
altri beni, e di altri veri... Le parti sono effetto della civiltà
immatura, come le scuole della scienza primaticcia e manchevole; e quasi
una reliquia dell’antica barbarie, ma migliorata. Nella barbarie il
conflitto è violento e si spedisce colle armi... oggi per ordinario la
pugna si esercita nel campo delle idee e dei maneggi, sostituendo il
pensiero e la parola, e spesso l’arte e l’astuzia, talvolta anche i
raggiri e la frode ai colpi e alla forza; il che è certo un notabile
avanzo, imperocché la lotta ridotta a questi termini, se non è pacifica
né generosa in se stessa, è pero men brutale e malefica per gli effetto.
E, a mano a mano che la civiltà cresce, le parti si emendano, diventano
più eque e tolleranti, più benevole e disposte agli accordi: passano dai
libelli e dai conventicoli ai giornali e ai parlamenti: pigliano una forma
più moderata e sincera: di private e spesso clandestine diventano
pubbliche, di nocive utili; e si chiamano opposizione: la quale è in
politica un progresso dialettico, e somiglia alla dissonanza artificiosa
nella musica, alla critica, e all’obbiezione nella dogmatica e polemica
dottrinale. D’altra parte esse vanno scadendo d’importanza e
rimettendo di forze, per guisa che se la cultura potesse quandocché sia
toccare il colmo, elle affatto si dileguerebbero. Ma siccome l’idea e la
dialettica compiuta non possono raggiungersi che per via di avvicinamento;
così il progresso della civiltà verso le sette, consiste nel migliorarle
rivolgendole sempre più al bene, e rendendole meno attuose pel male
".
Sismondi nel suo bel libro delle Costituzioni dei popoli liberi, parlando
del regime rappresentativo, pone in luce che ciò che costituisce la
sincerità del governo libero si è che tutte le opinioni, tutti gli
interessi possano essere schiettamente espressi, dibattuti, pesati; e nota
che i deputati vengono al Parlamento recando i desideri, i bisogni di una
provincia, di una città, di una classe, di una facoltà, di una
professione: ma qui si ferma, e non esamina come questi deputati, secondo
i desideri e i bisogni che rappresentato, tendano ad aggrupparsi e
disciplinarsi nella forma di partito.
Fu presso ai Tedeschi che lo studio dei partiti pigliò un metodo e una
forma scientifica. Teodoro Röhmer scrisse intorno a ciò un libro
degnissimo di menzione6 che poi è stato da molti in parte copiato.
Scrisse eziandio più tardi il Treitschke, e mirò ad esprimere i mali dei
partiti, ma quegli che ha esaminato a fondo la questione più di ogni
altro è il Blüntschli7 il quale che là dove è operosità di vita
politica, ivi sorgono di necessità i partiti, giacciono invece dove il
popolo è neghittosamente indifferente ovvero oppresso dalla violenza; di
guisa che la mancanza di casi è degno d’inettitudine o di oppressione,
la esistenza loro di vitalità e di gagliardia.
I partiti politici, secondo il Blüntschli sono dunque tanto più vigorosi
quanto la vita politica è più ricca e più libera. La storia della
repubblica romana, lo svolgimento della monarchia inglese e dell’Unione
americana non si spiega altrimenti che col conflitto dei partiti. Le
rivalità loro, e gli sforzi generano le migliori istituzioni politiche e
traggono in luce forze che prima eran nascoste. Laonde non bisogna
credere, come certe anime timide, che i partiti politici siano una
debolezza, e una malattia dello stato moderno: imperocché sono al
contrario argomento di vita sana e forte. Il non appartenere ad alcun
partito non è punto virtù del cittadino, e il dire di uno statista che
è estraneo ai partiti non è lode, ma biasimo. Però giova notare che
partito come dice il vocabolo stesso, è frazione di un tutto, per la
quale cosa non può senza orgoglio ed usurpazione prendere il luogo dello
Stato. Esso può combattere gli altri partiti, ma non gli è lecito finger
d’ignorare l’esistenza loro né sforzarsi di distruggerli. Solo nelle
monarchie v’ha un uomo che deve rimanere al di fuori e al di sopra dei
partiti, ed è il Re. A lui spetta accordare a ciascun di essi protezione
e tutela nei limiti del diritto comune, e tenendo conto del corso mutevole
dell’opinione pubblica, accogliere nei consigli del governo quel partito
che meglio la rappresenti. Però il partito non dee confondersi colla
fazione. Questa ne è la degenerazione e il corrompimento, e riesce
perniciosa allo Stato quanto il partito gli è utile. Avvegnacché ciò
che distingue il partito nel vero e legittimo suo senso è che esso non
esclude gli altri partiti, ed ha un intento politico il quale è in
accordo coi fini dello Stato: ma diventa fazione quando sottopone il tutto
alla parte, gl’interessi dello Stato ai propri. La fazione è
l’egoismo che trionfa e usufrutta lo Stato a proprio vantaggio. Il
partito ha sempre due interessi, uno particolare ed uno generale come ogni
cittadino come ogni corporazione: ma deve sottoporre l’interesse
particolare all’interesse generale. Sicché può dirsi che il partito
diviene fazione, e la fazione diviene partito per inversione dei poli,
secondocché vi prevale l’interesse generale o il particolare.
