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I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell'amministrazione

SE SIA POSSIBILE UN GOVERNO PARLAMENTARE SENZA PARTITI

Io ho delineato nel capitolo primo i pregi ed i difetti del Governo di partito che sono per così dire da esso inseparabili. Ho quindi toccato nel capitolo secondo di altri difetti che facilmente vi si aggiungono e sono anche più pericolosi perché s’insinuano nella giustizia e nell’amministrazione, e gustandole traggono la società a mali altrettanto gravi e intollerabili quanto quelli del dispotismo. Natural cosa era che gli avversari del governo costituzionale ne traessero argomenti a fortemente combatterlo, e così fecero. Taluni hanno spinto il furore sino a chiamarlo barbarico a cagione appunto del sistema della gara e vicenda dei partiti, e delle differenze e contrapposizioni fra i pubblici poteri. Ma costoro messi poi alla prova d’immaginare qualche cosa di più perfetto falliscono, o disviano sovente in pedanterie rancide o in astrattezze impraticabili. Imperocché essi non considerano ciò che toccai sopra, cioè che disputando di forme di governo si tratta non d’immaginare l’ottimo, ma di riconoscere ciò che arreca maggior numero di beni, e minore di mali, e similmente che la stessa forma di governo non si attaglia egualmente alle condizioni di tutti i tempi e di tutti i luoghi; e come oggi sarebbe impossibile applicare la costituzione di Solone o di Licurgo o le istituzioni politiche romane, così il governo parlamentare è quello che sembra meglio rispondere alle esigenze della moderna società. Pertanto io lascio costoro alla orgogliosa ed ignorante baldanza onde maledicendo a tutti, sé medesimi adorano.
Ma se il governo costituzionale, divenuto in alcuni paesi parlamentare, sembra rispondere meglio alle condizioni della moderna società, pur nondimeno esso fu introdotto troppo di recente nel mondo, perché possiamo giudicarlo colla testimonianza dei fatti. La sola Inghilterra ci dà una prova di oltre due secoli, veramente meravigliosa, ma oltrecché ivi la costituzione aveva sue radici antichissime nella tradizione, e nel costume ancor più che nelle leggi, si può dire che la vera forma parlamentare come oggi s’intende non vi si esercita e non da trent’anni. Ebbe adunque ragione il Principe Alberto marito della regina Vittoria quando pronunziò quella sentenza che a taluni inglesi seppe di forte agrume: rapresentative government is on its trial. Che se il governo rappresentativo in Inghilterra si può riguardare come ancora in prova, che diremo noi degli Stati continentali d’Europa, nei quali appena comincia a svolgersi e mostrare i suoi effetti? Certamente la Francia non ci ha dato un esempio lusinghiero colle sue vicende di monarchia e di repubblica, e si comprende che molti n’abbian sentito disdegno e ribrezzo. Si comprende ancora che la mente di alcuni desiderosa del semplice, si mostri insofferente di far dipendere la buona condotta della cosa pubblica da un sistema delicato e complicatissimo di freni, di valvole, di contrappesi e di equilibrio: ma questi non sono argomenti sufficienti per condannarlo, che anzi nella natura quanto più gli esseri salgono sulla scala della perfezione, e più sono complessi e di molteplici organi forniti: e d’altra banda bisognerebbe aver in mente un altro sistema diverso dalle monarchie e dalle repubbliche rappresentative consuete, e che più si attagliasse ai nostri tempi, e quindi farne soggetto di comparizione. E invero il consiglio più pratico e direi il solo che vien dato è di ritornare alla signoria di un solo, che però si suppone savia, scientifica da corpi tecnici, e intenta solo al maggior bene delle moltitudini. Si fa presto a dirlo, ma anche di ciò abbiamo avuto saggi dolorosi. E a me pare veramente che sia da concludere col Principe Alberto che il governo rappresentativo è in prova, e che studiandone al lume della esperienza gli effetti, sia da tentare via via di correggerne le imperfezioni, e di renderlo veramente efficace e benefico a tutte le classi della società. Ma codesta è troppo ampia materia al mio assunto, il quale è d’investigare se possa intendersi un governo parlamentare senza partiti, e per conseguenza senza gli inconvenienti che da essi derivano. Ove ciò apparisse possibile, quivi sarebbe il rimedio assoluto, ed è perciò che l’indagine si chiarisce in questo luogo opportuna. Questa possibilità di sollevare il governo al di sopra dei partiti è vagheggiata da molti, e non solo nei casi straordinari, ma eziandio nei casi ordinari. E ciò spiega quel certo favore che accompagna sempre coloro che si presentano ai comizi o nelle assemblee un proposito di personale indipendenza, e una volontà risoluta di giudicare ed operare, in ogni singolo caso, secondo quello che stimano bene della patria, all’infuori di ogni partito.
E piglierò le mosse da un grande filosofo, il maggiore forse dei filosofi del nostro tempo, Antonio Rosmini, il quale non solo nella speculazione astratta, ma eziandio nelle indagini giuridiche e politiche mostrò acume d’intelletto, dirittura di guidicio, libertà di sentimenti, e piglierò il cap. 15 della Società e del suo fine nella Filosofia della Politica, là dove egli manifestamente invoca come ideale la fine dei partiti, e spera che possa conseguirsi mercé una sana educazione del popolo. E dice così: "Ciò che impedisce la giustizia e la moralità sociale sono i partiti politici. Ecco il verme che rode la società, che confonde le previsioni dei filosofi, che rende vane le più belle teorie. I partiti politici si possono riferire a tre origini, gli interessi materiali, le opinioni sostenute da antiche credenze e inveterate consuetudini, e le passioni... In qual modo adunque la civile associazione di difenderà dal pericolo dei partiti? Ecco uno dei più difficili problemi per l’uomo di stato, per la filosofia politica. Contro il pericolo predetto dei partiti che tolgano la calma ai governanti e ai governati sono proposti due espedienti:

1° Equilibrio dei partiti che si collidono. Sistema dell’antagonismo sociale.
2° Prevalenza di un partito sull’altro in modo che questo non abbia mai né volontà né potenza di ribellarsi. Sistema dell’assolutismo.

Il primo può bensì fare che la società non rimanga sacrificata alla balìa di un solo partito, ma non può mai appagar gli uomini, mantenendoli in uno stato d’irritazione. Inoltre se può esservi equilibrio per un certo tempo fra i grandi partiti (democratico, aristocratico, monarchico) non vi può essere fra i minori, che sono innumerevoli come gli interessi, le opinioni, le consuetudini. Finalmente chi può mantenere l’equilibrio dei partiti? o è un partito esso stesso, ed entriamo nel secondo espediente, o è un Ente al disopra dei partiti, e allora si dimanda qualche cosa di estraneo ad essi, il punto fermo di Archimede.
