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Teledemocrazia: Sudditi o Cittadini ?

Prefazione

Questo testo si confronta con un problema elusivo e difficile. Ci sarà più o meno democrazia nel mondo della comunicazione continua e istantanea creato dalla nuova tecnologia telematica?

Per farlo l’autore deve confrontarsi con un inventario dei nuovi strumenti e domandarsi se in essi vi sia una "vocazione" a dominare il giudizio critico o a esprimerlo, meglio ancora, a moltiplicarlo.

Deve inventariare le forme di democrazia e le modalità espressive, dirette e indirette, nei piccoli e nei grandi numeri, per scoprire se e quali raccordi vi siano con la tastiera di un terminale elettrionico.

Si è dato il compito di verificare quali condizioni culturali (speranza, pessimismo?) circondino la proliferazione straordinariamente veloce di nuove macchine per comunicare.

Si è domandato se, quali testimonianze vi siano nel mondo della cultura e in quello della tecnologia e se esse si prestino a comporre una profezia del nostro prossimo futuro.

Ha cercato un percorso di accertamento progressivamente più completo dell’esistente e di esaminarne le modalità per costruire un modello per verificarne il senso e darne un giudizio.

Opportunamente si è, per prima cosa, misurato con la grande ambivalenza della cultura di fronte al nuovo. Accettare come una promessa o respingere come una maledizione?

Zanchini passa attraverso questa prova non con la normale saggezza della posizione intermedia, ma mantenendo in vista, durante tutto il suo percorso, le due ipotesi, se non la maledizione il danno, se non la promessa del futuro, il beneficio.

Questo gli consente, ad ogni snodo della sua argomentazione, di tenere presente il rischio, anche quando la constatazione del nuovo suscita entusiasmo.

Ma lo autorizza ad avventurarsi con interesse, che a momenti diventa fervore, verso lo spazio aperto delle nuove tecnologie.

Il vero punto di originalità di questo lavoro sta nel non avere mai abbandonato il riferimento alla democrazia. La domanda di questo testo non è mai una generica visitazione di un mondo tecnologico polivalente, che può servire la cultura o dirottarla, allargare le comunicazioni o dirigerle, irrorare i territori del mondo di nuove informazioni o intasarle.

La domanda, ad ogni giro della visitazione, è sempre la stessa: siamo più vicini o più lontani dalla democrazia?

La democrazia è più o meno realizzabile, in questi nuovi percorsi?

Mantenendo questo riferimento costante l’autore evita l’ambivalenza senza fine di tanti testi fra il meglio e il peggio del nuovo. La vocazione universale dello strumento interessa meno del suo rapporto con la libertà e l’espressione della libertà.

Un simile metodo di lavoro richiede a Zanchini un impegno insolito, che si arricchisce nel corso del suo lavoro: definire e ridefinire metodi e sistemi democratici, e verificare il grado di corrispondenza con la rete di informazione, circolazione e contatto dei nuovi strumenti.

Punto fondamentale è il rapporto fra l’accesso e la libertà. Ovvero fra l’accesso e il controllo, fra l’accesso e l’intervento. Il terreno di questa ricerca si muove dunque fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa da un lato, e l’accesso parcellizzato (turni elettorali) o continuato (il computer lo consente) nel processo decisionale.

Zanchini si è reso conto che gli esploratori di cultura con cui si è bibliograficamente consultato sono in generale fermi al di qua della linea del nuovo. La vedono, la recensiscono, la studiano ma non hanno deciso se attraversarla.

È, in effetti, un campo minato e l’autore di queste pagine si è assunto il compito di dirci dove potrebbero essere dislocati i punti esplosivi.

Lo sono dove la distanza fra cittadino e istituzione è stata resa troppo breve, dando l’illusione di coincidere (quasi) con il centro, di partecipare "in diretta" alle decisioni.