Queste cose aveva scorto anche il Balbo chiaramente:" Le diverse
opinioni sullo Stato sono dapertutto. Ma sotto ai governi assoluti non si
possono esprimere legalmente e quindi si producono le fazioni che sono
appunto le parti non legali. E le fazioni poi diventano congiure, sette,
società segrete, tumulti di palazzo, e di piazza; sventure tutte e
vergognose nazionali. All’incontro quando le opinioni diverse sullo
Stato possono esprimersi, ed aspirare al governo legalmente, esse da
fazioni diventano parti politiche legittime, legali, virtuose, onorevoli,
e talora gloriose, utili allo Stato." Codeste considerazioni del
Balbo come quelle del Blüntschli che ho riferito, sono atte a rispondere
in gran parte alle cose dette dal Rosmini, mediante la distinzione fra
partito e fazione che è pur quella intraveduta dal Macchiavelli; solo
vuolsi aggiungere che è facile il trapasso dall’esser di partito a
quello di fazione, e per conseguenza la trasformazione di un organo le cui
funzioni, secondo gli autori menzionati, sono utili alla sanità del corpo
intero, in un fomite di malattia che lo corrompe e lo dissolve.
Nel libro medesimo di che ho parlato sopra, il Blüntschli viene
investigando le origine dei partiti, e li divide in sei classi. Quelli che
attingono i loro principi ad una confessione religiosa, mescolando
l’ecclesiastico ed il civile, some sarebbe il partito clericale o
protestante; ovvero che s’appoggiano sopra interessi territoriali o
regionali, per esempio un partito del settentrione e del mezzodì, e
questi sono assai pericolosi. Già Washington aveva detto: prendete
guardia di non distinguere i partiti dalla postura geografica. Quelli che
hanno origine dagli interessi di classe e li rappresentano, come era nei
secoli scorsi la nobiltà, il clero, il terzo stato; di che anche la
Germania odierna ci dà un esemplare nei così detti Junker o feudali, e
tale sarebbe anche un partito di operai che sorgesse: e codesti parimente
sono funesti. Imperocché normalmente i partiti debbono aggregarsi per
idee politiche, non solo astraendo da confession religiose, da territorio
o da regioni diverse del paese, ma eziandio da ordini distinti nella
società. Segue la classificazione dei partiti secondo i principi
costituzionali, e qui ci si parano innanzi quelli che prendono nome dalla
forma del governo, monarchici o repubblicani, unitari o federali,
accentratori o decentratori. Queste divisioni ebbero ed hanno la ragion
d’essere loro nelle grandi questioni sulla costituzione degli Stati che
da un secolo agitano il mondo; ma è evidente che una volta costituito lo
Stato in una data forma, e assicurata la sua durata sopra solide basi,
debbono scomparire. Io però osserverei al Blüntschli che per quanto una
costituzione sia assodata, pure vi sarà sempre una tendenza o
all’accentramento o al decentramento, ad unità o a federazione, a dare
al monarca un potere più forte ed efficace, o a pareggiarlo al presidente
di una repubblica; e siffatte tendenze senza essere la sola bandiera dei
partiti, ne saranno pur nondimeno uno degli amminicoli importanti. Il
quinto modo di aggrupparsi è come partito governativo e partito di
opposizione. E’ il modo antico inglese onde si poté dire che nella
costituzione della Gran Bretagna è sempre un partito quello che governa.
Il fatto è che entrambi i partiti, whigs e tories tennero a vicenda e
secondo l’indirizzo della pubblica opinione, il governo della cosa
pubblica, e che per conseguenza ogni partito diventò a sua volta
ministeriale e di opposizione. Ed era questo l’ideale che si formava il
nostro Balbo, cioè due partiti sole quelle del ministero e quella
dell’opposizione. Però il Blüntschli avverte al duplice pericolo;
dell’opposizione sistematica che recalcitra anche ad intenti che in cuor
suo giudica buoni, e del partito governativo ad oltranza che non ha altro
fine fuorché di sostenere il ministero, ed è composto da impiegati o da
uomini inclinati a servire l’autorità qual che ella sia e in qualunque
forma; i quali però sono a lungo andare per i ministeri un debolissimo
appoggio, e talora eziandio un pericolo. L’ultima forma che il Blüntschli
chiama la più pura e la più elevata è quella che facendo astrazione
dalla religione, dalla classe, dalla regione, dall’interesse,
s’informa a principii veramente politici e che accompagnano sempre lo
svolgersi dello Stato libero. Così fu gran progresso per l’Inghilterra
quando i whigs s’intitolarono liberali, i tories conservatori, lasciando
da parte la tradizione, e fondandosi sui due elementi di conservazione e
di progresso che sono entrambi essenziali alla vita di una nazione.