Né la società è meglio garantita nel secondo caso (e qui ne allega alcuni esempi). Vero è che un partito impossessatosi del governo acquista dal posto in cui si trova delle viste di giustizia e di equità che non aveva prima. Ma lasciando da parte la riflessione, che dee sempre trascorrere un poco di tempo prima che il partito cangiatosi in governo abbia preso le abitudini di giustizia e di moralità proprio dei governi, noi avremo allora un equo governo perché l’un dei partiti governa, ma perché un partito ha cessato di esser partito ed è diventato un equo governo. Inoltre le minorità a poco a poco si ordinano, s’infiammano e finiscono per rovesciare il partito dominante". La conclusione dell’autore è che i due mezzi sono inefficaci e che nessuna combinazione politica è sufficiente a guarentire stabilmente la società del cattivo effetto dei partiti politici. Rimedio solo è nell’impedire che nascano, colla sana educazione delle generazioni venienti.
Qui primieramente è da notare che l’autore definisce il partito così: "Col vocabolo di partito politico noi significhiamo un certo numero d’uomini che si associano espressamente o tacitamente per influire sulla società e farla servire al proprio vantaggio. Il partito ha per iscopo il proprio vantaggio non la giustizia, la equità, la virtù morale. Partito adunque ed equità, giustizia e virtù morale sono cose opposte". Ora se il governo della cosa pubblica non avesse altro criterio che la giustizia e la virtù, si potrebbe consentire coll’autore, imperocché due partiti in quest’ordine d’idee, non sono ammissibili. Ma il governo della cosa pubblica sotto la suprema regola del giusto e dell’onesto, ha un altro criterio ed è il più frequente, quello cioè dell’utilità pubblica. Pertanto se intorno all’utilità pubblica possono aversi idee diverse senza offendere la giustizia, non è così assurda l’esistenza dei partiti come parve all’autore. Ed invero per seguir l’esempio che dà egli medesimo non è egli agevole a comprendersi che altri favoreggi la democrazia, l’aristocrazia, la monarchia senza perciò offendere la giustizia e l’equità? per concludere a tal modo bisognerebbe prendere le mosse da più alta sentenza: che non vi è pensiero né atto meramente lecito, ma che tutti sono doverosi. Se il filosofo roveretano avesse posto mente a ciò, avrebbe inteso meglio la quasi impossibilità di togliere i partiti, e soprattutto non avrebbe definito il partito come una riunione di uomini aventi per unico fine l’interesse privato, e la potenza lor propria. Certamente se si prende le mosse da quella definizione, bisogna combattere a tutta oltranza l’esistenza stessa dei partiti, perocché sono il contrapposto del bene pubblico. Ma il problema, mi sia lecito dire, è mal posto. Imperocché tenendo pur fermo che in materia di giustizia non vi possono essere più partiti, ma posto che sulla utilità pubblica siano naturali e inevitabili le discrepanze di giudizio, come si può condannare una spontanea unione di uomini che si adoperi a conseguire il fine del bene generale qual è da loro inteso, e con mezzi legittimi? Così adunque dovrebbe porsi ragionevolmente il problema: con quali modi si può impedire che un partito si curi solo dell’utile privato, e si valga di mezzi non legittimi. Nicolò Macchiavelli lo aveva visto chiaramente laddove dice: "Coloro che sperano che una repubblica possa esser unita, assai di questa speranza s’ingannano. Vera cosa è che alcune divisioni nuociono alle repubbliche, ed altre giovano. Quelle nuocono che sono dalle sette e dai partigiani accompagnate; quelle che senza sette e senza partigiani si mantengono. Non potendo dunque provvedere un fondatore d’un repubblica che non siano nimicizie in quella, ha da provvedere che non ci siano sette... Le nimicizie di Firenze furono sempre con sette e perciò furon sempre dannose, né stette mai una setta vincitrice unita, se non intanto quanto la setta inimica era viva1". Per repubblica Macchiavelli intende sempre un governo libero, e per setta formata di partigiani quel che Rosmini chiama partito, cioè una accolta di uomini aventi per fine unico l’interesse privato e per mezzi la forza e la frode. Dove anche Macchiavelli giudica che le sette siano esiziali alle repubbliche, ma non le naturali divisioni; e conforme a questo concetto egli reputa che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente la Repubblica2.
Certo è che per stare alla storia moderna, il medio evo ebbe sette anzicché partiti, sebbene anche nell’intimo senso dei Guelfi e dei Ghibellini si trovi un’idea morale; ma le passioni imperversavano, la violenza era stimata il solo mezzo per trionfare e l’odio e la vendetta rendevano le discordie implacabili. Il Burckardt nel suo bel libro del Rinascimento italiano afferma che in quell’epoca cominciassero a piegarsi i partiti, siccome noi li intendiano. Colla fine della libertà e colla formazione delle grandi monarchie e dei principati assoluti, i partiti vengono meno: anzi la stanchezza di loro iniquie opere fu una delle cagioni principalissime perché i popoli si volgessero ad un Principe. Nel secolo passato, quando dalla filosofia mosse di nuovo la scintilla che doveva accender negli animi il desiderio di uno stato libero, questo punto non si trova, per quanto è a mia notizia, esaminato da alcuno di quegli scrittori che s’immaginavano di ricostruire la società dai fondamenti. Essi volevano rifare al XVIII secolo Atene, e Sparta e Roma, e pur facevano astrazione dalle fazioni che avevano insanguinato quelle città, e forse l’essere cessato i partiti da due secoli aveva loro fatto obbliare intieramente questo pericolo. Solo il Montesquieu ne dà un accenno. "Le divisioni si pacificano più agevolmente negli stati governati a monarchia, perché il sovrano ha nelle sue mani una potenza coercitiva che riconduce i due partiti; ma in una repubblica sono più durevoli, perché il male s’attacca alla potenza stessa che potrebbe guarirle". Montesquieu vede nella repubblica (ed egli con questo nome intende come Macchiavelli ogni paese libero) un partito che s’impossessa della cosa pubblica, e quindi lungi dal far cessare la divisione ha interesse a tenerla viva, o almeno non può spegner l’altro: ma non va più oltre di questa semplice considerazione. Nell’Enciclopedia che raccoglie il fiore della dottrina francese del secolo scorso, trovi alla voce partito la definizione che segue: "Una fazione, potenza, o interesse, che si considera opposto ad un altro". Né Voltaire, né Rousseau che diedero come il vangelo alla rivoluzione francese, fanno motto della questione che ora ci occupa. Napoleone I trovò la Francia stanca delle fazioni e volle porsi sopra di loro, e le schiacciò come diremo appresso. In quel tempo il Burke formulava forse pel primo la teorica dei partiti come ho detto sopra, ma i francesi poco l’avvertivano. Più tardi gli scrittori più eminenti di diritto costituzionale come il Benjamin Constant e gli altri che lo seguirono appresso, non ne fanno quasi menzione, o almeno non veggono le difficoltà che potevan sorgere dal contrapporsi dei partiti e dall’alternarsi loro al governo.
