Condividi |

Teledemocrazia: Sudditi o Cittadini ?

7-Complessità, rappresentanza e divisione del lavoro.

Eppure, lo si è già accennato in varie parti, la democrazia che si profilerebbe lascia spazio ad un'infinità di dubbi e critiche. Adottare un sistema rappresentativo è infatti una scelta dovuta non soltanto ai noti condizionamenti dello spazio e del numero. La democrazia indiretta sembra infatti rispondere meglio ad alcuni dei grandi problemi posti dalle società moderne.

Anzitutto c'è la questione della complessità. Nella società attuali i governi si trovano quotidianamente a dover prendere decisioni su questioni di grandissima complessità teorica e pratica, e questa è la ragione per cui i decisori hanno sovente accanto tanti esperti di settore.

Conoscere a fondo le cose su cui si sarebbe chiamati a votare è difficile, e la stragrande massa delle persone avrebbe sempre una visione estremamente superficiale di ciò su cui decide. La delega a tutt'oggi appare come un'insuperabile necessità, e sembra poco realistico volerne fare a meno specialmente per quella parte di decisioni che vengono prese dall'esecutivo.

A questa obiezione si potrebbe rispondere che la tecnologia ha già pronta la soluzione: nella società dell'informatica il cittadino vedrà sensibilmente aumentare il suo tempo libero, per cui, anche grazie agli strumenti esaminati che gli permetteranno di avere tutte le informazioni di cui necessita, sarà in grado di possedere le nozioni sufficienti ad esprimere la propria scelta. Ovviamente certe materie, quelle per cui la competenza presuppone studi di anni (p.e. l'economia politica), resterebbero sempre al di fuori di questa sorta di democrazia referendaria e richiederebbero per forza una delega. Certo però non è inimmaginabile la decisione diretta del popolo sulle molteplici questioni su cui nell'attuale sistema si prendono decisioni.

Non sappiamo se domani l'uomo avrà davvero gran parte della sua giornata per fare quello che meglio gli aggrada, ma è difficile pensare ad una società dove si stempera fino a farsi impercettibile il principio della divisione del lavoro.

Questo è un altro dei punti chiave, e porta con sé i concetti di homo oeconomicus e di homo politicus. Come è stato ripetutamente scritto, uno dei tratti che differenzia la democrazia degli antichi e la democrazia dei moderni (nonché la libertà degli antichi e la libertà dei moderni) è la separazione tra sfera privata e sfera politica.

Il cittadino greco era per la maggior parte del suo tempo dedito al pubblico servizio, e lo spazio destinato alla cura dei propri affari era considerato spazio sottratto. Non a caso il latino idiota da idion - il greco privato - è un termine spregiativo che connota negativamente l'uomo che si interessa solo di sé.

Se nella Grecia antica la conseguenza di questa ipertrofia della dimensione politica non poteva che essere l'atrofia dell'economia, il dubbio che un eccesso di partecipazione potrebbe determinare effetti negativi in altri settori sorge.

E poi, l'uomo contemporaneo avrà voglia di interessarsi? Forse non è tanto lontano dal vero Michels (1911, p. 453) quando agli inizi del secolo immaginava che:

"se dovessero venire risolte con referendum anche solo le più importanti questioni politiche e amministrative, il felice cittadino di un futuro migliore troverebbe ogni domenica sul suo tavolo un mucchio tale di questionari da fargli perdere ben presto ogni simpatia per questo tipo di democrazia...".

Mettiamo su quel tavolo un computer e la frase sembra tuttora valida.

Non sono pochi a pensare che il disinteresse verso il politico, il disimpegno, l'apatia, siano una scelta del tutto volontaria e che sia solo una minoranza quella che ha la voglia (e/o la possibilità) di dedicare un certo impegno alla cosa pubblica. Una felice esposizione di ciò è rinvenibile Bockenforde (1985, p. 239):