Il Blüntschli dà il tipo di quattro partiti di cui due sono normali e
gli altri due ne sono per così dire l’esagerazione e cioè il partito
liberale, e il partiti conservatore, indi il partito radicale ed il
retrivo. E non alieno dall’accogliere la comparazione del Röhmer che
paragonava il partito radicale alla infanzia, il liberale alla giovinezza,
il conservatore alla virilità, il retrivo alla vecchiaia. A me duole di
non poter intrattenermi nell’esame delle idee che ogni partito vien
formandosi sulla nozione e la forma dello Stato, sul concetto di diritto,
di libertà, di nazionalità, infine sulle questioni economiche. Ma in ciò
egli era già stato preceduto dal Gioberti, che rispetto all’Italia
aveva diviso i partiti in democristiano, conservatore, puritano e
municipale con poca differenza dalle quattro categorie adottate dal Blüntschli:
l’uno e l’altro augurando che conservatori e liberali si alleassero,
ed escludessero gli estremi. Ma io mi dilungherei troppo dal pensiero
fondamentale di questo capitolo che vorrebbe indagare la possibilità di
un governo libero che non sia di partito.
Pertanto parmi di poter da tutte le cose sopra esposte indurre le
proposizioni seguenti. E’ inevitabile che nei governi liberi si generino
opinioni diverse non tanto sul fine che è la prosperità e il
miglioramento dei cittadini, quanti sui mezzi più acconci a raggiungerlo.
Ho già toccato delle differenze naturali che si riscontrano negli
ingegni, nelle tradizioni, nell’ambiente in cui ciascuno fu educato,
soprattutto negl’interessi. E ho mostrato che coloro che concordano nei
concetti principali, relativi alla condotta della cosa pubblica, sono
sospinti naturalmente a riunirsi insieme, ed a congiungere i loro sforzi
per far prevalere i pensieri che hanno comuni. Da ciò la origine del
partito. Sembra difficile concepire nei paesi liberi uno andamento
diverso. Piuttosto si potrebbe dire, allargando il nostro esame, che ciò
avviene non solo nella politica, ma eziandio in ogni altra parte della
vita scientifica e civile. Persino la teologia non ne va immune, se
consultiamo la storia. Vero è che la Chiesa cattolica ha sciolto il
problema delle spegnimento dei partiti collo stabilire un’autorità
ultima e suprema che definisce in modo infallibile i punti necessari alla
eterna salute (o essa risieda nel Concilio presieduto dal Pontefice, come
molti credevano un tempo, o nel Pontefice solo quando pronunzia ex
Cathedra come oggi s’insegna): ma ciò presuppone una perenne
ispirazione dello Spirito Santo, che non ha difetto mai quando si tratta
delle cose essenziali alla Fede. Se non che, in fuori di questa ristretta
cerchia, anche la teologia cattolica ha molte materie nelle quali una
certa varietà di giudizi è permessa e, come dice Sant’Agostino,
intorno ad esse vuolsi lasciare ai fedeli la libertà8; e quindi nasce la
discrepanza di talune opinioni anche fra i più ortodossi. Or questa
discrepanza che è se non il principio del partito? Ma presso i
protestanti che non hanno questa autorità infallibile, i partiti sono
molti e ardente, i quali manifestano nelle varie lor confessioni tuttocché
abbiano una credenza comune nella divinità della Bibbia.
Lo stesso accade nella scienza in quella parte almeno che non è
dimostrata in modo assoluto, e rimane opinabile onde la filosofia antica e
moderna fu divisa in scuole: e così la medicina, l’economia, la
legislazione e persino, secondo Macaulay, le scienze fisiche, e le
matematiche. Invero questo concetto piò rannodarsi ad alcune leggi
generali che regolano la natura fisica e morale. E risalendo sino ad
Empedocle a chi non è noto che la sua filosofia poneva nella discordia il
principio creatore e conservatore del mondo? Donde i versi del poeta che
attribuisce all’amore il principio della dissoluzione
... io pensai che l’universo
Sentisse amor: per lo qual è chi creda
Più volte il mondo in caos converso.
La quale teorica variante trasformata si trova sparsa in tutti i filosofi
dell’antichità e del medio evo sino ai moderni, fra i quali Hegel
sentenziò che la contraddizione è il ritmo della vita dello spirito. Gli
stesso positivisti odierni non si discostano da un’idea analoga,
avvegnacché dicono che l’unità non si estrinseca che per la diversità:
ed i Darwiniani da una o più cellule primitive fanno evolvere tutte le
specie. Finalmente l’Herbert Spencer fonda la sua dottrina in ciò che
dall’omogeneo semplice ed indefinito erompe l’eterogeneo complesso e
definito.10 Il che in sostanza non è che un riconoscere come legge di
natura il contrasto che precede e fa luogo all’armonia. Ma lasciando
queste speculazioni, e venendo alla politica, nessuno potrà maravigliarsi
che se si trova la divisione ed il partito nella scienza e nell’arte, là
dove si tratta d’interesse che toccano ciascheduno da vicino, quivi
eziandio si manifesti.