Del Rosmini ho dato ragguaglio sopra: il Gioberti collega la questione delle parti colla dialettica e ne parla così: "Le voci di parte e di setta accennando disgiuntamente e rottura di un tutto, significano un non so che di privativo, di manchevole, il vizioso, e però nella buona lingua le parti e sette politiche si chiamano anche divisioni, quasi eresie speculative e scismi pratici verso l’opinione e unità nazionale. E invero ciascuna di esse rappresenta un solo aspetto dell’idea moltiforme che genere ed abbraccia compitamente il concetto ed il fatto, il genio e l’essere della nazione... E siccome nel lavorio dello spirito l’affetto ritrae dal concetto, elle sono rissose e non pacifiche, intolleranti e non conciliative, parziali e non eque, eccessive e non moderate, volgari e non generose, sollecite di se stesse anzi che della patria, e licenziose intorno ai mezzi per sortire l’intento loro. Tanto che assommata ogni cosa tengono più o meno del rovinoso e del retrogrado anche quando si credono progressive o conservatrici. Non si vuol però inferire che tutto sia falso nei loro dettati, o reo delle loro pratiche, perché se fosse, non potrebbero avere vita, credito e potenza. Ogni setta è l’esagerazione di un vero e di un bene parziale, nei quali sta il merito e il vizio, l’efficacia e l’impotenza loro, atteso che anche il vero ed il bene si corrompono ogni volta che trasmodano a pregiudizio di altri beni, e di altri veri... Le parti sono effetto della civiltà immatura, come le scuole della scienza primaticcia e manchevole; e quasi una reliquia dell’antica barbarie, ma migliorata. Nella barbarie il conflitto è violento e si spedisce colle armi... oggi per ordinario la pugna si esercita nel campo delle idee e dei maneggi, sostituendo il pensiero e la parola, e spesso l’arte e l’astuzia, talvolta anche i raggiri e la frode ai colpi e alla forza; il che è certo un notabile avanzo, imperocché la lotta ridotta a questi termini, se non è pacifica né generosa in se stessa, è pero men brutale e malefica per gli effetto. E, a mano a mano che la civiltà cresce, le parti si emendano, diventano più eque e tolleranti, più benevole e disposte agli accordi: passano dai libelli e dai conventicoli ai giornali e ai parlamenti: pigliano una forma più moderata e sincera: di private e spesso clandestine diventano pubbliche, di nocive utili; e si chiamano opposizione: la quale è in politica un progresso dialettico, e somiglia alla dissonanza artificiosa nella musica, alla critica, e all’obbiezione nella dogmatica e polemica dottrinale. D’altra parte esse vanno scadendo d’importanza e rimettendo di forze, per guisa che se la cultura potesse quandocché sia toccare il colmo, elle affatto si dileguerebbero. Ma siccome l’idea e la dialettica compiuta non possono raggiungersi che per via di avvicinamento; così il progresso della civiltà verso le sette, consiste nel migliorarle rivolgendole sempre più al bene, e rendendole meno attuose pel male ".
Sismondi nel suo bel libro delle Costituzioni dei popoli liberi, parlando del regime rappresentativo, pone in luce che ciò che costituisce la sincerità del governo libero si è che tutte le opinioni, tutti gli interessi possano essere schiettamente espressi, dibattuti, pesati; e nota che i deputati vengono al Parlamento recando i desideri, i bisogni di una provincia, di una città, di una classe, di una facoltà, di una professione: ma qui si ferma, e non esamina come questi deputati, secondo i desideri e i bisogni che rappresentato, tendano ad aggrupparsi e disciplinarsi nella forma di partito.
Fu presso ai Tedeschi che lo studio dei partiti pigliò un metodo e una forma scientifica. Teodoro Röhmer scrisse intorno a ciò un libro degnissimo di menzione6 che poi è stato da molti in parte copiato. Scrisse eziandio più tardi il Treitschke, e mirò ad esprimere i mali dei partiti, ma quegli che ha esaminato a fondo la questione più di ogni altro è il Blüntschli7 il quale che là dove è operosità di vita politica, ivi sorgono di necessità i partiti, giacciono invece dove il popolo è neghittosamente indifferente ovvero oppresso dalla violenza; di guisa che la mancanza di casi è degno d’inettitudine o di oppressione, la esistenza loro di vitalità e di gagliardia.
I partiti politici, secondo il Blüntschli sono dunque tanto più vigorosi quanto la vita politica è più ricca e più libera. La storia della repubblica romana, lo svolgimento della monarchia inglese e dell’Unione americana non si spiega altrimenti che col conflitto dei partiti. Le rivalità loro, e gli sforzi generano le migliori istituzioni politiche e traggono in luce forze che prima eran nascoste. Laonde non bisogna credere, come certe anime timide, che i partiti politici siano una debolezza, e una malattia dello stato moderno: imperocché sono al contrario argomento di vita sana e forte. Il non appartenere ad alcun partito non è punto virtù del cittadino, e il dire di uno statista che è estraneo ai partiti non è lode, ma biasimo. Però giova notare che partito come dice il vocabolo stesso, è frazione di un tutto, per la quale cosa non può senza orgoglio ed usurpazione prendere il luogo dello Stato. Esso può combattere gli altri partiti, ma non gli è lecito finger d’ignorare l’esistenza loro né sforzarsi di distruggerli. Solo nelle monarchie v’ha un uomo che deve rimanere al di fuori e al di sopra dei partiti, ed è il Re. A lui spetta accordare a ciascun di essi protezione e tutela nei limiti del diritto comune, e tenendo conto del corso mutevole dell’opinione pubblica, accogliere nei consigli del governo quel partito che meglio la rappresenti. Però il partito non dee confondersi colla fazione. Questa ne è la degenerazione e il corrompimento, e riesce perniciosa allo Stato quanto il partito gli è utile. Avvegnacché ciò che distingue il partito nel vero e legittimo suo senso è che esso non esclude gli altri partiti, ed ha un intento politico il quale è in accordo coi fini dello Stato: ma diventa fazione quando sottopone il tutto alla parte, gl’interessi dello Stato ai propri. La fazione è l’egoismo che trionfa e usufrutta lo Stato a proprio vantaggio. Il partito ha sempre due interessi, uno particolare ed uno generale come ogni cittadino come ogni corporazione: ma deve sottoporre l’interesse particolare all’interesse generale. Sicché può dirsi che il partito diviene fazione, e la fazione diviene partito per inversione dei poli, secondocché vi prevale l’interesse generale o il particolare.
