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Teledemocrazia: Sudditi o Cittadini ?

6-Sulla democrazia diretta

Si era accennato all’inizio a quel filone di studiosi che aveva spalancato le braccia ai nuovi strumenti come ai veri portatori di linfa vitale per le asfittiche democrazie contemporanee.

In realtà tra le file degli ottimisti è possibile riscontrare posizioni molto diverse, e non di rado una certa leggerezza nell’approccio.

Tra i più convinti apologeti di una nuova democrazia diretta sono i due futurologi Yoneji Masuda (1981) e Alvin Toffler (1981). Il giapponese, con una sicurezza un po' incosciente, fa il panegirico della democrazia partecipatoria dove i cittadini, grazie alle comunicazioni elettroniche e a vite liberate dai bisogni materiali e piene di tempo libero, cercheranno l'autorealizzazione e decideranno direttamente di tutto quello che li riguarda. Masuda si preoccupa anche dell'eguaglianza d'accesso alle informazioni e del controllo di chi fornirà le informazioni, ma in realtà il suo quadro sembra tutto viziato dall'ingenuità di chi vede il mondo troppo migliore di quello che è, e si attende una società totalmente aconflittuale, di gentili persuasioni dei dissenzienti e di educazione dei duri di testa: il pensiero va subito a Singapore.

Toffler al contrario disegna un quadro meno venato di ottimismo ma anche lui sembra avere pochi dubbi sulla società del futuro.

Dopo aver passato in rassegna i problemi delle nostre democrazie - calo di partecipazione, obsolescenza delle istituzioni, governi incapaci di gestire problemi via via più complessi, burocrazie ormai soverchianti gli stessi rappresentanti del popolo - giunge alla conclusione che sia meglio una diretta partecipazione dei cittadini alle scelte. La soluzione che auspica è quella di una democrazia semi-diretta, dove le decisioni saranno prese tramite un voto misto, parte dei rappresentanti e parte del popolo che voterà direttamente.

Si era accennato in precedenza a come la nuova destra americana stia cavalcando l’onda della rivoluzione informatica. Toffler, con un approdo che in fondo non sorprende, è uno dei cervelli ispiratori di tale politica.

Si diceva della varietà del panorama. Si va infatti da chi come Ida Magli (1996) si balocca con le "rivoluzionarie" proposte di abolire Democrazia, Costituzione, Parlamento, ma soprattutto la rappresentanza come madre di tutti i mali, ritiene che la democrazia elettronica sia insufficiente perché contiene ancora la rappresentanza e finisce per approdare ad uno Stato gestito da un consiglio di amministrazione di competenti, il quale a sua volta ispira la sua azione ad un regolamento che muta per stare al passo con le mutazioni tecnologiche ed è controllato dai cittadini azionisti che lo licenziano se non ottiene presto risultati... a Giordano Bruno Guerri che la assiste sul terreno della demolizione della rappresentanza e sostiene che grazie alla tecnologia i cittadini rappresenteranno se stessi e i politici saranno solo esecutori; ai peana di Negroponte (1995a), di Gilder (1995), di chi scrive in quella sorta di palestra degli iperinformatici che è la rivista "Wired", di, a suo modo, Echeverrìa (1995), ma anche del più avveduto Gates (1995), che se apparentemente sembrano non voler toccare le strutture rappresentative, in realtà danno l’impressione di lavorare a un mondo che non potrà più seguire i tempi e le dimensioni di tali strutture, e talvolta affermazioni del genere gli scappano dai denti (Negroponte, 1995b, p. 34); fino a posizioni che francamente sembrano pure bizzarrie, come quella di Pierre Lévy (1996), il quale di fronte "allo scarto sempre più ampio tra il flusso diluviale dei messaggi e le forme tradizionali di decisione e orientamento", alla partecipazione dei cittadini che si riduce ad un voto interscambiabile, suggerisce di inaugurare una "democrazia diretta in tempo reale nel cyberspazio", che "consentirebbe a ciascuno di contribuire permanentemente ad elaborare e raffinare i problemi comuni". Fa riferimento a uno strumento elettronico nelle mani di migliaia di cittadini, che produce e riproduce continuamente un testo immagine che varia sempre perché le leggi devono essere soggette ad una riconsiderazione permanente. Questo dibattito collettivo ed interattivo continuo non impedirà prospettive a lungo termine, perché il collettivo intelligente ha la capacità di sincronizzare le singole intensità di pensiero.