Ma le sue gradazioni sono diverse. Anche nei reggimenti meramente
consultativi il partito fa sentirsi, e l’opinione della maggioranza
finisce per avere un predominio, però con azione lunga che procede
inosservata, e spesso interrotta. Nei governi prettamente costituzionali
come la Germania e l’Austria-Ungheria, lo influsso dei partiti è
maggiore, ma non sempre decisivo, e rimane contrappesato, talvolta dal
volere del sovrano, talvolta dalle tradizioni burocratiche, o dallo
spirito militare. Nei giorni parlamentari è massimo. perocché
l’assemblea non solo ha potestà di far leggi e sindacare la condotta
quotidiana dei ministri, ma la sua espressa fiducia è per essi condizione
vitale, comecché la scelta loro appartenga al Principe. Dall’altra
banda è di sommo rilievo considerare che un’assemblea non potrebbe far
opera efficace e perseverante se non è organizzata, e se per conseguenza
non v’ha chi sappia e possa dirigerla; or spronandola, or frenandola;
sicché è mestieri che abbia capi riconosciuti, ed una maggioranza loro
fedele.
Citano taluni ad esempio Napoleone I, e dicono che egli aveva fondato uno
Stato moderno civile, con assemblee deliberanti, e che nondimeno la
massima fondamentale dell’esser suo era il soprastare ai partiti.
Imperocché secondo la sentenza fa lui proferita al Consiglio di Stato,
governare con essi è lo stesso che mettersi in loro Balìa. Io non mi
piegherò mai, aveva egli detto, a tale servaggio, e voglio giovarmi di
tutti coloro che hanno ingegno e non rifiutano di meco procedere.11
Certamente quando Napoleone raccolse in sua mano la somma delle cose, i
partiti s’erano dilaniati sì crudelmente, e avevano immolato ai loro
insani furori tante vittime, e così profondamente perturbato tutta
l’amministrazione pubblica, che s’era ingenerato nel popolo un
cordiale odio contro di essi. Cosicché al giovane corso già famoso per
le vinte battaglie, e pei felici negoziati coi potentati stranieri, tutti
si rivolsero come a salvatore, affinché pigliasse la grande impresa di
pacificare gli animi, e di riordinare lo Stato. E così avviene ed avverrà
sempre, se i partiti dimentichi del fine come cioè dell’utile pubblico,
si lacerino per motivi d’interesse o di rancori privati e anche se le
pugne loro imperversino in guisa da togliere al cittadino la sicurezza
degli averi e della persona. Allora i diritti politici appaiono agli
uomini piuttosto un pericolo che un privilegio, ed essi sono pronti a
farne gitto in favore di chi porge loro in cambio la quiete e l’ordine.
Così avvenne di napoleone, e vi si aggiunge il suo genio singolare, e
maravigliosamente atto ad intendere gli istinti popolari e le condizioni
del tempo in cui visse. Né la sua fu tirannide a solo profitto e gloria
dell’Imperatore, né fu governo paterno che si trascinasse sulle orme
del passato pur di non offendere troppi interessi; ma fu dittatura
acclamata dal popolo francese per introdurre nelle leggi e negli istituti
pubblici tutto ciò che lo spirito moderno aveva immaginato di più nobile
e di più vantaggioso per l’universale. E a lui invero si appartengono i
codici, e l’ordinamento della magistratura giudiziaria, e quello
dell’amministrazione in ogni sua parte, a lui la regola e la severità
della finanza, a lui l’Università, e lo svolgimento grandioso dei
lavori pubblici. Cosicché non a torto, nonostante il suo furore
guerresco, egli poté dire, parlando un giorno al Consiglio di stato, che
sino al suo secolo due potestà sole s’eran vedute nel mondo, la
militare e la ecclesiastica; e ch’egli intendeva ora costituirne una
terza, cioè la potestà civile.12 Ma questa costituzione e le riforme in
ogni parte della cosa pubblica da lui prendevano le mosse, non dal libero
dibattito di rappresentanti del popolo. La sua macchina si muoveva per tre
ruote: il Consiglio di stato che, sotto l’indirizzo dei suoi
suggerimenti, edificava il tempio delle leggi, il Corpo legislativo al
quale dette leggi eran poste innanzi; ed esso senza alcuna iniziativa
propria le accettava; e infine il Senato, corpo meramente destinato a
conservare la costituzione e gli ordini pubblici. Il tribunato, comecché
avesse tarpate le ali, non poté durare, e fu casso, perché ogni
opposizione ancorché lieve pareva intollerabile: così era perseguìta la
stampa e ogni manifestazione che si discostasse dai suoi intendimenti:
tanto che ben può dirsi che il governo napoleonico fu un governo
ampiamente consultativo e anche democratico, ma non un governo libero,
perché padroneggiava sopra tutti e sempre la volontà di un solo, quale
ogni cittadino doveva inchinarsi.
E qui mi accade di fare una osservazione. Se il governo napoleonico era
arbitrario in politica, e non ammetteva contraddizioni, però in materia
di giustizia e di amministrazione era ordinariamente severo ed imparziale.