Queste cose aveva scorto anche il Balbo chiaramente:" Le diverse opinioni sullo Stato sono dapertutto. Ma sotto ai governi assoluti non si possono esprimere legalmente e quindi si producono le fazioni che sono appunto le parti non legali. E le fazioni poi diventano congiure, sette, società segrete, tumulti di palazzo, e di piazza; sventure tutte e vergognose nazionali. All’incontro quando le opinioni diverse sullo Stato possono esprimersi, ed aspirare al governo legalmente, esse da fazioni diventano parti politiche legittime, legali, virtuose, onorevoli, e talora gloriose, utili allo Stato." Codeste considerazioni del Balbo come quelle del Blüntschli che ho riferito, sono atte a rispondere in gran parte alle cose dette dal Rosmini, mediante la distinzione fra partito e fazione che è pur quella intraveduta dal Macchiavelli; solo vuolsi aggiungere che è facile il trapasso dall’esser di partito a quello di fazione, e per conseguenza la trasformazione di un organo le cui funzioni, secondo gli autori menzionati, sono utili alla sanità del corpo intero, in un fomite di malattia che lo corrompe e lo dissolve.
Nel libro medesimo di che ho parlato sopra, il Blüntschli viene investigando le origine dei partiti, e li divide in sei classi. Quelli che attingono i loro principi ad una confessione religiosa, mescolando l’ecclesiastico ed il civile, some sarebbe il partito clericale o protestante; ovvero che s’appoggiano sopra interessi territoriali o regionali, per esempio un partito del settentrione e del mezzodì, e questi sono assai pericolosi. Già Washington aveva detto: prendete guardia di non distinguere i partiti dalla postura geografica. Quelli che hanno origine dagli interessi di classe e li rappresentano, come era nei secoli scorsi la nobiltà, il clero, il terzo stato; di che anche la Germania odierna ci dà un esemplare nei così detti Junker o feudali, e tale sarebbe anche un partito di operai che sorgesse: e codesti parimente sono funesti. Imperocché normalmente i partiti debbono aggregarsi per idee politiche, non solo astraendo da confession religiose, da territorio o da regioni diverse del paese, ma eziandio da ordini distinti nella società. Segue la classificazione dei partiti secondo i principi costituzionali, e qui ci si parano innanzi quelli che prendono nome dalla forma del governo, monarchici o repubblicani, unitari o federali, accentratori o decentratori. Queste divisioni ebbero ed hanno la ragion d’essere loro nelle grandi questioni sulla costituzione degli Stati che da un secolo agitano il mondo; ma è evidente che una volta costituito lo Stato in una data forma, e assicurata la sua durata sopra solide basi, debbono scomparire. Io però osserverei al Blüntschli che per quanto una costituzione sia assodata, pure vi sarà sempre una tendenza o all’accentramento o al decentramento, ad unità o a federazione, a dare al monarca un potere più forte ed efficace, o a pareggiarlo al presidente di una repubblica; e siffatte tendenze senza essere la sola bandiera dei partiti, ne saranno pur nondimeno uno degli amminicoli importanti. Il quinto modo di aggrupparsi è come partito governativo e partito di opposizione. E’ il modo antico inglese onde si poté dire che nella costituzione della Gran Bretagna è sempre un partito quello che governa. Il fatto è che entrambi i partiti, whigs e tories tennero a vicenda e secondo l’indirizzo della pubblica opinione, il governo della cosa pubblica, e che per conseguenza ogni partito diventò a sua volta ministeriale e di opposizione. Ed era questo l’ideale che si formava il nostro Balbo, cioè due partiti sole quelle del ministero e quella dell’opposizione. Però il Blüntschli avverte al duplice pericolo; dell’opposizione sistematica che recalcitra anche ad intenti che in cuor suo giudica buoni, e del partito governativo ad oltranza che non ha altro fine fuorché di sostenere il ministero, ed è composto da impiegati o da uomini inclinati a servire l’autorità qual che ella sia e in qualunque forma; i quali però sono a lungo andare per i ministeri un debolissimo appoggio, e talora eziandio un pericolo. L’ultima forma che il Blüntschli chiama la più pura e la più elevata è quella che facendo astrazione dalla religione, dalla classe, dalla regione, dall’interesse, s’informa a principii veramente politici e che accompagnano sempre lo svolgersi dello Stato libero. Così fu gran progresso per l’Inghilterra quando i whigs s’intitolarono liberali, i tories conservatori, lasciando da parte la tradizione, e fondandosi sui due elementi di conservazione e di progresso che sono entrambi essenziali alla vita di una nazione.
Il Blüntschli dà il tipo di quattro partiti di cui due sono normali e gli altri due ne sono per così dire l’esagerazione e cioè il partito liberale, e il partiti conservatore, indi il partito radicale ed il retrivo. E non alieno dall’accogliere la comparazione del Röhmer che paragonava il partito radicale alla infanzia, il liberale alla giovinezza, il conservatore alla virilità, il retrivo alla vecchiaia. A me duole di non poter intrattenermi nell’esame delle idee che ogni partito vien formandosi sulla nozione e la forma dello Stato, sul concetto di diritto, di libertà, di nazionalità, infine sulle questioni economiche. Ma in ciò egli era già stato preceduto dal Gioberti, che rispetto all’Italia aveva diviso i partiti in democristiano, conservatore, puritano e municipale con poca differenza dalle quattro categorie adottate dal Blüntschli: l’uno e l’altro augurando che conservatori e liberali si alleassero, ed escludessero gli estremi. Ma io mi dilungherei troppo dal pensiero fondamentale di questo capitolo che vorrebbe indagare la possibilità di un governo libero che non sia di partito.
Pertanto parmi di poter da tutte le cose sopra esposte indurre le proposizioni seguenti. E’ inevitabile che nei governi liberi si generino opinioni diverse non tanto sul fine che è la prosperità e il miglioramento dei cittadini, quanti sui mezzi più acconci a raggiungerlo. Ho già toccato delle differenze naturali che si riscontrano negli ingegni, nelle tradizioni, nell’ambiente in cui ciascuno fu educato, soprattutto negl’interessi. E ho mostrato che coloro che concordano nei concetti principali, relativi alla condotta della cosa pubblica, sono sospinti naturalmente a riunirsi insieme, ed a congiungere i loro sforzi per far prevalere i pensieri che hanno comuni. Da ciò la origine del partito. Sembra difficile concepire nei paesi liberi uno andamento diverso. Piuttosto si potrebbe dire, allargando il nostro esame, che ciò avviene non solo nella politica, ma eziandio in ogni altra parte della vita scientifica e civile. Persino la teologia non ne va immune, se consultiamo la storia. Vero è che la Chiesa cattolica ha sciolto il problema delle spegnimento dei partiti collo stabilire un’autorità ultima e suprema che definisce in modo infallibile i punti necessari alla eterna salute (o essa risieda nel Concilio presieduto dal Pontefice, come molti credevano un tempo, o nel Pontefice solo quando pronunzia ex Cathedra come oggi s’insegna): ma ciò presuppone una perenne ispirazione dello Spirito Santo, che non ha difetto mai quando si tratta delle cose essenziali alla Fede. Se non che, in fuori di questa ristretta cerchia, anche la teologia cattolica ha molte materie nelle quali una certa varietà di giudizi è permessa e, come dice Sant’Agostino, intorno ad esse vuolsi lasciare ai fedeli la libertà8; e quindi nasce la discrepanza di talune opinioni anche fra i più ortodossi. Or questa discrepanza che è se non il principio del partito? Ma presso i protestanti che non hanno questa autorità infallibile, i partiti sono molti e ardente, i quali manifestano nelle varie lor confessioni tuttocché abbiano una credenza comune nella divinità della Bibbia.
