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Teledemocrazia: Sudditi o Cittadini ?

5/1-Oggi: Stati Uniti

Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti, è la punta di diamante della scommessa delle cosiddette "autostrade elettroniche", la creazione di immensi flussi di informazione cui i cittadini potranno attingere con un semplice pc e senza discriminanti economiche. E' lui infatti che si occupa in prima persona del grande progetto della National Information Infrastructure dell'amministrazione democratica e che parla di "priorità strategica". Gore appare consapevole dell’importanza della sfida:

"Se noi permetteremo alle autostrade di lasciare da parte i settori più deboli della società - anche soltanto durante un periodo transitorio - scopriremo che quelli che sono ricchi in informazione saranno ancora più ricchi, e che i poveri saranno ancora più poveri senza alcuna garanzia di essere, un giorno, collegati alla rete".

Quello dell'amministrazione Clinton - Gore è un manifesto che pone in primo piano l'inclusione, la non discriminazione, e che cerca in sostanza di dirigere la rivoluzione dell’informatica e dell’informazione nel senso del miglioramento delle opportunità, dell’apertura della "macchina statale", preservando però la democrazia americana da una deriva populista che l’abbraccio tra la nuova destra e le seduzioni di autogoverno offerte dai nuovi strumenti fanno temere.

La diversità dei due disegni trova nella California il suo laboratorio più attivo. Qui infatti sono diverse le iniziative e gli esperimenti che provano a dirigere la telematica nella direzione di una maggiore partecipazione della cittadinanza al dibattito su questioni e scelte politico-amministrative di livello locale. Allo stesso tempo la California resta lo Stato più attivo sul fronte delle iniziative di voto popolare volte ad approvare o respingere leggi relative a tutti i grandi temi. Qui - ma anche in altri Stati - i cittadini hanno già votato su leggi relative ai diritti dei gay, all’immigrazione, all’educazione, alle tasse, etc. Un esempio piuttosto noto è la recente proposizione 187, che ha tolto agli immigrati illegali qualsiasi servizio di assistenza statale.

I giganti delle telecomunicazioni stanno investendo una quantità di denaro che supera di gran lunga l’investimento statale, e ovviamente nel loro caso l'interesse pubblico è subordinato a quello economico. L'amministrazione democratica non ha intenzione di frenare lo sviluppo privato, ma piuttosto di intervenire a regolamentare in seguito il mercato, stabilendo le priorità.

Il 1° febbraio 1996 il Congresso ha approvato a larghissima maggioranza la legge di riforma delle telecomunicazioni che ha dato il via alla deregulation e accelerato la corsa alle fusioni e alle acquisizioni. Essa infatti permette l’ingresso delle società telefoniche nell’industria delle trasmissioni di informazione, elimina la barriera tra gestori della telefonia locale e gestori della telefonia su lunghe distanze, e fa cadere la frontiera tra servizi televisivi e servizi di telecomunicazione.

La corsa alle concentrazioni è impressionante. Oggi Disney/Capital Cities detiene ad esempio la televisione ABC, stazioni radio e networks, giornali e riviste, e un numero crescente di servizi via-cavo. Time Warner è il secondo più grande operatore del sistema di tv via-cavo, possiede grandi riviste, una potente casa di produzione di film e programmi televisivi, case editrici e case discografiche, e recentemente si è fuso con la Turner broadcasting, cui fa capo la Cnn. La News Corporation di Murdoch è un insieme di stazioni tv, case editrici, canali via-cavo, un grande studio cinematografico, giornali e tv via-satellite che irradiano in tutto il mondo. Altrettanto grandi e articolate sono la General Electric, la Westinghouse, alleata della CBS, la Microsoft, alleata della NBC, che ha appena prodotto Msnbc, canale tv di notiziari disponibile su Internet e col quale è possibile interagire.

Attualmente 14 grandi compagnie posseggono più della metà del mercato dei giornali, tre più della metà del mercato delle riviste, tre nella tv, sei nell’editoria, quattro nel cinema. La previsione è nel senso che entro i prossimi dieci anni una mezza dozzina di concentrazioni controlleranno tutto il mercato (Grossman, 1996. pp. 200-1).