E ciò spiega il gran favore che accompagnò l’opera sua interna, e
quella tradizione che rimase generalmente della bontà degli ordini
napoleonici, che noi abbiamo udito decantare per tutto il tempo della
nostra giovinezza. Eppure il popolo francese non poté appagarsi
lungamente di quella forma di governo; e lo provano due cose, l’una che
Napoleone stesso riconoscendo i pericoli di un’autorità illimitata,
meditava anche nell’apogèo della gloria, di porre freni a’ suoi
successori, affinché se non abusassero, l’altra che egli medesimo al
ritorno dall’isola dell’Elba stimò coll’atto addizionale, dare una
costituzione sul modello inglese. Né avvenne diversamente a Napoleone III,
il quale dopo molti anni di governo assoluto, sentì la necessità di
ridonare alla nazione molti dei diritti che egli aveva in sé raccolti, e
di porre la piena autorità, sebbene i plebisciti l’avessero in lui più
volte confermata. Quel governo adunque, che usa chiamarsi oggidì cesareo,
dura ed ha gran forza sino a che si tratta di liberare uno Stato
dall’anarchia, e di riordinarlo, o di conquistare territori, e potenza
nel mondo: ma quando per l’efficacia sua propria ha ottenuto il primo
fine, e le circostanze gl’impediscono di raggiungere il secondo, subito
nasce nei popoli il desiderio di partecipare maggiormente alla cosa
pubblica. Sicché questa dittatura ci apparisce piuttosto come un freno
temporaneo e riparatore, che come una forma stabile e ordinata di
reggimento.
Altri pigliando le mosse da ciò che noi abbiamo toccato sopra, cioè che
nel governo costituzionale la pugna dei partiti sia men cruda, e i danni
loro men gravi in raffronto al governo parlamentare, opinano che convenga
tenersi stretti al primo e non lasciarsi trascinare al secondo, o tentar
di ricondurvisi una volta disviati. Ma, prima di tutto, se è vero che
molti difetti si accrescono e spiccano maggiormente colla forma
parlamentare, però è da riconoscere enziandio che ne esistono i germi
anche nella forma costituzionale la più ristretta. E veramente in
Inghilterra l’una ha surrogato l’altra a poco a poco, ma il mutamento
s’è compiuto propriamente durante il regno della Regina Vittoria. E
nondimeno anche in antico i partiti c’erano, e ferventissimi, anzi più
inframettenti che non siano oggi. E la Germania similmente, che è uno
Stato prettamente costituzionale, ha già avvertito quei pericoli onde
abbiamo discorso, e s’è messa a studiarne il riparo con quell’alacrità
ed acutezza che è propria del genio di quella nazione. E inoltre una
volta che il passo della forma costituzionale alla parlamentare è fatto,
riesce difficile revocarlo. L’Italia s’è, per dir così, ricreata in
quest’ultima forma, e sarà già grande merito se saprà tenervisi
ferma, senza scender anche più in basso: voglio dire che ciascuno dei tre
poteri, il Re, il Senato, e la Camera elettiva conservino i loro diritti e
li esercitino con fermezza. Imperocché pur troppo veggiano i sintomi di
una degenerazione; la quale consiste nella tendenza di annullare le
prerogative della Corona, nello irritarsi al ogni opposizione del Senato e
volerne sforzare, e finalmente nell’atteggiarsi dei ministri quasi ad
agenti e commessi dell’assemblea elettiva. Dico che questa è una
degenerazione, e rende il governo monarchico peggiore della repubblica,
soprattutto là dove il presidente è eletto dal popolo, perché ivi
almeno la potestà esecutiva ha una intonazione e una vigoria sua propria,
indipendente dai voleri mutabili e spesso capricciosi delle assemblee.
Tuttavia vi sono stati alcuni che hanno immaginato possibile il governo
parlamentare senza partiti, e di questi anche recentemente a mia notizia
due, uno inglese W. Thornton ed un altro americano A. Stickney, dei quali
per esaurir l’argomento mi è d’uopo tener parola.
Lo Thornton prende le mosse precisamente dall’Italia, la quale offre a
parer suo uno spettacolo miserevole, colla vicenda continua dei ministeri;
onde l’amministrazione rimane incerta o perturbata e manca nella
condotta della cosa pubblica ogni legame di tradizione e coerenza. Questa
idea era già stata, in generalità, accennata dal Laveleye, il quale
avrebbe voluto che qualche dicastero, come quello della guerra,
dell’istruzione, dei lavori pubblici fosse retto da amministratori
tecnici e permanenti. Questi sarebbero venuti una volta l’anno a
difendere il bilancio dinanzi all’assemblea, e senza assoggettarsi a
mutazioni ministeriali d’indole politica, avrebbero rinunziato
all’ufficio sol quando vi fosse una ragione tecnica o di personale
responsabilità. Di ciò avrò l’occasione di parlare in altro capitolo
che riguarda i rimedi. Ora seguitando l’inglese, questi prende le mosse
dal concedere che in ogni assemblea, per quanto i suoi componenti siano
per singolo indipendenti, vi sono di necessità due andazzi di pensiero,
l’uno favorevole, l’altro avverso alle innovazioni. Ma egli vorrebbe
che i ministri sapessero acconciarsi sempre alla maggioranza della Camera,
e fossero per dir così gli esecutori della sua volontà, senza tenersi
punto obbligati a licenziarsi per un voto contrario, salvocché questo
implicasse una censura diretta ovvero una mancanza di fiducia espressa
contro la rettitudine o l’abilità del ministro. Similmente rallentando
i vincoli che uniscono i membri di un gabinetto, e dando a ciascheduno una
maggior padronanza e scioltezza di azione nel dicastero proprio, sì
avrebbero per avventura e, anche di rado, mutazioni di un ministro, ma non
mai di tutti insieme, e cesserebbero quelle perturbazioni che oggi si
lamentano.