Lo stesso accade nella scienza in quella parte almeno che non è dimostrata in modo assoluto, e rimane opinabile onde la filosofia antica e moderna fu divisa in scuole: e così la medicina, l’economia, la legislazione e persino, secondo Macaulay, le scienze fisiche, e le matematiche. Invero questo concetto piò rannodarsi ad alcune leggi generali che regolano la natura fisica e morale. E risalendo sino ad Empedocle a chi non è noto che la sua filosofia poneva nella discordia il principio creatore e conservatore del mondo? Donde i versi del poeta che attribuisce all’amore il principio della dissoluzione

... io pensai che l’universo
Sentisse amor: per lo qual è chi creda
Più volte il mondo in caos converso. 

La quale teorica variante trasformata si trova sparsa in tutti i filosofi dell’antichità e del medio evo sino ai moderni, fra i quali Hegel sentenziò che la contraddizione è il ritmo della vita dello spirito. Gli stesso positivisti odierni non si discostano da un’idea analoga, avvegnacché dicono che l’unità non si estrinseca che per la diversità: ed i Darwiniani da una o più cellule primitive fanno evolvere tutte le specie. Finalmente l’Herbert Spencer fonda la sua dottrina in ciò che dall’omogeneo semplice ed indefinito erompe l’eterogeneo complesso e definito.10 Il che in sostanza non è che un riconoscere come legge di natura il contrasto che precede e fa luogo all’armonia. Ma lasciando queste speculazioni, e venendo alla politica, nessuno potrà maravigliarsi che se si trova la divisione ed il partito nella scienza e nell’arte, là dove si tratta d’interesse che toccano ciascheduno da vicino, quivi eziandio si manifesti.
Ma le sue gradazioni sono diverse. Anche nei reggimenti meramente consultativi il partito fa sentirsi, e l’opinione della maggioranza finisce per avere un predominio, però con azione lunga che procede inosservata, e spesso interrotta. Nei governi prettamente costituzionali come la Germania e l’Austria-Ungheria, lo influsso dei partiti è maggiore, ma non sempre decisivo, e rimane contrappesato, talvolta dal volere del sovrano, talvolta dalle tradizioni burocratiche, o dallo spirito militare. Nei giorni parlamentari è massimo. perocché l’assemblea non solo ha potestà di far leggi e sindacare la condotta quotidiana dei ministri, ma la sua espressa fiducia è per essi condizione vitale, comecché la scelta loro appartenga al Principe. Dall’altra banda è di sommo rilievo considerare che un’assemblea non potrebbe far opera efficace e perseverante se non è organizzata, e se per conseguenza non v’ha chi sappia e possa dirigerla; or spronandola, or frenandola; sicché è mestieri che abbia capi riconosciuti, ed una maggioranza loro fedele.
Citano taluni ad esempio Napoleone I, e dicono che egli aveva fondato uno Stato moderno civile, con assemblee deliberanti, e che nondimeno la massima fondamentale dell’esser suo era il soprastare ai partiti. Imperocché secondo la sentenza fa lui proferita al Consiglio di Stato, governare con essi è lo stesso che mettersi in loro Balìa. Io non mi piegherò mai, aveva egli detto, a tale servaggio, e voglio giovarmi di tutti coloro che hanno ingegno e non rifiutano di meco procedere.11 Certamente quando Napoleone raccolse in sua mano la somma delle cose, i partiti s’erano dilaniati sì crudelmente, e avevano immolato ai loro insani furori tante vittime, e così profondamente perturbato tutta l’amministrazione pubblica, che s’era ingenerato nel popolo un cordiale odio contro di essi. Cosicché al giovane corso già famoso per le vinte battaglie, e pei felici negoziati coi potentati stranieri, tutti si rivolsero come a salvatore, affinché pigliasse la grande impresa di pacificare gli animi, e di riordinare lo Stato. E così avviene ed avverrà sempre, se i partiti dimentichi del fine come cioè dell’utile pubblico, si lacerino per motivi d’interesse o di rancori privati e anche se le pugne loro imperversino in guisa da togliere al cittadino la sicurezza degli averi e della persona. Allora i diritti politici appaiono agli uomini piuttosto un pericolo che un privilegio, ed essi sono pronti a farne gitto in favore di chi porge loro in cambio la quiete e l’ordine. Così avvenne di napoleone, e vi si aggiunge il suo genio singolare, e maravigliosamente atto ad intendere gli istinti popolari e le condizioni del tempo in cui visse. Né la sua fu tirannide a solo profitto e gloria dell’Imperatore, né fu governo paterno che si trascinasse sulle orme del passato pur di non offendere troppi interessi; ma fu dittatura acclamata dal popolo francese per introdurre nelle leggi e negli istituti pubblici tutto ciò che lo spirito moderno aveva immaginato di più nobile e di più vantaggioso per l’universale. E a lui invero si appartengono i codici, e l’ordinamento della magistratura giudiziaria, e quello dell’amministrazione in ogni sua parte, a lui la regola e la severità della finanza, a lui l’Università, e lo svolgimento grandioso dei lavori pubblici. Cosicché non a torto, nonostante il suo furore guerresco, egli poté dire, parlando un giorno al Consiglio di stato, che sino al suo secolo due potestà sole s’eran vedute nel mondo, la militare e la ecclesiastica; e ch’egli intendeva ora costituirne una terza, cioè la potestà civile.12 Ma questa costituzione e le riforme in ogni parte della cosa pubblica da lui prendevano le mosse, non dal libero dibattito di rappresentanti del popolo. La sua macchina si muoveva per tre ruote: il Consiglio di stato che, sotto l’indirizzo dei suoi suggerimenti, edificava il tempio delle leggi, il Corpo legislativo al quale dette leggi eran poste innanzi; ed esso senza alcuna iniziativa propria le accettava; e infine il Senato, corpo meramente destinato a conservare la costituzione e gli ordini pubblici. Il tribunato, comecché avesse tarpate le ali, non poté durare, e fu casso, perché ogni opposizione ancorché lieve pareva intollerabile: così era perseguìta la stampa e ogni manifestazione che si discostasse dai suoi intendimenti: tanto che ben può dirsi che il governo napoleonico fu un governo ampiamente consultativo e anche democratico, ma non un governo libero, perché padroneggiava sopra tutti e sempre la volontà di un solo, quale ogni cittadino doveva inchinarsi.