Lo sono dove il processo continuo di approvazione-disapprovazione può letteralmente intasare la comunicazione politica fra periferia e centro dando luogo a un "eccesso democratico" che congestiona il rapporto periferia - centro, ovvero cittadino - istituzioni.

Lo sono quando la tastiera viene vista come sede di un potere arbitrario che non ha più bisogno di essere mediata da riferimenti comunitari e che sembra dar luogo alla politica di uno come momento definitivo delle decisioni.

Lo sono anche quando l’infinita variazione di percorsi e di alternative in rete determina una distrazione da meraviglia, un assenteismo da sindrome ulissica. L’esplorazione non può finire, dunque non giunge (mai più) il momento della scelta e del voto. L’immediatezza stessa del voto, che posso dare adesso, in casa, prima e dopo essermi occupato di altre cose, ne scredita il rilievo e ne definisce la qualità di opzione secondaria.

Questo è il momento in cui il testo di Zanchini si confronta con la qualità economica del problema, immensa variabile che viene elusa quando lo studio è "tecnico", e diventa ossessiva quando la ricerca è politica.

Opportunamente l’autore richiama questo argomento mostrandone la rilevanza senza tuttavia pretendere di offrire un impossibile giudizio finale.

Il fatto è che l’ambiente culturale e tecnologico italiano nel quale vive chi scrive e chi legge è sfasato di una generazione (nel senso industriale della parola, diciamo cinque anni?) dal modello americano a cui è fatale riferirsi per questo discorso.

Ciò che in America è un pericolo imminente (il formarsi del solitario gigantismo privato dovuto alla aggregazione di grandi imprese liberate dal vincolo di settore) in Italia è impossibile.

Una trascinata egemonia di monopolio pubblico non permette neppure di misurarsi con l’esito americano del problema e di riflettere sui modi per giungere a una deregolamentazione che eviti il rinascere di monopoli di fatto.

C’è il problema dei "facilitatori" (software e servers) che si prestano a diventare punti di influenza, orientamento culturale, posti di blocco o caselli di riscossione, in un più affollato e più costoso mondo cibernetico del futuro.

C’è il problema della immensa quantità di informazioni che circolano e circoleranno in rete destinate a creare un grado di conoscenza della realtà che non c’è mai stato in passato e allo stesso tempo uno stato di autonoma e quasi mistica indifferenza che deriva dal puro e semplice "stare in rete" come nuova qualità della vita.

C’è la domanda se una simile quantità di opzioni arricchisca il paesaggio della partecipazione democratica o se invece tenda a creare un superuomo nietzschiano della rete impegnato in una gara frenetica di superiorità tecnica e di primato dell’uso dello strumento.

Il lavoro di Zanchini è quello di un intelligente e avveduto cartografo che torna con le mappe aggiornate in cui ogni punto di riferimento è segnato.

E’ un cartografo colto che viaggia nella politica da Bobbio a Sartori e nella cultura dei mezzi di comunicazione da Toffler a Eco.

Ma il senso della misura è il valore di questo lavoro. Oltre Zanchini non va, perché qui finisce l’esperienza colta della nuova strumentazione. Il resto deve ancora avvenire. E’ la vita professionale, è la grande stagione di sperimentazione che lo aspetta.

Di essa il romanziere americano William Gibson in "Neuromancer" dice che "brucia il cervello".

L’intellettuale europeo Giorgio Zanchini si aspetta, con qualche riserva e un lieve scetticismo, che lo illumini.

Furio Colombo

Roma, settembre 1996

Elenco testi

Prefazione

La tecnologia che avanza

Una nuova democrazia ?

Definizioni ed esperimenti

Qualche giudizio

Oggi: Stati Uniti

Oggi: Unione europea

Oggi: Italia

Sulla democrazia diretta

Complessità, rappresentanza e divisione del lavoro.

Le opportunità

Responsività e promesse non mantenute

Una democrazia referendaria ?

Una sondocrazia ?

Esclusione ed educazione

La preferibilità del "locale"

BIBLIOGRAFIA