Ci sono tuttavia riflessioni più realistiche e meditate, figlie specialmente della preoccupazione per l’apatia e il calo della partecipazione che la democrazia rappresentativa sembra portare con sé. Il politologo americano Benjamin Barber è ad esempio del tutto convinto che una democrazia forte (che è il titolo del suo libro più noto, del 1984), abbia bisogno di una buona dose di autogoverno di cittadini impegnati. Avendo come riferimento la società americana, dove il calo di partecipazione è più allarmante che da noi, Barber sostiene che quando il popolo ha la possibilità di decidere personalmente allora partecipa. I nuovi strumenti gli offrirebbero l'occasione per apprendere i valori dell'impegno e della responsabilità, e i risultati in termini di partecipazione non tarderebbero a manifestarsi. Anzi, gli eccessi demagogici rinvenibili nell’odierna arena politica, sarebbero proprio la conseguenza della professionalizzazione della politica e dell’esclusione da qualsiasi reale responsabilità civica di un pubblico alienato. E’ la linea di Ted Becker (1981), il professore degli esperimenti hawaiani.

Altra ricerca che merita menzionare è quella di Lawrence Grossman (1996), anche perché Grossman è stato presidente sia di una televisione privata che di una televisione pubblica, e quindi conosce bene il mondo dell’informazione.

Non a caso la sua è una posizione che sì spinge per il cambiamento, ma che al contempo mostra preoccupazioni per la mancanza di democrazia all’interno del sistema dei media, e per la cattiva formazione dell’opinione pubblica.

Rifiuta come elitari gli argomenti che ritengono indispensabile una delega in un mondo sempre più complesso - li vedremo più avanti - e sostiene che è giusto, coerente con una storia americana che è storia di progressiva inclusione e in ogni caso inevitabile, considerata la rivoluzione dell’informazione, che i cittadini decidano in prima persona su ciò che li riguarda.

Nondimeno fa notare i pericoli che corre l’isolato cittadino contemporaneo al centro di una tempesta di informazioni, per lo più controllate dai giganti privati, oligopolisti dell’informazione. Un sistema che va verso l’autogoverno poggia su individui informati ed interessati, cosa che il sistema di telecomunicazioni attuale non garantisce affatto, perché privilegia il cittadino-consumatore, abbassando il livello qualitativo, non stimolando. Oltre al rafforzamento della legislazione antitrust, che impedisca le fusioni "verticali", spetta allora allo Stato investire in formazione, allestendo un sistema di telecomunicazione pubblico, indipendente e finanziato in parte con tasse imposte ai privati che operano nel settore, e garantendo a tutti i cittadini, magari tramite sussidi, l’accesso.

Da noi in Italia va citata anche la posizione di quello che è considerabile uno dei padri nobili dell'informatica giuridica italiana, Vittorio Frosini. Da sempre sensibile e accogliente verso tutto ciò che appare sul fronte della cibernetica e dei computer, Frosini è stato tra i primi a rendersi conto dell'importanza dell'informatica per una modernizzazione dell'amministrazione e da sempre ha spinto perché si sperimentasse senza requie. Accortosi subito che i nuovi strumenti avrebbero presto permesso la realizzazione di una nuova forma di democrazia ha assunto una posizione di cauta fiducia, e questa posizione l'ha tenuta con una certa coerenza negli anni. In un suo libro (1992, p. 387) scrive ad esempio:

"Con la trasmissione telematica potrebbero realizzarsi in tempo reale e con la garanzia dell'oggettività i sondaggi d'opinione, le votazioni elettorali, i referendum popolari, e così rendere attuabile una nuova forma di democrazia diretta, che riprodurrebbe nelle dimensioni dell'odierna società di massa il rapporto fra governanti e cittadini stabilito nelle democrazie dell'età classica nell'agorà greca o nel foro romano".

E poche pagine prima aveva lodato anche il rapporto tra uomo e strumenti della telematica:

"...le adunate nelle piazze per ascoltare i discorsi dei dittatori alla radio o per seguire i processi politici dei tribunali del popolo alla tv, stabiliscono un rapporto di soggezione psicologica fra gli attori politici e il pubblico posto in uno stato di ricezione passiva; la telematica invece, con la possibilità di una reazione e di una risposta, grazie ai metodi di comunicazione interattiva, sposta i termini risolutivi del problema di una democrazia plebiscitaria, perché consente una dialettica".

Elenco testi

Prefazione

La tecnologia che avanza

Una nuova democrazia ?

Definizioni ed esperimenti

Qualche giudizio

Oggi: Stati Uniti

Oggi: Unione europea

Oggi: Italia

Sulla democrazia diretta

Complessità, rappresentanza e divisione del lavoro.

Le opportunità

Responsività e promesse non mantenute

Una democrazia referendaria ?

Una sondocrazia ?

Esclusione ed educazione

La preferibilità del "locale"

BIBLIOGRAFIA