Il mercato di programmi e servizi via cavo è ancora più chiuso. TCI e Time Warner, i due più grandi proprietari di cavi, hanno la maggioranza azionaria della Cnn, e pertanto nessun altro servizio di informazioni via cavo può in sostanza accedere al loro sistema.

La sola Microsoft sta investendo in ricerca e sviluppo per l’autostrada elettronica 100 miliardi di dollari l’anno, con un primo programma di investimento di 500. Il suo proprietario, Bill Gates (1995, p. 295), con l’immensa fiducia nel mercato che lo contraddistingue, invita i governi a limitarsi a dare le direttive fondamentali per mantenere la concorrenza e ad intervenire soltanto laddove il mercato incontri serie difficoltà. I contenuti li deve stabilire il mercato.

Vengono inoltre fatte notare due cose. Non siamo di fronte ad una concentrazione orizzontale, di fusione di imprese che gestiscono reti o che producono programmi, ma ad una concentrazione verticale, dove a mettersi insieme sono i possessori dei cavi, le società che si occupano di intrattenimento, gli editori e chi produce i contenuti (Fichera, in Jocobelli, 1996, p. 102).

Il che significa che notizie/giornalismo e divertimento/industria dell’evasione, provengono dalle stesse grandi società, con gravi rischi di commistione e di trasformazione di qualsiasi informazione in infotainment, sorta di nuovo prodotto del national entertainment state, come lo chiama la rivista The Nation.

In secondo luogo questa corsa alle concentrazioni potrebbe porre il consumatore non di fronte alla scelta tra decine di offerte di servizi diversi, ma in una posizione di finto mercato, dove due-tre grandi gruppi offrono i loro persuasivi prodotti.

Grosso nodo, correlato al precedente, è quello dei cavi, del cablaggio. E’ ovvio che chi possiede, chi controlla i cavi e il traffico avrà potere e responsabilità ingenti. Si profila qui un conflitto tra chi vorrà lasciare tutto al mercato e chi chiederà l’intervento statale per regolare, o imporre il passaggio e l’accesso a certi servizi.

Né va dimenticato che all’interno della rete c’è chi programma, progetta, ha un ruolo atttivo, e chi si limita a perdersi nel mare di informazioni, in una caotica accumulazione svincolata da gerarchie o fonti di certa affidabilità (Colombo, 1995).

Sono tutti segnali che sembrerebbero evidenziare l’avvento di nuove élites, del tutto scollate e autonome rispetto alla massa dei cittadini, esterne alla politica ma con forti possibilità di influenzare il processo politico. E’ indicativo come da queste élites provengano molte delle richieste di modifica del sistema politico e parimenti indicativo è lo stretto rapporto che le lega ai rappresentanti della destra americana conservatrice e populista. Il riferimento è ovviamente a Newt Gingrich ma non si deve scordare che Ross Perot prese, alle elezioni del 1992, il 20% dei voti con un programma che includeva electronic town meetings su tutte le questioni più importanti, un referendum nazionale che decidesse al posto del Congresso circa le nuove tasse e persino la promessa di rassegnare le dimissioni se un sufficiente numero di cittadini l’avesse chiesto tramite telefono o fax.

C’è insomma un evidente tentativo della destra di definire la propria cultura come naturalmente affine a quella della rete, tentativo che ha trovato una sua eco anche in Italia. (Notte, 1995; De Mattei, 1995)

Il rischio che la situazione sfugga di mano c'è. Si rifletta su queste parole di Giancarlo Bosetti:

"Si rileggano le perorazioni dello stesso Eco a favore di un intervento degli intellettuali, con la loro azione critica accompagnata da un intervento politico per volgere verso il meglio l'uso dei mass media. E si vedrà come le intenzioni, giuste, appaiano con il senno di oggi come totalmente disarmate di fronte ai poteri economici, politici, mediatici che le hanno completamente travolte" (1994, pp. 13-14).