E qui mi accade di fare una osservazione. Se il governo napoleonico era arbitrario in politica, e non ammetteva contraddizioni, però in materia di giustizia e di amministrazione era ordinariamente severo ed imparziale. E ciò spiega il gran favore che accompagnò l’opera sua interna, e quella tradizione che rimase generalmente della bontà degli ordini napoleonici, che noi abbiamo udito decantare per tutto il tempo della nostra giovinezza. Eppure il popolo francese non poté appagarsi lungamente di quella forma di governo; e lo provano due cose, l’una che Napoleone stesso riconoscendo i pericoli di un’autorità illimitata, meditava anche nell’apogèo della gloria, di porre freni a’ suoi successori, affinché se non abusassero, l’altra che egli medesimo al ritorno dall’isola dell’Elba stimò coll’atto addizionale, dare una costituzione sul modello inglese. Né avvenne diversamente a Napoleone III, il quale dopo molti anni di governo assoluto, sentì la necessità di ridonare alla nazione molti dei diritti che egli aveva in sé raccolti, e di porre la piena autorità, sebbene i plebisciti l’avessero in lui più volte confermata. Quel governo adunque, che usa chiamarsi oggidì cesareo, dura ed ha gran forza sino a che si tratta di liberare uno Stato dall’anarchia, e di riordinarlo, o di conquistare territori, e potenza nel mondo: ma quando per l’efficacia sua propria ha ottenuto il primo fine, e le circostanze gl’impediscono di raggiungere il secondo, subito nasce nei popoli il desiderio di partecipare maggiormente alla cosa pubblica. Sicché questa dittatura ci apparisce piuttosto come un freno temporaneo e riparatore, che come una forma stabile e ordinata di reggimento.
Altri pigliando le mosse da ciò che noi abbiamo toccato sopra, cioè che nel governo costituzionale la pugna dei partiti sia men cruda, e i danni loro men gravi in raffronto al governo parlamentare, opinano che convenga tenersi stretti al primo e non lasciarsi trascinare al secondo, o tentar di ricondurvisi una volta disviati. Ma, prima di tutto, se è vero che molti difetti si accrescono e spiccano maggiormente colla forma parlamentare, però è da riconoscere enziandio che ne esistono i germi anche nella forma costituzionale la più ristretta. E veramente in Inghilterra l’una ha surrogato l’altra a poco a poco, ma il mutamento s’è compiuto propriamente durante il regno della Regina Vittoria. E nondimeno anche in antico i partiti c’erano, e ferventissimi, anzi più inframettenti che non siano oggi. E la Germania similmente, che è uno Stato prettamente costituzionale, ha già avvertito quei pericoli onde abbiamo discorso, e s’è messa a studiarne il riparo con quell’alacrità ed acutezza che è propria del genio di quella nazione. E inoltre una volta che il passo della forma costituzionale alla parlamentare è fatto, riesce difficile revocarlo. L’Italia s’è, per dir così, ricreata in quest’ultima forma, e sarà già grande merito se saprà tenervisi ferma, senza scender anche più in basso: voglio dire che ciascuno dei tre poteri, il Re, il Senato, e la Camera elettiva conservino i loro diritti e li esercitino con fermezza. Imperocché pur troppo veggiano i sintomi di una degenerazione; la quale consiste nella tendenza di annullare le prerogative della Corona, nello irritarsi al ogni opposizione del Senato e volerne sforzare, e finalmente nell’atteggiarsi dei ministri quasi ad agenti e commessi dell’assemblea elettiva. Dico che questa è una degenerazione, e rende il governo monarchico peggiore della repubblica, soprattutto là dove il presidente è eletto dal popolo, perché ivi almeno la potestà esecutiva ha una intonazione e una vigoria sua propria, indipendente dai voleri mutabili e spesso capricciosi delle assemblee.
Tuttavia vi sono stati alcuni che hanno immaginato possibile il governo parlamentare senza partiti, e di questi anche recentemente a mia notizia due, uno inglese W. Thornton ed un altro americano A. Stickney, dei quali per esaurir l’argomento mi è d’uopo tener parola.
Lo Thornton prende le mosse precisamente dall’Italia, la quale offre a parer suo uno spettacolo miserevole, colla vicenda continua dei ministeri; onde l’amministrazione rimane incerta o perturbata e manca nella condotta della cosa pubblica ogni legame di tradizione e coerenza. Questa idea era già stata, in generalità, accennata dal Laveleye, il quale avrebbe voluto che qualche dicastero, come quello della guerra, dell’istruzione, dei lavori pubblici fosse retto da amministratori tecnici e permanenti. Questi sarebbero venuti una volta l’anno a difendere il bilancio dinanzi all’assemblea, e senza assoggettarsi a mutazioni ministeriali d’indole politica, avrebbero rinunziato all’ufficio sol quando vi fosse una ragione tecnica o di personale responsabilità. Di ciò avrò l’occasione di parlare in altro capitolo che riguarda i rimedi. Ora seguitando l’inglese, questi prende le mosse dal concedere che in ogni assemblea, per quanto i suoi componenti siano per singolo indipendenti, vi sono di necessità due andazzi di pensiero, l’uno favorevole, l’altro avverso alle innovazioni. Ma egli vorrebbe che i ministri sapessero acconciarsi sempre alla maggioranza della Camera, e fossero per dir così gli esecutori della sua volontà, senza tenersi punto obbligati a licenziarsi per un voto contrario, salvocché questo implicasse una censura diretta ovvero una mancanza di fiducia espressa contro la rettitudine o l’abilità del ministro. Similmente rallentando i vincoli che uniscono i membri di un gabinetto, e dando a ciascheduno una maggior padronanza e scioltezza di azione nel dicastero proprio, sì avrebbero per avventura e, anche di rado, mutazioni di un ministro, ma non mai di tutti insieme, e cesserebbero quelle perturbazioni che oggi si lamentano.