Qui prima di tutto è da osservare che il ministero secondo questo ideale,
non dee mai avere un piano proprio di buon governo, mai nessuna fede o
presunzione ferma, ma in ogni cosa sottomettersi alla opinione della
maggioranza e non solo sottomettersi ma farsene esecutore. In secondo
luogo ogni ministro qui procede per la sua via senza curarsi del nesso che
costituisce l’indirizzo generale della politica. Infine si dà alla
assemblea elettiva una potestà illimitata, di modo che il Senato e la
Corona divengono quasi un fuor d’opera. Essa sola decide, ma in tal caso
i danni di una Camera unica, la quale dispone di tutto, son tanto gravi da
fare di questo governo non un tipo di bontà, ma un principio di
disordine. Imperocché un’assemblea, per quanto eletta, è sempre
moltitudine, quindi non può né ideare né tampoco seguire un piano ben
congegnato se altri non la guidi e non gli mostri un fine alto, e i mezzi
per giungervi, e non la costringa talora coll’autorità di una meritata
fiducia, a non disviarne. E se fra i ministri v’ha chi abbia il fermo
convincimento di alcune verità, come potrà patire di essere semplice
strumento dell’assemblea? Vi si acconceranno per avventura i mediocri,
non color che sentano di avere tanto ingegno da guidare altrui. Laonde il
disegno di che parliamo muove da idee confuse e si mostra impraticabile:
in ogni caso si risolverebbe in una cattiva repubblica, privata di un
elemento importantissimo qual è il presidente eletto dal popolo.
La vera repubblica: tale è il titolo, tale lo scopo dello scrittore
americano, il quale dopo aver deplorato le condizioni della sua patria, e
mostrato i funesti effetti della divisione dei partiti, propone che si
esca una buona volta, e per sempre dal presente stato di cose. Il quale a
suo avviso produce tre effetti disastrosi: il primo che gli uomini non
sono chiamati a fare ciò che meglio saprebbero e potrebbero; il secondo
che quand’anche siano chiamati ad un ufficio i più adatti non si può
ottener da loro il massimo di opera utile: il terzo che la corruzione
penetra da per tutto e tutto guasta e conduce a rovina. Già ne levai
alcuni saggi nel capitolo secondo, e fu codesto libro che mi porse alcuni
esempi spaventevoli della partigianeria che imperversa negli Stati Uniti.
Ad evitare questi mali egli propone in primo luogo che ciascun impiegato
pubblico sia destinato ad una sola qualità di lavoro, e debba compierlo
nel modo più assiduo, efficace, e produttivo possibile. A tal fine è
mestieri che il suo ufficio non sia a tempo (come è oggi in America) ma
permanente, e che cioè duri finché egli rende buon servigio. Indi che la
sua nomina non venga dal popolo (come di presente) ma dai suoi superiori
conforme certi titoli prestabiliti, finalmente che i superiori stessi
abbiano la potestà di rimuoverlo, se fa male. Fin qui si tratta di
riordinare i dicasteri secondo il sistema europeo. Segue che alla cima di
tutti questi officiali pubblici sia un Capo del potere esecutivo, eletto
dal popolo, ma anch’egli a vita, e responsabile di tutto l’andamento
dell’amministrazione verso l’assemblea di che diremo or ora: che in
disparte da questa gerarchia esecutiva, vi sia un corpo di giudici, sia
pur questo eletto dal popolo, ma stabile anzi inamovibile: che la potestà
sovrana infine risieda in un’assemblea, cui spetti far le leggi,
decretar le imposte, e finalmente rimuovere qualunque impiegato esecutivo
compreso il capo dello Stato, e i giudici medesimi, quando nella medesima
sentenza concorra una maggioranza di due terzi dei voti. Ma l’assemblea
non avrebbe né facoltà di nominare impiegati, né ingerenza sulla nomina
loro, né azione diretta sulla amministrazione, ma solo un alto sindacato.
I membri di quest’assemblea sarebbero anch’essi a vita, non a tempo, e
rimunerati in guisa da poter dedicare tutta l’opera all’ufficio loro,
senza darsi pensiero di future elezioni.