"La riflessione sulle cause di questa situazione ha condotto all'idea, empiricamente dimostrata, che l'interesse alla partecipazione politica non sia per i cittadini così fondamentale da sovrapporsi e subordinare tutti gli altri interessi. Esso è piuttosto in concorrenza con gli altri interessi dei singoli, e questa situazione di concorrenza è per parte sua fondamentale. La vita dei singoli non si esaurisce, né si è mai esaurita, nella partecipazione politica, fatta eccezione forse per la democrazia ateniese, i cui cittadini erano proprietari di schiavi e disponevano di potere sui membri della famiglia. L'attività politica e la mobilitazione che questa richiede è perciò, intrinsecamente, una attività di minoranze. Questo vale soprattutto nella misura in cui si tratta di incombenze politiche quotidiane, anche se queste tendono a crescere nel significato e nella portata dei loro effetti. A ciò si aggiunge il numero e la complessità crescenti delle decisioni da prendere; entrambe contribuiscono a professionalizzare sempre più la partecipazione politica. Anche da ciò può essere dedotta un'importante conseguenza. Il postulato della possibilità per i singoli di una generale partecipazione politica (e quindi di un quadro giuridico-istituzionale strutturato in modo conforme a questo postulato) ha certamente, da un punto di vista estrinseco e normativo, carattere di democrazia diretta, ma nella realtà politica serve a fondare una legittimazione e un terreno di sviluppo a favore delle posizioni di influenza e di potere di minoranze attive. L'apparenza di democrazia diretta maschera la struttura rappresentativa che si sviluppa dentro di essa".

Non a caso questo disinteresse si prende gli strali di uno dei supposti padri della democrazia partecipativa, e parliamo di Rousseau, che detesta senza mezzi termini la brama di arricchirsi e il tempo perso per gli affari privati.

Non va inoltre dimenticato che la riduzione del potere della classe politica, tramite appunto una maggiore estensione della democrazia diretta, è probabilmente un’illusione. Anche se aumenta il potere dei singoli cittadini di prendere decisioni che li riguardano, "sarà pur sempre un insieme di professionisti della politica che avrà il compito prioritario di articolare le proposte". (N.Bobbio, 1996a, pref.)

Il problema della complessità è trattato anche da Luigi Bobbio (1990). Questi si chiede se l'indiscutibile dote di efficienza che verrà portata dalla telematica non contribuirà ad intasare le arene in cui si prendono le decisioni. Le banche dati aperte, la mole di informazioni e punti di vista che chiederebbero ascolto attraverso le reti, potrebbero determinare una sorta di accelerazione entropica del disordine, con risultati imprevedibili sull'efficienza delle decisioni.

Domenico Fisichella (1986, p. 43), solleva altri dubbi. Fisichella tira in ballo l'ondivaghezza della psicologia umana e il rapporto tra felicità pubblica e felicità privata (1986, p. 43):

"Il meccanismo psico-esistenziale che induce alla ricerca della felicità pubblica, tralasciando la felicità privata, e viceversa, si identifica ampliamente con la delusione. Gli uomini pensano di desiderare una cosa e, ottenendola, scoprono di non desiderarla affatto quanto pensavano, o di non desiderarla per nulla, mentre quel che desiderano è qualcos'altro di cui erano ben poco coscienti. Ciò vale per i consumi di beni e servizi, per le realizzazioni economiche, per le acquisizioni pratiche, ma vale anche per i risultati simbolici, per le istituzioni collettive, per i traguardi politici. Di qui il riflusso. Orbene, eccoci al punto: tutte le volte che il demos della società teletronica, pur largamente dotato di tempo libero, si trova in fase di ricerca della felicità privata e impegna tutti i suoi sforzi in questa direzione, quid circa la gestione della res publica? "

Fisichella insiste inoltre sopra uno dei tasti su cui battono in molti. La nuova società parcellizzerà ulteriormente, renderà l'uomo solo col suo medium, un uomo incapace di discernere tra buona e cattiva informazione (1996, p. XXVI). Ci sarà il rischio di un potere invisibile e subdolo, che potrà manovrare una massa in realtà sprovveduta. E, conseguentemente, le elités che avranno in mano i nuovi strumenti diventeranno le oligarchie di domani. Di qui l'opportunità di conservare le strutture della democrazia rappresentativa, dove "risiede la possibilità di esercitare il controllo politico con quella puntualità procedurale, con quella pertinenza, ponderatezza e continuità di valutazione che solo un organismo ad hoc e specializzato è suscettibile di realizzare" (1986, p. 45).

Elenco testi

Prefazione

La tecnologia che avanza

Una nuova democrazia ?

Definizioni ed esperimenti

Qualche giudizio

Oggi: Stati Uniti

Oggi: Unione europea

Oggi: Italia

Sulla democrazia diretta

Complessità, rappresentanza e divisione del lavoro.

Le opportunità

Responsività e promesse non mantenute

Una democrazia referendaria ?

Una sondocrazia ?

Esclusione ed educazione

La preferibilità del "locale"

BIBLIOGRAFIA