Qui prima di tutto è da osservare che il ministero secondo questo ideale, non dee mai avere un piano proprio di buon governo, mai nessuna fede o presunzione ferma, ma in ogni cosa sottomettersi alla opinione della maggioranza e non solo sottomettersi ma farsene esecutore. In secondo luogo ogni ministro qui procede per la sua via senza curarsi del nesso che costituisce l’indirizzo generale della politica. Infine si dà alla assemblea elettiva una potestà illimitata, di modo che il Senato e la Corona divengono quasi un fuor d’opera. Essa sola decide, ma in tal caso i danni di una Camera unica, la quale dispone di tutto, son tanto gravi da fare di questo governo non un tipo di bontà, ma un principio di disordine. Imperocché un’assemblea, per quanto eletta, è sempre moltitudine, quindi non può né ideare né tampoco seguire un piano ben congegnato se altri non la guidi e non gli mostri un fine alto, e i mezzi per giungervi, e non la costringa talora coll’autorità di una meritata fiducia, a non disviarne. E se fra i ministri v’ha chi abbia il fermo convincimento di alcune verità, come potrà patire di essere semplice strumento dell’assemblea? Vi si acconceranno per avventura i mediocri, non color che sentano di avere tanto ingegno da guidare altrui. Laonde il disegno di che parliamo muove da idee confuse e si mostra impraticabile: in ogni caso si risolverebbe in una cattiva repubblica, privata di un elemento importantissimo qual è il presidente eletto dal popolo.
La vera repubblica: tale è il titolo, tale lo scopo dello scrittore americano, il quale dopo aver deplorato le condizioni della sua patria, e mostrato i funesti effetti della divisione dei partiti, propone che si esca una buona volta, e per sempre dal presente stato di cose. Il quale a suo avviso produce tre effetti disastrosi: il primo che gli uomini non sono chiamati a fare ciò che meglio saprebbero e potrebbero; il secondo che quand’anche siano chiamati ad un ufficio i più adatti non si può ottener da loro il massimo di opera utile: il terzo che la corruzione penetra da per tutto e tutto guasta e conduce a rovina. Già ne levai alcuni saggi nel capitolo secondo, e fu codesto libro che mi porse alcuni esempi spaventevoli della partigianeria che imperversa negli Stati Uniti. Ad evitare questi mali egli propone in primo luogo che ciascun impiegato pubblico sia destinato ad una sola qualità di lavoro, e debba compierlo nel modo più assiduo, efficace, e produttivo possibile. A tal fine è mestieri che il suo ufficio non sia a tempo (come è oggi in America) ma permanente, e che cioè duri finché egli rende buon servigio. Indi che la sua nomina non venga dal popolo (come di presente) ma dai suoi superiori conforme certi titoli prestabiliti, finalmente che i superiori stessi abbiano la potestà di rimuoverlo, se fa male. Fin qui si tratta di riordinare i dicasteri secondo il sistema europeo. Segue che alla cima di tutti questi officiali pubblici sia un Capo del potere esecutivo, eletto dal popolo, ma anch’egli a vita, e responsabile di tutto l’andamento dell’amministrazione verso l’assemblea di che diremo or ora: che in disparte da questa gerarchia esecutiva, vi sia un corpo di giudici, sia pur questo eletto dal popolo, ma stabile anzi inamovibile: che la potestà sovrana infine risieda in un’assemblea, cui spetti far le leggi, decretar le imposte, e finalmente rimuovere qualunque impiegato esecutivo compreso il capo dello Stato, e i giudici medesimi, quando nella medesima sentenza concorra una maggioranza di due terzi dei voti. Ma l’assemblea non avrebbe né facoltà di nominare impiegati, né ingerenza sulla nomina loro, né azione diretta sulla amministrazione, ma solo un alto sindacato. I membri di quest’assemblea sarebbero anch’essi a vita, non a tempo, e rimunerati in guisa da poter dedicare tutta l’opera all’ufficio loro, senza darsi pensiero di future elezioni.
La nomina degli ufficiali pubblici, fatta a vita e non a tempo, fatta dal superiore e non ad elezione di popolo, fatta secondo certe regole che stabiliscono i titoli della idoneità che si richiede ad occupare un dato posto e non a capriccio; tutto ciò, come dissi, è già in Europa. E sebbene abbia qui fornito occasione ad accuse infinite e gravissime contro quello che chiamasi spirito burocratico, nondimeno io credo che il nostro metodo sia di gran lunga migliore dell’americano, dove si tramutano e si rinominano tutti o molti impiegati al mutarsi del presidente. E’ chiaro ed è dimostrato dall’esperienza che quel metodo fruttifica la più ampia messe immaginabile d’interessi partigiani, ed è giustamente accusato di convertire la carriera dei pubblici impiegati in un lotto, mentre lo Stato ne ritrae il servizio minore e men buono. Ma quand’anche il sistema europeo fosse introdotto in America, certo non sarebbe sciolto interamente il problema. Di che fanno testimonianza i nostri continui lagni. Quanto al capo dello Stato nominato a vita sarebbe questa una specie di monarchia elettiva, con tutti i difetti che furono in essa riconosciuti dall’esperienza, e che resero questa forma di governo la meno sicura e la meno desiderata dai popoli. Avvegnacché la natura umana è così fatta, che il presidente a vita o il monarca elettivo abbia un grande stimolo a perpetuare la potenza e gli onori nella propria famiglia, e cospiri sempre a convertire la propria dignità in ereditaria. Né gli riesce difficile il conseguirlo, se fu benefico e glorioso, anzi quanto maggiori sono le sue qualità tanto più il suffragio popolare lo spinge a porsi al di sopra della costituzione. Che se è mediocre e fiacco non potrà osar tanto, ma si studierà di arricchire la famiglia e i favoriti, come dimostrano infiniti esempi storici, e il così detto nepotismo n’è un commentario perpetuo. Né più lodevole è quell’assemblea sindacatrice, la quale per l’una parte non dà indirizzo alcuno alla politica interna ed esterna, e per l’altra non attinge mai nelle elezioni rinnovellate le forze vive dalla pubblica opinione. Dal giorno che i suoi membri sono eletti, essi per dir così si distaccano dal popolo che solo potrebbe loro infondere succo e sangue, e ne permangono separati; ond’é assai presumibile che non partecipino alle mutazioni dei pensieri e dei sentimenti generali; e un bel giorno si sentano in tutto staccati dalla nazione. Si dirà che le elezioni avverrebbero per morte, ma è troppo lento questo succedersi, per corrispondere al voto della democrazia. E quanto al sindacato dei pubblici ufficiali, dove quest’assemblea effigia per dir così l’antico costume dorico, svoltosi nel collegio degli efori, sarebbe assai raro il caso di rimozione del capo del potere esecutivo, e di altri impiegati, non solo perché occorrerebbero due terzi dei voti della assemblea, ma perché il presidente della repubblica colla sua autorità vitalizia e coll’influsso che necessariamente accompagna le aspettative lunghe, eserciterebbe una influenza stragrande sopra i membri dell’assemblea. E forse si formerebbe fra loro una specie di compromesso, pel quale ciascheduno vorrebbe vivere la vita quieta, senza troppo brigarsi del rigoroso adempimento dei propri doveri. Cosicché questa forma di governo che non mi par nuova, perché almeno in parte si è veduta nell’antichità, e non ha fatto buona prova, potrà chiamarsi, se così piace al suo autore, la vera repubblica, ma non è un vero governo libero.