Accanto a chi ritiene che in un mondo in cui la politica è ridotta alla ragione e alla logica del mercato sia vano sperare che l’elettronica possa produrre cultura, informazione e non ridurre ad oggetto i suoi destinatari (Ferrara, 1994, p. 73; Di Giovine, 1995, p. 411), ci sono molte voci che più concretamente paventano i rischi dell’esclusione di chi (e si parla di larghe fette di popolazione, di intere aree geografiche) non è appetibile dal punto di vista del mercato: auspicano pertanto un preciso, incisivo intervento statale che fissi delle regole e garantisca la pari opportunità, almeno di alcuni servizi essenziali, di base, in modo non dissimile da quello adottato dagli Stati per il servizio telefonico. (Kahin, 1995)

A questo proposito è bene ricordare come l’Ocse ha definito l’accesso alla rete:

"come un diritto fondamentale di tutti i cittadini, essenziale per la piena appartenenza alla collettività sociale, e come un elemento costitutivo del diritto alla libertà d’espressione e di comunicazione, che quindi, come il servizio sanitario e l’istruzione, deve essere assicurato dal potere centrale con le risorse fiscali. In quest’ottica, l’obiettivo della fornitura del servizio universale prevale su considerazioni di pura efficienza economica e il problema che si pone ai poteri pubblici, insieme alla definizione dell’area dei servizi universali, è quello di stabilire se è preferibile attingere i fondi necessari per l’esercizio con l’imposizione fiscale diretta o indirettamente tramite le strutture tariffarie delle telecomunicazioni".

Anche in questo settore c’è dunque una contrapposizione tra difensori di un mercato totalmente svincolato - fonte e veicolo di crescita e di sviluppo e alla fine di benefici per tutti - e difensori di un maggiore intervento e controllo statale, nella persuasione che il mercato, lasciato brado, produca diseguaglianze ed esclusioni.

Gli Stati Uniti hanno fatto tesoro dell'esperienza derivante da Arpanet - una rete militare altamente stabile creata dallo Stato nel 1969 per servire lo scambio rapido di informazioni, poi estesasi ad Università, centri di ricerca, al mondo industriale, e che è oggi uno standard di interconnessione tra le altre reti, commerciali e non, gestita in modo aperto e gratuito; i costi di connessione e di esercizio sono sostenuti collettivamente dalle migliaia di reti collegate ad Internet -, e il Governo si prepara a seguire la strada dell'accesso universale alla rete, per "assicurare un minimo livello di informazione e di servizio di comunicazione accessibile a tutti gli americani a prezzi accettabili per tutti".

Internet collega attualmente 137 paesi e negli Stati Uniti sono intorno ai venti milioni le persone già collegate tramite computer tra loro e con centri d'informazione, e i computers pronti a immettersi sulla superautostrada o già in parte connessi sembra siano 70 milioni (secondo i dati di crescita attuale nel 2000 saranno tra i 100 e i 200 milioni).

Di Internet si sente sovente parlare come del regno dell’anarchia, dell’antigerarchia, del mezzo democratico ed egualitario per eccellenza; è una grande comunità al cui interno ci sono quasi cinque milioni di gestori e nella quale prolificano infiniti aggregati di individui, delle più diverse dimensioni. E’ bene tuttavia mantenere un atteggiamento cauto.

Chiunque "navighi" ("navigare" significa accedere alla rete tramite il computer e muoversi all’interno di essa), si accorge di come siano sempre più presenti gli interessi commerciali, la vendita di prodotti. Le grandi concentrazioni hanno un fortissimo interesse ad essere presenti in rete e vendere i loro, spesso estremamente seducenti, servizi. Crescono a grande velocità le "intranets", reti che usano gli stessi protocolli e programmi di Internet, ma che sono chiuse, interne alle aziende, ideali per servizi privati a pagamento. Aumentano i siti commerciali e diminuiscono quelli che fanno capo a scuole ed università. Andrew Shapiro (mosso inizialmente dalla preoccupazione per il fatto che il governo federale sta gradualmente trasferendo l’arteria statunitense di Internet nelle mani dei grandi gruppi privati), ha immaginato due modelli di sviluppo del ciberspazio: cyberkeley, dove si trovano uffici postali, biblioteche, musei, negozi e tribune pubbliche in cui si discute anche di problemi sociali; e cyberbia, identica alla precedente, ma senza spazi di dibattito pubblico, comunità virtuali chiuse ed esclusive. Con la privatizzazione della rete andremo sempre più verso questo secondo modello, e si perderanno le potenzialità della rete come patrimonio pubblico di discussione, partecipazione. Shapiro invita il Congresso e i governi locali ad aprire nel ciberspazio tribune dedicate espressamente al dibattito pubblico, visibili, accessibili e, aggiunge, talvolta inevitabili. Gli viene tuttavia fatto osservare che in realtà la rete "non esiste": è solo un insieme di protocolli che permettono ad un computer di trasmettere i dati a un qualsiasi altro e siccome la terra è fasciata di fili del telefono che assicurano un servizio 24 ore al giorno è del tutto inutile provare ad intervenire e controllare il materiale che viaggia sulle reti.