La nomina degli ufficiali pubblici, fatta a vita e non a tempo, fatta dal
superiore e non ad elezione di popolo, fatta secondo certe regole che
stabiliscono i titoli della idoneità che si richiede ad occupare un dato
posto e non a capriccio; tutto ciò, come dissi, è già in Europa. E
sebbene abbia qui fornito occasione ad accuse infinite e gravissime contro
quello che chiamasi spirito burocratico, nondimeno io credo che il nostro
metodo sia di gran lunga migliore dell’americano, dove si tramutano e si
rinominano tutti o molti impiegati al mutarsi del presidente. E’ chiaro
ed è dimostrato dall’esperienza che quel metodo fruttifica la più
ampia messe immaginabile d’interessi partigiani, ed è giustamente
accusato di convertire la carriera dei pubblici impiegati in un lotto,
mentre lo Stato ne ritrae il servizio minore e men buono. Ma quand’anche
il sistema europeo fosse introdotto in America, certo non sarebbe sciolto
interamente il problema. Di che fanno testimonianza i nostri continui
lagni. Quanto al capo dello Stato nominato a vita sarebbe questa una
specie di monarchia elettiva, con tutti i difetti che furono in essa
riconosciuti dall’esperienza, e che resero questa forma di governo la
meno sicura e la meno desiderata dai popoli. Avvegnacché la natura umana
è così fatta, che il presidente a vita o il monarca elettivo abbia un
grande stimolo a perpetuare la potenza e gli onori nella propria famiglia,
e cospiri sempre a convertire la propria dignità in ereditaria. Né gli
riesce difficile il conseguirlo, se fu benefico e glorioso, anzi quanto
maggiori sono le sue qualità tanto più il suffragio popolare lo spinge a
porsi al di sopra della costituzione. Che se è mediocre e fiacco non potrà
osar tanto, ma si studierà di arricchire la famiglia e i favoriti, come
dimostrano infiniti esempi storici, e il così detto nepotismo n’è un
commentario perpetuo. Né più lodevole è quell’assemblea sindacatrice,
la quale per l’una parte non dà indirizzo alcuno alla politica interna
ed esterna, e per l’altra non attinge mai nelle elezioni rinnovellate le
forze vive dalla pubblica opinione. Dal giorno che i suoi membri sono
eletti, essi per dir così si distaccano dal popolo che solo potrebbe loro
infondere succo e sangue, e ne permangono separati; ond’é assai
presumibile che non partecipino alle mutazioni dei pensieri e dei
sentimenti generali; e un bel giorno si sentano in tutto staccati dalla
nazione. Si dirà che le elezioni avverrebbero per morte, ma è troppo
lento questo succedersi, per corrispondere al voto della democrazia. E
quanto al sindacato dei pubblici ufficiali, dove quest’assemblea effigia
per dir così l’antico costume dorico, svoltosi nel collegio degli
efori, sarebbe assai raro il caso di rimozione del capo del potere
esecutivo, e di altri impiegati, non solo perché occorrerebbero due terzi
dei voti della assemblea, ma perché il presidente della repubblica colla
sua autorità vitalizia e coll’influsso che necessariamente accompagna
le aspettative lunghe, eserciterebbe una influenza stragrande sopra i
membri dell’assemblea. E forse si formerebbe fra loro una specie di
compromesso, pel quale ciascheduno vorrebbe vivere la vita quieta, senza
troppo brigarsi del rigoroso adempimento dei propri doveri. Cosicché
questa forma di governo che non mi par nuova, perché almeno in parte si
è veduta nell’antichità, e non ha fatto buona prova, potrà chiamarsi,
se così piace al suo autore, la vera repubblica, ma non è un vero
governo libero.
Finalmente a prova della possibilità di un governo libero senza essere
governo di partito, si additerà qualche cantone della Svizzera, dove nel
Consiglio di stato, che è la potestà esecutiva, si trovano riuniti
uomini di opinioni diverse anzi opposte. Il che avviene per effetto del
modo della elezione, la quale non viene dall’assemblea ma direttamente
dal popolo. E così manca uno dei cardini del sistema parlamentare, cioè
che il potere esecutivo non possa reggersi che sostenuto dalla fiducia
dell’assemblea elettiva. Ma oltre a ciò, due cose sono a notare:
l’una che questa convivenza di uomini che professano idee opposte non è
utile ai pubblici servigi, l’altra che se dura nei tempi ordinari, vien
meno e si spezza tosto che sorge una questione importante. Ed anche così
come quel Consiglio si trova composto, lungi dal cooperare schiettamente
con tutte le forze al comune fine, i membri di esso si astiano, e ne nasce
un palese contrasto che rallenta l’andamento regolare degli affari,
ovvero una guerra sorda che lo arresta.