Finalmente a prova della possibilità di un governo libero senza essere governo di partito, si additerà qualche cantone della Svizzera, dove nel Consiglio di stato, che è la potestà esecutiva, si trovano riuniti uomini di opinioni diverse anzi opposte. Il che avviene per effetto del modo della elezione, la quale non viene dall’assemblea ma direttamente dal popolo. E così manca uno dei cardini del sistema parlamentare, cioè che il potere esecutivo non possa reggersi che sostenuto dalla fiducia dell’assemblea elettiva. Ma oltre a ciò, due cose sono a notare: l’una che questa convivenza di uomini che professano idee opposte non è utile ai pubblici servigi, l’altra che se dura nei tempi ordinari, vien meno e si spezza tosto che sorge una questione importante. Ed anche così come quel Consiglio si trova composto, lungi dal cooperare schiettamente con tutte le forze al comune fine, i membri di esso si astiano, e ne nasce un palese contrasto che rallenta l’andamento regolare degli affari, ovvero una guerra sorda che lo arresta.
Adunque sembra che nella condizione presente delle cose, e nella forma costituzionale e più ancora nella forma parlamentare, la esistenza e la vicenda dei partiti sia inevitabile. Dico nella condizione presente delle cose, perciocché io non intendo di pronunziare qui un giudizio assoluto e perpetuo. Passato è il tempo nel quale di certe proposizioni generali si facevano del’idoli dinanzi ai quali non restava altro che chinar reverenti la fronte, come quelli che dovevano regnare in ogni plaga di paese ed in tutti i secoli. A me è d’avviso che quel credo, che fu con tanta passione difeso dagli scrittori liberali della prima metà di questo secolo, meriti di esser riveduto e notevolmente corretto; non già che ne restino parti importantissime confermate dalla esperienza, ma del sicuro altre svaniranno o perderanno di loro importanza. Che se mi fosse lecito far conghietture sull’avvenire, direi che il progredire della scienza e della civiltà dee restringer la cerchia dei partiti, ed attenuarne i dissensi. Imperocché mano a mano che una verità è stabilita in modo indubitato, questa vien sottratta alla parte opinabile, e tutti si accordano intorno ad essa. Così per esempio dal giorno che si è riconosciuto non esser lecito sforzare la coscienza dell’uomo, e le sue credenze dover esser sottratte alla inquisizione punitiva, i delitti di religione sono stati cancellati dai codici, e non è più luogo a conflitto sulla tolleranza dei culti13 . Similmente, per cercare un altro esempio in materia al tutto diversa, le questioni monetarie poterono far parte dei programmi di partito in Inghilterra, e secondo l’uno o l’altro se ne diedero soluzioni diverse: ma noi abbiamo veduto un ministero conservatore qual era quello di lord Beaconsfield scegliere senza esitazione nelle file del partito liberale un uomo competentissimo, qual era il Goschen, sicuro che egli rappresentava schiettamente anche le proprie idee.
E un’altra prova di questo menomarsi della distanza fra i partiti, la rinvengo eziandio in Inghilterra e la deduco da questo fatto frequente, che spesso un partito combatte, impedisce, ritarda le proposte dell’altro, e poi viene esso stesso a dar loro l’ultima mano e ad eseguirle; come fu il caso dell’emancipazione dei cattolici, della libertà dei commenti, della riforma elettorale che messe innanzi dal partito whig furono poi recate in legge ed attuate dal partito tory. E che altro significa ciò, se non che una quantità di soggetti cessano di essere disputati, certe nuove forme sono da tutti accettate come rispondenti alla pubblica opinione, e lo stesso indirizzo politico non è più diametralmente opposto? Per usare il linguaggio dei matematici, l’angolo di divergenza fra i due partiti s’è fatto ognora minore, e non solo un partito non si vergogna di prendere dall’altro alcune idee, ma stima ciò esser suo debito e sua gloria. Finalmente anche i Parlamenti si dividono non più in due parti soli, ma in un maggior numero, quasi gradazioni, e sfumature, per le quali si passa dall’uno all’altro. Ora queste stesse gradazioni e sfumature provano che la differenza nel programma delle due parti non è più così recisa, e così molteplice com’era altra volta, ma che s’è formato un certo raccostamento di opinioni fra loro. Ho detto sopra che la tendenza scientifica del nostro tempo produce l’effetto d’introdurre l’elemento tecnico in ogni parte della cosa pubblica; e l’elemento tecnico è il contrapposto dell’elemento politico, e quanto più quello prevarrà tanto più questo restringerà la sua efficacia, se pure non si trovi come in meccanica una risultante delle due forze. Ad ogni modo è da credere che nell’avvenire non sarà possibile chiamare al ministero di agricoltura una maestro di musica, o a quello di marina un avvocato.
E similmente lo svolgersi della civiltà e la mitezza del costume non concederà più certi rancori, e certe violenze, che in nome del partito, erano altra volta nobilitate. I dissensi diverranno men aspri, le discordie meno stridenti, e fra i due campi si disegnerà un terreno neutrale, dove sarà più facile lo incontrarsi, senza venir meno alla dignità del carattere. Ma intanto, se vogliamo esser pratici, fa mestieri considerare le cose quali sono al presente. Laddove è libertà di opinioni politiche, laddove la maggioranza decide le questioni, udita la discussione in contraddittorio, ivi convien rassegnarsi ad avere un governo di partito. Suppongasi pure che ciascun partito si proponga egualmente per fine il bene della patria, ma i modi di conseguirlo sono diversi, secondo i principi donde l’uno e l’altro han preso le mosse. E ciò posto, è mestieri sopportare questi inconvenienti, che sono per così dire inerenti a tale costituzione. Ma poiché altri e più gravi mali sono evitabili, fa d’uopo rivolgere attento lo studio ai mezzi di por freno a questi e di prevenirli, o quando già esistono di estirparli. Né le difficoltà del tema devono spaventare alcuno dall’affisarlo perché, come ho detto altrove, si tratta o di consolidare le istituzioni sicché elleno siano amate e difese dal popolo, ovvero di cadere in quella specie di scetticismo politico che è il terreno più acconcio alle minoranze audaci per mettere a soqquadro lo Stato, e precipitare la nazione in un mare di guai.

Elenco testi

Prefazione

Prefazione dell’autore

Del governo parlamentare come governo di partito. Dei pregi e dei difetti che gli sono inerenti.

Di altri mali conseguenti dal governo di partito. Sulle indebite ingerenze nella giustizia e nell’amministrazione.

Se sia possibile un governo parlamentare senza partiti.

Dei rimedi.

Biografia