Di una evoluzione a rischio avvisava già tempo fa Howard Rheingold (1993, p. 313):

"ultimamente si è accelerata la transizione da forum pubblico sponsorizzato dal governo, sovvenzionato dai contribuenti, relativamente senza restrizioni, a mezzo di comunicazione privato, e questa transizione potrebbe vanificare molte delle fantasie di chi oggi crede veramente nella democrazia elettronica e nella cultura telematica mondiale. Quando le reti di telecomunicazione diventeranno tanto potenti da trasmettere oltre al testo, musica e video ad alta fedeltà, la natura della Rete, e dell'industria che la controlla, potrebbe cambiare drasticamente. Gli avvenimenti della primavera e dell'estate del 1993, con fusioni tra aziende software, aziende telefoniche e televisive, forse sono l'inizio della fine della libertà nella rete".

D’altronde è lo stesso Bill Gates (1995, p. 126) a sostenere che in Internet le informazioni più appetibili (lui cita come esempi i films di Hollywood o i database enciclopedici) seguiteranno ad essere prodotte a scopo di profitto. La qual cosa non deve tuttavia suscitare drammatiche preoccupazioni, perché l’importante è che sia gratuito l’accesso alle informazioni essenziali.

Il punto è molto delicato: di Internet in realtà non si potrà impossessare nessuno per il fatto che è, si perdoni l’espressione, come la lingua in cui parli e la carta su cui scrivi. Quello che può accadere è uno sviluppo sostanzialmente commerciale e consumistico della rete che porterà l’individuo più a sentirsi parte di un grande mercato che a partecipare a discussioni, a interessarsi ai problemi più diversi, ad accrescere il suo bagaglio di cultura e informazione. E’ probabile che ciò accada e desterà rammarico, ma pazienza, è un problema di valori che coinvolge tutta un’altra serie di temi su cui ora non ci si può soffermare. Quello su cui non si dovrà transigere è invece la possibilità per tutti, in qualunque area si trovino, di accedere alla rete e di attingere gratuitamente o quasi alle informazioni istituzionali e della pubblica amministrazione, a materiali didattici, biblioteche, al sistema di welfare di cui si dovrebbero poter conoscere e richiedere le prestazioni, alle informazioni su lavoro e formazione; in secondo luogo di interagire con le diverse "macchine", politica, amministrativa, burocratica, rivolgere domande, petizioni, e a livello locale anche partecipare ai processi decisionali.

L’immagine è quella di due cerchi, uno di servizi essenziali, parte fondamentale di una piena cittadinanza, e un altro, probabilmente immenso, di servizi a pagamento, che sarà occupato quasi per intero dalle sfere della distrazione e delle attività ricreative.

Non è casuale che un paese repressivo come la Cina per provare a controllare la rete tenga molto alte le tariffe di collegamento. Così ad esempio il dissenso studentesco ha vita difficile.

Elenco testi

Prefazione

La tecnologia che avanza

Una nuova democrazia ?

Definizioni ed esperimenti

Qualche giudizio

Oggi: Stati Uniti

Oggi: Unione europea

Oggi: Italia

Sulla democrazia diretta

Complessità, rappresentanza e divisione del lavoro.

Le opportunità

Responsività e promesse non mantenute

Una democrazia referendaria ?

Una sondocrazia ?

Esclusione ed educazione

La preferibilità del "locale"

BIBLIOGRAFIA