Adunque sembra che nella condizione presente delle cose, e nella forma
costituzionale e più ancora nella forma parlamentare, la esistenza e la
vicenda dei partiti sia inevitabile. Dico nella condizione presente delle
cose, perciocché io non intendo di pronunziare qui un giudizio assoluto e
perpetuo. Passato è il tempo nel quale di certe proposizioni generali si
facevano del’idoli dinanzi ai quali non restava altro che chinar
reverenti la fronte, come quelli che dovevano regnare in ogni plaga di
paese ed in tutti i secoli. A me è d’avviso che quel credo, che fu con
tanta passione difeso dagli scrittori liberali della prima metà di questo
secolo, meriti di esser riveduto e notevolmente corretto; non già che ne
restino parti importantissime confermate dalla esperienza, ma del sicuro
altre svaniranno o perderanno di loro importanza. Che se mi fosse lecito
far conghietture sull’avvenire, direi che il progredire della scienza e
della civiltà dee restringer la cerchia dei partiti, ed attenuarne i
dissensi. Imperocché mano a mano che una verità è stabilita in modo
indubitato, questa vien sottratta alla parte opinabile, e tutti si
accordano intorno ad essa. Così per esempio dal giorno che si è
riconosciuto non esser lecito sforzare la coscienza dell’uomo, e le sue
credenze dover esser sottratte alla inquisizione punitiva, i delitti di
religione sono stati cancellati dai codici, e non è più luogo a
conflitto sulla tolleranza dei culti13 . Similmente, per cercare un altro
esempio in materia al tutto diversa, le questioni monetarie poterono far
parte dei programmi di partito in Inghilterra, e secondo l’uno o
l’altro se ne diedero soluzioni diverse: ma noi abbiamo veduto un
ministero conservatore qual era quello di lord Beaconsfield scegliere
senza esitazione nelle file del partito liberale un uomo competentissimo,
qual era il Goschen, sicuro che egli rappresentava schiettamente anche le
proprie idee.
E un’altra prova di questo menomarsi della distanza fra i partiti, la
rinvengo eziandio in Inghilterra e la deduco da questo fatto frequente,
che spesso un partito combatte, impedisce, ritarda le proposte
dell’altro, e poi viene esso stesso a dar loro l’ultima mano e ad
eseguirle; come fu il caso dell’emancipazione dei cattolici, della
libertà dei commenti, della riforma elettorale che messe innanzi dal
partito whig furono poi recate in legge ed attuate dal partito tory. E che
altro significa ciò, se non che una quantità di soggetti cessano di
essere disputati, certe nuove forme sono da tutti accettate come
rispondenti alla pubblica opinione, e lo stesso indirizzo politico non è
più diametralmente opposto? Per usare il linguaggio dei matematici,
l’angolo di divergenza fra i due partiti s’è fatto ognora minore, e
non solo un partito non si vergogna di prendere dall’altro alcune idee,
ma stima ciò esser suo debito e sua gloria. Finalmente anche i Parlamenti
si dividono non più in due parti soli, ma in un maggior numero, quasi
gradazioni, e sfumature, per le quali si passa dall’uno all’altro. Ora
queste stesse gradazioni e sfumature provano che la differenza nel
programma delle due parti non è più così recisa, e così molteplice
com’era altra volta, ma che s’è formato un certo raccostamento di
opinioni fra loro. Ho detto sopra che la tendenza scientifica del nostro
tempo produce l’effetto d’introdurre l’elemento tecnico in ogni
parte della cosa pubblica; e l’elemento tecnico è il contrapposto
dell’elemento politico, e quanto più quello prevarrà tanto più questo
restringerà la sua efficacia, se pure non si trovi come in meccanica una
risultante delle due forze. Ad ogni modo è da credere che nell’avvenire
non sarà possibile chiamare al ministero di agricoltura una maestro di
musica, o a quello di marina un avvocato.
E similmente lo svolgersi della civiltà e la mitezza del costume non
concederà più certi rancori, e certe violenze, che in nome del partito,
erano altra volta nobilitate. I dissensi diverranno men aspri, le
discordie meno stridenti, e fra i due campi si disegnerà un terreno
neutrale, dove sarà più facile lo incontrarsi, senza venir meno alla
dignità del carattere. Ma intanto, se vogliamo esser pratici, fa mestieri
considerare le cose quali sono al presente. Laddove è libertà di
opinioni politiche, laddove la maggioranza decide le questioni, udita la
discussione in contraddittorio, ivi convien rassegnarsi ad avere un
governo di partito. Suppongasi pure che ciascun partito si proponga
egualmente per fine il bene della patria, ma i modi di conseguirlo sono
diversi, secondo i principi donde l’uno e l’altro han preso le mosse.
E ciò posto, è mestieri sopportare questi inconvenienti, che sono per
così dire inerenti a tale costituzione. Ma poiché altri e più gravi
mali sono evitabili, fa d’uopo rivolgere attento lo studio ai mezzi di
por freno a questi e di prevenirli, o quando già esistono di estirparli.
Né le difficoltà del tema devono spaventare alcuno dall’affisarlo
perché, come ho detto altrove, si tratta o di consolidare le istituzioni
sicché elleno siano amate e difese dal popolo, ovvero di cadere in quella
specie di scetticismo politico che è il terreno più acconcio alle
minoranze audaci per mettere a soqquadro lo Stato, e precipitare la
nazione in un mare di guai. |
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